Crollano i fondi per l’aiuto pubblico allo sviluppo

Crolla l’aiuto italiano ai paesi poveri

L’Italia si allontana dagli obiettivi di aiuto pubblico allo sviluppo

È l’allarme che lanciamo oggi in nuovo rapporto “Cooperazione Italia, un’occasione sfumata redatto insieme a Openpolis.

Siamo di fronte ad un calo ancora più drastico, rispetto a quello che noi, come molti osservatori avevamo previsto a gennaio, dopo l’approvazione dell’ultimo Documento di economia e finanza.

Dopo anni di aumento constante dal 2012 del volume di aiuto pubblico, nel 2017 l’Italia aveva raggiunto lo stanziamento dello 0.30% in rapporto al nostro reddito nazionale lordo. Stando a quanto previsto dal Governo Gentiloni nell’approvazione della legge di bilancio 2018, sarebbero dovuti essere erogati 5,02 miliardi di euro, pari allo 0,28%. Ma i dati Ocse ci raccontano una storia diversa: lo stanziamento italiano in aiuto pubblico l’anno scorso nel nostro paese si è fermato a 4,2 miliardi.

1 miliardo di euro destinato all’accoglienza migranti?

Il report pone un’importante questione rispetto all’effettivo utilizzo dei fondi destinati al Ministero dell’Interno nel 2018 per l’accoglienza migranti (compreso nel computo dell’aps): mancherebbe all’appello 1 miliardo di euro come differenza tra gli importi destinati per il 2018 al Ministero dell’Interno per l’accoglienza migranti e quelli rendicontati dall’Ocse.

Nonostante infatti, il numero degli sbarchi di migranti sulle coste italiane sia drasticamente calato, gli stanziamenti al Ministero dell’Interno per l’accoglienza nel 2018 sono rimasti alti, senza che per questo i fondi fossero riallocati, ad esempio, ad aiuti alla cooperazione allo sviluppo nei Paesi poveri e di origine dei flussi.

Né tantomeno ad un miglioramento dell’accoglienza sul nostro territorio, visti i recenti tagli al sistema di accoglienza, che stanno aumentando “l’insicurezza” per migliaia di richiedenti asilo vulnerabili, fuggiti nel nostro Paese, per trovare scampo a guerre, persecuzioni e miseria, oltre a costare migliaia di posti di lavoro, soprattutto per i tanti giovani impegnati nell’accoglienza.

Cosa chiediamo al Governo italiano?

Dove sono stati allocati i fondi destinati al Ministero dell’Interno per l’accoglienza dei migranti nel 2018 e perché non sono stati usati per altri settori della cooperazione, ossia per lo scopo per il quale erano stati stanziati?

Perché nella legge di bilancio 2019 si è comunque deciso di destinare al Ministero dell’Interno, in ambito di cooperazione, quasi 1,7 miliardi di euro per l’accoglienza dei migranti? Ovvero un ammontare poco inferiore a quanto destinato dalla legge di bilancio 2017, quando il fenomeno era di ben altra entità?

Aiutiamoli a casa loro?

L'aiuto pubblico allo sviluppo aiuta a rompere il circolo vizioso della povertàLa riduzione degli arrivi di richiedenti asilo in Italia, poteva paradossalmente rappresentare, un’occasione per aumentare i fondi destinati bilateralmente ai paesi più poveri, come più volte dichiarato dal Governo.

Tutto ciò però non è accaduto. Al contrario nel 2018 il nostro Paese ha ridotto del 22% i fondi destinati ai Paesi meno sviluppati (Lcds) rispetto al 2017 e di ben 35,5% gli aiuti ai paesi dell’Africa subsahariana.

Mentre da un lato si decide di chiudere le frontiere ai migranti, dall’altro si riducono i fondi destinati a rompere il circolo vizioso della povertà e creare sviluppo nei Paesi più poveri, da cui molto spesso scappano i tanti disperati che continueranno a tentare di arrivare da noi, anche nei prossimi anni e decenni.

Il fenomeno migratorio resta ed è soprattutto un fenomeno epocale, che va governato con politiche serie ed efficaci soprattutto nel medio e lungo periodo.

Nel frattempo l’Italia è scesa al diciassettesimo posto tra i 29 Paesi donatori dell’Ocse, per il volume di aiuti stanziati nel 2018 ed è quella che ha tagliato la percentuale di fondi più alta, rispetto all’anno precedente. Di fronte a questo status quo, chiediamo prima di tutto quindi che il Governo mantenga le promesse fatte, in linea con gli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030, definita dalle Nazioni Unite

 

L’aiuto internazionale deperisce

Calano gli aiuti internazionali verso i paesi in via di sviluppo

Ancora oggi 821 milioni di persone soffrono la fame.In questo momento il 10% della popolazione mondiale vive in povertà estrema.

Gli ultimi dati OCSE mostrano come la spesa complessiva da parte dei 30 paesi membri nel 2018 sia scesa del 2,7% rispetto al 2017. Una riduzione, che solo in parte si giustifica con il taglio della spesa per l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo e che colpisce i paesi più poveri del pianeta.

L’anno scorso i paesi ricchi hanno destinato in media solo lo 0,31% del proprio reddito nazionale lordo (rnl) agli aiuti allo sviluppo, ossia quanto stanziato già nel 2017, ma ben al di sotto dell’obiettivo dello 0,7% fissato ormai 50 anni fa e raggiunto a oggi solo da Svezia, Norvegia, Regno Unito, Lussemburgo e Danimarca.

Il drastico calo degli aiuti ai più poveri e vulnerabili è desolante, perché in fondo non si sta facendo altro che voltare le spalle a chi lotta per la sopravvivenza.

Aiutiamoli a casa loro?

Diminuisce pericolosamente anche il volume dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) italiano, passando dai 5.858,03 milioni di dollari nel 2017 ai 4.900,1 milioni di dollari nel 2018, pari allo 0,23% del reddito nazionale lordo e in netto calo rispetto allo 0,30% del 2017. Si tratta di una riduzione drastica del 21,3%, che fa guadagnare all’Italia la maglia nera tra tutti i paesi OCSE.

Oggi ogni traguardo appare lontano e, soprattutto, rimane puro slogan quell’incitamento ad aiutare i più poveri a casa loro.

Dal 2012, per la prima volta quest’anno, si assiste a una riduzione degli aiuti internazionali in settori e paesi cruciali: meno 31,9% verso i paesi dell’Africa sub-sahariana (da 324, 8 milioni di dollari nel 2017 a 221,3 del 2018), meno 17,2% verso i paesi meno sviluppati (da 326,5 milioni di dollari nel 2017 a 270,5 nel 2018), meno 37,7% per i costi dei rifugiati, dovuto in gran parte alla diminuzione dei flussi migratori verso le coste italiane.

L’aiuto allo sviluppo e lotta alla disuguaglianza

Il report L’aiuto allo sviluppo ai tempi della disuguaglianza evidenzia come la povertà potrà essere sradicata, solo se nei prossimi anni saranno finanziati interventi che abbiano al centro strumenti concreti di riduzione delle disuguaglianze nei paesi in via di sviluppo.

Un obiettivo non rinviabile, che potrà essere raggiunto dai grandi donatori attraverso poche ma cruciali mosse chiave:

  1. Centrare il doppio obiettivo di riduzione della povertà e della disuguaglianza
  2. Non utilizzare gli aiuti per finanziare rischiosi partenariati pubblico-privati
  3. Mettere al primo posto i bisogni dei più poveri
  4. Evitare modalità di aiuto che aggravino la crisi del debito dei Paesi partner
  5. Mantenere la promessa di stanziamento dello 0,7% del Reddito Nazionale Lordo in aiuti
  6. Rafforzare le capacità dei Paesi partner
  7. Sostenere la spesa in servizi pubblici capaci di ridurre le disuguaglianze
  8. Rafforzare la creazione di sistemi fiscali progressivi nei Paesi in via di sviluppo
  9. Favorire la cittadinanza attiva
  10. Promuovere l’uguaglianza di genere

 

Calano le risorse destinate all’aiuto pubblico allo sviluppo

L’impegno italiano su cooperazione allo sviluppo e lotta alla povertà

Calano le risorse destinate all’aiuto pubblico allo sviluppo

Il nuovo dossier Cooperazione Italia, ritorno al passato, diffuso oggi da Openpolis e Oxfam illustra e spiega come le stime relative alle risorse che il governo intendeva destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo (aps) e dunque alla cooperazione internazionale sono completamente disattese, dalla legge di bilancio approvata il 30 dicembre scorso.

Nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza. che indica gli obiettivi della legge di bilancio presentata a settembre era infatti previsto, che il rapporto dell’aiuto pubblico con la ricchezza nazionale (aps/rnl) si sarebbe assestato allo 0,33% nel 2019, per poi crescere allo 0,36% nel 2020 e addirittura allo 0,40% nel 2021, mostrando la volontà di superare l’impegno intermedio dello 0,30% sottoscritto in sede Nazioni Unite e raggiunto nel 2017 con 3 anni di anticipo.

Promesse disattese nella nuova legge di bilancio

Con queste cifre, nel 2020 il rapporto aps/pil secondo alcune stime potrebbe calare allo 0,26 tornando a livelli inferiori al 2016.

Per il governo il tema della cooperazione non è tra quelli prioritari. Non si tratta solo di mancare gli obiettivi, effettivamente ambiziosi, che il governo si era posto con la nota di aggiornamento al Def, ma di un significativo calo dell’aps.

L’aiuto gonfiato e l’aiuto genuino

Dal 2012 al 2017 l’Italia ha destinato risorse sempre maggiori all’aps. Questo aumento  è stato in buona parte trainato dalla crescita della voce “rifugiati nel paese donatore”, quasi un terzo del totale dell’aiuto pubblico ancora nel 2017. Si tratta del cosiddetto “aiuto gonfiato”, quello destinato a coprire le spese per l’accoglienza dei rifugiati e per la cancellazione del debito e non a finanziare progetti di cooperazione. Denaro che non varca i confini dell’Italia e che non viene utilizzato per gli scopi propri dell’aiuto allo sviluppo: la lotta alla povertà e il raggiungimento degli obbiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’Agenda 2030.

La quota di aps bilaterale – ossia il flusso diretto di risorse che va da dall’Italia ai paesi in via di sviluppo – in cui vengono conteggiate tali risorse, è infatti cresciuta costantemente negli ultimi anni passando dal 22,8% nel 2012 a più del 50% nel 2017. Tenuto conto di questo elemento distorsivo, si vede che l’andamento dell’aps al netto dell’aiuto gonfiato, ovvero quello che può essere definito genuino o puro è crollato nel 2012 e ha ripreso a crescere in maniera molto graduale tornando sui valori iniziali solo nel 2015. In quegli stessi anni però cresceva parallelamente in maniera molto più sostenuta la spesa italiana per affrontare la crisi migratoria superando, nel 2016, l’aps puro o genuino.

Nonostante tra il 2017 e il 2018 lo sbarco di migranti in Italia sia calato di oltre l’80%, la legge di bilancio mantiene per il triennio 2019-2021 consistenti stanziamenti per la parte della cooperazione internazionale gestita dal ministero dell’interno: al Viminale infatti continueranno in media ad essere destinati 1,6 miliardi di euro all’anno.

La diminuzione di risorse destinate ai paesi in via di sviluppo significa sostanzialmente meno soldi per cibo e acqua, salute, istruzione di base che sono elementi determinanti per combattere la povertà.

Controllo delle frontiere e strumentalizzazione dell’aiuto allo sviluppo

È un dato di fatto che l’Unione europea, verso cui confluisce una parte dell’aps italiano, ha scelto di investire in maniera crescente nel controllo delle frontiere in Africa. Questo è avvenuto in particolare attraverso il Trust fund di emergenza per l’Africa istituito nel 2015 al vertice euro-africano de La Valletta e di cui l’Italia è il secondo contributore con 110 milioni di euro.

Con un budget di 4,1 miliardi di euro – provenienti per il 95% da risorse per lo sviluppo – il Trust Fund ha utilizzato un’ampia quota delle sue risorse, pari al 35%, per l’attività di controllo delle frontiere. Si tratta ancora una volta di una tendenza che rischia di produrre una distorsione delle finalità dell’aiuto allo sviluppo.

Per far sì che la cooperazione allo sviluppo continui a essere strumento di contrasto alle disuguaglianze e di giustizia sociale è necessario distinguere le politiche di cooperazione vere e proprie da quelle di controllo e gestione delle frontiere nei paesi di origine e transito delle rotte migratorie mediterranee.

Dall’analisi dei dati definitivi del DAC (il comitato sviluppo dell’ Ocse) per il 2017, oltre la metà dell’aps bilaterale nel 2017 è andato all’accoglienza dei rifugiati, mentre all’agricoltura – considerata priorità nelle strategie  della nostra cooperazione  – l’Italia ha destinato a solo l’1,7%;  non godono di finanziamenti significativi neanche istruzione  e sanità di base  che ricevono complessivamente poco più del 10%. Inoltre non risulta confermato l’impegno preso nei confronti dei paesi agli ultimi posti nei livelli di sviluppo (LDC): l’Italia è tra gli stati che donano meno a tali paesi, con un misero 0,06%, del proprio aiuto pubblico, percentuale lontanissima dallo 0,15% raccomandato dall’ONU ai paesi donatori.

Appello per non tornare indietro

Sulla base di questi dati, emerge la necessità di una rapida inversione di rotta e per questo facciamo a Governo e Parlamento le seguenti raccomandazioni:

  • La riprogrammazione delle risorse dell’aps in ambito triennale tale da garantire almeno il raggiungimento dello 0,30% nel 2020.
  • Rafforzare il coordinamento e la coerenza a livello interministeriale nella definizione di una strategia corrispondente a un uso appropriato delle risorse.
  • Garantire che le risorse progressivamente rese disponibili dalla diminuzione dei flussi migratori vengano utilizzate in modo efficace e coerente per gli obiettivi propri della cooperazione e dell’agenda 2030.
  • Aumentare le risorse da destinare ai paesi ultimi nella classifica dei tassi di sviluppo (ldcs) e garantire la coerenza tra obiettivi dichiarati, temi e paesi prioritari, risorse effettivamente allocate.

 

Cooperazione allo sviluppo, cosa finanziamo?

La condizione delle persone migranti che arrivano in Europa non sono migliorateUna nuova analisi con Openpolis fotografa l’impegno italiano su cooperazione allo sviluppo e lotta alla povertà.

I fondi per lo sviluppo sono in aumento?

Si, ma…. Negli ultimi anni molti dei paesi europei – Italia inclusa – dichiarano di aumentare le risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo. In effetti le cifre rendicontate registrano un aumento costante. Ma cosa finanziano effettivamente queste risorse? Raggiungono i paesi più poveri o no?

Dove vanno?

Da alcuni anni una quota crescente dei fondi rimane nei paesi ricchi, dove viene usata per gestire l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo. Questa quota di aiuto sta letteralmente esplodendo, ragione per cui i fondi sulla carta destinati a promuovere lo sviluppo di paesi poveri in realtà rimangono in Italia.

Un esempio? Se da un lato è giustificabile l’allocazione in quota di aiuto pubblico allo sviluppo di attività umanitarie nei paesi donatori come ad esempio il salvataggio in mare, non è corretta invece l’imputazione di spese per l’accoglienza o l’integrazione dei migranti che è giusto che afferiscano ad altri capitoli del bilancio statale.

 

L’aiuto gonfiato: le risorse che non vanno alla cooperazione

Nel 2016 il volume dell’aps mondiale ha superato 154 miliardi di euro, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente (+33% rispetto al 2011). Rispetto al 2015 l’Italia ha incrementato del 13% le risorse e nel 2016 arriva a destinare all’aps 4 miliardi e 476 milioni di euro. Con l’esplosione dei costi per i rifugiati, aumentano però in modo considerevole i soldi che rimangono nei paesi donatori, tra cui l’Italia, mentre diminuisce costantemente la quota di risorse che raggiunge i paesi più poveri.

In Italia?

Nel nostro paese l’impegno per la voce rifugiati è aumentato del 63,4% solo nell’ultimo anno, passando dai 960 milioni di euro del 2015 a 1 miliardo e 570 milioni del 2016. Nel 2015 costituiva il 24,3% dell’aps totale, per arrivare al 35% nel 2016.

Cosa chiediamo

Chiediamo al Governo italiano un graduale azzeramento delle risorse etichettabili come “aiuto gonfiato” cioè costituito da risorse che non finanziano progetti di cooperazione in senso stretto, oppure che non sono realmente addizionali. Questo tipo di aiuto mina i criteri di efficacia degli interventi e limita i possibili successi nella lotta alla povertà.  È necessario che l’aiuto italiano, non solo cresca quantitativamente, ma sia progressivamente composto esclusivamente di aiuto autentico.

Da dove vengono questi dati?

Da Il budget oscuro tra cooperazione e migrazione, seconda edizione di Cooperazione Italia, lavoro di analisi realizzato da Openpolis e Oxfam, che fa i conti dell’aiuto pubblico allo sviluppo italiano (aps), incrociando in questa edizione un altro capitolo della spesa pubblica, quello per l’emergenza migranti, come viene definito nel documento di economia e finanze (def) del 2017.

Aiuto pubblico allo sviluppo ancora insufficiente

Per una buona e sostenibile gestione dei flussi di rifugiati e migranti è necessario uscire dall’approccio dell’emergenza e incidere sulle cause profonde

Aiuto pubblico allo sviluppo ancora insufficiente

Rispetto all’impegno ormai pluridecennale di devolvere lo 0,7% del PIL in aiuto pubblico allo sviluppo, secondo gli ultimi dati OCSE, solo sei dei trenta Stati Membri  – precisamente Svezia, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca, Regno Unito e Germania – hanno mantenuto questa promessa.

L’Italia e la’iiuto pubblico allo sviluppo

L’Italia pur essendo ancora molto lontana da questo obiettivo, conferma però un trend positivo di crescita, sia in termini assoluti, che percentuali. Dai 4 miliardi di dollari del 2015 ai 4,85 miliardi del 2016, un aumento percentuale di più del 20% che consente al nostro paese di passare dallo 0,22 allo 0,26 della percentuale di APS in rapporto al PIL.

L’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati

Nel 2016 le risorse allocate dai paesi donatori, sia pure in crescita, non sono state tutte destinate alla lotta contro povertà e disuguaglianza, ma hanno coperto i costi dell’accoglienza dei rifugiati nei singoli paesi.

Francesco Petrelli, Senior Advisor su finanza per lo sviluppo: A fronte di un aumento complessivo dell’APS a livello globale, dato in sé positivo, è infatti preoccupante la tendenza – ormai dilagante tra i paesi donatori soprattutto europei – di etichettare come APS il denaro speso all’interno dei propri confini per finanziare le procedure di riconoscimento della protezione internazionale dei rifugiati”

Alcuni donatori stanno poi utilizzando queste risorse come merce di scambio nella negoziazione con Stati terzi – e i relativi regimi autoritari che spesso sono al Governo – al fine di rafforzare le misure di controllo delle frontiere e di contenimento dei flussi migratori. 

I costi per i rifugiati nel 2016 si attestano al 34% dell’intero APS italiano. In termini assoluti si passa da 983 milioni di dollari allocati nel 2015 ad oltre 1,66 miliardi del 2016, pari ad un incremento del 69%.

Per una buona e sostenibile gestione dei flussi di rifugiati e migranti è necessario uscire dall’approccio dell’emergenza e incidere sulle cause profonde: conflitti e guerra, ma anche povertà, fame, cambiamenti climatici che sono alla base del fenomeno delle migrazioni forzate.

Cosa chiediamo

Facciamo appello al Comitato Sviluppo dell’OCSE, affinché ridefinisca entro ottobre – così come stabilito – regole chiare, trasparenti e valide per tutti i paesi donatori sulle spese allocabili per la cooperazione e l’aiuto umanitario, non consentendo trucchi contabili o peggio usi inappropriati di queste risorse.

Aumenta l’aiuto pubblico allo sviluppo, ma non arriva ai paesi più poveri

Beneficiarie di un programma Oxfam in Sudafrica

Beneficiarie di un programma Oxfam in Sudafrica

I dati del 2015 sull’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) pubblicati oggi dall’OCSE mostrano che nel 2015 le risorse destinate all’APS ammontano a 131,6 miliardi di dollari, un incremento complessivo del 6,9% che si riduce ad un piccolo 1,7% al netto dei costi per l’accoglienza dei rifugiati contabilizzati da molti Paesi donatori, soprattutto in Europa, in quota APS.

L’Italia ha innalzato il suo contributo di APS in rapporto al PIL dallo 0,19% del 2014 allo 0,21% del 2015.  Un aumento che, al netto dell’inflazione e dei tassi di cambio, ammonta in termini assoluti a +568 milioni di dollari, pari a +14,2%.

 

“Se da un lato si può essere soddisfatti dell’aumento di contributi da parte dei Paesi Donatori, Italia inclusa, dall’altro è evidente che bisogna fare di più in un mondo dove ci sono ancora 900 milioni di persone che vivono in estrema povertà.dichiara Francesco Petrelli, Responsabile Relazioni Istituzionali di Oxfam Italia – L’aumento dell’aiuto pubblico italiano, che cresce dallo 0,19% allo 0,21% del rapporto APS/PIL, conferma l’inversione di tendenza positiva del nostro Paese, sebbene vi siano ancora molti ritardi da recuperare rispetto ad altri donatori. Auspichiamo che queste risorse, nel quadro nella nuova legge sulla cooperazione, siano sempre più concentrate per la realizzazione di programmi di sviluppo e lotta alla povertà sia nelle aree e nei Paesi che l’Italia ha indicato come prioritari (Africa Sub Sahariana e Mediterraneo) sia nei Paesi più poveri, agli ultimi posti delle classifiche di sviluppo (i cosiddetti LDC least devloped countries)”.

Aiuto pubblico allo sviluppo 2000-2015

Aiuto pubblico allo sviluppo 2000-2015

Da quarant’anni i Governi hanno promesso di allocare lo 0,7% del loro PIL per porre fine alla povertà e contrastare la disuguaglianza, tuttavia, a parte alcune eccezioni (Norvegia, Svezia, Lussemburgo, Danimarca, Paesi Bassi, Regno Unito) vi è ancora una chiara mancanza di volontà politica nel raggiungere questo obiettivo storico che era stato sottoscritto. Se questo trend non cambia, sarà quindi vanificato l’obiettivo di porre fine alla povertà estrema entro il 2030, come recentemente sancito dai Governi di tutto il mondo nella nuova Agenda per lo Sviluppo Sostenibile adottata lo scorso settembre dalle Nazioni Unite.

E’ preoccupante che una crescente quota dei fondi non raggiunge alcun Paese in via di sviluppo, ma resta all’interno dei confini dei Paesi donatori per far fronte alle spese di accoglienza dei rifugiati.-  continua Petrelli – Una tendenza che interessa soprattutto l’Europa, destando quindi ancora più preoccupazione essendo il primo donatore mondiale con lo 0,47% di APS rispetto al PIL continentale. Se da un lato è inderogabile il dovere dei Paesi di approdo di rispondere ai bisogni e proteggere i diritti dei rifugiati in arrivo sui loro territori, è altrettanto importante che ciò non vada a discapito degli aiuti da destinare per interventi nei Paesi più poveri”.

Complessivamente, circa 12 miliardi di dollari in quota APS sono stati destinati nel 2015 all’accoglienza dei rifugiati, una quota quasi doppia rispetto al 2014 (con un incidenza sull’APS in aumento dal 4,8% al 9,1%). In particolare colpisce il dato di alcuni Paesi del nord Europa, come Svezia, Paesi Bassi, Norvegia e Danimarca, tra i pochi Paesi Donatori ad aver raggiunto o superato il target dello 0,7% di PIL destinato all’APS, che stanno riservando una parte sempre più significativa per coprire le spese di accoglienza dei rifugiati nei loro Paesi (con percentuali rispettivamente del 33%, 22,8%, 15,5%). Se oggi questo trend non ha comunque impedito che, al netto di questi costi si registrasse comunque un piccolo aumento complessivo dell’APS, sono altrettanto evidenti le implicazioni in termini di riduzione dell’ammontare di risorse disponibili per programmi di lotta alla povertà nei Paesi in via di sviluppo. E’ alto Il rischio che si alimenti un circolo vizioso ed una politica poco lungimirante incapace di incidere sulle cause profonde che sono alla base degli ingenti flussi migratori degli ultimi anni.

L’Italia non è da meno in questo trend. Dagli 840 milioni di dollari del 2014 (21% APS/PIL), le risorse contabilizzate in quota APS e destinate all’accoglienza dei rifugiati nel 2015 sono state 982 milioni di dollari (25,5% APS/PIL).

E’ comprensibile e giusto che il nostro Paese, essendo in prima linea nell’accoglienza, reperisca risorse sufficienti a soddisfare le necessità di prima accoglienza, tuttavia ad oggi, anche in sede OCSE, mancano dei criteri chiari ed un adeguato livello di trasparenza su quali siano le spese allocabili sui fondi APS per tale emergenza. – conclude Petrelli – Se da un lato alcune spese per l’accoglienza dei rifugiati possono, nella fase di primo intervento, essere associabili all’aiuto umanitario ed essere quindi coerenti alle finalità dell’APS, non si può dire altrettanto per lo stanziamento di risorse per altri fini (es. politiche di integrazione, seconda accoglienza) che dovrebbero, invece, essere contabilizzate su altri capitoli di bilancio e non essere sottratte all’aiuto pubblico allo sviluppo. Se il Presidente del Consiglio Renzi intende mantener fede all’impegno di arrivare al G7 a presidenza italiana del 2017 presentando il nostro Paese come 4° donatore, è necessario che a questo aumento numerico corrisponda un effettivo rafforzamento degli interventi della cooperazione italiana nei Paesi in via di sviluppo”.