Insieme per vincere la povertà.

800.99.13.99

Formaggi d’oro per gli allevatori palestinesi

Preparazione del formaggio, Palestina. Credits Alberto Conti/OxfamItalia

Preparazione del formaggio, Tubas

La produzione di formaggio italiano ha saputo dar fama ad una cittadina,Tubas, e ad una delle sue aziende casearie modello, già da qualche anno in attività.

Situata a nord-est di Nablus, nel Nord della Palestina, abitata per la maggior parte da allevatori e contadini, Tubas, in passato, non suscitava grande interesse tra la popolazione locale, ed era completamente sconosciuta al di fuori della Palestina.“L’idea di portare il pecorino a Tubas naque 3 anni fa” racconta il Dott. Marie Shawahina, direttore e coordinatore del PLDC, il Palestinian Livestock Development Center.
All’inizio molto scettico all’idea di produrre un formaggio così nuovo, il Dott. Marie, decise comunque di seguire il fiuto di Stefano Baldini, l’allora responsabile locale dell’ONG Italiana UCODEP, che si occupa di aiutare il PLDC. “I miei dubbi non mi bloccarono dal seguire il progetto” confessa il Dott. Marie, “e ora guardi siamo famosi come la città che fa il formaggio italiano, anche se in realtà il formaggio italiano è solo una minima parte del nostro progetto.


Siamo una cooperative di più di 420 allevatori, nata 4 anni fa, con soli 70 allevatori, stiamo crescendo a vista d’occhio, abbiamo laboratori, un’unità veterinaria mobile e un fondo comune per medicinali, un silos per il mangime degli animali, e un centro per l’inseminazione artificiale, l’unico in Palestina. Ciò che però ci sta portando fama è l’aver prodotto formaggio italiano”. Era l’inverno del 2007  quando il Dott. Marie venne scelto per seguire un training in Italia per imparare a fare il pecorino e la ricotta. Una volta tornato a Tubas insegnò ad altri due “formaggiari” l’arte di fare formaggio italiano. “Di training in Palestina ce ne sono a migliaia e di ONG che fanno training ce ne sono a centinaia, ma quello che mi importava era di poter mettere subito in pratica quello che avevo imparato producendo ricotta e pecorino”, spiega il Dott. Marie.


Dopo un anno di successo della ‘Golden Sheep’, la marca con il quale il pecorino e la ricotta vengono commercializzati, fu il turno della mozzarella. “Da Caserta, città del sud dell’italia, arrivò per un training Donato il mozzarellaro”, racconta Matteo Crosetti, anche lui con l’UCODEP, e da tre anni in Palestina con il compito di cercare nuovi sbocchi per il ‘formaggio italiano’. “Eravamo alla ricerca di un nuovo prodotto, anche visto il successo che ormai stavamo ottenendo con gli altri formaggi e anche per trovare un prodotto che desse continuità alla produzione dei formaggi. Bisognava trovare un prodotto che potesse essere venduto in quel periodo dell’anno quando c’è un picco in basso del latte di pecora e di capra”. Produrre la mozzarella è risultato più complicato. “Il primo giorno di produzione la pasta non filava, caratteristica principale della mozzarella.  Si scoprì, con un esame in laboratorio, che il latte prodotto dalle mucche palestinesi era diverso da quello italiano. Il contenuto di grassi era di gran lunga inferiore di quello italiano e mancava la caseina, ingredienti necessari a far filare la pasta”. Fortunatamente con un po’ di ingegno non fu difficile per il mozzarellaro Donato modificare la lavorazione del latte.  Maneggiando meno la pasta e tenendo il tutto più a lungo all’aria aperta si ottenne in Palestina la tanto attesa mozzarella. “Non tutte le mucche producono latte adatto a far filare la pasta” spiega Matteo. “Le mucche che esistono oggi giorno in prevalenza in Palestina, non hanno la possibilità di pascolo, ma gli viene dato prevalentemente nutrizione di granaglio, una nutrizione non adeguata che va direttamente a colpire e comunque a determinare la qualità del latte e quindi della mozzarella”. “Prima avevamo le mucche ‘baledi’, dalle caratteristiche molto più simili a quelle Italiane”, spiega il Dott. Marie, “ma dopo l’occupazione le autorità Israeliane hanno imposto che comprassimo da loro mucche frisone”, che producono molto più latte delle mucche ‘baledi’ (60 litri prodotti dalle mucche frisone contro i 20 litri delle mucche ‘baladi’).  L’abbondante latte delle mucche frisone sembra comunque non essere adatto alla produzione della mozzarella. Le mucche ‘baledi’, pur costando di meno, e meno soggette a malattie hanno  bisogno di ampi pascoli, che si sono via via assottigliati, anche per la  confisca di intere aree destinate a strade e colonie. Siamo dovuti passare da un allevamento allo stato brado a uno di natura intensiva”, commenta il Dott. Marie.
La mozzarella Palestinese non ha le stesse identiche caratteristiche di quella Italiana, la nutrizione definisce la qualità del latte, “ma è pur sempre meglio del mattone che viene prodotto dalla polvere di latte in commercio un po’ ovunque nell’area israelo-palestinese. Gli stranieri e i palestinesi che hanno avuto modo di assaggiare la mozzarella italiana capiscono la differenza tra quella prodotta con il latte in polvere e la ”Golden Sheep”, commenta Matteo. Mentre il pecorino viene prodotto prevalentemente in inverno,  la mozzarella e la ricotta,  avendo un problema  di scadenza  vengono  prodotte su ordinazione. I nostri grandi clienti sono gli alberghi e i ristoranti di Ramallah e Betlemme, dove il nostro prodotto viene richiesto con due o tre giorni di anticipo, il latte  viene ordinato dai nostri allevatori e la mozzarella prodotta è immediatamente distribuita”.  “A volte riceviamo ordini all’ultimo momento come è accaduto di recente, per una serata importante al consolato Americano, la mozzarella viene fatta in giornata e portata direttamente col taxi”, racconta Matteo. Per il pecorino e la scamorza il problema  è di stagionamento. “Al momento ci serviamo di  una stanza con condizionatore e un umidificatore per mantenere la temperatura costante, ma il problema a Tubas, come in gran parte della Palestina è che spesso viene a mancare la corrente, sopratutto d’estate e quando succede è capitato di dover buttare via tutto il formaggio perché la temperatura non era rimasta costante e sopratutto il livello di umidità era cambiato, facendo spaccare tutte le forme di pecorino… Abbiamo comprato un generatore e ora stiamo iniziando gli scavi per una cava. Questa permetterà di mantenere dei costi ragionevoli” continua Matteo.


“Gerusalemme e il formaggio sono un gran mal di stomaco” scherza. Le potenzialità sono molto alte. Ma qui i prodotti della Golden Sheep, fatti in Palestina, incontrano una nuova serie di problemi e vanno a competere con i formaggi Israeliani. Il Dott. Marie non ha il permesso di entrare a Gerusalemme da dieci anni, date le restrizioni imposte dalle Autorità Israeliane, e quindi non ha alcuna possibilità  di vendere i formaggi che produce. Il compito ricade su Matteo e sugli altri Italiani che ricevono piccole ordinazioni da altri internazionali, ma niente se si considerano le potenzialità del  mercato. “In breve”, spiega Matteo, “la vendita dei prodotti di Tubas non è permessa né a Gerusalemme né in Israele. Non avendo il prodotto in questione tutte le certificazioni richieste dal governo israeliano”. Per il rilascio delle certificazioni gli israeliani dovrebbero fare dei controlli diretti e venire in Palestina, ma questo potrebbe essere facilmente superabile, stabilendo dei parametri e attuare i successivi controlli come tutti i prodotti in importazione. Intanto a Tubas arrivano gruppi di turisti interessati ad, “un turismo solidale” dice Matteo “ma spesso anche i Palestinesi, spinti dalla curiosità, vengono per il fine settimana, per vedere come viene prodotta la  mozzarella e magari anche per assaggiarne un pezzetto appena fatto”.

Yasmine Perni
Questo articolo su “Golden Sheep” è stato pubblicato sul numero n.24 (Luglio/Agosto 2010 ) della rivista “Incontro Mediterraneo” edita a cura della comunita’ italiana in Egitto.

Aiuta gli allevatori palestinesi a uscire dalla povertà. Dai il tuo contributo.

Macbook Pro
* Intel Core i7 (3.8GHz, 6MB cache)
* Retina Display (2880 x 1880 px)
* NVIDIA GeForce GT 750M (Iris)
* 802.11ac Wi-Fi and Bluetooth 4.0
* Thunderbolt 2 (up to 20Gb/s)
* Faster All-Flash Storage (X1)
* Long Lasting Battery (9 hours)
HAITI
Sono 1,4 milioni le persone che hanno bisogno di aiuto umanitario in seguito al passaggio dell’uragano Matthew su Haiti, che ha lasciato dietro di sé morte e distruzione in un contesto già enormemente vulnerabile, in cui ancora oggi vi sono 60.000 sfollati dal terremoto del 2010. Migliaia di abitazioni sono andate distrutte, e in intere regioni i raccolti sono andati perduti; c’è un reale rischio di epidemie di colera e di casi di malnutrizione. Il nostro staff sta distribuendo kit igienico-sanitari, pasticche per la potabilizzazione dell’acqua e installando serbatoi di acqua pulita.
SIRIA
In Siria, centinaia di migliaia di persone vivono sotto la minaccia della violenza e delle bombe. Metà degli abitanti del paese sono fuggiti, e coloro che rimangono hanno disperato bisogno di aiuto. Più di 4.8 milioni di persone hanno trovato rifugio nei paesi limitrofi, come Giordania, Libano e Turchia. Tre quarti di loro sono donne e bambini. Il continuo arrivo di rifugiati preme drammaticamente sulle fragili infrastrutture ed economie di questi paesi: nel solo Libano, una persona su quattro è un rifugiato siriano, e la Turchia ospita più di 2.7 milioni di siriani, oltre a un quarto di rifugiati di altre nazionalità, più di ogni altro paese nel mondo. In Siria, Giordania e Libano, Oxfam aiuta più di 1.5 milioni di persone garantendo acqua potabile, servizi igienico sanitari e sostegno economico.
SUDAN
El Nino, aggravato dai cambiamenti climatici, sta spingendo alla fame e alla sete milioni di persone nel mondo. In Sudan 3,5 milioni di persone, di cui 250.000 in Darfur, sono stati colpiti dall’emergenza siccità. Oxfam lavorerà con le comunità pastorali e agro-pastorali più vulnerabili e i rifugiati provenienti dalle aree di conflitto al confine con il Sud Sudan, riabilitando pozzi e fornendo kit igienici e latrine nei campi per sfollati Nei territori meridionali dello stato del nord Darfur, dove si concentra il maggior numero di sfollati e comunità colpite dalla siccità, Oxfam riabiliterà 3 pozzi dotandoli di pompa manuale per fornire acqua potabile a circa 30.000 persone.
GAZA
Dopo nove anni di blocco israeliano, 1.8 milioni di palestinesi sono ancora intrappolati nella Striscia, e due anni dopo la guerra del 2014 la loro vita è peggiorata. I bisogni umanitari sono enormi: più di 100.000 persone non hanno più una casa, 75.000 sono sfollati, il 96% dell’acqua non è potabile e solo il 9.7% delle abitazioni è stato ricostruito. Oxfam sta aiutando 700.000 persone garantendo acqua potabile, servizi igienico sanitari e sostenendo l’economia locale, facendo pressione per la fine del blocco e perché venga fatta una pace duratura che garantisca sicurezza ai civili.
BACINO DEL LAGO CHAD
Quasi sette anni di violento conflitto che ha coinvolto le milizie di Boko Haram e l’esercito ha portato a una crisi umanitaria devastante nel bacino del Lago Chad, interessando Nigeria, Niger, Chad e Camerun. 2.6 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case e terre. Una crisi che riporta livelli allarmanti di violenze sessuali e violazioni dei diritti umani, che ha devastato le attività agricole e produttive, spingendo alla fame intere comunità. In alcune regioni da tre anni non vi sono raccolti e i prezzi degli alimenti sono alle stelle. 6.3 milioni di persone sono vittime di insicurezza alimentare, e mezzo milione di bambini sono gravemente malnutriti. Dal maggio 2014, Oxfam ha aiutato 268.000 persone; stiamo lavorando oggi in tre paesi, e pianifichiamo di raggiungere più di 1.5 milioni di persone per la fine del 2017. Distribuiamo cibo, acqua potabile, kit igienico sanitari, rifugi di emergenza, semi e attrezzi agricoli, promuovendo attività generatrici di reddito e prevenendo la trasmissione di malattie all’interno dei campi per sfollati.
SUD SUDAN
Dalla crisi politica del 2013, il Sud Sudan è precipitato in una spirale di violenza che sembra non avere fine. Più di 2.5 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case nel tentativo di salvarsi: 1.6 milioni di loro sono sfollati all’interno del paese, e più di 830.000 hanno cercato rifugio nei paesi vicini come Etiopia, Kenya, Sudan e Uganda. 4.8 milioni di persone hanno disperatamente bisogno di assistenza umanitaria. Dall’inizio della crisi, Oxfam ha portato aiuto a quasi 860.000 persone in otto stati, garantendo accesso ad acqua potabile, costruendo latrine e servizi igienici nei campi per sfollati, coordinando la distribuzione di cibo, provvedendo carburante e incentivando la creazione di fonti di reddito. Abbiamo lavorato a fianco di 350.000 contadini e produttori per aiutarli a migliorare la produzione agricola e ricostruire il proprio futuro. A Juba, abbiamo aiutato 20.000 persone a fronteggiare l’epidemia di colera somministrando acqua potabile e promuovendo pratiche igieniche.
ECUADOR
Il 18 aprile 2016 un terremoto di 7.8 gradi della scala Richter ha colpito l’Ecuador causando 670 morti, , più di 6.274 feriti, oltre 10.500 edifici distrutti colpendo quasi 750.000 persone. Oxfam ha iniziato fin da subito, in collaborazione con le istituzioni governative e le associazioni locali, le attività relative alla somministrazione di acqua potabile e l'installazione di strutture igieniche (docce e latrine) a beneficio delle persone ospitate nel rifugio vicino al vecchio aeroporto di Portoviejo, lavorando per riabilitare le condotte idriche in 5 municipalità e 8 comunità della provincia più colpita. Fino a oggi, abbiamo aiutato 75.000 persone in 30 comunità.
ITALIA
Tra gennaio e agosto 2016 più di 100.000 persone sono arrivate in Europa dal Mediterraneo, una delle rotte più pericolose al mondo. Purtroppo molto spesso, anche all’arrivo, queste stesse persone sono vittime di abusi e violazioni dei propri diritti. Oxfam lavora con i richiedenti asilo in Sicilia e in Toscana garantendo assistenza legale e psicologica, attraverso progetti di accoglienza diffusa che hanno come obiettivo quello della piena indipendenza e integrazione delle persone, nel rispetto dei loro diritti fondamentali.
ITALIA
Le scosse degli ultimi giorni in Centro Italia hanno pesantemente aggravato le condizioni della popolazione coinvolta nel terremoto del 24 agosto scorso, che ha causato 297 vittime e 4.013 sfollati, già ospitati nelle strutture allestite in Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo. Oggi siamo di fronte a ulteriori danni alle infrastrutture, alle strutture pubbliche, alle vie di comunicazione e al patrimonio culturale e a un aumento considerevole del numero di sfollati. Oxfam Italia si è attivata nei giorni immediatamente successivi al sisma di agosto insieme alle organizzazioni sul territorio per valutare i bisogni prioritari non ancora coperti, in linea con la propria missione e visione. Il nostro intervento, allora come oggi, si focalizza sull'assistenza psicologica comunitaria alle vittime, attraverso il sostegno e la collaborazione con il partner GUS (Gruppo Umana Solidarietà), offrendo un aiuto personalizzato in base alle singole esigenze, con una media di 30 interventi realizzati e 20 utenti raggiunti ogni settimana.
IRAQ
La situazione in Iraq si sta facendo sempre più grave. Più di 10 milioni di persone – metà delle quali bambini – hanno bisogno di assistenza umanitaria, mentre 3.4 milioni sono sfollati. Dal marzo di quest’anno le operazioni militari hanno causato la fuga di quasi 150 mila profughi lungo il cosiddetto “corridoio di Mosul” e oggi centinaia di migliaia di civili rischiano di essere intrappolati durante l’offensiva in corso per riprendere la città dall’ISIS, che rischia di creare più di un milione di profughi. Oxfam lavora in più di 50 villaggi lungo il governatorato di Diyala; recentemente ha incrementato le proprie attività lungo il corridoio di Mosul, nei governatorati di Salah Al-Din e Ninewa. Lavoriamo inoltre a Qayyarat, 80 km a sud di Mosul, una zona strategica tra due territori controllati dall’ISIS, garantendo acqua, servizi igienici, coperte e rifugi. Durante l’offensiva verso Mosul prevediamo di aiutare 60.000 persone.
YEMEN
Dal marzo 2015, violenze e raid aerei hanno spinto 3.1 milioni di persone ad abbandonare le proprie case; 21 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, e 14.1 milioni non possono permettersi abbastanza cibo. Dai primi di agosto, dopo un periodo di trattative e parziale cessate il fuoco, le violenze sono ricominciate; i prezzi del cibo sono alle stelle e sono milioni i bambini che rischiano letteralmente di morire di fame. Oxfam ha aiutato a oggi più di 900.000 persone portando acqua, buoni pasto, aiuti in denaro e kit igienico sanitari.