La politica UE sui biocarburanti che affama il pianeta

Il nuovo report Terra che brucia, clima che cambia: come l’industria condiziona la politica europea sui biocarburanti, rivela come lo strapotere delle lobby dei grandi produttori di biocarburanti stia fortemente influenzando la riforma della legislazione europea sul tema a spese delle comunità locali in molti paesi poveri, privando quest’ultime della terra necessaria alla propria sussistenza e aumentando le emissioni di CO2 in atmosfera. Una politica che costa ai cittadini europei tra i 5,5 e i 9,1 miliardi di euro ogni anni e che fino al 2012 ha richiesto 78.000 km2 di terra in più, un’area più grande di Belgio e Olanda messi insieme.

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L’Unione europea deve rivedere al più presto la sua politica sui biocarburanti. Una legislazione che ad oggi consente alle grandi corporation una produzione fondata essenzialmente su combustibili derivanti da colture ad uso alimentare, su una scarsa attenzione per l’impatto sull’ambiente e sull’espropriazione di terra ai danni di migliaia di piccoli contadini.
La crescente richiesta di biocarburanti in Europa priva intere comunità del diritto alla terra

Il report analizza l’impatto devastante di questa politica in tre continenti, riportando casi emblematici di intere comunità private dei propri diritti e rimaste vittime dell’esproprio di terre abitate per generazioni in Tanzania, Perù e Indonesia. Una conseguenza della crescente domanda di materie prime agricole per produrre bioenergia in Europa.

Per questo motivo lanciamo un appello urgente affinché l’Unione europea presenti entro un mese un piano di riforma della legislazione che consente l’utilizzo di biocarburanti ottenuti da colture alimentari e energetiche, sottratte alla produzione di cibo nei paesi poveri.

Le decisioni volte a diversificare le fonti energetiche e a tagliare i combustibili fossili, sono spesso prese dai paesi dell’Unione europea senza attente valutazioni sulla sostenibilità sociale e ambientale delle fonti alternative utilizzate. In tal modo l’Ue si fa responsabile – direttamente o indirettamente – di espropri di terre determinando povertà e fame nei paesi più vulnerabili; oltre che di un aumento delle emissioni di CO2 in atmosfera. –  dichiara Elisa Bacciotti, direttrice delle nostre campagne  –  Così facendo l’Unione europea lascia campo libero a forze di mercato che ignorano totalmente la sostenibilità dell’intero pianeta”.

Lo “strapotere” dei produttori di biocarburante: sette lobbisti per ogni funzionario europeo

La lobby dei produttori europei di biocarburanti, da sola, è adesso finanziariamente potente quanto la lobby del tabacco e impiega 121 lobbisti per difendere i propri interessi. Ciò significa che, per ogni funzionario che lavora alla nuova politica sulla sostenibilità delle bioenergie della Commissione europea, l’industria ha sette lobbisti che lavorano per indebolirla.

Secondo gli ultimi dati contenuti nel Registro per la trasparenza dell’Unione europea, solo l’anno scorso i produttori europei di biocarburanti hanno speso oltre 14 milioni di euro per l’assunzione di quasi 400 lobbisti per influenzare la politica europea. In tutto parliamo di 600 lobbisti: un numero superiore all’intero staff della Direzione Generale per l’Energia della Commissione europea.

Un’azione di lobby che, oltre a contrastare una corretta riforma del settore, sta lavorando per un’ulteriore sviluppo della politica sui biocarburanti attuata sino ad ora. Un trend che, oltre a danneggiare il clima e la vita di migliaia di persone, secondo le stime sta già costando ai cittadini europei tra i 5,5 e i 9,1 miliardi di euro ogni anno (in termini di esenzioni fiscali e sussidi pubblici alle imprese finanziati attraverso tasse, bollette e rincari alla pompa dei carburanti pagati da cittadini)

La produzione di biocarburanti da coltivazioni ad uso alimentare inquina il 50% in più dell’energia prodotta da combustibili fossili

Così facendo, l’Unione europea sta rischiando di venire meno ai propri impegni internazionali per lo sviluppo sostenibile e di mettere a repentaglio gli impegni assunti per contrastare il cambiamento climatico. In media, la produzione di biocarburanti da coltivazioni ad uso alimentare porta al 50% in più di emissioni di gas serra rispetto alla produzione energetica da combustibili fossili. Una politica che ha un impatto ben oltre i confini europei soprattutto per il consumo di terra. Solo nel 2012, oltre il 40% della terra necessaria per la produzione europea di biocarburanti era infatti situata in paesi extraeuropei. Un fattore che non ha fatto che accrescere la dipendenza dell’Unione europea dalle importazioni di biocarburanti.

L’impatto della produzione dei biocarburanti nei paesi poveri

In questo quadro abbiamo lanciato l’allarme sull’incremento del numero di accordi per l’acquisizione di terra su larga scala a spese delle comunità locali e degli episodi di violenza collegati. Tra questi accordi molti sono legati alla crescente domanda di energia dalle piante. In particolare, si sono studiati casi in Tanzania, Perù e Indonesia, dove le coltivazioni per la produzione di biocarburanti e di olio di palma hanno causato lo sfratto di intere comunità dai terreni dove vivevano, coltivavano, cacciavano e si guadagnavano da vivere da generazioni.

“Le aziende che producono biocarburanti hanno troppo spesso mano libera nei paesi del sud del mondo, a causa di vuoti normativi e di un debole sistema di governance locale che non riesce a tutelare adeguatamente i diritti alla terra delle comunità locali”, aggiunge Bacciotti.

Nella provincia di Bengkulu, ad esempio, nella costa sud-occidentale di Sumatra in Indonesia, la PT Sandabi Indah Lestari (PT SIL), azienda legata alla produzione di biocarburanti, nega alle comunità locali l’accesso a mille ettari di terra che il Governo ha concesso loro. Lo fa attraverso minacce e violenze, distruggendo le abitazioni e le coltivazioni.  “Abbiamo paura. – racconta un abitante del villaggio di Lunjuki – La nostra vita è lì. La nostra sopravvivenza dipende dalla nostra terra. Perché vogliono privarcene?”

Il “costo” della domanda globale di olio di palma

La domanda globale di olio di palma, una delle principali materie prime utilizzate nella produzione di biocarburanti,

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sta continuando a crescere. Un settore in cui l’Unione europea è tra i tre primi importatori mondiali. Poiché la terra disponibile nel sud-est asiatico diminuisce, l’industria dei biocarburanti sta cercando aggressivamente di espandersi dall’Indonesia e dalla Malesia in nuove aree come la regione amazzonica, diventata la nuova frontiera per la produzione di olio di palma.

“Se l’Ue non si doterà di criteri minimi per la sostenibilità sociale dei biocarburanti, impedendo ai produttori europei di approvvigionarsi di olio di palma dalle terre dove i diritti umani e il diritto alla terra delle comunità locali sono stati violati, sarà di fatto complice di un sistema profondamente ingiusto”, conclude Bacciotti.

La richieste all’Unione europea

Facciamo appello all’Unione europea, affinché investa di più e meglio nell’efficienza energetica e in fonti energetiche che siano realmente sostenibili. Tale politica deve includere le emissioni indirette di carbonio derivanti dal cambio di destinazione di uso della terra e deve senza dubbio esigere, dalle aziende operanti nel settore delle bioenergie, l’ottenimento del consenso libero, preventivo e informato da parte delle comunità locali coinvolte nelle loro filiere di produzione.

 

 

Si inasprisce la spirale di violenza nella corsa globale alla terra

Il land grabbing è uno scandalo

Il diritto alla terra per gran parte dei popoli indigeni e le comunità di piccoli agricoltori è sempre più un miraggio. In milioni sono costretti con la forza a lasciare la propria casa, mentre nel mondo si registra che un’estensione di terra pari alla Germania è stata messa in vendita nel totale disprezzo dei loro diritti. 

A rivelarlo è il nostro nuovo rapporto, Custodi della terra, difensori del nostro futuro, realizzato in collaborazione con la Land Matrix Initiative e presentato oggi a Terra Madre nell’ambito della campagna Land Rights Now.

L’impennata di violenza nella corsa alla terra

Il 75% delle oltre 1.500 transazioni fondiarie, indagate negli ultimi 16 anni, riguarda contratti relativi a progetti già in fase di realizzazione; ma il dato più preoccupante è che il 59% di queste riguarda terre comuni rivendicate da popoli indigeni e comunità di piccoli agricoltori, la cui titolarità alla terra è scarsamente riconosciuta dai governi. Solo in rari casi si è stabilito un dialogo preventivo con le comunità, mentre più spesso, e tragicamente, si è fatto ricorso alla violenza estrema che ha portato a omicidi e sfratti indiscriminati in moltissimi villaggi. Una prassi che, dalle osservazioni sul campo, sembra diventare la norma.

“Stiamo entrando in una fase nuova della corsa globale alla terra, più pericolosa – ha detto Roberto Barbieri, il nostro direttore generale – La frenetica compravendita di milioni di ettari di foreste, coste e terreni coltivati, in molti paesi poveri, porta a omicidi e sfratti delle popolazioni indigene. Un vero e proprio etnocidio. Gli accordi e i progetti realizzati sulla terra che viene accaparrata avvengono nel totale disprezzo del consenso delle comunità locali che lì vivono da sempre. Occorre intervenire con urgenza in questo quadro destinato a generare conflitti sempre più sanguinosi”.

La grande disuguaglianza nella proprietà della terra

2,5 miliardi di persone appartenenti ai popoli indigeni abitano più di metà della Terra, ma formalmente gli vengono riconosciuti titoli di proprietà soltanto per un quinto di essa. Un’emergenza che continua a peggiorare col passare del tempo e che, evidenzia il report, è sempre più inestricabilmente legata alla lotta alla fame così come alla tutela della biodiversità e alla lotta ai cambiamenti climatici. Ecco perché, attraverso la campagna Land Rights Now, lanciamo un appello ai governi dei diversi paesi coinvolti, affinché la quantità di terra formalmente posseduta dalle comunità indigene raddoppi entro il 2020.

“Privare milioni di persone della terra su cui hanno vissuto per intere generazioni rappresenta un attacco alla loro identità culturale, oltre che alla loro dignità e alla loro sicurezza. – continua Barbieri – Salvaguardare il loro diritto alla terra è essenziale per affrontare in maniera decisa il problema della fame, della disuguaglianza e del cambiamento climatico. Per questo motivo è necessario che i governi se ne facciano carico il prima possibile”.

L’impatto sulle comunità indigene

Il rapporto, nel delineare, con nuovi dati, il contesto globale nella corsa all’accaparramento della terra a spese delle comunità indigene, analizza sei casi in paesi in cui le popolazioni hanno visto la loro vita sconvolta da sfratti e violenze.

  • Honduras: Miriam Miranda, compagna di mille battaglie della leader ambientalista indigena Berta Caceres brutalmente uccisa nel marzo scorso, continua, nonostante le innumerevoli minacce di morte, a guidare la protesta del popolo Garifuna per il controllo delle loro terre cedute dal Governo ad imprese private per la costruzione di “zone economiche speciali”, amministrate con il solo obiettivo di trarne profitto;
  • Perù: i Quechua dell’Amazzonia hanno intrapreso una battaglia legale per riottenere il controllo delle loro terre, danneggiate da anni di trivellazioni petrolifere;
  • Australia: gli aborigeni di Kimberley resistono al governo locale, più interessato ai profitti derivanti dalle attività minerarie e da progetti di conservazione che al benessere della sua popolazione;
  • Sri Lanka: centinaia di persone sono al momento sfollate all’interno del paese, dopo che il governo le ha sfrattate per favorire la costruzione di strutture alberghiere;
  • India: l’aumento di domanda globale di legno teak per mobili, pavimenti e altri accessori per la casa ha provocato un’espansione delle piantagioni a scapito della comunità di Kutia Kand Adivasi in Odisha, nell’est del paese, che senza le sue foreste rischia di scomparire;
  • Mozambico: nella comunità di Wacua, la decisione unilaterale del suo leader, persuaso dai rappresentanti di un’azienda agro-alimentare, ha provocato, nel giro di un solo mese, lo sfratto dalle proprie terre di un’intera comunità impossibilitata, per via di processi lunghi e complessi, ad ottenere e rivendicare titoli e documenti legali di proprietà della terra.

Sviluppo turistico a costo di espropri? Le espulsioni forzate e le confische di terra in Sri Lanka

È a Paanama, nella zona costiera nell’est dello Sri Lanka, che si registra uno dei casi più emblematici degli ultimi anni di espulsioni forzate di intere comunità dalla loro terra.

Qui infatti per 40 anni, fino al 2010, hanno vissuto 350 famiglie di contadini e pescatori. Con la fine della guerra civile che per 30 anni ha lacerato il paese, la provincia diventa un’ambita località turistica, richiamando surfisti da tutto il mondo, anche dall’Italia. Basti pensare che solo nel 2015 in Sri Lanka sono arrivati ben 25 mila turisti italiani.

Conseguenza? Centinaia di famiglie nel giro di una notte vengono estromesse con la forza dall’esercito dalla propria terra: insediamenti ridotti in cenere, raccolti andati distrutti e pressioni da parte dei militari costringono la popolazione a chiedere ospitalità a familiari o ad arrangiarsi con rifugi di fortuna. E viene così meno per queste famiglie la terra da cui dipende la loro stessa sopravvivenza, la terra ereditata da propri padri.

In breve tempo a Paanama sorgono una base militare e hotel di lusso. Chi qui viveva del sudore del proprio lavoro nei campi adesso nella migliore delle ipotesi è costretto ad affittare un terreno in un’altra provincia, solo per poter sfamare la propria famiglia.

Ne seguono anni di proteste pacifiche che porteranno nel 2015 il Governo a decidere di restituire la terra alle famiglie che per 6 anni sono state costrette lontane da casa. Una promessa che però dopo un anno non è ancora stata mantenuta.

Da qui la petizione che abbiamo lanciato, in collaborazione con Slow Food e Mani Tese, con la richiesta urgente al Governo dello Sri Lanka di liberare quanto prima le terre occupate ingiustamente e restituirle immediatamente alla comunità di Paanama.

Se è vero infatti che il turismo è un settore chiave per lo sviluppo dello Sri Lanka, è anche vero che questo non può avvenire a spese delle comunità locali.  Esclusa da qualsiasi processo decisionale, la comunità di Paanama non ha infatti minimamente beneficiato dei profitti dello sviluppo turistico dell’area. Un’ingiustizia a cui porre fine. Da più parti del globo con una firma in solidarietà alla comunità di Paanama.

FIRMA LA PETIZIONE

PepsiCo dichiara ‘tolleranza zero’ al land grabbing

Tolleranza zero al land grabbing

La campagna Scopri il Marchio convince l’azienda ad impegnarsi contro l’accaparramento delle terre nelle proprie filiere

Pepsi annuncia il proprio impegno


PepsiCo, la seconda più grande azienda di food & beverage al mondo ha annunciato oggi di volersi impegnare ad adottare un piano per fermare l’accaparramento di terre nella propria filiera produttiva.

L’annuncio arriva dopo che oltre 272.000 consumatori hanno firmato l’appello e preso parte a iniziative organizzate dalla campagna  Scopri il  marchio volta a convincere i colossi dell’alimentare a rispettare i diritti sulla terra delle comunità locali.


PepsiCo effettuerà valutazioni sociali e ambientali lungo tutta la filiera produttiva partendo dal Brasile entro la fine del 2014, per proseguire con Messico, Tailandia e Filippine. Il Brasile è il principale paese fornitore di zucchero dell’azienda. Per la prima volta la multinazionale ha svelato i suoi maggiori paesi fornitori di olio da palma, soia e canna da zucchero, tre materie prime al centro dei fenomeni di land grabbing o accaparramento della terra.

L’impegno di PepsiCo arriva dopo quello di Coca-Cola Company del novembre 2013. L’altra azienda target della campagna, Associated British Food (ABF) ha di recente adottato politiche che prescrivono la necessità di ottenere un consenso libero, preventivo e informato  delle comunità coinvolte in operazioni di compravendita  della terra. Oxfam è in costante contatto con ABF e la controllata Illovo (il più grande produttore di zucchero in Africa) per assicurarsi che queste politiche vengano attuate.

La seconda azienda alimentare al mondo, Pepsi Co, ha deciso oggi di usare tutta la propria influenza per dire basta al furto della terra lungo la propria filiera produttiva, e questo grazie al potere dei consumatori che si dimostra oggi ancora più grande. Nessuna azienda oggi può permettersi di non dare ascolto alle richieste dei propri clienti.– afferma Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne di Oxfam Italia. – Senza il sostegno degli oltre 272.000 consumatori che hanno a gran voce richiesto a PepsiCo e alle altre multinazionali dell’alimentare di rispettare i diritti delle comunità che vivono nei territori da cui traggono materie prime, tutto questo non sarebbe stato possibile.

Dal lancio dell’iniziativa della campagna Scopri il Marchio sui diritti della terra, centinaia di migliaia di consumatori hanno chiesto a Coca-Cola Company, PepsiCo e ABF di modificare le proprie politiche sulla terra. Oxfam e altre organizzazioni della società civile hanno presentato una risoluzione all’assemblea degli azionisti di Pepsi nel novembre scorso: uno strumento di azionariato critico volto a chiedere a PepsiCo di prendere in seria considerazione il problema del land grabbing.


PepsiCo dichiara ‘tolleranza zero’ al land grabbingTra gli impegni che PepsiCo ha preso:

  1. L’adozione del principio del consenso libero, preventivo e informato nelle sue compravendite di terra;
  2. La pubblicazione dei principali paesi e fornitori di olio da palma, soia e canna da zucchero;
  3. La conduzione e la pubblicazione di valutazioni sociali e ambientali indipendenti nei 4 principali paesi da cui si rifornisce in America latina e Asia;
  4. La futura collaborazione con governi e enti internazionali per sostenere pratiche responsabili di gestione dei diritti fondiari;
  5. Il lavoro a fianco dei propri fornitori per risolvere i casi citati nel rapporto di Oxfam Zucchero Amaro, per venire incontro alle preoccupazioni delle comunità.

PepsiCo ha un immenso potere di influenza sui suoi fornitori e sull’intero settore – afferma Elisa Bacciotti – Le politiche che PepsiCo ha adottato influenzeranno anche il comportamento dei propri fornitori, che, se vorranno continuare a fornire a PepsiCo le proprie materie prime, devono dimostrare che la terra da cui si riforniscono è stata acquisita responsabilmente. I primi impegni presi sono un passo in avanti nella direzione di una maggiore trasparenza e di una valutazione lungo l’intera filiera produttiva. Soprattutto verranno adottate misure preventive per evitare quei conflitti che costringono i piccoli agricoltori a lasciare la loro terra e le loro case

Oxfam non smetterà di monitorare sull’azienda e dare conto delle azioni che intraprenderà per realizzare il suo piano di cambiamento. In particolare continueremo a fare pressione – attraverso i partner locali – affinché si trovino soluzioni giuste per le comunità in Brasile e Cambogia che lottano per riconquistare i loro diritti alla terra. Altre grandi aziende devono ora seguire l’esempio di PepsiCo e Coca-Cola per trasformare radicalmente l’attitudine del settore sul tema dei diritti della terra.”, conclude Bacciotti.

Si inasprisce la spirale di violenza nella corsa globale alla terra

Il diritto alla terra per gran parte dei popoli indigeni e le comunità di piccoli agricoltori è sempre più un miraggio.

Coca-Cola dichiara tolleranza zero al landgrabbing

Oxfam convince Coca-Cola a dichiarare tolleranza zero al landgrabbing!

Zucchero amaro

L’aumento della produzione di zucchero significa anche aumento di fame e povertà: il nuovo dossier di Oxfam

Coca-Cola dichiara tolleranza zero al landgrabbing

Coca Cola dichiara tolleranza zero al landgrabbing

Ci complimentiamo con Coca Cola per la sua decisione di dichiarare “Tolleranza Zero” al land grabbing

Coca Cola dice no al landgrabbing

L’azienda risponde all’appello degli oltre 225.000 consumatori mobilitati in risposta all’iniziativa Scopri il marchio lanciata da Oxfam in Italia e a livello globale.

Coca Cola Company ha annunciato oggi di volersi impegnare ad adottare un piano per fermare l’accaparramento di terra nella propria filiera produttiva. L’annuncio arriva dopo che più di 225.000 consumatori hanno aderito all’appello lanciato in Italia per sollecitare Coca Cola e altre aziende del settore alimentare a rispettare i diritti sulla terra delle comunità di tutto il mondo.

Ci complimentiamo con Coca Cola per la sua decisione di dichiarare “Tolleranza Zero” al land grabbing, adottando decisioni importanti per dimostrare ai consumatori di tutto il mondo la propria intenzione di contrastare l’accaparramento delle terre ai danni delle comunità di piccoli agricoltori. La posizione di Coca Cola su questo tema può avere un impatto positivo su tutto il settore, afferma Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne di Oxfam Italia. “Questo importante risultato è dovuto all’azione di centinaia di migliaia di consumatori che hanno fatto sentire la propria voce ovunque nel mondo. Nessuna azienda può più permettersi di non dare ascolto ai propri clienti. Se sono i consumatori a chiederlo, anche i colossi dell’alimentare devono impegnarsi nella lotta contro fame e povertà, cambiando modalità e standard di produzione”.

Coca Cola ha annunciato di voler adottare politiche che impegnino i propri imbottigliatori a tutelare i diritti sulla terra delle comunità nei paesi dove operano, impegnandosi a ricercare il loro consenso libero, preventivo e informato a operazioni di compravendita e/o acquisizione di terra per usi produttivi. L’azienda si è inoltre impegnata a effettuare valutazioni ambientali e sociali indipendenti delle proprie filiere di fornitura, iniziando da sette paesi: prima Colombia, Guatemala e Brasile e successivamente in India, Sud-Africa, Filippine e Thailandia. Coca Cola renderà pubblici i nomi dei tre maggiori fornitori di canna da zucchero da cui si serve, e si impegnerà attivamente nelle sedi internazionali a sostenere l’adozione di pratiche rispettose dei diritti alla terra delle comunità. Altro importante passo sarà chiedere ai propri fornitori di agire per risolvere i conflitti evidenziati nel rapporto Zucchero Amaro, pubblicato da Oxfam lo scorso 2 ottobre.

La campagna Scopri il Marchio si concentra adesso su PepsiCo e Associated British Foods (ABF), che devono ancora affrontare i problemi evidenziati dal rapporto Oxfam, Zucchero amaro.
Nei prossimi mesi, Oxfam monitorerà le azioni che Coca Cola effettuerà per adempiere ai propri impegni, a partire dal sostegno concreto che verrà dato alle comunità locali in Brasile e Cambogia nella lotta per riconquistare i diritti sulla terra. Adesso anche PepsiCo e ABF dovranno rispondere alle centinaia di migliaia di consumatori che hanno chiesto di dire basta all’accaparramento delle terre”, conclude Bacciotti.

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Zucchero amaro

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Zucchero amaro

Appello per fermare il land grabbing

Oxfam lancia un appello per chiedere alle multinazionali del settore alimentare di fermare il land grabbing causato dall’aumento della produzione globale di zucchero.

Il consumo di zucchero nel mondo è più che raddoppiato dal 1961 al 2009, e aumenterà ancora del 25% nei prossimi sette anni, provocando l’allarme sull’incremento di malattie come obesità e diabete in molti paesi del mondo.

Tuttavia, l’aumento della produzione di zucchero significa anche aumento di fame e povertà nei paesi in cui viene coltivato: è questo il messaggio del nuovo dossier di Oxfam ZUCCHERO AMARO: quali diritti sulla terra nelle filiere di produzione delle multinazionali del cibo? che evidenzia come le maggiori aziende del settore alimentare siano implicate in casi di land grabbing, l’accaparramento delle terre che strappa ai piccoli agricoltori nei paesi in via di sviluppo terra, ma anche cibo e dignità.

Il rapporto conclude che le grandi multinazionali devono fare di più per fermare gli accaparramenti di terra lungo la loro filiera produttiva. In particolare, il rapporto si sofferma su casi avvenuti in Brasile e Cambogia, nei quali sono coinvolte aziende che forniscono zucchero a Coca Cola e PepsiCo. Il rapporto evidenzia inoltre l’esistenza di gravi conflitti per la terra lungo la filiera produttiva dell’Associated British Food (ABF), un’altra delle “10 sorelle del cibo”, che ha la proprietà del marchio “Ovaltine”, la bevanda solubile conosciuta in Italia come Ovomaltina.

Il commercio mondiale dello zucchero è un business globale che vale oggi circa 47 miliardi di dollari. L’anno scorso, nel mondo sono state prodotte 176 milioni di tonnellate di zucchero, di cui il 50% è destinato all’industria alimentare. Già oggi, la superficie utilizzata per la coltivazione di canna da zucchero è di 31 milioni di ettari: un’area grande come l’Italia, per lo più concentrata nei paesi in via di sviluppo.

La nostra ricerca evidenzia come il commercio di zucchero sia già oggi alla base di casi di land grabbing: sfratti ed espropri eseguiti senza il consenso e il risarcimento delle comunità che abitano su quella terra, e altri gravi conflitti legati alla proprietà della terra”, dichiara Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia. “E’ necessario che le maggiori aziende del settore alimentare si dotino di politiche sufficientemente forti per contrastare l’accaparramento di terre e i conflitti che si manifestano nelle loro filiere produttive.

Coca-Cola, PepsiCo e ABF sono oggi i maggiori produttori e acquirenti di zucchero al mondo: per questo la campagna Scopri il marchio di Oxfam chiede in primo luogo a loro di adottare politiche in grado di assicurare che i loro prodotti non contengano zucchero coltivato su terre estorte alle comunità più vulnerabili e povere” afferma Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne di Oxfam Italia. “I consumatori che in tutto il mondo amano i prodotti di queste aziende meritano di più: per questo ci auguriamo che siano i primi a firmare l’appello per chiedere a queste aziende di usare la loro influenza e potere per contrastare ogni caso di land grabbing che cerchi di innescarsi nelle loro filiere.

Chiediamo alle multinazionali di adottare una politica di tolleranza zero al land grabbing lungo le proprie filiere di produzioneOxfam chiede a Coca Cola, PepsiCo e ABF di adottare una politica di tolleranza zero al land grabbing lungo le proprie filiere di produzione. I tre colossi dovrebbero inoltre rivelare, in modo trasparente, i paesi e i produttori dai quali si riforniscono di materie prime, pubblicare valutazioni sulle conseguenze che la produzione dello zucchero ha sulle comunità locali, e usare il proprio potere per spingere i governi e l’industria alimentare a rispettare i diritti sulla terra.

Coca-Cola è il più grande acquirente mondiale di zucchero e controlla il 25% del mercato globale dei soft drink. Il suo portafoglio di 500 marchi include Diet Coke, Fanta, e succhi di frutta Del Valle. PepsiCo controlla il 18% del mercato dei soft drink e ha un portafoglio di 21 marchi tra cui Pepsi, Tropicana, Doritos, Lipton Tè e Walkers. ABF è il secondo produttore mondiale di zucchero e il proprietario di marchi famosi come la già ricordata Ovaltine, Silver Spoon Sugar, Kingsmill e Patak, oltre che di Twinings. Nella classifica Scopri il marchio di Oxfam Coca Cola, PepsiCo e ABF hanno ottenuto un punteggio basso o molto basso in tema di politiche sulla terra.

Nel rapporto di Oxfam sono evidenziate le prove e le testimonianze di alcuni casi di land grabbing e di altre dispute sull’uso della terra avvenute in Cambogia e Brasile e che riguardano aziende coinvolte nella filiera produttiva delle tre multinazionali. Tra i casi analizzati, quello di una comunità di pescatori dello stato di Pernambuco in Brasile sfrattata con la violenza nel 1998 per far posto a uno zuccherificio che fornisce Coca-Cola e PepsiCo, o quello di 200 famiglie del distretto di Sre Ambel, in Cambogia, che stanno ricorrendo in giudizio per riavere la terra da cui sono state sfrattate nel 2006 per far posto a una piantagione di zucchero che rifornisce la Tate & Lyle Sugars, che a sua volta vende lo zucchero ad aziende che lavorano per  Coca-Cola e PepsiCo. Nel rapporto sono anche analizzati i gravi conflitti per la terra in Mali, Zambia e Malawi in cui è coinvolta ABF, attraverso la sua affiliata Illovo.

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Oxfam, il G8 deve porre fine al furto della terra

Oxfam chiede ai leader del G8 che si incontreranno in Irlanda del Nord di arrestare l’odioso fenomeno del land grabbing

Il video dei Coldplay per dire basta al landgrabbing

Oxfam e i Coldplay lanciano oggi un video innovativo e per denunciare l’ingiustizia del landgrabbing…ci sei anche tu?

Oxfam, il G8 deve porre fine al furto della terra

Chiediamo ai leader del G8 di mettere fine al land grabbing

Il Colosseo accaparrato e svenduto. Land Grab Global Day, 7 febbraio 2013Dal 2000, le aziende dei paesi del G8 hanno acquisito un’area di terra ben più grande dell’intera isola irlandese in cui si terrà il Summit il prossimo 17-18 giugno. Questa terra basterebbe a sfamare 96 milioni di persone all’anno – una volta e mezzo gli abitanti dell’Italia.

Per questo Oxfam chiede ai leader del G8, che si incontreranno nell’Irlanda del nord il prossimo lunedì e che per la prima volta affronteranno il tema delle acquisizioni di terra su larga scala, di rendere le grandi acquisizioni di terreni trasparenti e chiare al fine di arrestare l’odioso fenomeno del land grabbing.

L’assenza di trasparenza che caratterizza le grandi acquisizioni di terreni non giova a nessuno – ha detto Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne di Oxfam Italia – Gli investitori possono rimetterci e le comunità più povere perdono letteralmente tutto. Il G8 deve sancire che le transazioni avvengano alla luce del sole, perché solo così si potrà porre fine allo scandalo del land grabbing.

Le compravendite di grandi appezzamenti di terra condotti in modo poco trasparente hanno esposto le comunità più vulnerabili del mondo al rischio di perdere la loro terra e la loro casa, nonché i mezzi per guadagnarsi da vivere: nei casi di land grabbing infatti questi soggetti non vengono né consultati o risarciti e spesso subiscono violenze e intimidazioni. La segretezza che circonda le transazioni di terra può essere controproducente anche per gli investitori: in molti casi questi si sono trovati a dover sostenere i costi di cause legali derivanti da conflitti irrisolti con le comunità locali.

Il primo ministro del Regno Unito David Cameron, che presiede il G8 di quest’anno, ha già dichiarato che il vertice rappresenta un’opportunità imperdibile per affrontare la piaga della fame globale e ha espresso la volontà di dare vita ad una Land Transparency Initiative, una piattaforma globale attraverso cui rendere più certo il diritto alla terra nei paesi poveri e rafforzare gli standard delle Nazioni Unite.

Crediamo che l’iniziativa per essere veramente efficace dovrebbe prevedere la condivisione, da parte degli investitori, dei dettagli delle transazioni e degli impegni assunti nei confronti delle comunità che vivono su quella terra.

Nei paesi più poveri, ogni 7 giorni, un’area di terra grande quanto Ottawa viene venduta a investitori stranieri.
Siamo lieti che il G8 affronti per la prima volta il tema delle grandi acquisizioni di terra, anche grazie alla pressione esercitata da Oxfam e da un crescente movimento della società civile globale. Crediamo che il primo passo per i paesi del G8 su questo tema sia mettere ordine a casa propria, chiedendo a tutte le aziende con sede nei loro rispettivi territori di condividere i dettagli degli accordi in cui sono implicati, coinvolgendo sempre le comunità toccate da tali accordi. L’Italia, tra l’altro, è uno dei primi paesi a dover agire: secondo gli ultimi dati è infatti il terzo paese in Europa, dietro a Regno Unito e Francia, per numero di investitori implicati in casi di acquisizione di terra su larga scala conclude Bacciotti.

Si inasprisce la spirale di violenza nella corsa globale alla terra

Il diritto alla terra per gran parte dei popoli indigeni e le comunità di piccoli agricoltori è sempre più un miraggio.

Il video dei Coldplay per dire basta al landgrabbing

Oxfam e i Coldplay lanciano oggi un video innovativo e per denunciare l’ingiustizia del landgrabbing…ci sei anche tu?

Giù le mani dal “My place”

Un nuovo video di In My Place dei Coldplay per dire no al Land Grabbing porterà le firme dei fan…anche la tua!

Il video dei Coldplay per dire basta al landgrabbing

Diciamo basta al landgrabbing

Julia, dalla Germania, starring per il video In my place dei ColdplayOxfam e i Coldplay lanciano oggi un video innovativo e pioneristico per denunciare l’ingiustizia del land grabbing. Nelle riprese compaiono milioni di fan dei Coldplay, fra i quali anche Dominic Cooper – la star di ‘Mamma Mia’ e di ‘Captain America’ – e la rock band ‘Wolf Gang’. Fra i contributi dei fan italiani dei Coldplay, ci sono anche quelli delle due cover band italiane dei Coldplay “Live in Technicolor” e “Life in Technicolor”.

Negli scorsi due mesi migliaia di persone, da oltre 55 paesi nel mondo, hanno caricato quasi 7.000 video o foto per questo video della versione acustica del famoso brano dei Coldplay “In My Place”.

L’idea del video è frutto della creatività del pluripremiato regista Mat Whitecross che ha voluto evocare la dislocazione e il senso di non appartenenza che migliaia di famiglie vivono a causa del fenomeno del land grabbing.

Nel video compaiono immagini –inviate da città e paesi che spaziano dall’Argentina all’Indonesia- di persone ritratte dopo che hanno spostato qualcosa che amano, qualcosa di personale o familiare dalla loro casa ad un luogo che non gli appartiene; oppure persone che fanno qualcosa di personale e familiare completamente fuori dal contesto abituale, come per l’attore Dominic Cooper, che dorme all’aperto nel gelo di Budapest, o i membri della rock band Wolf Gang che ascoltano dei dischi per strada.

Ogni anno i governi e gli investitori privati comprano enormi lotti di terra nei paesi più poveri del mondo. Le persone che abitano su quella terra, e da essa traggono quel che serve a sfamare le loro famiglie, non hanno voce in capitolo su quella compravendita e non ricevono alcun compenso. Molti vengono sfrattati con violenza e quelli che protestano sono oggetto di intimidazioni e vessazioni. Negli ultimi dieci anni è stata venduta, globalmente, un’area grande quanto otto volte la dimensione del Regno Unito.

Gli ambasciatori globali di Oxfam, i Coldplay, hanno dichiarato: “I nostri fan non sono solo bellissimi, ma sono anche pieni di creatività! Siamo davvero orgogliosi che abbiano messo il loro talento a servizio di questa importante causa”.

Mat Whitecross ha detto: “Il crowd-sourcing è una maniera davvero eccitante di mettere  un potenziale creativo in mano alla gente. Come supporter di lunga data di Oxfam, mi ha fatto davvero piacere raccogliere questa sfida. Ho inoltre sentito la responsabilità di produrre qualcosa che rispondesse all’impegno dei fan che hanno offerto il loro tempo e la loro voce per produrre un vero cambiamento. I miei genitori erano rifugiati, per questo motivo il tema della casa, del dislocamento e dell’appartenenza sono molto importanti per me. Spero che il video aiuti a far conoscere a un vasto pubblico la grave ingiustizia del land grabbing. Tutti dovrebbero esserne informati”.Il video viene distribuito nella settimana in cui la Banca Mondiale si riunisce per il suo meeting annuale di primavera. La Banca Mondiale influenza la maniera in cui la terra viene comprata e venduta su scala globale. La campagna COLTIVA di Oxfam si è rivolta alla Banca Mondiale per chiederle di prevenire il land grabbing. La Banca Mondiale ha recentemente riconosciuto di avere un ruolo chiave in questo problema e si è impegnata a fare di più per combatterlo. Oxfam spera che il video ispiri migliaia di persone a chiedere alla Banca Mondiale di mantenere i suoi impegni su questo fronte.
“Migliaia di fans dei Coldplay stanno facendo sentire la loro voce a favore di un’azione globale per porre fine al land grabbing. La Banca Mondiale può contribuire a garantire che le compravendite di terra non lascino le comunità povere senza un luogo dove coltivare il cibo. E deve farlo adesso” ha dichiarato Hannah Stoddart, portavoce della campagna COLTIVA.
La Banca Mondiale ha finalmente riconosciuto di avere un ruolo da svolgere nella lotta contro il land grabbing – una buona notizia, ma è sufficiente?
Prima che termini il suo meeting di primavera, abbiamo bisogno di dire alla @WorldBank di mantenere la parola data e fargli sapere che il mondo la sta guardando. Migliaia di fan dei Coldplay hanno agito come un movimento globale per il cambiamento sociale per creare questa petizione visiva e ora abbiamo bisogno dei nostri sostenitori per chiedergli di diffondere il più possibile il loro messaggio e la loro creatività.
Per mostrare l’ampiezza del sostegno alla campagna chiediamo ai sostenitori di Oxfam di tweettare per la campagna e aiutarci a ottenere una copertura globale per il video. Sarebbe fantastico se potessi aiutarci con un tweet sul video il 16 aprile chiedendo ai tuoi sostenitori di fare un retweet!
Di seguito il tweet:
Guarda #inmyplacefilm e chiedi con noi alla @WorldBank un cambiamento! http://bit.ly/XIPXux #stoplandgrabs
Spero che tu ti unisca a noi, mostrandoci il tuo sostegno in un momento cruciale della campagna.

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Giù le mani dal “My place”

Un nuovo video di In My Place dei Coldplay per dire no al Land Grabbing porterà le firme dei fan…anche la tua!

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Governi deboli e terre rubate: investitori senza scrupoli arraffano la terra dove i governi sono più deboli

Giù le mani dal “My place”

Coldplay con Oxfam per dire stop al land grabbing

Il 29 marzo a Roma, appuntamento con il Raduno Ufficiale italiano Coldplay Fan 2013, assieme alla Tribute Band “LiVe in Technicolor”, in sostegno di Oxfam Italia.

Un video in crowdsourcing con le immagini video e foto che arriveranno dai fan di tutto il mondo, da montare sulle note di In My Place dei Coldplay (versione unplugged) e che porterà la firma del pluripremiato regista musicale Mat Whitecross.

L’idea è dei Coldplay, global ambassador di Oxfam, per dire no all’accaparramento delle terre ai danni delle comunità nel Sud del mondo: ogni anno governi, banche e investitori privati comprano enormi appezzamenti di terra in alcuni dei paesi più poveri del mondo, a scapito delle comunità che ci vivono, che su di essa fanno affidamento per sfamare le proprie famiglie e che, non avendo voce in capitolo, non ricevono alcun compenso. Nell’ultimo decennio è stata venduta globalmente un’area di terra grande 7 volte l’Italia.

Parte da qui l’invito lanciato da Oxfam, attraverso la campagna Coltiva, ai numerosissimi fan dei Coldplay di inviare fino al 2 aprile, video e foto che raccontino simbolicamente il senso di insostenibile spaesamento che il land grabbing genera: ognuno di noi ha un posto che chiama casa, un posto in cui si sente al sicuro, familiare. Basterà fotografare un oggetto amato e familiare  ‘fuori posto’, o filmare un’attività personale e quotidiana in un luogo diverso dal solito.

Voglio creare la sensazione di chi si sente lontano da dove vorrebbe essere,– spiega il regista Mat Whitecross per mostrare la sofferenza delle vittime del land grabbing che costringe le persone a lasciare le proprie case, la terra su cui si è fatto affidamento per viver. Ho lavorato con i Coldplay per molto tempo e so bene quanto siano appassionati i loro fan. L’idea di sfruttare questa energia per creare uno strumento originale e potente, mi ha da subito emozionato”.

Oxfam chiede alla Banca Mondiale di assumere un ruolo guida nella lotta al land grabbing

Questo video musicale unico aiuterà a portare alla luce l’ingiustizia globale del land grabbing – aggiunge Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne di Oxfam Italia – Lo scorso anno i Coldplay hanno invitato Oxfam nel loro tour mondiale e siamo fortemente motivati dal grandissimo sostegno che i fan di tutto il mondo ci hanno dimostrato. Fare campagne è essenzialmente mettersi nei panni di qualcun altro. Sappiamo che quando ci uniamo e ci attiviamo contro l’ingiustizia globale possiamo fare davvero la differenza”.

Il Raduno Ufficiale italiano Coldplay Fan 2013 per Oxfam Italia

Chris Martin durante il Mylo Xyloto Tour 2012

Chris Martin, leader dei Coldplay

L’evento, rivolto a tutti i fan italiani della rock band inglese, si terrà venerdì 29 Marzo, dalle 22.30, presso Stazione Birra (via Placanica 172, a Roma), il più importante locale di musica live della capitale e sarà un evento di solidarietà a sostegno della campagna COLTIVA  di Oxfam. Sul palco, i LiVe in Technicolor nota e apprezzata Tribute Band Coldplay italiana, divenuta negli anni un punto di riferimento per i fan italiani di Chris Martin e compagni. Una delle Tribute Band più conosciute e apprezzate non solo in Italia, ma anche all’estero, che negli anni si è esibita nei più importanti locali italiani ed europei, capace come nessuno, di far rivivere le fantastiche atmosfere che si respirano nei concerti della band inglese. Attualmente i loro canali online sono seguiti da oltre 38 paesi in tutti il mondo con più di 18.000 spettatori su Youtube e oltre 1,5 milione di visite raggiunte dalla loro pagina Facebook. Il costo di ingresso sarà di 10 euro. Il ricavato della serata andrà a sostegno dei progetti  di solidarietà sostenuti da Oxfam attraverso la campagna Coltiva

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Governi deboli e terre rubate

Firenze, Land Grab Day 7 febbraio 2013 Una nuova analisi pubblicata da Oxfam dimostra che chi compra e vende la terra su ampia scala preferisce investire dove i governi sono più deboli. Per questo Oxfam lancia oggi il “No Land Grab Day”  con azioni in tutto il mondo volte a chiedere alla Banca Mondiale di assumersi la responsabilità di contrastare il land grabbing.

Dai dati (proprio della Banca Mondiale) emerge che in più del 75% dei 56 paesi nei quali si sono attuate compravendite di terra su larga scala tra il 2000 e il 2011, i quattro indicatori chiave sulla governance (partecipazione dal basso e accountability, stato di diritto,  regolamentazione del settore privato e controllo della corruzione) erano al di sotto della media: più del 50% di questi affari si sono condotti nei  23 paesi in coda alla classifica.

Per esempio il Guatemala, che in tutti i quattro indicatori governance si attesta al di sotto della media, ha visto 87mila ettari di terra cambiare proprietari negli ultimi dieci anni, nonostante gli alti livelli di fame e malnutrizione delle aree rurali.

In netto contrasto, il Botswana, con un’area di terra disponibile pro capite in tutto simile al Guatemala, ma che si posiziona ben al di sopra della media negli indicatori di governance, da quel che si sa, non ha concluso alcuna acquisizione di terra su larga scala.L’analisi è stata eseguita incrociando i dati della Land Coalition’s Matrix (una banca dati che riporta i contratti relativi ad acquisizioni che riguardano terreni superiori ai 200 ettari) con gli indicatori sulla governance della Banca Mondiale che misurano la qualità del governo di un paese

Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne di Oxfam Italia, commenta: “Il malgoverno è un buon requisito per gli investitori che cercano di assicurarsi vasti appezzamenti di terra in modo rapido e a poco prezzo. Sembra che gli investitori si dirigano su paesi con governi e leggi deboli perché rappresentano dei ‘facili obiettivi’. Ciò getta in una situazione disastrosa le comunità, le cui case e i cui mezzi di sostentamento vengono loro sottratti senza alcun compenso”.

Oxfam si appella alla Banca Mondiale affinché sospenda temporaneamente gli investimenti agricoli su larga scala così da assicurare che le sue politiche non favoriscano il land grabbing. In merito a questo tipo di investimenti sulla terra, la Banca è in una posizione unica in virtù della sua influenza nel definire gli standard internazionali, stanziare finanziamenti e consigliare i paesi in via di sviluppo.

Chiediamo alla Banca Mondiale di fare il possibile per impedire tutto questo. Ottenere un controllo sulla corsa moderna all’accaparramento dei terreni, che vede ogni secondo un’area grande come il Colosseo  venduta  a investitori stranieri, deve essere una priorità dell’agenda della Banca”, prosegue Bacciotti.

Durante la giornata di mobilitazione contro il land grabbing, monumenti e luoghi pubblici come le Scogliere di Dover in Gran Bretagna, il Colosseo a Roma, l’Atomium di Bruxelles, il Lincoln Memorial a Washington, l’Harbour Bridge a Sydney, il Prado a Madrid e decine di altri in tutto il mondo verranno simbolicamente venduti

Si inasprisce la spirale di violenza nella corsa globale alla terra

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Fuori anche i buoni investimenti?

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La corsa alla terra affama milioni di persone

Firma la petizione per chiedere alla Banca Mondiale di sospendere gli investimenti e proteggere le terre dei poveri

Fuori anche i buoni investimenti?

Fuori anche i buoni investimenti?

Oxfam manifesta contro land grabs

Oxfam manifesta contro land grabs

Il mese scorso Oxfam ha lanciato una petizione chiedendo alla Banca Mondiale di sospendere per 6 mesi i suoi investimenti nelle compravendita di terreni di larga scala.

Data l’irresponsabile corsa alla terra condotta da banche e investitori privati nei paesi in via di sviluppo, Oxfam si è sentita costretta ad agire.

Dal momento che non ci sono adeguate misure di protezione, questa corsa porta troppo spesso le persone e le comunità locali a perdere le proprie case e la terra dove coltivano il proprio cibo.

Migliaia di persone nel mondo chiedono alla Banca Mondiale di assumere un ruolo guida in questo settore, e mentre la Banca sta ad ascoltare, non ha ancora deciso di cambiare le proprie politiche. Così, in una serie di blog, stiamo cercando di capire perché la Banca Mondiale ha rifiutato fino ad oggi le nostre richieste. Abbiamo già espresso nel dettaglio perché non accettiamo le obiezioni della Banca e abbiamo spiegato perché non accettiamo la posizione della Banca che sostiene di non essere il giusto bersaglio.

Un’altra ragione per cui la Banca Mondiale ha rifiutato la richiesta di Oxfam di sospendere gli investimenti è quella che chiameremo “gettare l’acqua sporca col bambino dentro”.

La Banca sostiene che una sospensione finirebbe per staccare la spina non solo ai progetti che hanno avuto conseguenze negative sulle persone, ma pure a quelli di cui beneficiano le persone che anche Oxfam cerca di aiutare. In particolare, la sospensione delle compravendite di terreni agricoli invocata da Oxfam andrebbe a svantaggio dei piccoli produttori, che rappresentano la categoria più povera al mondo.

Sviluppo Agricolo in India

Irrigazione supporta lo sviluppo agricolo

Per essere chiari, Oxfam non ha mai sostenuto (e mai lo farà) che la Banca Mondiale non debba investire in agricoltura, proprio perché Oxfam è impegnata ad aiutare le persone più vulnerabili nel mondo, come i piccoli produttori. Quello che vogliamo è assicurare che l’aumento degli investimenti della Banca Mondiale in agricoltura (che sono cresciuti da 2,5 miliardi di dollari nel 2002 a 6-8 miliardi di dollari nel 2012), sia accompagnato da un reale sostegno alle persone..

Non stiamo chiedendo alla Banca Mondiale di abbandonare il settore agricolo, ma solo di sospendere per un periodo di 6 mesi gli investimenti agricoli che coinvolgono compravendite di terra su larga scala.

Questo perché riconosciamo il valore dell’investimento in agricoltura, ma ci opponiamo ad un particolare tipo d’investimento, quello cioè che consiste nella perdita dei diritti sulla terra da parte dei contadini poveri e delle comunità, e che spesso genera conflitti e povertà.

Oxfam è favorevole agli investimenti agricoli – sia grandi che piccoli – che portano vantaggi alle comunità e benefici condivisi basati sulla consultazione e sul consenso. Per chi fosse paerticolarmente interessato all’argomento, abbiamo pubblicato di recente un documento che illustra modelli positivi d’investimento in agricoltura, e il Direttore di Oxfam GB Barbara Stocking ha recentemente ribadito il messaggio sul Financial Times.

Una sospensione creerebbe il tempo e lo spazio necessari per l’approvazione di una serie di regole per proteggere i produttori, e non si tratta di un metodo nuovo o mai sperimentato prima. La Banca Mondiale ha già impiegato questo metodo in passato, quando ha bloccato i prestiti al settore dell’olio di palma a seguito di una caso controverso in Indonesia, per assicurarsi che i propri investimenti non fossero responsabili di un impatto negativo sulla popolazione locale.

Non siamo scoraggiati dalla reazione iniziale della Banca Mondiale alla nostra campagna. Nonostante la presa di posizione ufficiale, le azioni di migliaia di persone l’hanno costretta a fermarsi ad ascoltarci. Quando la Banca Mondiale ha chiesto su Twitter “cosa si potrebbe fare (#whatwillittake) per meter fine alla povertà”, l’avete sommersa di tweet e commenti su Facebook, chiedendola di contribuire a fermare il land grabbing. Il risultato è che il mese scorso, durante il metteing annuale della Banca Mondiale, il Vice Presidente Responsabile per lo Sviluppo Sostenibile Rachel Kyte ha trovato il tempo per incontrarsi con i rappresentatnti di Oxfam per un colloquio di persona.

È fantastico che la Banca Mondiale intragisca pubblicamente con la campagna, attraverso i blog e i social media. Ha riconosciuto che gli abusi esistono e condivide la nostra preoccupazione sul problema del land grabbing . È impegnata anche nel dialogo con Oxfam su questo tema e siamo convinti che ci sia ancora un ampio margine d’influenza sulla Banca e sul suo Presidente Jim Kim.

La Banca Mondiale può fare la differenza per le comunità più povere di tutto il mondo

Crediamo che la Banca Mondiale, in qualità di soggetto multimiliardario nella compravendita di terre, consulente per le politiche dei paesi in via di sviluppo e con un ruolo chiave nella definizione di standard a livello mondiale, sia in una posizione privilegiata per innescare un cambiamento positivo e possa fare la differenza per le comunità povere di tutto il mondo.

Traduzione a cura di Chiara Novaglio