In Siria si muore: ma per chi fugge lungo la rotta balcanica vi sono abusi e violenze

Chi decide di fuggire lungo la rotta balcanica va incontro a violenza sistematica, brutalità e trattamenti illegali

Il rapporto sul respingimento di migranti e rifugiati alle frontiere europee

Denunciamo le brutalità da parte delle autorità in Serbia, Ungheria, Croazia, Bulgaria e Macedonia e chiediamo all’Unione Europea tutela dei diritti dei migranti.

Mentre in Siria si continua a morire, chi decide di fuggire lungo la rotta balcanica va incontro a violenza sistematica, brutalità e trattamenti illegali.  Lo raccontiamo in Un “gioco” pericoloso, il nuovo rapporto che diffondiamo oggi con il Belgrade Centre for Human Rights e il Macedonian Young Lawyers Association.

Le testimonianze parlano chiaro: in centinaia raccontano di essere stati picchiati, derubati e trattati in modo disumano per mano di poliziotti, guardie di frontiera o altre autorità pubbliche. Molti testimoniano di deportazioni vere e proprie, di funzionari che negano il diritto d’asilo a chi chiede protezione internazionale.

Quali sono le conseguenze di questi abusi?

Le azioni illegali messe in atto da chi dovrebbe far rispettare la legge generano un clima di paura e incertezza tra migranti e rifugiati e molti finiscono col mettersi nelle mani dei trafficanti per proseguire il viaggio in Europa, esponendosi a ulteriori violenze.

Come possiamo fermare questi abusi?

  • Chiediamo all’Unione Europea di garantire il rispetto e la difesa dei diritti umani e condannare i comportamenti violenti riassumendo il ruolo di guida morale e legale che le compete.
  • Chiediamo ai governi di Serbia, Croazia, Ungheria e Bulgaria di cessare immediatamente ogni genere di violazione dei diritti delle persone e di perseguire quanti commettano crimini contro migranti e rifugiati.
Le polizie di stato, preposte alla tutela dei diritti fondamentali, infliggono invece violenza e intimidazioni e negano l’accesso alle procedure d’asilo a coloro che arrivano in cerca protezione internazionale

Migranti: centinaia di giubbotti di salvataggio nelle capitali europee

Quattro grandi macchie arancioni disposte nel cuore di città simbolo per i bisogni dei migranti

Immigrazione: fortezza Europa schiaccia i più deboli

Un appello: il rispetto dei diritti umani per i 60.000 profughi oggi sul suolo europeo

Diario umanitario. Con i profughi lungo la rotta balcanica

Il Diario Umanitario di Anna Sambo, coordinatrice del nostro programma umanitario in Serbia e Macedonia

Il Cinema, i Balcani e Oxfam Italia

Balkan Florence Express 2017

Il Cinema, i Balcani e Oxfam Italia

Il cinema rappresenta una delle eccezioni alla marginalizzazione culturale e politica dei Balcani negli ultimi anni e costituisce uno dei pochi ambiti con cui la regione ottiene riconoscimenti all’estero” (Il mestiere del cinema nei Balcani, Luisa Chiodi, 2009).

Il Balkan Florence Express nasce nel 2012 grazie ad un contributo dell’Unione europea tramite il bando Prince. Oxfam Italia in partnership con Fondazione Sistema Toscana, il Festival dei Popoli, pAssaggi di Storia e con la collaborazione dei maggiori festival dell’area dei Balcani Occidentali.

Lo spirito che anima il Balkan Florence Express è quello di portare a Firenze e in Italia il miglior cinema di una regione che viene ricordata solo per le guerre degli anni novanta ed è ancora oggi poco conosciuta.

Oxfam Italia, presente da anni con progetti di cooperazione e sviluppo nei Balcani Occidentali e impegnata nell’emergenza migranti sia sulla cosiddetta rotta Balcanica che in altri paesi, ha deciso di creare e promuovere il Balkan Florence Express per contribuire a rimuovere gli stereotipi che ancora ricadono sui paesi balcanici e sui loro cittadini attraverso uno strumento che potesse coinvolgere un pubblico più ampio possibile: quello del cinema e della cultura. L’idea è quella di promuovere i progetti di cooperazione anche in Italia tramite progetti che possano ridisegnare un’idea di cittadinanza globale, attraverso cinema che parla del nuovo volto dei Balcani.

Il Cinema nei Balcani, ieri e oggi

Durante le guerre nei Balcani degli anni novanta fu il cinema a rompere l’isolamento politico-culturale dell’ex Jugoslavia.

Fra i film più conosciuti basta citare quelli premiati:

Il cinema dell’ex Yugoslavia ha continuato a crescere anche negli ultimi anni con nuovi registi e autori già conosciuti. Solo per citare alcuni esempi:

  • Class Enemy, capolavoro dello sloveno Rok Biček che ha vinto il Fedora alla Settimana della critica della Mostra del Cinema di Venezia 2013, distribuito in Italia dalla Tucker Film;
  • Klip, il film scandalo sulla gioventù belgradese, della giovanissima regista serba Maja Miloš che ha vinto il prestigioso Tiger Award all’International Film Festival di Amsterdan distribuito in Italia dal Kino;
  • Figlio di Nessuno, lo sconvolgente film del serbo Vuk Ršumović vincitore del Premio del Pubblico, Rarovideo e del Premio Fipresci Fedora alla Settimana della Critica della Mostra del Cinema di Venezia 2014 anche questo distribuito in Italia grazie a Cine Club Internazionale.

Senza contare il premio oscar bosniaco Danis Tanović che con i suoi ultimi due film – diversissimi – si è guadagnato un premio speciale della giuria e un’orso d’argento al Festival di Berlino con i documentario En Episode in the Life of an Iron Picker e con il film di finzione dedicato all’anniversario dell’attentato di Sarajevo Death in Sarajevo (presentato al BFE 2017).

Balkan Florence Express

Il Balkan Florence Express da 5 anni promuove cultura e suggestioni balcaniche a Firenze, in Toscana e in molte altre parti d’Italia. Il BFE è riuscito a fare rete con moltissime realtà culturali crescendo negli eventi e nelle collaborazioni anche con progetti educativi all’interno delle scuole fiorentine. Dal 2017 il BFE ha avviato un’importante collaborazione del prestigioso Trieste Film Festival.

Sono parte integrante del Balkan Florence Express i maggiori festival ed organizzazioni che si occupano di cinema dei Balcanica

Sarajevo Film Festival (Bosnia Erzegovina)
• Association Film Makers of Bosnia Erzegovina (Bosnia Erzegovina)
• PriFilmFestival (Kosovo)
Cinedays (Macedonia)
Restart (Croazia)
• Croatian National Cinema Archive (Croazia)
FreeZoneFestival (Serbia)
Crnogorska Kinoteka (Montenegro)

Artistic Committee

I film della programmazione del BFE sono stati scelti dall’Artistic Committee del Balkan Florence Express:

  • Sveva Fedeli, Fondazione Mediateca Toscana
  • Gabriele Rizza, giornalista
  • Carolina Mancini, giornalista
  • Marina Lalovic, giornalsta Radio 3 Mondo
  • Andrea Rossini, giornalista RAI
  • Federico Giulio Sicurella, ricercatore, Università di Milano-Bicocca e Roma Tor Vergata
  • Tijana Morača, ricercatrice, La Sapienza
  • Cecilia Ferrara, Simone Malavolti, Balkan Florence Express
  • Nicoletta Romeo, Fabrizio Grosoli, Trieste Film Festival

Un ringraziamento particolare ad Evelyn Denwald e SudTitle.

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Closed Borders – le donne intrappolate sulla rotta dei Balcani

Bloccate alle porte dell’Europa, a un passo dalla Germania e dagli altri paesi del nord verso il quale sono dirette. Ora che l’attenzione dei governi europei si è spostata verso nuovi fronti e guerre, le voci di molte donne, in viaggio da sole coi loro bambini lungo la rotta balcanica, non ci raggiungono più e restano escluse alle porte di un’Europa che ha scelto di chiudere le proprie frontiere. Leggi il nostro report  Closed_Borders,  le conseguenze della chiusura delle frontiere sui flussi migratori, con un focus su donne e bambini in Serbia e Macedonia.

Con la chiusura “ufficiale” del corridoio umanitario nei Balcani Occidentali, migliaia di persone in fuga da guerre e povertà sono rimaste intrappolate in Serbia, con l’unica speranza di raggiungere l’Europa attraverso le reti dei trafficanti.
A Belgrado abbiamo incontrato molte di queste donne migranti, ospitate nei centri di accoglienza e centri diurni sostenuti da noi e dai partner in Serbia. Con loro abbiamo organizzato attività ricreative, per ricreare una sorta di normalità in una situazione di transito, ma anche per condividere paure e speranze per un futuro molto incerto.
E i racconti sono diventati lettere, indirizzate ad altre donne e sorelle, anch’esse in viaggio o in procinto di partire, per affrontare il viaggio con coraggio e fiducia. Perché indietro non c’è più un posto sicuro dove vivere, si può solo andare avanti.

Vai all’articolo Dear Sister  leggi le lettere e le testimonianze delle donne rifugiate che hanno attraversato la Serbia e la Macedonia.

Diario umanitario. Con i profughi lungo la rotta balcanica

Šid, Serbia al confine con la Croazia

Da Belgrado, il diario umanitario di Anna Sambo, coordinatrice del nostro programma umanitario in Serbia e Macedonia sul campo insieme ad Angela Pinna, lead generation manager, per una missione di valutazione dei bisogni dei profughi che percorrono la rotta balcanica.


Io credo che sia solo passione per l’umano.
Si parla di quello che sta succedendo che hai visto ieri e mentre ne parli è’ già tutto cambiato. Corri! Corri!
Andiamo, seguiamo un bus, mi dice Angela. Parto da stasera.
Li stanno portando in un “centro”. In mezzo alla campagna. Al confine tra Serbia e Croazia. Ci sono stata anche io settimane fa in una giornata di sole quando tutto era diverso. Non ci ero ancora dentro così tanto. Ora fino al midollo. Sento tutto. E le lacrime di Angela mi ci riportano. Stasera la ascoltiamo: abbiamo visto quelle tende. Una grandissima, gelida. Piena di brandine e di scatoloni. “Vuol dire che si aspettano tante persone”.  “Non finirà così presto”.
Ma cosa è iniziato?
La selezione.

Da ieri selezionano i migranti: passano solo i siriani, gli iracheni e gli afghani. E passano solo quelli che sono già registrati in Grecia.
Gli altri? Fuori.
Ma dove vanno? E poi… Sono senza identità, penso.
Cosa ne faranno?
Il governo serbo dice che in un paio di giorni decideranno cosa farne.
Ma dovranno tornare a casa?
Cosa c’è di là? Cosa c’è “indietro”? Mi chiede Chiara.
C’è l’ISIS, che gli ha ucciso due figlie, un figlio, una moglie. Che ha costretto un ragazzo paraplegico a scappare sulle spalle di altri. C’è Dio testimone della cattiveria, ti raccontano. Ci sono persone pronte a vendere un fuggitivo in cambio di due barili e mezzo di petrolio. Ci sono città bellissime distrutte. Ci sono bombe.
Abbiamo perso tutto, dicono.
Abbiamo già fatto avanti e indietro.
E ora? Ancora?
E intanto arrivano notizie.
E sembra che la cattiveria stia vincendo. Paura che chiudano i confini.
Il bisogno è troppo grande.
Solo esserci può dare un senso a tutto questo.
Succede qualcosa che non ha ancora categorie che possano spiegarlo.
Che forma ha? Di cosa si tratta? Quali le parole?
Non le trovo. Non le trovo.
Stringere le loro mani.
Lasciare che ti guardino negli occhi.
Silenziosa intesa con chi è con te a vedere tutto questo.
Ecco il senso, la direzione.


19 novembre, notte
Domani cosa sarà?
Oggi pensavo che questo lavoro vuol dire decidere in fretta. Esserci subito.
Non c’è spazio per prendere tempo.
Domani è già oggi.

Porte chiuse e profughi bloccati lungo la rotta balcanica

Šid in Serbia al confine con la Croazia

A partire dal 20 novembre, molti paesi lungo la rotta balcanica – Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia – stanno permettendo l’ingresso solo a persone provenienti da Siria, Afghanistan o Iraq.  Al momento tutti i profughi di altre nazionalità che viaggiano verso l’Europa alla ricerca della sicurezza, si vedono l’ingresso negato. Questa decisione rischia di lasciare migliaia di persone bloccate lungo il percorso con davanti a sé un futuro incerto. Oxfam è molto preoccupata per il potenziale deterioramento della situazione umanitaria nel caso questa politica dovesse proseguire, specialmente per quanto riguarda persone che scappano da conflitti e persecuzioni in cerca di sicurezza. Oxfam si appella inoltre alle autorità locali e nazionali affinché permettano alle Organizzazioni Non Governative di poter raggiungere queste persone per assisterle.


Tutti i paesi devono rispettare i diritti dei profughi, in linea con i loro obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, trattenendosi dal respingere le persone e garantendo a tutti un’analisi su base individuale della propria richiesta d’asilo, senza prendere decisioni arbitrarie basate sulla nazionalità.

Siamo tutti in viaggio

Il racconto di un mese di permanenza al confine tra Serbia e Ungheria

Bambini siriani davanti al centro per migranti e rifugiati di Preševo, in Serbia

“Viaggio. Arrivo a Belgrado lunedì pomeriggio, ancora pieno di emozioni suscitate dal documentario “District Zero” sulla vita dei rifugiati nel campo di Zaatari che il giorno prima Oxfam ha presentato a EXPO Milano di fronte al Commissario Europeo Stylianidīs e alla Direttrice di Oxfam, Winnie Byanyima.

Siamo un team di due persone in Serbia, io e Francesca – la nostra esperta del programma WaSH (Acqua, salute e igiene) mentre il collega Vincent sta volando in Macedonia. Insieme a Danica, la collega del nostro partner serbo, andiamo subito a vedere la situazione delle centinaia di persone che vivono accampate nei giardini di fronte alla stazione degli autobus e alla vicina facoltà di economia. Cercando di mantenere la sensibilità e il rispetto necessario in queste situazioni, inizio a fare qualche foto. È impressionante notare come nel centro di una capitale europea ci sia questa pacifica coabitazione tra le centinaia di profughi accampati nei giardini e la vita quotidiana dei belgradesi che continua tranquillamente in questa nuova “normalità”.

Pochi istanti dopo vengo fermato da una signora che in serbo inizia a parlarmi molto animatamente. Nascondo subito la macchina fotografica nel timore di aver urtato le sensibilità di qualcuno. Invece Danica mi tranquillizza e mi dice che questa signora non ce l’ha con me. Lei, Maria, è arrabbiatissima con l’Ungheria che sta chiudendo la frontiera e tratta i profughi non come dovrebbero essere trattati. Maria mi racconta che lei è di Pola (Istria – ora Croazia) e 20 anni fa è venuta in Serbia come rifugiata. È stata accolta calorosamente, così come i serbi stanno facendo ora con i rifugiati dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan. Se potesse li porterebbe tutti a casa sua. Poi, prima di salutarci, mi domanda: “Come è possibile che l’Unione Europea permetta questo?”

Il giorno dopo partiamo all’alba per raggiungere il confine con l’Ungheria dove inizierà il vero e proprio assessment di Oxfam. Qui, prima della definitiva chiusura del confine il 15 settembre, una media di 4mila persone cercava di entrare in area Schengen. A Subotica e Kanjiža incontriamo tanta sofferenza, ma anche tanta umanità, tanta speranza e voglia di cercare un futuro migliore. Sono tutte persone che scappano da guerre, che hanno rischiato la vita, che non hanno più speranza nel proprio paese, che sono disposte a tutto. Meglio rischiare la vita da solo o con la famiglia, che rischiare di morire senza speranza nel proprio paese. Appena arrivati a Subotica, ci uniamo alla distribuzione di kit alimentari che fa la Croce Rossa serba. Qui incontriamo Saikeh e Amini. Sono lì con i loro tre figli piccoli di 3, 6 e 10 anni. Arrivano da una città vicina a Kabul. Dopo un mese di viaggio sono arrivati in Serbia. Ci raccontano di come hanno rischiato di morire in Turchia. Stipati su una barca di 8 metri insieme ad altre 50 persone, sono affondati quasi subito. Per fortuna la guardia costiera greca è riuscita a salvarli. Si legge il terrore negli occhi di Amini mentre ci racconta l’episodio. Gli chiedo cosa facevano in Afghanistan. Lui era ingegnere elettronico ed insegnava all’università, lei era ostetrica.

Dopo Subotica arriviamo a Kanjiža. Sembra di tuffarsi in un angolo di Siria. Mohammed e Mahmoud sono lì con le loro due giovani mogli. Si sono conosciuti all’università dove studiavano rispettivamente ingegneria e lingue a Damasco. Hanno deciso di sposarsi e di partire. Chiedo loro quale è il piano per oggi. Mi dicono: “Aspettiamo il momento giusto e poi entriamo” … Non posso fare altro che augurargli buona fortuna. Finito di visitare il centro di Kanjiža, decidiamo di fare un sopralluogo sul confine, seguendo i rifugiati. Incontriamo Somali, Afghani, Siriani, donne, bambini, anziani, qualcuno in carrozzina, che si muovono per i campi.

Fa impressione trovare nel mezzo dell’Europa un muro di fil di ferro così imponente. Non rispecchia esattamente l’idea di Unione Europea che ci hanno insegnato sin da piccoli a scuola. Un gruppo di giovani ragazzi ci ferma per chiedere informazioni. Ci racconta che sono scappati da Palmira, dall’ISIS, che alcuni familiari sono ancora lì. Ci hanno impiegato 28 giorni per arrivare qui. Hanno paura. Non sanno cosa li aspetterà oltre la frontiera. Sono tutte persone istruite, e molto rispettose nel modo di porsi. Conoscenza dell’inglese ottima.

Il senso di impotenza a volte ti assale. Il primo pensiero che ti viene in mente è: “Ciascuna di queste persone che abbiamo incontrato potrei essere io. Potrei essere io con la mia famiglia. Cosa farei se da un giorno all’altro fossi costretto a scappare dal mio paese? Riuscirei a scappare portandomi dietro la famiglia, magari senza soldi o senza documenti, rischiando la vita per arrivare in un paese con una cultura diversa dalla mia e dove magari non sono nemmeno bene accetto?” Molti dei rifugiati che viaggiano lungo la rotta balcanica, prima della guerra nel loro paese, facevano una vita molto simile a quella che facciamo noi oggi in Europa. Se provi ad immedesimarti un attimo, ti senti veramente male.

Quando inizi una missione di identificazione dei bisogni non è mai semplice. Anche trattandosi di in un contesto che conosci, e avendo a disposizione i migliori manuali e strumenti, sei consapevole che durante un’emergenza non sai mai bene cosa ti puoi trovare davanti. Devi riuscire a leggere bene la situazione ed adattare le tue competenze combinando la giusta dose di professionalità con la flessibilità e la velocità che la situazione richiede. Senti di avere la responsabilità di rappresentare l’organizzazione e la confederazione per cui lavori, ma soprattutto, dopo che hai incontrato tanta sofferenza, senti la responsabilità di agire presto e bene per assistere velocemente, in maniera dignitosa, chi sta vivendo questo incubo.

Oggi è passato un mese da quel giorno in cui sono atterrato a Belgrado. Nel giro di un mese, Oxfam è riuscita a mettere in piedi un programma di risposta umanitaria la cui prima fase durerà fino al 31 marzo 2016 e che prevede distribuzione di kit igienici e di kit per far fronte all’inverno, piccole infrastrutture per garantire l’accesso all’acqua pulita e realizzazione di piccoli impianti igienico-sanitari diversificati per genere (toilette, docce, ecc.), programma di protezione e supporto legale per i rifugiati, sia in Serbia che in Macedonia.

Siamo tutti consapevoli che questa emergenza durerà tanto, almeno fino a quando dureranno le crisi da cui scappano questi rifugiati. Per questo è importante che Oxfam continui e rafforzi quello che sa fare bene. Da un lato proseguire con l’assistenza umanitaria sul campo, dall’altro lanciare appelli e mobilitare le persone per influenzare l’agenda politica europea e mondiale sia per l’accoglienza dei rifugiati, sia per trovare soluzioni politiche ai conflitti dai quali le persone scappano. Se saremo bravi in questo, porteremo anche noi il nostro piccolo contributo per regalare un futuro migliore ai rifugiati e a noi stessi”.

Riccardo Sansone
7 ottobre 2015


DONA ORA

Adesso basta! I migranti non sono invasori

Adesso, basta!

SUMMIT EUROPEO SU EMERGENZA MIGRANTI


Oxfam lancia una petizione chiedendo a Ue e Governo italiano un Piano efficace per rispondere ai bisogni di chi è in fuga da conflitti, fame e persecuzioni: piccolo passo il ricollocamento di 160.000 migranti, pari allo 0.032% della popolazione europea.
Urgente un nuovo sistema di asilo, prima di ogni provvedimento sui rimpatri.


Con l’arrivo dell’inverno sempre più critiche le condizioni per migliaia di migranti in Serbia e Macedonia, Oxfam al lavoro per far fronte all’emergenza


In occasione del Consiglio dei Ministri della Giustizia e degli Affari Interni dell’UE e della Conferenza sulla Rotta balcanica occidentale, in programma oggi in Lussemburgo, Oxfam Italia lancia un appello agli Stati membri dell’UE affinché adottino una diversa e più efficace politica di tutela dei migranti che necessitano di protezione internazionale.


Un flusso che continua a crescere di settimana in settimana, rendendo l’emergenza migratoria un evento cruciale del nostro tempo. Quasi 550.000 uomini, donne, anziani e bambini che, dall’inizio del 2015 (secondo i dati dell’UNHCR), sono stati costretti ad attraversare i Balcani e il Mediterraneo, per fuggire da guerra, fame e persecuzioni alla ricerca di una nuova casa. Tra loro quasi 3.000 persone hanno perso la vita nei pericolosissimi viaggi della speranza intrapresi in condizioni disumane e in assenza di qualsiasi criterio di sicurezza.  
Ecco perché Oxfam chiede ai cittadini italiani di sostenere l’appello “Adesso, Basta!”.


La recente decisione presa dall’Unione europea per la riallocazione di soli 160 mila migranti sul territorio europeo, pari allo 0.032% della popolazione europea, è stato solo un primo passo in avanti per uscire dallo stallo decisionale dei mesi scorsi. – afferma Elisa Bacciotti, direttrice campagne di Oxfam ItaliaOggi è necessario andare oltre, rafforzando i meccanismi di reinsediamento dei milioni persone ancora bloccate nei paesi in crisi o nei campi profughi di quelli limitrofi e riformando il sistema di asilo europeo. Servono corridoi sicuri per i migranti – continua Bacciotti – e la garanzia della protezione internazionale per chi ne ha diritto, evitando quella “asylum lottery”, che fa sì che persone provenienti dallo stesso paese vedano la loro richiesta accolta o rifiutata a seconda del paese europeo di arrivo. Queste devono essere la priorità per l’Europa, prima di ogni discussione sui rimpatri: basta trattare queste persone come invasori”.


L’accoglienza dei migranti a livello europeo deve perciò realizzarsi, secondo Oxfam, attraverso tutti i possibili strumenti giuridici: ricongiungimenti familiari, concessione di visti umanitari, mutuo riconoscimento delle singole richieste di asilo tra i diversi Stati membri.


Il lavoro di Oxfam per i migranti lungo la rotta balcanica
Serbia e Macedonia restano i paesi che devono gestire il maggior influsso di migranti che arrivano dalla Grecia lungo la “rotta balcanica”: una pressione demografica che sta diventando sempre più insostenibile per i due paesi.   Dall’inizio dell’anno sono 387.000 le persone che hanno cercato di raggiungere l’Europa attraverso la Grecia, quasi 190.000 solo a luglio e agosto, proseguendo per la maggior parte attraverso i Balcani: una media di oltre 2.000 migranti che ogni giorno cercano di entrare nell’area Schengen, con dei picchi che nelle settimane scorse sono arrivati anche fino a 4.000 persone al giorno.


Le persone che arrivano qui sono esauste, affamate e assetate e hanno bisogno di cure mediche e psicologiche. – spiega Riccardo Sansone, responsabile emergenze umanitarie di Oxfam Italia –  Spesso hanno subito abusi dai trafficanti di esseri umani e dai taglieggiatori. Molte famiglie con bimbi piccoli dormono all’aperto, in parcheggi, stazioni degli autobus, tra i cespugli dei parchi, nei campi vicino alle frontiere e sono esposte al rischio di violenze e abusi”. Per far fronte all’emergenza Oxfam – presente nei Balcani dal 2000 – è impegnata in questi giorni in Serbia (nella zona di Sid, vicino al confine con la Croazia, a Dimitrovgrad, al confine con la Bulgaria, e a Preševo/Miratovac, vicino al confine con la Macedonia), per garantire l’accesso all’acqua, con la distribuzione di kit igienici e tutto quanto necessario per affrontare l’inverno in arrivo (sacchi a pelo, impermeabili, calzettoni, cappelli, guanti), con l’installazione di docce e servizi igienici nei campi informali che stanno ospitando migliaia di migranti.

I servizi igienico sanitari sono attualmente insufficienti per far fronte alle necessità delle tantissime persone che continuano ad arrivare ogni giorno. – conclude Sansone –  Il governo serbo ha fatto il possibile per prepararsi a rispondere ai bisogni di queste persone, ma adesso ha urgente bisogno di aiuto. L’Unione Europea deve intervenire al più presto in aiuto dei paesi di transito dei migranti lungo la rotta balcanica attraverso lo stanziamento dei fondi promessi. Ci auguriamo perciò che la Conferenza di oggi possa portare un significativo passo in avanti in questa direzione”


Firma la petizione