La politica UE sui biocarburanti che affama il pianeta

Il nuovo report Terra che brucia, clima che cambia: come l’industria condiziona la politica europea sui biocarburanti, rivela come lo strapotere delle lobby dei grandi produttori di biocarburanti stia fortemente influenzando la riforma della legislazione europea sul tema a spese delle comunità locali in molti paesi poveri, privando quest’ultime della terra necessaria alla propria sussistenza e aumentando le emissioni di CO2 in atmosfera. Una politica che costa ai cittadini europei tra i 5,5 e i 9,1 miliardi di euro ogni anni e che fino al 2012 ha richiesto 78.000 km2 di terra in più, un’area più grande di Belgio e Olanda messi insieme.

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L’Unione europea deve rivedere al più presto la sua politica sui biocarburanti. Una legislazione che ad oggi consente alle grandi corporation una produzione fondata essenzialmente su combustibili derivanti da colture ad uso alimentare, su una scarsa attenzione per l’impatto sull’ambiente e sull’espropriazione di terra ai danni di migliaia di piccoli contadini.
La crescente richiesta di biocarburanti in Europa priva intere comunità del diritto alla terra

Il report analizza l’impatto devastante di questa politica in tre continenti, riportando casi emblematici di intere comunità private dei propri diritti e rimaste vittime dell’esproprio di terre abitate per generazioni in Tanzania, Perù e Indonesia. Una conseguenza della crescente domanda di materie prime agricole per produrre bioenergia in Europa.

Per questo motivo lanciamo un appello urgente affinché l’Unione europea presenti entro un mese un piano di riforma della legislazione che consente l’utilizzo di biocarburanti ottenuti da colture alimentari e energetiche, sottratte alla produzione di cibo nei paesi poveri.

Le decisioni volte a diversificare le fonti energetiche e a tagliare i combustibili fossili, sono spesso prese dai paesi dell’Unione europea senza attente valutazioni sulla sostenibilità sociale e ambientale delle fonti alternative utilizzate. In tal modo l’Ue si fa responsabile – direttamente o indirettamente – di espropri di terre determinando povertà e fame nei paesi più vulnerabili; oltre che di un aumento delle emissioni di CO2 in atmosfera. –  dichiara Elisa Bacciotti, direttrice delle nostre campagne  –  Così facendo l’Unione europea lascia campo libero a forze di mercato che ignorano totalmente la sostenibilità dell’intero pianeta”.

Lo “strapotere” dei produttori di biocarburante: sette lobbisti per ogni funzionario europeo

La lobby dei produttori europei di biocarburanti, da sola, è adesso finanziariamente potente quanto la lobby del tabacco e impiega 121 lobbisti per difendere i propri interessi. Ciò significa che, per ogni funzionario che lavora alla nuova politica sulla sostenibilità delle bioenergie della Commissione europea, l’industria ha sette lobbisti che lavorano per indebolirla.

Secondo gli ultimi dati contenuti nel Registro per la trasparenza dell’Unione europea, solo l’anno scorso i produttori europei di biocarburanti hanno speso oltre 14 milioni di euro per l’assunzione di quasi 400 lobbisti per influenzare la politica europea. In tutto parliamo di 600 lobbisti: un numero superiore all’intero staff della Direzione Generale per l’Energia della Commissione europea.

Un’azione di lobby che, oltre a contrastare una corretta riforma del settore, sta lavorando per un’ulteriore sviluppo della politica sui biocarburanti attuata sino ad ora. Un trend che, oltre a danneggiare il clima e la vita di migliaia di persone, secondo le stime sta già costando ai cittadini europei tra i 5,5 e i 9,1 miliardi di euro ogni anno (in termini di esenzioni fiscali e sussidi pubblici alle imprese finanziati attraverso tasse, bollette e rincari alla pompa dei carburanti pagati da cittadini)

La produzione di biocarburanti da coltivazioni ad uso alimentare inquina il 50% in più dell’energia prodotta da combustibili fossili

Così facendo, l’Unione europea sta rischiando di venire meno ai propri impegni internazionali per lo sviluppo sostenibile e di mettere a repentaglio gli impegni assunti per contrastare il cambiamento climatico. In media, la produzione di biocarburanti da coltivazioni ad uso alimentare porta al 50% in più di emissioni di gas serra rispetto alla produzione energetica da combustibili fossili. Una politica che ha un impatto ben oltre i confini europei soprattutto per il consumo di terra. Solo nel 2012, oltre il 40% della terra necessaria per la produzione europea di biocarburanti era infatti situata in paesi extraeuropei. Un fattore che non ha fatto che accrescere la dipendenza dell’Unione europea dalle importazioni di biocarburanti.

L’impatto della produzione dei biocarburanti nei paesi poveri

In questo quadro abbiamo lanciato l’allarme sull’incremento del numero di accordi per l’acquisizione di terra su larga scala a spese delle comunità locali e degli episodi di violenza collegati. Tra questi accordi molti sono legati alla crescente domanda di energia dalle piante. In particolare, si sono studiati casi in Tanzania, Perù e Indonesia, dove le coltivazioni per la produzione di biocarburanti e di olio di palma hanno causato lo sfratto di intere comunità dai terreni dove vivevano, coltivavano, cacciavano e si guadagnavano da vivere da generazioni.

“Le aziende che producono biocarburanti hanno troppo spesso mano libera nei paesi del sud del mondo, a causa di vuoti normativi e di un debole sistema di governance locale che non riesce a tutelare adeguatamente i diritti alla terra delle comunità locali”, aggiunge Bacciotti.

Nella provincia di Bengkulu, ad esempio, nella costa sud-occidentale di Sumatra in Indonesia, la PT Sandabi Indah Lestari (PT SIL), azienda legata alla produzione di biocarburanti, nega alle comunità locali l’accesso a mille ettari di terra che il Governo ha concesso loro. Lo fa attraverso minacce e violenze, distruggendo le abitazioni e le coltivazioni.  “Abbiamo paura. – racconta un abitante del villaggio di Lunjuki – La nostra vita è lì. La nostra sopravvivenza dipende dalla nostra terra. Perché vogliono privarcene?”

Il “costo” della domanda globale di olio di palma

La domanda globale di olio di palma, una delle principali materie prime utilizzate nella produzione di biocarburanti,

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sta continuando a crescere. Un settore in cui l’Unione europea è tra i tre primi importatori mondiali. Poiché la terra disponibile nel sud-est asiatico diminuisce, l’industria dei biocarburanti sta cercando aggressivamente di espandersi dall’Indonesia e dalla Malesia in nuove aree come la regione amazzonica, diventata la nuova frontiera per la produzione di olio di palma.

“Se l’Ue non si doterà di criteri minimi per la sostenibilità sociale dei biocarburanti, impedendo ai produttori europei di approvvigionarsi di olio di palma dalle terre dove i diritti umani e il diritto alla terra delle comunità locali sono stati violati, sarà di fatto complice di un sistema profondamente ingiusto”, conclude Bacciotti.

La richieste all’Unione europea

Facciamo appello all’Unione europea, affinché investa di più e meglio nell’efficienza energetica e in fonti energetiche che siano realmente sostenibili. Tale politica deve includere le emissioni indirette di carbonio derivanti dal cambio di destinazione di uso della terra e deve senza dubbio esigere, dalle aziende operanti nel settore delle bioenergie, l’ottenimento del consenso libero, preventivo e informato da parte delle comunità locali coinvolte nelle loro filiere di produzione.

 

 

A qualcuno piace caldo

L’industria alimentare che produce riso, soia, mais, grano e olio di palma, genera da sola una quantità di emissioni di gas serra superiore a quella prodotta da qualsiasi altro paese al mondo, ad eccezione di Cina e Stati Uniti.

Con questo trend impossibile centrare gli obiettivi chiave nell’accordo di Parigi.

A rivelarlo è il nuovo dossier A qualcuno piace caldo: così l’industria alimentare nutre il cambiamento climatico”, diffuso da Oxfam in occasione del Business and Climate Summit 2016, che riunirà oggi e domani a Londra, i rappresentanti delle grandi aziende, della finanza e delle istituzioni internazionali.

Il dossier, che analizza il rapporto tra industria alimentare e cambiamento climatico, sottolinea infatti come le grandi aziende produttrici di queste cinque materie prime, assieme a molte altre, debbano ridurre drasticamente e al più presto la quantità di emissioni in atmosfera.

A rischio infatti c’è prima di tutto il raggiungimento degli obiettivi chiave definiti nell’accordo di Parigi del dicembre scorso, ossia l’azzeramento delle emissioni entro la metà del secolo e il contenimento dell’aumento delle temperature entro 1,5 °C.  Due obiettivi che senza una immediata inversione di rotta sarà impossibile centrare.

Il rapporto individua infatti nelle emissioni provenienti dalla produzione agricola intensiva, una delle cause principali del cambiamento climatico. Basti pensare al metano prodotto dalle risaie allagate o al protossido di azoto derivante dall’utilizzo dei fertilizzanti. Se sommate, infatti, questo genere di emissioni sono dannose per l’ambiente quanto quelle prodotte dalla deforestazione per scopi agricoli, che giustamente è stata al centro delle politiche di lotta al cambiamento climatico degli ultimi anni.

“L’accordo di Parigi è stato un primo importante passo avanti, ma non riusciremo a raggiungerne gli obiettivi senza un ulteriore sforzo e un’azione urgente.afferma Elisa Bacciotti, direttrice delle Campagne di Oxfam Italia, Le grandi aziende riunite a Londra oggi e domani devono dar prova che Parigi è stato davvero un trampolino di lancio verso tagli più consistenti alle emissioni e devono assicurare un maggiore sostegno agli agricoltori di piccola scala nella lotta agli effetti del cambiamento climatico. Il settore alimentare è il primo ad essere chiamato in causa e dovrebbe davvero aprire la strada per gli altri settori, affinché questo processo virtuoso diventi realtà”.

Dall’industria alimentare un quarto delle emissioni: a rischio decine di milioni di piccoli contadini

L’industria alimentare oggi è responsabile per almeno il 25% delle emissioni di gas serra a livello globale, e quindi tra i principali responsabili dei cambiamenti climatici. Un sistema produttivo fondato sul lavoro di milioni di agricoltori di piccola scala, che sono le prime vittime di shock climatici estremi, ormai sempre più frequenti. Un circolo vizioso insostenibile.

Oxfam stima che le 10 maggiori aziende del settore alimentare dipendano dal lavoro di almeno 100 milioni di agricoltori di piccola scala, che per primi subiscono le conseguenze delle calamità naturali causate dal cambiamento climatico, e sono costretti a vendere la loro terra rischiando di piombare nel circolo vizioso della povertà.

Ad essere le più colpite sono poi le donne, che in molti paesi non hanno diritto a possedere la terra e molte più difficoltà ad avere accesso al credito e ad altre risorse economiche. Per di più, sono spesso escluse dalle cooperative agricole e dagli altri sistemi fondamentali nel supportare il sistema agricolo quando il verificarsi di disastri climatici mette a rischio i raccolti. Per questo motivo Oxfam nel nuovo report, “A qualcuno piace caldo: così l’industria alimentare nutre il cambiamento climatico”, pubblica oggi i dati sul livello di emissioni associate alla produzione intensiva di diversi generi alimentari.

“Le grandi aziende del cibo non solo devono pensare a come ridurre le emissioni di gas serra all’interno della loro filiera produttiva,conclude Bacciotti – ma devono anche garantire ai contadini un reddito adeguato in modo che possano reggere agli impatti del cambiamento climatico, senza perdere l’unica risorsa che permette loro di condurre una vita dignitosa”.

Con la campagna Sfido la fame Oxfam sostiene migliaia di agricoltrici di piccola scala in alcuni dei paesi più poveri del pianeta con l’obiettivo di dare l’opportunità alle donne più povere e vulnerabili di avere piena autonomia decisionale ed economica, permettendo loro di condurre una vita più dignitosa e produrre reddito per sfamare se stesse e le proprie famiglie.

Guarda il video “Making the Change – Female climate fighters”

Le storie delle eroine che lottano contro il cambiamento climatico e contro fame e povertà che ne derivano.

OXFAM: “Un aiuto subito per i 60 milioni di persone colpite da El Niño”

Etiopia, gli effetti di El Niño

Etiopia, gli effetti di El Niño

La comunità internazionale deve garantire 2 miliardi di dollari da destinare ai paesi colpiti da siccità e inondazioni legate a El Niño.

Le Nazioni Unite hanno convocato oggi a Ginevra un incontro affinché i paesi membri impegnino risorse adeguate per aiutare 60 milioni di persone colpite da carestie e fame.

Ancora una volta le Nazioni Unite sono costrette a implorare la comunità internazionale di aiutare chi soffre la fame.afferma la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti.La vita di 60 milioni di persone, quasi quanto la popolazione italiana, dipenderà dalla generosità degli Stati Membri dell’ONU. Chiediamo che questo appello non resti inascoltato, e che a questo possano aggiungersi i gesti dei cittadini comuni, che possono fare anche loro la differenza. Ogni gesto, per quanto piccolo, conta”.

“El Nino quest’anno esaspera la piaga fame: ai 795 milioni se ne aggiungono altri 60 milioni. Per questo Oxfam Italia ha lanciato la Campagna di raccolta fondi SFIDO LA FAME, grazie alla quale dal 24 aprile al 9 maggio sarà possibile donare un aiuto (di € 2 o 5) con un sms solidale o chiamata da telefono fisso al 45509”.

Per la risposta globale a El Nino le Nazioni Unite hanno raccolto un miliardo di dollari, ma non basta. I donatori hanno fondi sufficienti per le attività di peacekeeping o per gestire gli stock ittici, ma non per chi soffre la fame.

Se, per esempio, un paese siede nella Commissione per la tutela del Tonno Rosso versa una quota in qualità di membro e la commissione fa il suo lavoro per salvare questa specie a rischio. Non dovremmo prevedere lo stesso meccanismo anche per salvare la vita di chi non ha abbastanza da mangiare? – continua Bacciotti. – El Niño mette in luce il profondo fallimento del sistema di finanziamento della risposta umanitaria, che non riesce ancora a mobilitare fondi certi per fare fronte ai bisogni di chi è colpito dalle crisi”.

Metà dei 60 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto vive nell’Africa Sub-sahariana e molti paesi colpiti nei cinque continenti hanno già proclamato lo stato di emergenza, anche in America Centrale e nel Pacifico. Le perdite di raccolto ad Haiti raggiungono il 50% del totale, mentre l’Etiopia sta fronteggiando una delle peggiori siccità della sua storia.

Oxfam ha pubblicato una mappa globale che descrive, paese per paese, la crisi, la sua gravità ed estensione e come l’organizzazione sta intervenendo.

“Milioni di persone stanno andando a letto senza cibo, i bambini vanno a scuola affamati, le madri non sono in grado di allattare i loro figli e tanti allevatori stanno perdendo il bestiame- conclude Bacciotti – A molti non è rimasto nulla. Una volta perso il raccolto e gli animali, alla maggior parte non rimane che indebitarsi, vendere i propri averi, emigrare: sono coloro, tra gli altri, che rischiano la loro vita per raggiungere l’Europa”.

Scarica qui la scheda sugli effetti di El Niño in Etiopia

Il nostro lavoro in Tanzania

A New York si discute sul futuro delle risorse del pianeta

Credit: La Stampa

dall’articolo di Francesco Petrelli, responsabile Relazioni Istituzionali di Oxfam Italia su La Stampa online del 24/09/2015


Gli obiettivi «sostenibili» sono 17: la fine della povertà estrema, l’obiettivo “Fame zero”, i diritti umani, i cambiamenti climatici, la riduzione della disuguaglianza. Le questioni per invertire la rotta di un mondo dove esplodono crisi e nuove contraddizioni


È in corso a New York l’assemblea delle Nazioni Unite in cui la comunità internazionale adotterà la nuova Agenda per gli obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere entro il 2030. Gli obiettivi sono 17 e toccano tutti i temi: la fine della povertà estrema, l’obiettivo “Fame zero”, i diritti umani, i cambiamenti climatici, la riduzione della disuguaglianza. Tutte questioni decisive per invertire la rotta di un mondo che accanto a indubitabili progressi positivi ha visto esplodere crisi e nuove contraddizioni.


La conclusione positiva del processo di identificazione e definizione degli obiettivi e la convinta adozione dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile da parte dei leader mondiali è indubbiamente un successo che va riconosciuto ma che per essere davvero tale deve ora tradursi in politiche e pratiche a livello nazionale e globale. Nel rapporto pubblicato da Oxfam alla vigilia del vertice di New York “Inequality and the end of extreme poverty”, portiamo evidenze su come l’obiettivo di sradicare la povertà estrema entro il 2030 rischia di essere vanificato se non si interviene sul contrasto alla disuguaglianza estrema e sull’adozione di politiche che permettano ai più poveri di beneficiare degli effetti della crescita economica.


Luci e ombre di un paradosso
Quindici anni dopo il lancio degli Obiettivi del Millennio e a dieci anni dai solenni impegni del G7 di Gleneagles di “consegnare la povertà alla storia”, ancora oggi 1 miliardo di persone vive in una condizione di povertà estrema con meno di 1,25 dollari al giorno. Se da un lato è vero che negli ultimi quindici anni si è dimezzato il numero di persone che vivono in estrema povertà, facendo registrare già nel 2011 il raggiungimento del primo obiettivo del millennio, alcuni dati recenti dell’Overseas Development Institute dimostrano che il risultato sarebbe stato ancora migliore se il reddito dell’ultimo 40% più povero della popolazione fosse cresciuto più velocemente della media nazionale nei vari paesi. In questo caso avremmo a livello globale un tasso di povertà estrema più basso: pari al 13% invece dell’attuale 16%. In particolare se tutti i paesi in via di sviluppo avessero adottato dal 1990 al 2011 politiche di sostegno attivo alle fasce più povere della popolazione, il risultato sarebbe stato di avere già oggi 700 milioni di persone fuori dalla trappola della povertà.


La disuguaglianza killer della crescita
Il punto centrale quindi è il contrasto alla disuguaglianza e la ripartizione più giusta ed equa dei benefici della crescita che già in questi anni si è prodotta in tanti paesi del mondo con l’emergere delle nuove potenze economiche mondiali.
Secondo le proiezioni della Banca Mondiale, anche contando sulle più ottimistiche previsioni di crescita globale, non sarà possibile eliminare la povertà estrema entro il 2030 stando ai livelli disuguaglianza attuali. Eppure, non si tratta di un obiettivo impossibile da raggiungere. Esiste una via: affrontare la disuguaglianza attraverso una decisa azione politica e un piano efficace e concreto. Solo così – sempre secondo la Banca Mondiale – sarà possibile evitare che altri 200 milioni di persone cadano in una condizione di povertà estrema, allontanandoci dallo storico obiettivo dello sradicamento globale del fenomeno.


Questi numeri ci dimostrano che il famoso “effetto a cascata” – la crescita ha un prezzo ma alla fine a beneficiarne saranno anche i poveri, secondo l’assunto neo-liberista – è destituito di fondamento. Al contrario la crescita senza politiche di inclusione e di redistribuzione aggravano le differenze e sono un freno per le crescita, pregiudicando la qualità dello sviluppo.  
Proprio nei paesi dove la crescita ha visto una più equa ripartizione dei benefici per il 40% più povero e nel quale redditi e salari sono cresciuti più velocemente per queste fasce della popolazione rispetto alla media totale, registriamo i più grandi successi nella diminuzione della povertà. Emblematica la comparazione fra due economie emergenti come Cina e Vietnam che vede il primo paese, futuro leader dell’economia mondiale, fermo ad una percentuale di povertà estrema del 9%, mentre il secondo, attraverso una politica di ricadute della crescita più uniformi, ha registrato negli ultimi anni una significativa riduzione della povertà pari ora al 4%.


Sviluppo sostenibile: cosa fare globalmente… e in Italia
La sostenibilità economica e sociale dell’Agenda vuol dire quindi creare le condizioni di riequilibrio delle opportunità. Diversamente il rischio è che persino chi è uscito dalla povertà sia sostituito da nuovi poveri, magari in diverse aree del pianeta. Come dimostrato dal rapporto Oxfam dello scorso gennaio “Grandi disuguaglianze crescono” l’1% della popolazione, con le attuali tendenze, nel 2017 sarà detentore di più del 50% della ricchezza mondiale. Già oggi 80 super ricchi possiedono lo stesso ammontare di ricchezza di quello posseduto da 3,5 miliardi di persone, metà della popolazione mondiale.


Raggiungere gli obiettivi nel 2030 richiede un’azione urgente di attuazione dell’Agenda fin dal giorno dopo la sua adozione. Alcune richieste prioritarie che ai leader mondiali: ridefinire le regole della governance fiscale globale verso una maggiore equità e trasparenza mettendo fine agli abusi fiscali perpetrati da super ricchi e imprese transnazionali che sottraggono enormi risorse alla società; investire in servizi essenziali come sanità, istruzione, servizi pubblici. Allocare risorse in questi ambiti è strategico per la riduzione della povertà ed è fondamentale per la vita delle fasce povere delle popolazioni di tutti i paesi; assicurare che il lavoro degli uomini e delle donne più poveri sia compensato con giusti salari e svolto in condizioni sicure e dignitose, costituendo l’opportunità principale di uscita con le proprie forze dalla povertà estrema.


Al nostro Governo e al Presidente Renzi che sarà a New York, chiediamo in particolare di confermare gli impegni di un aumento delle risorse per la cooperazione e di assicurarne l’efficacia di allocazione in ambiti strategici per la riduzione della povertà come quelli della salute, dell’istruzione e degli investimenti in agricoltura. Inoltre, coerentemente allo spirito dell’Agenda chiediamo di definire un Piano Nazionale per l’Italia che si prefigga la piena realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, a partire dall’introduzione una misura nazionale contro la povertà (solo l’Italia e la Grecia in Europa ne sono privi). Dati recentissimi della Caritas ci dicono che la povertà assoluta si è fermata, ma che negli anni della crisi 2007-2013 i poveri assoluti sono raddoppiati passando dal 3,1% al 7% coinvolgendo più di 4 milioni di persone. Questi numeri, paragonabili agli effetti di un dopo guerra, e i livelli di disuguaglianza pur presenti in Italia, costituiscono un peso insostenibile per ogni prospettiva di ripresa e di sviluppo del nostro Paese.

Papa Francesco chiede di agire per tutelare il nostro pianeta

Winnie Byanyima Direttrice Esecutiva di Oxfam InternationalOxfam plaude al richiamo senza precedenti di Papa Francesco ad agire per contrastare il cambiamento climatico


La protezione dell’ambiente è al cuore all’agenda del Vaticano, come testimonia l’Enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco, pubblicata oggi dalla Santa Sede, che per la prima volta si concentra sul tema del cambiamento climatico.
Nel testo il Santo Padre sottolinea la necessità di modificare i nostri stili di vita per prevenire le catastrofiche conseguenze dei cambiamenti del clima e per rimuovere le cause dei crescenti livelli di disuguaglianza.


Winnie Byanyima, Direttrice esecutiva di Oxfam International ha dichiarato:
“L’appello del Santo Padre, Sua Santità Papa Francesco, ci ricorda che il cambiamento climatico riguarda innanzitutto le persone; che ad esso è dovuto l’aggravarsi dell’evidente e crescente disuguaglianza tra ricchi e poveri. Le emissioni prodotte dai paesi ricchi hanno impatti catastrofici che colpiscono in misura maggiore i più poveri.


Soltanto quando i leader mondiali daranno ascolto all’autorità morale del Papa sulle questioni cruciali della disuguaglianza e del cambiamento climatico, le nostre società potranno essere più sicure, più prospere e più uguali.

G7: niente di concreto per la lotta alla povertà

 

Flashmob di Oxfam al G7

“POCHI PASSI AVANTI SUL CLIMA E ANCORA NESSUN IMPEGNO CONCRETO PER LA LOTTA ALLA POVERTA’”


Pochi passi avanti nell’adozione di politiche efficaci per la lotta ai cambiamenti climatici e nessuna correzione di rotta per invertire il trend che ha visto negli ultimi anni una crescita esponenziale della disuguaglianza economica nel mondo. Questo in sintesi quanto emerge, secondo Oxfam, dalle conclusioni del G7 dei capi di stato che si è appena chiuso in Germania.


I leader del G7 hanno riconosciuto la necessità di eliminazione progressiva dell’impiego di combustibili fossili. – afferma Roberto Barbieri, Direttore Generale di Oxfam Italia – Un passo in avanti, sebbene risultino ancora inadeguati o non chiari gli obiettivi di riduzione delle emissioni che i vari Stati stanno assumendo in vista dell’importante conferenza sul cambiamento climatico del prossimo dicembre a Parigi. I Capi di Stato e di Governo presenti al summit hanno imboccato la giusta strada, ma adesso occorre passare il prima possibile dalle parole ai fatti. In questo quadro diviene perciò prioritario, mantenere la promessa relativa allo stanziamento di 100 miliardi di dollari entro il 2020, per far fronte al cambiamento climatico nei paesi via di sviluppo, che rappresenta un punto fondamentale per il successo dei negoziati in vista dell’accordo sul clima a Parigi”.

 


E se sono ancora molto deboli i progressi fatti nella lotta ai cambiamenti climatici, secondo Oxfam è preoccupante il pressoché totale disinteresse dei leader presenti al summit per le politiche di riduzione della povertà globale.
I leader del G7 – aggiunge Barbieri – non hanno indicato alcun piano concreto per il miglioramento delle condizioni di vita di un miliardo di persone che nel mondo vivono in condizioni di estrema povertà. Le iniziative messe in campo, per la maggior parte senza che sia stato associato alcun impegno finanziario, appaiono infatti inadeguate a sostenere le enormi sfide che devono essere affrontate sulla lotta alla fame, alla disuguaglianza economica e alle epidemie che colpiscono il Sud del mondo”.


Esemplificativo il riferimento al proposito di voler liberare 500 milioni di persone dall’ingiustizia della fame, obiettivo in sé molto positivo che però manca di chiare indicazioni su come e con quali risorse possa essere raggiunto. Anche in relazione al tema salute è positivo che il G7 abbia voluto trarre insegnamento dall’emergenza Ebola che ha colpito l’Africa occidentale. Tuttavia, ai leader del G7 il mondo chiede di mettere a fuoco obiettivi lungimiranti in grado di sostenere con adeguate risorse finanziarie il raggiungimento della copertura sanitaria universale, essenziale per dotare i Paesi poveri di sistemi e competenze sanitarie utili alla prevenzione di nuove epidemie.


In merito alla crescita economica, inoltre, non vi è stata una focalizzazione sul crescente divario nei livelli di disuguaglianza nei Paesi e tra i Paesi. Misure di contrasto all’elusione fiscale da parte di grandi aziende ed il supporto ai sistemi fiscali nei Paesi poveri sono sicuramente dei passi in avanti, ma è necessario che una riforma della governance fiscale globale non sia decisa soltanto dal club del G7. Secondo Oxfam, è necessario infatti che tutti i Paesi siedano al tavolo del negoziato, in particolare i Paesi in via di sviluppo che ogni perdono miliardi di dollari in entrate fiscali dirottate verso i paradisi fiscali.


“Per fortuna, non mancheranno nuove occasioni per i leader del G7 per compiere quei decisivi passi in avanti che non sono stati in grado di compiere durante il summit in Germania.- conclude Barbieri – Il primo appuntamento sarà già il prossimo mese con la Conferenza delle Nazioni Unite sul Finanziamento allo Sviluppo che si terrà a luglio ad Addis Abeba, a cui il Premier Renzi prenderà parte: l’auspicio è che manifesti la stessa ambizione con cui oggi a margine del G7 ha dichiarato di non voler più che l’Italia sia fanalino di coda nella cooperazione allo sviluppo. L’appuntamento di Addis Abeba può essere infatti il punto di partenza per concordare un’ambiziosa riforma del sistema fiscale globale e per mantenere le promesse assunte per l’investimento in aiuto pubblico allo sviluppo. Queste due misure aiuterebbero a sbloccare i fondi necessari a finanziare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che guideranno le politiche di cooperazione e sviluppo dei prossimi quindici anni”.