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	<title>Oxfam Italia</title>
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	<description>Oxfam Italia: sviluppo, emergenza e campagna contro l’ingiustizia della povertà nel mondo</description>
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		<title>I somali prima della Somalia</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 16:28:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Pasquale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dai progetti]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Conferenza di Londra sulla Somalia: Oxfam in un documento chiede di anteporre a tutto gli interessi della popolazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6585" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-6585 " title="Somalia. Sangaboo fa visitare il figlio di 13 mesi, gravemente malnutrito, al centro di salute del campo di Dollo. Credits: JenniferOGorman/Oxfam" src="http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2011/09/66992scr1-300x199.jpg" alt="Somalia. Sangaboo fa visitare il figlio di 13 mesi, gravemente malnutrito, al centro di salute del campo di Dollo. Credits: JenniferOGorman/Oxfam" width="300" height="199" /><p class="wp-caption-text">Somalia, Sangaboo con il piccolo Isaak</p></div>
<p>&#8220;I somali prima della Somalia&#8221;. Questo l’appello di Oxfam rivolto ai governi riuniti a <strong>Londra per la Conferenza sulla Somalia</strong>. Sembra un paradosso ma è quanto si chiede per <strong>riportare al centro dell’attenzione internazionale i bisogni, gli interessi e le aspirazioni della popolazione</strong>, prima di qualunque assetto politico-istituzionale per il paese e aldilà dell’emergenza anti-terrorismo.</p>
<p> <strong>Porre al centro dell’attenzione gli interessi della popolazione somala è il documento che Oxfam presenta in occasione della conferenza</strong> per denunciare che le politiche internazionali per la Somalia sono state spesso incoerenti, concentrate sulla ricostruzione degli assetti istituzionali o sugli interventi militari, finendo con il peggiorare la crisi umanitaria e mettendo in pericolo gli aiuti della comunità internazionale.  </p>
<p> “<strong>Con 325.000 bambini colpiti da malnutrizione e il 31% della popolazione a rischio fame</strong>, <strong>è arrivato il momento di assumere una nuova visione dell’impegno della comunità internazionale</strong>, nel senso che bisogna ripartire dai bisogni immediati e futuri dei somali, e al contempo dare inizio a un processo di pace che metta il Paese sulla via della rinascita.” ha dichiarato <strong>Francesco Petrelli</strong>, Presidente di Oxfam Italia.</p>
<p> <strong>Gli aiuti umanitari sono essenziali per salvare vite e per aiutare i somali a ricostruire il loro futuro</strong>, per questo devono essere garantiti a prescindere dal quadro politico e dalle questioni militari di sicurezza. </p>
<p> <strong>Anche se la responsabilità per la crisi ultradecennale somala è in primo luogo e soprattutto delle fazioni</strong> che dividono il paese,<strong> secondo Oxfam l’azione della comunità internazionale ha contribuito a volte a peggiorare la situazione</strong>. Molti governi impegnati in Somalia sostengono che l’azione militare migliora la sicurezza e la stabilità, sia nei paesi vicini che nella stessa Somalia, ma le relazioni dall’interno del paese raccontano un’altra storia. <br />
 I resoconti sugli spostamenti della popolazione mostrano che quasi metà delle persone sfollate a gennaio stava fuggendo dall’insicurezza, soprattutto da aree di nuovo interessate dal conflitto armato. <strong>Le fazioni in guerra hanno colpito i campi dove i civili avevano cercato rifugio</strong>, così come gli ospedali, un centro di nutrizione e diverse sedi di agenzie di aiuto umanitario. <br />
 Le agenzie hanno anche affrontato l’ostruzionismo delle fazioni in lotta, che ha reso più difficile per gli operatori umanitari raggiungere le persone in difficoltà. <br />
 <strong>Secondo Oxfam la conferenza di Londra sulla Somalia avrà successo se i governi dalla regione, l’Occidente e il mondo islamico useranno la loro influenza sule varie parti in conflitto per ottenere un migliore accesso dei civili all’assistenza umanitaria</strong>; se saranno decise strategie politiche e di sicurezza che non compromettono l’aiuto umanitario; se sarà data p<strong>riorità a soluzioni non militari</strong> e sostenibili del conflitto e della crisi umanitaria, assicurando in particolare che un ampio settore della popolazione somala sia coinvolta nel processo di sviluppo delle stesse soluzioni. </p>
<p> Scarica il report in inglese <a href="https://webmail.ucodep.org/owa/redir.aspx?C=177c946192d3463fb77eb67cd1aae952&amp;URL=http%3a%2f%2fwww.oxfamitalia.org%2fwp-content%2fuploads%2f2012%2f02%2fbn-shift-focus-somali-people-first-220212-en.pdf" target="_blank">Porre al centro dell’attenzione gli interessi della popolazione</a> <br />
 Oxfam Italia<br />
 Ufficio stampa: <a href="mailto:mariateresa.alvino@oxfamitalia.org">mariateresa.alvino@oxfamitalia.org</a> 348.9803541</p>
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		<title>Per la liberazione di Rossella Urru</title>
		<link>http://www.oxfamitalia.org/dal-mondo/per-la-liberazione-di-rossella-urru</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 15:04:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Pasquale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Oxfam Italia si unisce all'appello che chiede la liberazione immediata di Rossella Urru]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_10244" class="wp-caption alignleft" style="width: 290px"><img class="size-full wp-image-10244 " title="La cooperante italiana Rosella Urru" src="http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2012/02/Rossella-Urru-rapita_280xFree.jpg" alt="La cooperante italiana è da quattro mesi nelle mani dei suoi rapitori" width="280" height="215" /><p class="wp-caption-text">Rossella</p></div>
<p>Oxfam Italia si unisce all&#8217;appello che chiede la liberazione immediata di Rossella Urru.</p>
<p>La cooperante italiana Rossella Urru e i suoi due colleghi spagnoli sono stati rapiti la notte tra il <strong>22 e il 23 ottobre 2011 </strong>nel sud dell&#8217;<strong>Algeria</strong>. Rossella è coordinatrice per il <strong>Cisp</strong> (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) dei progetti nei campi dei rifugiati Saharawi.</p>
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		<title>Maya Sansa in Zambia per The Circle</title>
		<link>http://www.oxfamitalia.org/primo-piano/maya-sansa-in-zambia-per-the-circle</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 12:16:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Pasquale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dai progetti]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Il viaggio in Zambia dell'attrice Maya Sansa pubblicato da Marie Claire, un evento parte di The Circle]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9980" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-9980  " title="Un momento della cena di The Circle tenutasi a Milano lo scorso dicembre. Credits: Ilaria Lenzi" src="http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2012/02/IMG_62571-300x195.jpg" alt="Un momento della cena di The Circle tenutasi a dicembre. Credits: Ilaria Lenzi" width="300" height="195" /><p class="wp-caption-text">The Circle</p></div>
<p>Sul numero di marzo del mensile <strong>Marie Claire</strong>, in edicola dal 16 febbraio 2012, trovate il <a href="http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2012/02/MC_03-12.pdf" target="_blank">servizio sul viaggio in Zambia dell&#8217;attrice Maya Sansa</a>, un evento parte dell&#8217;iniziativa <a href="http://www.oxfamitalia.org/the-circle/the-circle">The Circle</a> promossa da Oxfam.</p>
<p>Qui potete vedere anche un piccolo <a href="http://www.marieclaire.it/Attualita/Video-reportage-Maya-Sansa-in-Zambia-con-The-Circle-di-Oxfam" target="_blank">video realizzato da Marie Claire</a></p>
<p>&#8220;Centinaia di chilometri in jeep attraverso la savana, la scoperta che in Zambia anche l&#8217;acqua e&#8217; una questione femminista: perche&#8217; sono i maschi che decidono, dove scavare i pozzi&#8221;. (Da corriere.it)</p>
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		<title>La voce delle comunità beduine</title>
		<link>http://www.oxfamitalia.org/primo-piano/la-voce-delle-comunita-beduine</link>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 10:15:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Pasquale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dai progetti]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nostro lavoro a fianco delle comunità beduine più vulnerabili nei Territori Occupati Palestinesi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9891" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-9891 " title="Ai palestinesi nell'area C è proibito costruire infrastrutture permanenti. Credits: Valentina Lanzilli" src="http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2012/02/PAL_12_P_CO_VL_002-300x225.jpg" alt="Ai palestinesi è proibito costruire infrastrutture permanenti. Credits: Valentina Lanzilli" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Una casa?</p></div>
<p>Un aggiornamento dal campo, a cura di <strong>Valentina Lanzilli</strong>, che sottolinea la grave situazione in cui versano le <strong>comunità beduine in Palestina</strong>, che Oxfam Italia sta aiutando.</p>
<hr style="height: 2px;" size="2" />
<p><strong>Lotta per la terra, l&#8217;acqua e il futuro</strong></p>
<p>L’amministrazione civile israeliana (ICA), entità governativa che amministra l’area C, ha presentato un piano per ricollocare tutte le comunità beduine attualmente presenti in West Bank. <strong>Circa l’80% delle persone che abitano in quest’area sono rifugiati palestinesi</strong>, cacciati dalle loro terre d’origine, nel deserto del Negev, dopo la nascita dello stato d’Israele nel 1948. <strong>Le comunità beduine sono dipendenti dalle risorse naturali, come la terra e l’acqua, </strong>indispensabile mezzo di sussistenza per queste persone che vivono di allevamento e agricoltura. Per questo motivo una volta costretti a uscire dal Negev si sono ricollocati nelle grandi aree della Jordan Valley, terra fertile ricca di risorse naturali e spazi incoltivati, diventata strategica per l’espansione degli insediamenti. Anche se i confini delineati dopo il 1967 riconoscevano questo luogo come territorio palestinese, questa zona è stata classificata come Area C, ovvero sotto totale controllo militare e civile israeliano. <strong>Oggi i beduini che vivono in Area C sono le comunità più vulnerabili dei Territori Occupati Palestinesi</strong> <strong>e sono costantemente minacciati dai coloni e dalla vicinanza con le aree militari</strong>; sono circa 135 gli insediamenti già presenti e più di 100 gli outposts israeliani, entrambi illegali per la legge internazionale. <strong>Ai palestinesi è proibito costruire qualsiasi infrastruttura permanente, incluse case, scuole, reti idriche.</strong> Allo stesso tempo, Israele continua con la costruzione di insediamenti equipaggiati di ospedali, scuole, negozi. <strong>I piani del governo israeliano prevedono di iniziare con il dislocamento delle comunità beduine a partire dai primi mesi del 2012</strong>, e tutte le comunità interessate si sono dichiarate contrarie nei confronti di questo <strong>progetto che riguarderebbe inizialmente circa 2.000 persone</strong> appartenenti a venti comunità residenti nella cosiddetta area E1, che circonda l’insediamento di Ma’ale Addumim, il più grande della West Bank, con oltre 25.000 coloni residenti. La zona è comunemente indicata come “periferia di Gerusalemme” ed è collocata tra Gerusalemme e Jericho. La volontà di Israele è quella di sottrarre definitivamente l’area E1 dalla West Bank per annetterla allo stato d’Israele includendola nel percorso del muro già pianificato. <strong>Sempre secondo i piani del governo israeliano, queste venti comunità sarebbero ricollocate di fianco alla discarica municipale di El Eizariya</strong>, un villaggio palestinese molto vicino a Gerusalemme. Anche El Eizariya si trova in Area C, ma nel lato palestinese del percorso del muro.</p>
<hr style="height: 2px;" size="2" />
<p>Tra le ingiustizie quotidiane e le difficili condizioni di vita <strong>le persone che vivono in queste venti comunità</strong>, che fino a qualche anno riuscivano senza alcun problema a provvedere alla loro sussistenza, <strong>oggi sfiorano la soglia della povertà</strong>. A causa delle restrizioni di accesso all’acqua e alla terra imposte da Israele, <strong>non riescono più a sfamare i propri animali</strong>, che rappresentano la loro fonte di reddito primaria. <strong>Gli animali vengono dunque nutriti con mangime, che ha raggiunto costi molto elevati</strong> e per questo molti sono stati costretti a vendere la maggior parte del loro bestiame, che per le comunità beduine significa perdere tutto: fonte di reddito, cibo e certezze per il futuro.</p>
<hr style="height: 2px;" size="2" />
<h3>Il progetto di Oxfam Italia</h3>
<p>Con il supporto dell’Unione Europea, <strong>Oxfam Italia sta lavorando su un progetto che mira a ridurre la situazione di povertà attraverso strategie di sviluppo sostenibile e partecipazione attiva di queste venti comunità nei processi decisionali.</strong> Nei prossimi due anni il progetto “<em>Bedouin Communities in Jerusalem District: from isolation to better representativeness and socio-economic empowerment</em>”, <strong>aiuterà queste comunità attraverso corsi di apprendimento professionale e supporto al collocamento nel mondo del lavoro</strong>, nell’ottica di <strong>differenziare le fonti di reddito tenendo vive le tradizioni</strong>. Una parte del progetto infatti offrirà <strong>supporto alle donne per produrre yoghurt e formaggi di alta qualità</strong>, <strong>tappeti intrecciati, gioielli e altri oggetti fatti a mano</strong> che possano essere venduti nel mercato locale o attraverso il commercio equo-solidale. Altro obiettivo specifico quello di <strong>consolidare la rappresentatività delle comunità, che devono essere pronte a parlare un’unica voce per lottare a favore dei propri diritti sociali ed economici</strong>. Infine il progetto prevede la creazione di postazioni internet, per dare l’opportunità alle comunità di stare in contatto tra di loro e con il mondo esterno.</p>
<p>Vuoi saperne di più? Leggi <a href="http://www.oxfamitalia.org/dal-campo/abu-raed-la-voce-della-comunita-beduina">la testimonianza di Abu Raed</a></p>
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		<title>Abu Raed, la voce della comunità beduina</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 10:13:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Pasquale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Voci dal campo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla testimonianza di Abu Raed, sogni e speranze delle donne e uomini beduini nei Territori Occupati Palestinesi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9890" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-9890 " title="Abu Raed ci racconta come sia difficile la vita nelle comunità beduine nei Territori Occupati Palestinesi. Credits: Valentina Lanzilli" src="http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2012/02/PAL_12_A_PM_VL_004-300x225.jpg" alt="Abu Raed ci racconta come sia difficile la vita nelle comunità beduine nei Territori Occupati Palestinesi. Credits: Valentina Lanzilli" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Abu Raed</p></div>
<p><strong>Valentina Lanzilli</strong> ha raccolto per voi la testimonianza di <strong>Abu Raed</strong>, che racconta le difficoltà a cui vanno incontro l<strong>e comunità beduine nell&#8217;area C</strong> &#8211; sotto controllo delle autorità militari e civili israeliane &#8211; aspettando l&#8217;espulsione anche da questa terra. (Mihtawish Community &#8211; Khan Al Ahmar, E1, Area C)</p>
<hr style="height: 2px;" size="2" />
<p>Un pacchetto di sigarette Imperial e un vecchio portacenere in vetro che cattura e riflette la luce proveniente dalle finestre ricavate nella capanna d’alluminio. Nell’unica grande sala, ricoperta da tappeti rossi, ci attende <strong>Abu Raed</strong>, che seduto per terra fuma una sigaretta. <strong>Siamo tra Gerusalemme e Jericho</strong>, un’area della Jordan Valley tecnicamente conosciuta come E1, nella <strong>comunità beduina di Mihtawish</strong>, una delle tante del villaggio di Khan Al Ahmar, sul quale come un macigno<strong> da ormai dieci anni pende la minaccia di spostamento forzato</strong>. Una piccola comunità composta da quindici famiglie, tutte legate alla pastorizia e alla produzione di latte e carne. <strong>Niente acqua potabile, niente elettricità, nessuna fognatura</strong>. <strong>Vivono qua dal 1952, anno in cui sono stati cacciati da Be’er Sheva, nel deserto del Negev</strong>,<strong> per arrivare in questo luogo, dove attendono di essere espulsi nuovamente.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<hr style="height: 2px;" size="2" />
<p><strong>Abu Raed</strong>, il mukhtar di Mihtawish, <strong>aveva ereditato da suo padre circa trecento tra capre e pecore</strong>, che per tanti anni sono state il mezzo di una sussistenza più che dignitosa. <strong>Oggi sono rimasti solo sedici animali</strong>. Abu Raed <strong>è stato costretto a venderli a causa delle restrizioni arrivate da Israele</strong>, come la mancanza dell’acqua, l’aumento del costo del mangime e soprattutto la <strong>sottrazione delle terre sulle quali pascolare</strong>, incluse nella parte israeliana attraverso il muro di separazione.</p>
<hr style="height: 2px;" size="2" />
<p><strong>Um Raed, sua moglie, è molto felice del progetto di Oxfam Italia</strong>. <strong>Le donne della comunità</strong> sono tutte molto attive e creative, ma <strong>necessitano di un supporto per poter dare il via ad eventuali attività</strong> che non siano quelle strettamente legate alla pastorizia. <strong>A loro piacerebbe molto produrre gioielli e tappeti</strong>, che potrebbero vendere ai turisti oppure attraverso le reti di commercio solidale. <strong>Sarebbe una buona occasione per mantenere vive le loro tradizioni in un momento di totale incertezza nel futuro</strong>.</p>
<hr style="height: 2px;" size="2" />
<p><strong>Alle ragazze invece piacerebbe fare un corso da parrucchiera, che potrebbe diventare un lavoro,</strong> soprattutto nei periodi dei matrimoni, in estate. Ma questi sono solo sogni, <strong>purtroppo la realtà è molto più amara</strong>, ricca di paura e incertezza. Quasi ogni giorno i coloni del vicino insediamento di Ma’ale Adummim, uno dei più grandi della West Bank, fanno incursione nel loro villaggio per verificare che niente di nuovo sia stato costruito. Qualsiasi nuova costruzione sarebbe considerata illegale e prontamente demolita. “<strong>Le incursioni dei coloni sono spesso violente, e ultimamente hanno rubato tutto il legno</strong> che avevamo conservato per costruire un piccolo asilo per i nostri bambini. Hanno detto che noi siamo liberi di costruirlo, ma fuori dall’area C” – ci racconta Abu Raed.</p>
<hr style="height: 2px;" size="2" />
<p><strong>Il progetto del governo israeliano è di spostarli nella zona di Al’ Eizariya</strong>, ma la risposta della comunità è unanime; abitano questa terra da sessant’anni e vogliono rimanere qua oppure se devono essere spostati vogliono tornare nella loro terra originaria, nel deserto del Negev. <strong>L’altra piaga rimane quella della disoccupazione</strong>. Mohamed, il figlio del mukhtar, ha studiato nella scuola dell’Unrwa, situata all’interno al campo profughi di Qualandya ed è diventato un meccanico, ma <strong>trovare lavoro in territorio palestinese è molto difficile, e in quello israeliano l’accesso è vietato</strong>. Anche lui sogna una vita diversa.</p>
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