Bambini-in-Serbia

Il racconto di un operatore Oxfam durante una missione per impostare la risposta umanitaria ai migranti in fuga lungo la rotta balcanica.
“Il giorno dopo partiamo all’alba per raggiungere il confine con l’Ungheria dove inizierà il vero e proprio assessment di Oxfam. Qui, prima della definitiva chiusura del confine il 15 settembre, una media di 4mila persone cercava di entrare in area Schengen. A Subotica e Kanjiža incontriamo tanta sofferenza, ma anche tanta umanità, tanta speranza e voglia di cercare un futuro migliore. Sono tutte persone che scappano da guerre, che hanno rischiato la vita, che non hanno più speranza nel proprio paese, che sono disposte a tutto. Meglio rischiare la vita da solo o con la famiglia, che rischiare di morire senza speranza nel proprio paese. Appena arrivati a Subotica, ci uniamo alla distribuzione di kit alimentari che fa la Croce Rossa serba. Qui incontriamo Saikeh e Amini. Sono lì con i loro tre figli piccoli di 3, 6 e 10 anni. Arrivano da una città vicina a Kabul. Dopo un mese di viaggio sono arrivati in Serbia. Ci raccontano di come hanno rischiato di morire in Turchia. Stipati su una barca di 8 metri insieme ad altre 50 persone, sono affondati quasi subito. Per fortuna la guardia costiera greca è riuscita a salvarli. Si legge il terrore negli occhi di Amini mentre ci racconta l’episodio. Gli chiedo cosa facevano in Afghanistan. Lui era ingegnere elettronico ed insegnava all’università, lei era ostetrica”