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contro l’ingiustizia della povertà nel mondo

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La voce delle comunità beduine

Ai palestinesi è proibito costruire infrastrutture permanenti. Credits: Valentina Lanzilli

Una casa?

Un aggiornamento dal campo, a cura di Valentina Lanzilli, che sottolinea la grave situazione in cui versano le comunità beduine in Palestina, che Oxfam Italia sta aiutando.


Lotta per la terra, l’acqua e il futuro

L’amministrazione civile israeliana (ICA), entità governativa che amministra l’area C, ha presentato un piano per ricollocare tutte le comunità beduine attualmente presenti in West Bank. Circa l’80% delle persone che abitano in quest’area sono rifugiati palestinesi, cacciati dalle loro terre d’origine, nel deserto del Negev, dopo la nascita dello stato d’Israele nel 1948. Le comunità beduine sono dipendenti dalle risorse naturali, come la terra e l’acqua, indispensabile mezzo di sussistenza per queste persone che vivono di allevamento e agricoltura. Per questo motivo una volta costretti a uscire dal Negev si sono ricollocati nelle grandi aree della Jordan Valley, terra fertile ricca di risorse naturali e spazi incoltivati, diventata strategica per l’espansione degli insediamenti. Anche se i confini delineati dopo il 1967 riconoscevano questo luogo come territorio palestinese, questa zona è stata classificata come Area C, ovvero sotto totale controllo militare e civile israeliano. Oggi i beduini che vivono in Area C sono le comunità più vulnerabili dei Territori Occupati Palestinesi e sono costantemente minacciati dai coloni e dalla vicinanza con le aree militari; sono circa 135 gli insediamenti già presenti e più di 100 gli outposts israeliani, entrambi illegali per la legge internazionale. Ai palestinesi è proibito costruire qualsiasi infrastruttura permanente, incluse case, scuole, reti idriche. Allo stesso tempo, Israele continua con la costruzione di insediamenti equipaggiati di ospedali, scuole, negozi. I piani del governo israeliano prevedono di iniziare con il dislocamento delle comunità beduine a partire dai primi mesi del 2012, e tutte le comunità interessate si sono dichiarate contrarie nei confronti di questo progetto che riguarderebbe inizialmente circa 2.000 persone appartenenti a venti comunità residenti nella cosiddetta area E1, che circonda l’insediamento di Ma’ale Addumim, il più grande della West Bank, con oltre 25.000 coloni residenti. La zona è comunemente indicata come “periferia di Gerusalemme” ed è collocata tra Gerusalemme e Jericho. La volontà di Israele è quella di sottrarre definitivamente l’area E1 dalla West Bank per annetterla allo stato d’Israele includendola nel percorso del muro già pianificato. Sempre secondo i piani del governo israeliano, queste venti comunità sarebbero ricollocate di fianco alla discarica municipale di El Eizariya, un villaggio palestinese molto vicino a Gerusalemme. Anche El Eizariya si trova in Area C, ma nel lato palestinese del percorso del muro.


Tra le ingiustizie quotidiane e le difficili condizioni di vita le persone che vivono in queste venti comunità, che fino a qualche anno riuscivano senza alcun problema a provvedere alla loro sussistenza, oggi sfiorano la soglia della povertà. A causa delle restrizioni di accesso all’acqua e alla terra imposte da Israele, non riescono più a sfamare i propri animali, che rappresentano la loro fonte di reddito primaria. Gli animali vengono dunque nutriti con mangime, che ha raggiunto costi molto elevati e per questo molti sono stati costretti a vendere la maggior parte del loro bestiame, che per le comunità beduine significa perdere tutto: fonte di reddito, cibo e certezze per il futuro.


Il progetto di Oxfam Italia

Con il supporto dell’Unione Europea, Oxfam Italia sta lavorando su un progetto che mira a ridurre la situazione di povertà attraverso strategie di sviluppo sostenibile e partecipazione attiva di queste venti comunità nei processi decisionali. Nei prossimi due anni il progetto “Bedouin Communities in Jerusalem District: from isolation to better representativeness and socio-economic empowerment”, aiuterà queste comunità attraverso corsi di apprendimento professionale e supporto al collocamento nel mondo del lavoro, nell’ottica di differenziare le fonti di reddito tenendo vive le tradizioni. Una parte del progetto infatti offrirà supporto alle donne per produrre yoghurt e formaggi di alta qualità, tappeti intrecciati, gioielli e altri oggetti fatti a mano che possano essere venduti nel mercato locale o attraverso il commercio equo-solidale. Altro obiettivo specifico quello di consolidare la rappresentatività delle comunità, che devono essere pronte a parlare un’unica voce per lottare a favore dei propri diritti sociali ed economici. Infine il progetto prevede la creazione di postazioni internet, per dare l’opportunità alle comunità di stare in contatto tra di loro e con il mondo esterno.

Vuoi saperne di più? Leggi la testimonianza di Abu Raed