Nuove misure per la protezione nei contesti di intervento

Formati 119 operatori e migliorati i sistemi di prevenzione e tutela da comportamenti inadeguati. I risultati e i progressi del Piano di azione globale.

Garantire trasparenza nel proprio lavoro, proteggendo le comunità, le organizzazioni partner e i propri operatori da qualsiasi forma di comportamento inadeguato e abuso, anche nei contesti più poveri e vulnerabili del pianeta. Si rafforza così la nostra azione, che da ottobre di quest’anno renderà pubblici ogni sei mesi (nel rispetto della privacy), i casi di cattiva condotta e abuso, registrati in tutto il mondo.

Una risposta concreta, definita nel Piano di azione globale varato lo scorso febbraio, dopo lo scandalo sui casi di abuso di alcuni operatori di Oxfam Gran Bretagna nel 2011 ad Haiti. “Sono molto orgogliosa di come il nostro staff in tutto il mondo stia lavorando per rendere Oxfam un posto sicuro in cui non ci sia tolleranza verso qualsiasi caso di abuso nei confronti delle donne”, Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International.

A settembre la presentazione del Piano di azione per l’Italia

Dallo scorso febbraio anche noi di Oxfam Italia, pur non avendo mai riscontrato casi di abuso da parte del nostro staff, siamo subito intervenuti con l’obiettivo di rendere sempre più efficace la prevenzione di qualsiasi forma di comportamento inappropriato in tutti i contesti in cui interviene, dando così nuova linfa alla nostra storia e al lavoro che ogni giorno i nostri operatori realizzano nei contesti più fragili del mondo, dove la vita è spesso insostenibile a causa di guerre, catastrofi e mancanza di mezzi di sussistenza.

Abbiamo messo in campo un piano di ascolto e coinvolgimento di partner, attivisti, donatori, aziende, giornalisti, istituzioni, ong, Ambassador, testimonial, opinion leader, esperti del terzo settore, per identificare insieme soluzioni efficaci verso una sempre maggiore trasparenza. Un percorso realizzato con il sostegno pro bono di Toni Muzi Falconi e Methodos, che ha accelerato un processo di maggior attenzione su un tema cruciale.

Tante indicazioni e spunti interessanti che hanno fornito un decisivo contributo alla definizione di Piano d’azione per l’Italia con l’introduzione di un nuovo codice di condotta per lo staff e i partner, nuove politiche di protezione per l’infanzia e di safeguarding, programmi mirati di formazione agli operatori e l’accesso ai canali di denuncia protetta messi a disposizione a livello globale.

In più:

  • A partire da ottobre, Oxfam darà accesso alle indagini sul safeguarding realizzate su base semestrale e ai progressi intrapresi rispetto al Piano di azione in dieci punti. La prima informativa includerà i dati relativi ai primi due trimestri del 2018.
  • Il 16 febbraio 2018, Oxfam ha annunciato un Piano di azione in dieci punti per migliorare le sue politiche e pratiche di safeguarding. Il Piano è disponibileQUI.

Le famiglie in fuga da Mosul: “veniamo dall’ inferno”

Nella fuga dal conflitto di Mosul, i traumi e le ferite riportate dalle famiglie sono atroci. 

mosul-inferno-n-2

Nel gelo dell’inverno, il numero degli sfollati è più che triplicato nell’arco di una settimana. Insieme alle altre organizzazioni umanitarie siamo al lavoro per far fronte all’emergenza nei campi profughi per fornire acqua pulita, alloggi, prevenire le epidemie e che si tenga il passo con i nuovi arrivi.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (OIM), almeno 3.362 famiglie sono state costrette a scappare nell’ultima settimana e il numero degli sfollati dall’inizio dell’offensiva lo scorso 17 ottobre è arrivato a 42.000.

Tu puoi aiutarci. Sostieni la campagna #Savinglives, il tuo aiuto è fondamentale.

Una donna arrivata nel campo di Hassansham, 50 chilometri a est di Mosul, ha raccontato che il marito è stato ucciso e lei stessa è rimasta gravemente ustionata dopo che un attentatore suicida dell’Isis si è fatto esplodere fuori casa sua, nel sobborgo di Hai Samar. Anche la figlia di nove anni è rimasta ustionata in modo grave durante l’attacco, che secondo la donna ha ucciso i membri di altre quattro famiglie che avevano trovato rifugio nello stesso luogo.

“Veniamo dall’inferno – registriamo dalla testimonianza di una donna di 25 anni, appena giunta nel campo insieme alla figlia di dieci anni, descrivendo le condizioni di vita a Mosul – Tantissimi nostri vicini sono stati uccisi e non riusciamo a credere di essere ancora vivi”.

Convogli di autobus e camion carichi di famiglie arrivano ogni giorno al campo di Hassansham, gestito dalle Nazioni Unite. Arrivano soltanto con pochi averi, in fuga dai bombardamenti e dal fuoco dei cecchini. In questo contesto il campo di Hassansham, dove sono state allestite tende in grado di ospitare 1.950 famiglie, è quasi al completo, così come il vicino campo di Qayarrah.

mosul-inferni-3-nInsieme alle altre organizzazioni umanitarie sono al lavoro giorno e notte per allestire tende, garantire servizi igienico-sanitari e assistenza ai feriti. L’inverno è alle porte, di notte fa già molto freddo e l’aumento delle piogge e gli allagamenti potranno facilitare le malattie trasmissibili attraverso l’acqua sporca. Per questo motivo, stiamo installando cisterne per l’acqua potabile e si prepara a distribuire coperte, lampade a energia solare, kit igienici e altri aiuti di prima necessità.

“Le persone in fuga da Mosul si lasciano tutto alle spalle e arrivano in condizioni di assoluto bisogno. La sfida, adesso, è quella di fornire acqua pulita e un riparo dignitoso, al caldo, prima che l’inverno si faccia sentire.ha detto Riccardo Sansone, coordinatore umanitario –  con le altre organizzazioni lavoriamo senza sosta per garantire tutto quel che serve alla tante persone disperate che aumentano di giorno in giorno”.

Quasi una famiglia su cinque in fuga dalla città di Mosul e dalle aree circostanti si sta rifugiando infatti nelle zone riconquistate all’Isis, dove non c’è cibo, acqua, combustibile e medicine. Secondo il governo iracheno, l’offensiva su Mosul potrebbe causare fino a 700 mila profughi, nel contesto di un Paese come l’Iraq dove dall’inizio del conflitto si contano circa 3,4 milioni di sfollati e 10 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria.

mosul-inferno-n-4

Il tuo aiuto è fondamentale, sostieni la campagna #Savinglives. Dona adesso e dai speranza alle persone di Mosul.

 

 

Ufficio stampa Oxfam Italia:

Mariateresa Alvino: +39 348 9803541; mariateresa.alvino@oxfam.it

David Mattesini: +39 349 4417723david.mattesini@oxfam.it

Valentina Barresi: +39 346 2308590; valentina.barresi@oxfam.it

 

Run As One – correre fianco a fianco a chi è fuggito dalla guerra

Correre nel cuore di una delle più belle città del mondo, fianco a fianco dei migranti richiedenti asilo accolti in Toscana, contribuendo allo stesso tempo a migliorare la vita delle tantissime persone costrette ad abbandonare la propria casa per sfuggire a guerra e persecuzioni nei più gravi contesti di emergenza. È la sfida che abbiamo lanciato agli appassionati di running, in partnership con la Firenze Urban Trail 2017, attraverso il progetto Run As One.

Clicca qui per le ISCRIZIONI

Sostienici e utilizza i seguenti codici per ricevere sconti:

  • 1 euro di sconto per la 13 km – OXFAMFUT2017KM13 (sia competitiva che non)
  • 2 euro per la 30 km – OXFAMFUT2017KM30
  • 3 euro per la 45 km – OXFAMFUT2017KM45

Quando la passione sportiva diventa strumento di integrazione

Sono quattro i team, per altrettante province toscane Firenze, Livorno, Arezzo e Siena, che stanno iniziando

run proprio in questi giorni la lunga strada di preparazione atletica che li porterà a correre il principale evento di trail urbano d’Italia, i prossimi 4 e 5 marzo.

A comporli, assieme agli appassionati toscani e non di running, che potranno iscriversi fino a pochi giorni prima della gara, proprio i richiedenti asilo ospiti delle nostre strutture nelle quattro province, dove l’associazione umanitaria è al lavoro per l’accoglienza e l’integrazione di oltre 230 migranti.

Un’avventura unica che fino a marzo impegnerà i team in allenamenti settimanali, dove alla passione sportiva si affiancherà la possibilità di condividere storie, esperienze e far sentire in tutto e per tutto chi ha dovuto lasciarsi alle spalle un’intera vita, parte integrante della comunità dove hanno trovato una nuova casa.

 Grazie a questa esperienza stiamo trovando amici italiani e di altri paesi, con cui ci alleniamo e ci teniamo in contatto durante la settimana.racconta S., che ancora minorenne ha lasciato il proprio Paese, arrivando attraverso la Libia in Italia, dove da quasi un anno è stato accolto in Toscana – Quando siamo arrivati ci sentivamo molto soli, ma adesso posso dire di sentirmi un po’ più a casa”.

A coordinare ciascun team sarà un coach-volontario. E a guidare il team di Firenze sarà una sportiva d’eccezione come Antonella Bundu, vincitrice del campionato italiano CSEN Nordic Walking, già testimonial a fianco di Oxfam nell’edizione 2016 della Firenze Urban Trail.

Correre, così come fare trekking, ti dà tempo per stare con te stessa e ti offre l’occasione di riflettere e pensare. – racconta Antonella – ma farlo condividendo storie di vita e speranze con i ragazzi accolti da Oxfam è qualcosa che ti arricchisce in modo straordinario”.

Diventare “social runner” a fianco di chi fugge da guerra e persecuzioni

Correre a fianco di Oxfam la prossima Firenze Urban Trail quest’anno però non sarà solo un’esperienza unica di confronto con culture e storie diverse, perché tutti gli italiani appassionati di running potranno compiere un concreto gesto di solidarietà in sostegno del lavoro realizzato dall’associazione umanitaria nei più gravi contesti di emergenza a fianco di migliaia di profughi e rifugiati:  in Libano e Giordania, dove hanno trovato rifugio milioni di profughi siriani o nell’area intorno al bacino del lago Ciad, tra Nigeria, Camerun, Ciad e Niger, dove hanno cercato salvezza centinaia di migliaia di persone in fuga dai conflitti che lacerano l’Africa occidentale.

Sarà possibile sostenere il nostro lavoro in molti modi: donando un contributo già al momento dell’iscrizione alla Firenze Urban Trail o iscrivendosi ad un prezzo scontato alla gara inserendo un apposito codice indicato sopra. Ma soprattutto una volta entrati a far parte dei running team di Oxfam, potrai  farti sostenere da amici e supporter su retedeldono.it come social runner.

Ciascun runner potrà così scegliere la distanza a lui più congeniale e mettersi alla prova nel suggestivo scenario del centro storico fiorentino: in una inusuale ed affascinante 13 km in notturna o in due gare in diurna, da 30 e 45 km.

Per prendere parte ai team scrivi a firenze@oxfam.it

“Superare le difficoltà e la fatica di una gara sportiva, così come nella vita. E’ questo il tratto comune che lega il social running di Oxfam Italia con la Firenze Urban Trail. Un esempio di come spesso lo sport diventi metafora dell’esperienza quotidiana, specie nel caso dei richiedenti asilo, in cerca di un futuroconclude il responsabile del nostro ufficio attivisti, Lorenzo Ridi – Correre la Firenze Urban Trail a fianco di Oxfam quest’anno significa tendere una mano verso chi ha perso tutto”.

Armonizzazione Fiscale nella UE – perno della lotta all’elusione delle corporation

Ieri sera la Commissione Europea ha presentato un nuovo pacchetto di misure volte a rendere più efficace il contrasto all’elusione fiscale delle multinazionali che operano nella UE. Il punto centrale del pacchetto è la proposta di armonizzazione della base imponibile per l’imposta sulle società in un’ Europa con 28 diversi sistemi fiscali nazionali.

fiscale-2

La proposta di una base imponibile comune e consolidata europea o CCCTB ( Common Consolidated Corporate Tax Base), che adesso dovranno discutere gli stati membri, è pensata sia come una norma anti-abuso, sia come un freno all’agguerrita concorrenza fiscale fra gli stati dell’Ue. Concorrenza che si manifesta oggi con scelte al ribasso sulle aliquote fiscali per gli utili societari nonchè mediante diverse definizioni nei Paesi UE degli utili d’impresa soggetti a tassazione.

“La proposta di un modello di tassazione unitaria per le multinazionali, insieme a misure sulla trasparenza fiscale d’impresa – come la rendicontazione pubblica paese per paese, gli interventi contro le pratiche fiscali dannose e un processo efficace di blacklisting europeo dei paradisi fiscali, si colloca nel solco delle misure di giustizia fiscale su cui insistiamo da tempo, auspicate anche dagli oltre 340.000 cittadini firmatari della nostra Basta Con I Paradisi Fiscali. Per questo ne sosteniamo lo spirito e l’impianto generale. dichiara la direttrice delle nostre Campagne, Elisa Bacciotti Il prezzo dell’elusione fiscale in UE, stimato in oltre 150 miliardi di euro all’anno, viene oggi pagato da tutti noi: incide sui bilanci degli Stati e ostacola il rilancio di politiche a sostegno delle fasce più vulnerabili della popolazione nazionale ed europea’.

 “Questo modello, che considera le società di un gruppo multinazionale non più come entità separate ai fini fiscali – calcolandone invece gli utili complessivi europei e apporzionandoli tra gli Stati Membri a seconda di dove l’impresa conduce le sue attività e realizza valore economico – elimina la possibilità di eludere il fisco sfruttando disallineamenti fiscali fra i diversi Paesi UE e abusando dei prezzi di trasferimento per transazioni infragruppo. – aggiunge Bacciotti – Per questo chiediamo al governo italiano di mantenere il sostegno alla misura annunciato oltre un anno fa dal Ministro Padoan in occasione di una audizione pubblica al Parlamento Europeo”

Vai al video: Pagheresti 20 euro per un caffè?

 La proposta di armonizzazione della Commissione prefigura un approccio a due fasi con due direttive distinte – procedura che dovrebbe rendere più facile il raggiungimento di un consenso unanime fra gli Stati Membri, essenziale per l’adozione di un provvedimento in materia fiscale. A riguardo riteniamo che alcuni dettagli tecnici delle proposte nel pacchetto richiedano particolare attenzione. In particolare in merito alla prospettiva di prefigurare deduzioni per le imprese che si finanziano tramite nuove emissioni azionarie (ispirandosi verosimilmente al modello italiano sugli interessi nozionali) o di concedere deduzioni e super-deduzioni per le spese riconducibili a ricerca e sviluppo.

italia_image_922_full‘La proposta della Commissione va nella direzione della ricostruzione di un’Europa più politica, nella quale gli Stati Membri non si facciano concorrenza fiscale agguerrita per attrarre investimenti delle grandi corporation a discapito delle piccole e medie imprese nazionali che subiscono forti svantaggi competitivi, e dei cittadini contribuenti che pagano quotidianamente il prezzo degli abusi fiscali in termini di servizi pubblici sotto finanziati – conclude Bacciotti  – Questo è essenziale per combattere i mali del nostro tempo: l’assoluta povertà con numeri a rischio di aumento e l’estrema disuguaglianza che mette a repentaglio quanto finora fatto per ridare la speranza ai cittadini più poveri. L’ultima parola spetta, come sempre ai governi dei Paesi UE, che ci auguriamo agiscano nell’interesse collettivo dei cittadini europei’. 

 Note

La prima proposta di direttiva sulla CCCTB è stata presentata dalla Commissione UE nel 2011, ma non ha riscontrato consenso fra gli Stati membri, notoriamente sulla parte relativa al consolidamento fiscale europeo.

A fine Ottobre 2015 la Commissione Europea ha comunicato di ritirare de facto la direttiva del 2011 e di essere al lavoro per una nuova proposta legislativa relativa a una CCCTB vincolante da presentare nel 2016. Da inizio Ottobre 2016 a inizio Gennaio 2017 la Commissione ha tenuto aperta una consultazione pubblica (cui Oxfam ha partecipato) sulla prospettiva, tra l’altro, di un approccio a più fasi alla CCCTB.

Il pacchetto di misure presentato dalla Commissione il 25.10.2016 tiene conto dello stallo nelle discussioni sulla proposta del 2011 e definisce un cammino in due step (con due direttive ad hoc): nella prima fase si dovrebbe arrivare a un accordo sulla definizione di una CCTB (common corporate tax base) europea ovvero su un modo uniforme (per tutti i Paesi UE) di definire la base imponibile per l’imposta sulle società; nel secondo step  – che la Commissione vuol rendere vincolante per le multinazionali con fatturato annuo consolidato superiore ai 750 milioni di euro e che realizzano utili in più Stati membri dell’UE –  si passerebbe al consolidamento ovvero alla definizione di un’unica base imponibile europea apporzionata fra i Paesi UE interessati secondo una formula bilanciata che tenga conto della forza lavoro impiegata nonché del valore degli asset e delle vendite delle società nazionali di un gruppo che opera cross-border. Ogni Stato membro applicherebbe la propria aliquota fiscale nazionale alla porzione di base imponibile attribuitagli.

La proposta di una CCCTB europea gode da tempo del sostegno dell’ex Ministro dell’Economia e delle Finanze, il Prof. Vincenzo Visco, mentre la sua implementazione a due fasi ha ricevuto in data 22.09.2015 il supporto del Ministro Pier Carlo Padoan, in occasione di un’audizione pubblica alla commissione TAXE del Parlamento Europeo.

La CCCTB rappresenta un modello di tassazione unitaria delle multinazionali che si basa sul principio della single entity con le diverse società controllate di un gruppo multinazionale non più interpretate come entità separate ai fini fiscali. E’ una misura significativa contro il trasferimento artificiale infragruppo degli utili d’impresa, capace di depotenziare l’abuso del transfer pricing e il ricorso a regimi preferenziali da parte delle corporation.

La Commissione UE stima che la CCCTB porterebbe a una riduzione del profit shifiting in UE di circa il 70%. Le stime complessive sull’elusione in UE si attestano, secondo il recente studio Closing the European Tax Gap di R. Murphy realizzato per il gruppo S&D del Parlamento Europeo, intorno a 150 miliardi di euro all’anno. Il fenomeno BEPS (base erosion and profit shifting) delle corporation costa secondo l’OCSE agli erari di tutto il mondo fino a 240 miliardi di dollari all’anno di entrate erariali mancanti.

La proposta di CCCTB è sostenuta da oltre 340.000 cittadini, firmatari della petizione Basta con i paradisi fiscali di Oxfam, lanciata nel Gennaio 2016.

 Video “Pagheresti 20 euro per un caffè?”

L’intesa con la Cisl di Firenze per il lavoro dei migranti

Un’occasione unica per chi fugge da guerra e povertà per conoscere i propri diritti e sfuggire alle insidie del mercato illegale e dello sfruttamento: orientare al mondo del lavoro i giovani migranti, richiedenti asilo e rifugiati. È questo l’impegno comune sancito dal protocollo d’intesa sottoscritto con Cisl territoriale Firenze-Prato, il primo di questo genere a livello nazionale.

 Un’occasione per orientarsi al lavoro e sentirsi meno esclusi cisl-1

 “Programmare e realizzare percorsi di formazione, approfondimento e informazione sull’orientamento al lavoro dei migranti” è questa la finalità dell’accordo siglato dall’organizzazione umanitaria e dal sindacato, che collaboreranno a iniziative “rivolte alla lotta alla povertà e alla riduzione dell’esclusione sociale, anche attraverso l’individuazione di percorsi di inserimento lavorativo” e promuoveranno insieme campagne di sensibilizzazione sul tema delle migrazioni.

Al via l’8 e il 9 novembre il primo corso di orientamento attivo al lavoro, sul modello di quelli già periodicamente svolti da Cisl, ma tarato sulle esigenze peculiari di 16 giovani migranti ospiti delle strutture di accoglienza di Oxfam a Firenze, ragazzi che sono ormai in Italia da circa 8-10 mesi. Le due giornate, in particolare, saranno dedicate all’impostazione del curriculum vitae, alla profilazione e alle informazioni sulle varie tipologie contrattuali.

 Sbocchi concreti a favore dei lavoratori onesti, contro le insidie del caporalato

 “Se la nostra Repubblica è fondata sul lavoro, è logico che il canale principale per entrare a farne parte passi da qui.dice Roberto Pistonina, segretario generale della Cisl FirenzePrato – Da tempo abbiamo avviato dei corsi di orientamento e ricerca attiva del lavoro per i giovani italiani; ci è parso dunque giusto proporli, ritarati ad hoc e in collaborazione con Oxfam, anche a questi giovani che arrivano nel nostro Paese fuggendo da fame e guerre. Perché i lavoratori non hanno colore. E perché anche così si combatte l’infamia del caporalato, che umilia i migranti e crea concorrenza sleale per i lavoratori e le imprese oneste”.

Sbocco concreto del percorso formativo è infatti quello di consentire ai migranti di proporsi sul mercato del lavoro attraverso canali legali, alternativa alle reti parallele di lavoro nero e sfruttamento, nelle quali spesso rischiano di finire.

 “Siamo molto contenti dell’accordo sottoscritto con Cisl, grazie al quale potremo avviare una serie di iniziative e progetti dall’impatto incisivo a livello territoriale, per orientare i giovani migranti che accogliamo in Toscana a seguire un percorso di legalità e formazione, che eviti il rischio per loro di cadere nelle maglie del lavoro nero e dello sfruttamento”, aggiunge Alessandro Bechini, direttore dei nostri programmi in Italia.

Attualmente offriamo infatti accoglienza e percorsi di integrazione a circa 230 migranti nelle province di Firenze, Arezzo, Siena e Livorno, provenienti da paesi come Ghana, Guinea, Nigeria, Senegal, Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Eritrea, Pakistan, Afghanistan.

 Grazie alla Cisl – conclude Bechini – abbiamo già chiuso anche un accordo con cinque agenzie interinali, quali Adecco, Gi Group, Ali, Lavoropiù, Sinergy, che in seguito alle giornate di formazione si impegneranno a supportare i ragazzi nella ricerca di lavoro e nella candidatura alle posizioni per le quali hanno offerte attive. Un primo ma importante passo”.

 

Migranti: centinaia di giubbotti di salvataggio nelle capitali europee

In occasione del Consiglio europeo che si chiude oggi a Bruxelles, dove i leader europei stanno decidendo come far fronte alla più grave crisi migratoria della storia recente, centinaia di giubbotti di salvataggio raccolti dalle spiagge di Chios in Grecia, hanno invaso il centro di quattro città europee.  

bruxelles-1

Giubbotti a Bruxelles

Quattro grandi macchie arancioni disposte nel cuore di città simbolo come Bruxelles, Berlino, Varsavia, e Poznan, a testimoniare i pericolosissimi viaggi compiuti dagli uomini, donne e bambini che li hanno indossati per attraversare il Mediterraneo e sfuggire ai conflitti e alle persecuzioni nel proprio paese di origine.

Sono gli stunt realizzati dalla nostra organizzazione con l’obiettivo di rilanciare un appello urgente all’Unione europea e ai leader di governo presenti al summit di Bruxelles, perché intervengano al più presto per garantire rotte sicure e legali verso l’Europa alle migliaia di migranti e rifugiati in fuga da guerra e persecuzioni.

giubotti-in-varsavia

Giubotti a Varsavia

“Questi giubbotti di salvataggio rappresentano le migliaia di bambini, donne e uomini che hanno cercato di raggiungere l’Europa via mare e quanti non ce l’hanno fatta. –afferma la nostra direttrice delle campagne, Elisa Bacciotti – Un modo per ricordare ai leader europei le loro responsabilità, a partire dalla necessità di garantire protezione e il sostegno dovuto alle persone più vulnerabili in cerca di una vita dignitosa e sicura. In questo momento – continua Bacciotti – la risposta messa in campo dall’Unione europea di fronte alla più grave crisi umanitaria dalla Seconda Guerra Mondiale non solo non sta risolvendo le tantissime criticità esistenti, ma ne sta creando di nuove”.

È perciò urgente, un’inversione di rotta, che porti tutti gli stati membri dell’Unione europea a fornire un sistema di asilo equo, trasparente ed efficace.

giubotti-in-berlino

Giubotti a Berlino

“La difesa tout court dei confini della Fortezza Europa rappresenta un enorme fallimento di fronte ai tanti che rischiano la vita attraverso il Mediterraneo o si trovano davanti alla chiusura delle frontiere lungo la “rotta balcanica”. – conclude Bacciotti – Migliaia di persone si trovano costrette a percorrere le tratte più pericolose finendo in molti casi nella rete dei trafficanti di esseri umani”.

La campagna Stand As One La campagna di Oxfam Stand as One fa appello a un’azione globale per accogliere più rifugiati, impedire che le famiglie siano separate e garantire la sicurezza delle persone che fuggono da guerra e povertà. Fai la tua parte e DONA ORA

Haiti in ginocchio dopo il passaggio dell’uragano Matthew

Gli effetti dell’uragano nella zona in cui lavoriamo a Ganthier

Man mano che le squadre di Oxfam si avvicinano alle zone più colpite dall’uragano Matthew, ad Haiti, i danni diventano più evidenti, così come i bisogni delle comunità. Secondo la protezione civile, i morti sono più di 300 solo nel dipartimento del Sud, il più colpito, ma il numero delle vittime è destinato ad aumentare. In totale, si parla di più di 900 morti. In migliaia hanno perso le proprie case, solo nel Sud 29.000 abitazioni sono state distrutte e si stimano 350.000 persone bisognose di assistenza.

Jean Claude Fignole, direttore dei programmi di Oxfam ad Haiti, ha dichiarato: “Abbiamo paura che questi numeri aumentino considerevolmente. Il bisogno più urgente riguarda la disponibilità di acqua potabile, per prevenire la diffusione di malattie, così come cibo e altri beni essenziali.

Nel lungo periodo il pericolo è l’aumento dei casi di colera, e di malnutrizione, dovuta alla perdita dei raccolti. E’ assolutamente necessario che la comunità internazionale si mobiliti a fianco della popolazione haitiana.”

Il nostro personale ha iniziato la distribuzione degli aiuti nelle città di Saint Louis du Sud, Maniche, Les Cayes e Cavaillon, le zone più colpite dall’uragano, in cui lavora direttamente anche Oxfam Italia. Abbiamo distribuito Kit igienico sanitari, bustine potabilizzanti e materiale da costruzione, e ripareremo o installeremo anche cisterne per la distribuzione dell’acqua. Una delle zone colpite è anche quella di Ganthier, al confine con la Repubblica Dominicana, dove lavoriamo per assistere i piccoli produttori e i venditori nei mercati binazionali della frontiera, favorendo la nascita di imprese e cooperative e promuovendo i diritti dei lavoratori informali.

Anche la capitale di Haiti, Port-au-Prince, ha riportato danni, anche se in misura minore rispetto al Sud del paese. Marcele Duby, che abita nel quartiere di Truitier a Port-au-Prince, ci ha raccontato: “Se fosse successo nel mezzo della note avrei perso i miei figli. Ma era giorno, e così li ho salvati. L’acqua in casa mi arrivava alla vita.  Avevo paura, perché se l’acqua fosse salita ancora, non avremmo potuto fare niente”

60.000 haitiani vivono ancora in campi per sfollati dopo il terremoto del 2010 che causò più di 230.000 vittime. Molti di loro hanno perso il poco che avevano a causa dell’uragano. Molte strade della capitale sono completamente allagate.

Jimmy Leys, che abita nel quartiere di Ti-Ayiti, esprime le sue preoccupazioni per il diffondersi di malattie: “i bambini si ammaleranno, perché le inondazioni causano epidemie. Alcune donne incinta sono già malate. La diarrea e la malaria sono molto diffuse qui”.

Chiediamo che la comunità internazionale intervenga attraverso una risposta umanitaria immediata a sostegno della popolazione haitiana. Il governo haitiano, le organizzazioni internazionali e locali devono lavorare insieme. La priorità è quella di salvare vite. La perdita dei raccolti e gli allagamenti rendono le comunità colpite estremamente vulnerabili alla fame e alle malattie, che debbono essere prevenute a ogni costo.

 

Chiediamo giustizia per Berta Cáceres

Chiediamo giustizia per Berta Cáceres

Condanniamo l’assassinio della leader indigena Lenca, Berta CáceresGrazie alle oltre 57.000 firme raccolte in 3 mesi con la petizione “Unisciti alla lotta di Berta siamo riusciti a raggiungere risultati molto importanti. L’FMO (la Banca per lo sviluppo olandese) e il fondo di cooperazione Finnfund (Finlandia) hanno annunciato che stanno cercando di uscire dal progetto della costruzione della diga che mette in pericolo la comunità indigena Lenca.

Non sono ancora arrivate notizie dal maggiore investitore, la Banca Centrale Americana per l’Integrazione Economica (BCIE), ma i suoi fondi sono stati al momento sospesi, così come il coinvolgimento dell’associazione Voith Hydro (Siemens). Il governo olandese ha risposto alle nostre richieste impegnandosi a portare alcune istanze all’FMO, che ha condotto una missione in Honduras e incontrato alcuni dei soggetti interessati. Siamo in attesa di avere i risultati del report elaborato che speriamo faccia emergere le problematiche esistenti e cosa potrebbe fare l’FMO in futuro.

La lotta di Berta però continua, infatti oggi il Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (COPINH) lancia un’azione globale: in tutto il mondo (San José, Berlino, Buenos Aires, Londra, Tegucigalpa, Los Angeles, Città del Messico, Barcellona e New York) si organizzano marce che termineranno di fronte alle Ambasciate dell’Honduras dei vari Paesi per chiedere la creazione immediata di un gruppo di ricerca indipendente condotto dalla Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani che indaghi approfonditamente sull’assassinio di Berta e garantisca la punizione di tutti i responsabili, e il ritiro immediato e definitivo della concessione rilasciata alla società DESA, il costruttore del progetto idroelettrico “Agua Zarca”.

Unisciti alla lotta di Berta,

FIRMA la petizione per chiedere a tutti gli investitori internazionale di ritirarsi.

Gli investitori annunciano un passo in avanti verso la conclusione del progetto Agua Zarca

Qual è la posizione di FMO e Finfund

L’olandese Development Finance Company (FMO) e la finlandese Finnfund, due delle banche di sviluppo che sostengono il progetto idroelettrico Agua Zarca in Honduras, hanno annunciato ieri che avrebbero cercato una via d’uscita riguardo al loro coinvolgimento nel progetto.

Abbiamo tutti il diritto di determinare ciò che accade sulle nostre terre

Berta Cáceres

Berta Cáceres

In risposta, George Redman, direttore di Oxfam in Honduras, ha dichiarato: “Gli annunci di ieri rappresentano importanti passi in avanti verso la conclusione di un progetto corrotto come quello di Agua Zarca. È inconcepibile che ci sia voluto l’omicidio della vincitrice del premio Goldman per l’Ambiente Berta Cáceres per farci arrivare a questo punto. Questo progetto rimane molto controverso ed è stato gestito male fin dall’inizio. Colpi sono stati sparati verso alcuni manifestanti, altri sono stati picchiati e minacciati. Questo progetto minaccia l’accesso della comunità indigena Lenca al fiume Gualcarque, un luogo a loro sacro e un’importante risorsa di cibo e acqua, e la comunità non ha mai acconsentito a che venisse effettuato“.

Nonostante la mobilitazione internazionale dopo l’omicidio di Berta, il più grande investitore nel progetto Agua Zarca rimane impassibile. Esortiamo la BCIE, la Central American Development Bank, a seguire FMO e Finnfund e iniziare a ritirarsi completamente dal progetto. Questo progetto ha scatenato l’omicidio, la violenza e l’ingiustizia e BCIE non dovrebbe prendervi parte alcuna.

Abbiamo tutti il diritto di determinare ciò che accade sulle nostre terre. Gli annunci di FMO e Finnfund sottolineano nuovamente  la vitale necessità per tutte le banche di sviluppo di avere il consenso libero, preventivo e informato delle comunità locali coinvolte dai loro progetti prima che una sola pala colpisca il suolo.

Mentre ci congratuliamo con le autorità honduregne per aver agito e arrestato alcuni sospetti per l’omicidio di Berta, d’altra parte non possiamo considerare questa come la fine del caso. Tutti coloro che per qualche ragione sono implicati nella sua morte, da chi la ha ordinata, a chi le ha sparato, devono affrontare un processo.

Continuiamo a chiedere un’indagine approfondita e indipendente, sotto la supervisione di osservatori internazionali. In caso contrario, non possiamo essere sicuri che sarà veramente fatta giustizia.

Basta violenza, fermiamo il progetto della diga di Agua Zarca.

Unisciti alla lotta di Berta,

FIRMA la petizione per chiedere a tutti gli investitori internazionale di ritirarsi.

Summit Anticorruzione di Londra: “I paradisi fiscali danneggiano l’economia”

dissapear_facebook_ITAlla vigilia del Summit Anticorruzione, che il 12 maggio riunirà a Londra i rappresentanti di 40 Paesi, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, oltre 300 economisti di 30 paesi lanciano un appello attraverso una lettera rivolta ai leader mondiali affinché si metta la parola fine alla segretezza delle operazioni finanziarie realizzate offshore. Un appello che parte da un dato sostanziale: ad oggi non c’è alcuna reale ragione economica che possa ancora giustificare l’esistenza dei paradisi fiscali.

Tra i firmatari alcuni degli economisti più influenti degli ultimi anni a livello internazionale: da Thomas Piketty, autore del best-seller internazionale “Il Capitale nel XXI secolo”, ad Angus Deaton, Premio Nobel per l’Economia nel 2015, a Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute presso la Columbia University e consigliere del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon.  Un appello sposato anche dall’ambiente accademico italiano. Assieme ai docenti delle più prestigiose università del mondo come Harvard, Oxford, Sorbona, infatti tra i firmatari ci sono oltre 100 economisti dei più importanti atenei italiani: da La Sapienza, alla Bocconi, da Tor Vergata all’Università di Bologna e molte altre ancora. Tutti concordi su un punto: i paradisi fiscali compromettono le capacità degli Stati di raccogliere gettito fiscale e a rimetterci sono soprattutto i Paesi poveri. Nonostante tra i firmatari vi siano differenti opinioni su quale sia il livello di tassazione ottimale, vi è però un’ampia convergenza nel considerare i paradisi fiscali distorsivi del corretto funzionamento dell’economia mondiale.

In un’economia globale sostenibile la gigantesca elusione fiscale dei nostri giorni deve diventare un ricordo del passato­.dichiara Leonardo Becchetti, Professore Ordinario di Economia Politica all’Università Tor Vergata di Roma, tra i firmatari della lettera – L’alibi dei super-ricchi per le disuguaglianze crescenti è sempre stato quello che alla fine il denaro sarebbe sgocciolato verso il basso. Ma neppure questo accade se i soldi vengono portati nei paradisi fiscali. Abbiamo grande fiducia che il cambiamento atteso accadrà perché i cittadini hanno detto basta a questa continua erosione di risorse che altera persino le statistiche sulla produzione, portandole verso i paradisi e riduce la torta a disposizione per salute, istruzione ed altri beni pubblici”.

L’ADESIONE DI OXFAM ALL’APPELLO

L’appello diffuso oggi dai 300 economisti è stato coordinato da Oxfam che con la petizione Basta con i paradisi fiscali ha raccolto in pochi mesi l’adesione di quasi 280 mila cittadini da tutto il mondo.

“L’autorevolezza di questo appello rafforza l’operato di Oxfam, che ne ha coordinato l’azione, nell’ambito della campagna Sfida l’Ingiustizia in cui si chiede ai leader mondiali di porre fine all’era dei paradisi fiscali a livello globale. – aggiunge Roberto Barbieri, Direttore Generale di Oxfam Italia.  L’attuale sistema fiscale permette ai più ricchi e potenti di nascondere tesori offshore, privando i Paesi di risorse essenziali per servizi pubblici di base come sanità e istruzione. Oxfam, da sempre impegnata con le comunità più vulnerabili in oltre 90 paesi, affinché sia data a tutti la possibilità di uscire dalla povertà, avverte che finché i paradisi fiscali continueranno ad esistere milioni di persone sono destinate a restare povere”.

LE RICHIESTE AI LEADER MONDIALI

Per contrastare le diffuse pratiche di abuso fiscale, i firmatari dell’appello chiedono quindi ai Governi di definire nuove regole globali, al fine di obbligare le grandi corporation a rendicontare pubblicamente le loro attività in ciascun Paese in cui operano e assicurare la creazione di registri pubblici dei beneficiari effettivi di beni e società.

LA GRAN BRETAGNA AL CENTRO DELL’ELUSIONE MONDIALE

L’appello degli economisti mette in luce inoltre come la Gran Bretagna sia in una posizione di primo piano per porre fine all’era della segretezza offshore: attraverso i Territori Britannici d’Oltremare, la Gran Bretagna ha infatti sovranità su oltre un terzo dei paradisi fiscali di tutto il mondo. Più della metà delle società create da Mossack Fonseca, lo studio legale al centro del recente scandalo Panama Papers, sono state costituite infatti nei Territori Britannici d’Oltremare come le Isole Vergini.

Scarica qui la lettera integrale

Consulta qui la lista completa degli economisti firmatari dell’appello