Yemen: una vittima ogni 8 ore

Yemen: a quattro anni di guerra, lo spettro della carestia, il colera stanno riducendo un’intera popolazione alla fame. E i bambini sono i primi a pagare.

Chiediamo che tutte le parti coinvolte cessino immediatamente le ostilità, e che la comunità internazionale rafforzi il proprio impegno per l’avvio di un vero processo di pace. E facciamo appello alla generosità di ciascuno: aiutaci a proseguire il nostro lavoro a fianco dei bambini, delle donne, degli uomini dello Yemen.

Guerra, carestia, colera

  • La guerra. Il conflitto in Yemen dura ormai da quattro anni, con bombardamenti pesantissimi dei quali fanno le spese soprattutto donne e bambini. 14 milioni di yemeniti sono sull’orlo della carestia. Solo nel 2018 sono stati uccisi o feriti circa 100 civili alla settimana. In questi tre anni di guerra oltre 3 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case.
  • Il colera. Dall’inizio dell’epidemia di colera nel 2016, più di 3.000 persone sono morte e oltre 1,3 milioni sono state contagiate: si tratta della più grave epidemia del mondo, aggravata dal collasso del sistema sanitario e delle infrastrutture idriche. Nelle ultime settimane di marzo infatti sono state registrati 2.500 nuovi casi sospetti al giorno. Al momento oltre 38.000 delle 195.000 persone sospettate di aver contratto la malattia nelle ultime settimane, si trovano in aree sempre difficili da raggiungere per le organizzazioni umanitarie
  • L’inverno. Senza aiuti adeguati 75 mila famiglie hanno rischiato di non superare l’inverno. Le temperature infatti scendono spesso sotto lo zero nelle aree montuose dello Yemen e la pioggia portata dai venti sud-occidentali potrebbe gonfiare i torrenti, causando inondazioni.
  • La carestia. Per sopravvivere ormai più del 75% della popolazione del paese (22.2 milioni di persone) dipende dall’importazione di derrate alimentari. 8,4 milioni di persone sono a un passo dalla carestia. Dall’inizio del conflitto, il costo di molti alimenti primari per la sopravvivenza della popolazione è diventato insostenibile: il prezzo del riso è salito più del 300%, dei fagioli del 92%, dell’olio vegetale dell’86%, della farina per il pane del 54%. Oltre 14 milioni potrebbero morire di fame senza un cessate il fuoco duraturo.
  • L’isolamento. Le vite di 22 milioni di persone saranno in pericolo se non aumentano le importazioni di cibo, carburante, medicine: il blocco delle importazioni deve essere permanentemente eliminato. Anche il prezzo del petrolio è aumentato enormemente: il prezzo medio al litro è salito del 280% da quando il conflitto è iniziato.
  • L’infanzia negata. I bambini subiscono l’impatto peggiore del conflitto e, con il proseguire dei combattimenti, il loro futuro appare sempre più tetro. Più di 1.600 scuole sono state distrutte, e fame e debiti spingono molte bambine – anche sotto i 10 anni – verso i matrimoni precoci: nel Governatorato di Amran nel nord del Paese, ad esempio, tante famiglie stremate, rimaste senza cibo e senza una casa, arrivano al punto di dare in matrimonio figlie anche piccolissime, in un caso anche di tre anni, per poter comprare cibo e salvare il resto della famiglia.
  • Emergenza idrica e sanitaria. Quasi 18 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua pulita e in 19.7 all’assistenza sanitaria di base, rimanendo così inevitabilmente esposte a epidemie mortali.
  • La situazione a Hodeidah. Oltre 80.000 persone sono state già costrette ad abbandonare la più grande città portuale dello Yemen, in completo assetto da guerra con truppe schierate, trincee e barricate. Le vittime tra i civili rimasti intrappolati in città continuano ad aumentare, e la popolazione non ha la minima possibilità di fuggire o ottenere assistenza medica. I danni alle infrastrutture idriche e sanitarie stanno lasciando migliaia di persone senz’acqua e assistenza medica, aumentando a dismisura il rischio di una nuova epidemia di colera.

Aiutaci a portare loro acqua, cibo, la speranza di sopravvivere

 

Nuove misure per la protezione nei contesti di intervento

Formati 119 operatori e migliorati i sistemi di prevenzione e tutela da comportamenti inadeguati. I risultati e i progressi del Piano di azione globale.

Garantire trasparenza nel proprio lavoro, proteggendo le comunità, le organizzazioni partner e i propri operatori da qualsiasi forma di comportamento inadeguato e abuso, anche nei contesti più poveri e vulnerabili del pianeta. Si rafforza così la nostra azione, che da ottobre di quest’anno renderà pubblici ogni sei mesi (nel rispetto della privacy), i casi di cattiva condotta e abuso, registrati in tutto il mondo.

Una risposta concreta, definita nel Piano di azione globale varato lo scorso febbraio, dopo lo scandalo sui casi di abuso di alcuni operatori di Oxfam Gran Bretagna nel 2011 ad Haiti. “Sono molto orgogliosa di come il nostro staff in tutto il mondo stia lavorando per rendere Oxfam un posto sicuro in cui non ci sia tolleranza verso qualsiasi caso di abuso nei confronti delle donne”, Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International.

A settembre la presentazione del Piano di azione per l’Italia

Dallo scorso febbraio anche noi di Oxfam Italia, pur non avendo mai riscontrato casi di abuso da parte del nostro staff, siamo subito intervenuti con l’obiettivo di rendere sempre più efficace la prevenzione di qualsiasi forma di comportamento inappropriato in tutti i contesti in cui interviene, dando così nuova linfa alla nostra storia e al lavoro che ogni giorno i nostri operatori realizzano nei contesti più fragili del mondo, dove la vita è spesso insostenibile a causa di guerre, catastrofi e mancanza di mezzi di sussistenza.

Abbiamo messo in campo un piano di ascolto e coinvolgimento di partner, attivisti, donatori, aziende, giornalisti, istituzioni, ong, Ambassador, testimonial, opinion leader, esperti del terzo settore, per identificare insieme soluzioni efficaci verso una sempre maggiore trasparenza. Un percorso realizzato con il sostegno pro bono di Toni Muzi Falconi e Methodos, che ha accelerato un processo di maggior attenzione su un tema cruciale.

Tante indicazioni e spunti interessanti che hanno fornito un decisivo contributo alla definizione di Piano d’azione per l’Italia con l’introduzione di un nuovo codice di condotta per lo staff e i partner, nuove politiche di protezione per l’infanzia e di safeguarding, programmi mirati di formazione agli operatori e l’accesso ai canali di denuncia protetta messi a disposizione a livello globale.

In più:

  • A partire da ottobre, Oxfam darà accesso alle indagini sul safeguarding realizzate su base semestrale e ai progressi intrapresi rispetto al Piano di azione in dieci punti. La prima informativa includerà i dati relativi ai primi due trimestri del 2018.
  • Il 16 febbraio 2018, Oxfam ha annunciato un Piano di azione in dieci punti per migliorare le sue politiche e pratiche di safeguarding. Il Piano è disponibileQUI.

Appello alla conferenza donatori crisi siriana

13 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto in Siria

Campo profughi di Herjalleh a sud di Damasco_Oxfam al lavoro per portare acqua pulita a 14 mila sfollati della Ghouta orientale_credit Dania Kareh_Oxfam


Lo staff di Oxfam ha distribuito acqua potabile a 14.000 siriani a Ghouta.

13 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto: all’indomani di uno dei peggiori anni dall’inizio della guerra in Siria, con altre sette organizzazioni che lavorano nel paese lanciamo un appello per sostenere la risposta umanitaria.

 Cosa sta accadendo in Siria

  • A oggi sono circa 7,3 milioni i siriani intrappolati in aree disseminate di esplosivi, esposti al rischio di attacchi e costretti a sopravvivere senza quasi nessun accesso ai servizi di base.
  • In sette anni vi sono state oltre 400 mila vittime e  quasi 12 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case (6 milioni di sfollati interni e 5,6 milioni di rifugiati fuori dalla Siria).
  • Con l’intensificarsi della guerra portare soccorso alla popolazione è sempre più difficile e dalle parti in conflitto viene spesso negata alle organizzazioni umanitarie la possibilità di soccorrere i civili che rimangono coinvolti negli scontri. L’anno scorso sono stati autorizzati solo 47 su 172 convogli umanitari messi in campo dalle Nazioni Unite, mentre nel 2016 ne 117 su 258 (il 43%).

La Conferenza dei donatori

Il 24 e 25 aprile a Bruxelles, i donatori e i governi  si incontreranno in occasione della seconda conferenza sulla crisi siriana. Devono produrre un risultato concreto per alleviare le sofferenze di milioni di persone allo stremo. Ad oggi la risposta umanitaria ad una delle più gravi crisi degli ultimi decenni è finanziata per il 24%, mentre i bisogni della popolazione continuano ad aumentare in modo esponenziale, anche a causa dei continui attacchi a civili inermi e a infrastrutture chiave come scuole e ospedali.

In Siria oltre 13 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti per poter sopravvivere.

Il nostro appello per salvare vite

Le organizzazioni che sostengono l’appello con noi sono:

CARE International, Christian Aid, Humanity and Inclusion, International Rescue Committee, Mercy Corps, Norwegian Refugee Council, Oxfam, Save the Children.

Le priorità per la comunità internazionale devono essere garantire la sicurezza dei civili e impegnarsi concretamente nello stanziamento degli aiuti; chiediamo anche un cessate il fuoco duraturo in Siria che dia  la possibilità per le organizzazioni umanitarie di lavorare in sicurezza e impedire la morte di altre persone.

Chiediamo anche un impegno maggiore sul fronte dei reinsediamenti come di altre forme di protezione umanitaria dei più vulnerabili, pari al 10% della popolazione rifugiata siriana. Ad oggi malgrado il reinsediamento venga definito come prioritario da molti governi, meno del 3% di rifugiati è giunto nelle nazioni ricche.  Gli Usa, quest’anno, ne accoglieranno solo undici.”.

Nel 2017 per ogni rifugiato siriano tornato a casa tre sono stati sfollati nuovamente.

Cosa facciamo in risposta all’emergenza siriana

Siamo al lavoro per alleviare le sofferenze del popolo siriano dall’inizio della crisi. In Siria, Libano e Giordania abbiamo già soccorso oltre 2 milioni di siriani garantendo loro acqua pulita, cibo e servizi igienico-sanitari sicuri, e contribuito a garantire un accesso sicuro in Italia a oltre mille siriani dal Libano, portando aiuto ai tanti fuggiti lungo la rotta balcanica in Serbia e Macedonia o in Grecia.

Giornata internazionale della donna

Paulina e Opheus cucinano insieme

Zimbabwe. Paulina e il marito Opheus hanno imparato a condividere la gestione della casa. Foto: Aurelie Marrier d’Unienville

Il programma WE CARE

In occasione della Giornata internazionale della donna, un esempio del nostro lavoro per promuovere la parità tra i sessi.

Il programma WE CARE, durato tre anni, ha voluto sensibilizzare famiglie e comunità sul lavoro in famiglia, promuovendone la condivisione e riducendo il carico sulle donne.

Il programma si inserisce all’interno dei programmi di Oxfam in dieci paesi (Colombia, Etiopia, Malawi, Filippine,Uganda, Zimbabwe) e alcune componenti sono state sviluppate in Bangladesh, Honduras, Tajikistan e Zambia.

 

La storia di Pauline e Opheus

La storia di Pauline e Opheus è un esempio di quello che facciamo a favore dell’uguaglianza di genere, a partire dalla famiglia, dove purtroppo la maggioranza delle donne svolge ore e ore di preziosissimo lavoro non riconosciuto e non pagato, di cui beneficiano tutti.

Paulina e suo marito Opheus vivono nel villaggio di Ture, nella regione di Zvishevane, in Zimbabwe. Sono sposati da 28 anni e hanno quattro figli, di cui due che vivono ancora con loro, di 17 e 9 anni. In casa ci sono anche la figlia di una cugina e la madre di Opheus.

Paulina e Opheus erano una tipica coppia: i loro ruoli erano definiti dalle norme sociali tramandate nella comunità da generazioni. Dopo quasi due decenni di matrimonio, Paulina era rassegnata al fatto che spettasse a lei e solo a lei occuparsi della casa – senza ricevere alcun compenso. Andare a prendere l’acqua, cucinare, pulire, preparare i ragazzi per la scuola, non aveva tempo per se stessa, mentre il marito era al bar, aspettando che fosse pronta la cena.

Cultura, tradizioni e norme sociali rendevano Opheus refrattario all’idea di condividere le faccende domestiche: si sentiva in imbarazzo a svolgere compiti non pagati. Nelle rare occasioni in cui aveva aiutato la moglie a lavare i panni li aveva lasciati stendere a lei, così da non essere visto.

Paulina, Opheus e i loro figli

Paulina, Opheus e i loro figli Foto: Aurelie Marrier d’Unienville

Opheus e Pauline hanno partecipato ad alcuni workshop sulla condivisione dei compiti e l’uguaglianza di genere organizzati grazie al nostro progetto, chiamato We Care. Col tempo, Opheus ha iniziato ad aiutare Pauline nei lavori domestici. Uno dei fattori chiave che ha contribuito a modificare il suo comportamento e le sue convinzioni è stata la stufa a legna, donata alla famiglia dal programma. Grazie alla stufa, non era più obbligatorio cucinare sul pavimento: Opheus non lo avrebbe mai fatto, anche a costo di mandare i suoi figli a letto senza cena. Oggi Opheus non solo ha imparato a cucinare, ma è arrivato sesto in una gara culinaria.

Paulina è molto felice di questo nuovo ménage familiare. Ora Opheus lava i panni, anche se non sempre i vestiti dei ragazzi gli vengono puliti; quando la moglie è nei campi, è lui che cucina, e la collaborazione si estende anche in altri campi, visto che Opheus sta insegnando a Pauline a cucire.

L’uomo che aiuta la moglie? Vittima di un incantesimo

Paulina ci racconta: “Mio marito si è convinto quando ha capito che, aiutandoci a vicenda, i compiti sarebbero stati meno gravosi per entrambi. Quando io faccio una cosa, lui ne fa un’altra. La stufa poi gli ha permesso di cucinare senza piegarsi, e questo è importante. Nella nostra comunità si dice che se un uomo aiuta la moglie in cucina, questa gli ha fatto un incantesimo: così Opheus si vergognava. Ma dopo i workshop ha capito che accettare questo voleva semplicemente dire aiutarsi. Mi faceva male vederlo senza fare niente, quando ero io a fare tutto. Ora mi sento più libera, e gli voglio anche più bene. Non litighiamo più e la famiglia è più felice. I nostri figli all’inizio ridevano nel vedere il padre cucinare. Ma ora lo apprezzano, e glielo chiedono anche. Condividere le faccende ci ha anche regalato tempo prezioso da dedicare a attività che ci portano un guadagno: lui è un sarto e adesso io aiuto lui a tessere, così abbiamo molti più prodotti da vendere”.

Opheus aggiunge: “Il programma ha cambiato la mia vita. All’inizio era un grosso problema per me e per gli altri uomini aiutare mia moglie nelle faccende domestiche. Nella nostra cultura gli uomini non aiutano le loro mogli. Ma col tempo ho capito. Sono contento di essere cambiato. Alcuni ridono quando mi vedono trasportare l’acqua, ma non mi interessa, anzi ci scherzo su. E’ vero, nella nostra cultura si dice che un uomo che aiuta la moglie è vittima di un incantesimo. Beh ora diciamo che allora è un buon incantesimo. Diciamo anche che il programma ci ha fatto un buon incantesimo. La mia famiglia è cambiata molto: ci vogliamo più bene. E l’amore porta lo sviluppo. Lo si vede dai progressi fatti nei nostri campi, e oggi anche altri si congratulano per i nostri successi. La stufa mi è piaciuta molto, si possono anche fare due cose allo stesso tempo, come bollire l’acqua e cucinare. Si usa poi pochissima legna. Il premio che ho ricevuto alla gara di cucina era una pentola. L’ho mostrata ai miei amici, gli ho detto che adesso potevamo cucinare molto più cibo ed erano molto impressionati. Ho anche cucinato per loro. Adesso quando abbiamo le riunioni della comunità chiedono a me di condurle, perché dicono che sono molto organizzato: questo dimostra che la comunità apprezza quello che faccio. Ho insegnato ad altri quello che ho potuto, e molti stanno seguendo i miei passi”.

Giornata internazionale della donna

In occasione della Giornata internazionale della donna, la Direttrice di Oxfam Winnie Byanyima rinnova il nostro impegno con e per le donne di tutto il mondo.

 

Libia, inferno senza fine

Niger, Agadez, migrante fuggito dal Gambia

Pablo Tosco/Oxfam

Stop a torture e soprusi in Libia

A un anno dall’accordo Italia – Libia sulle migrazioni, il nostro nuovo rapporto con Borderline Sicilia raccoglie testimonianze di morte e torture.

Chiediamo all’Unione Europea e governo italiano la revoca immediata dell’accordo, che genera sofferenza e non rispetta la legge internazionale.

 

Cosa succede in Libia

Centinaia di migliaia di persone sono ancora intrappolate in Libia, in centri di detenzione e sottoposte ad abusi di ogni genere. Nel nuovo rapporto, Libia, inferno senza finetestimonianze drammatiche di uomini, donne e minori, riusciti a scappare e arrivare in Italia, che confermano rapimenti, omicidi, stupri, lavori forzati. 

L’accordo con la Libia

Il 2 febbraio 2017, l’Italia ha firmato un Memorandum d’intesa con il governo di unità nazionale di Tripoli, approvato il giorno successivo dai capi di stato e di governo nell’incontro informale di Malta. Tale accordo non rispetta i diritti umani né è conforme al diritto internazionale, perché la Libia si è rifiutata di firmare la convenzione sui rifugiati del 1951 che protegge le persone in fuga da guerra e persecuzioni.

L’accordo prevede che Ue e Italia fornissero supporto finanziario e logistico alla guardia costiera libica con l’obiettivo di impedire partenze dalla Libia e riportare indietro coloro che ci avessero provato.

Le conseguenze sugli sbarchi

Il tasso di mortalità nella rotta del Mediterraneo centrale non è variato significativamente. Oggi la rotta si conferma la più pericolosa al mondo con il 2,38% a fronte del 2,52% del 2016. E anche il 2018 non è iniziato bene con 185 morti, pari al 5,1%. Neanche sul fronte del contrasto ai trafficanti sembra si siano compiuti passi decisivi: in molte zone costiere della Libia le partenze continuano come se nulla fosse successo.

Cosa chiediamo

Oxfam e Borderline chiedono l’immediata revoca dell’accordo, della collaborazione con la guardia costiera libica e di tutte le attività volte a riportare in Libia le persone che sono riuscite a fuggire dai campi di detenzione e condizioni di vita disumane.

Serve un nuovo accordo da siglare solo quando il quadro normativo libico sia in grado di garantire la protezione dei rifugiati e dei migranti vulnerabili. Invece di impedire le partenze dalla Libia, l’Ue deve trovare una strada per liberare tutti coloro che sono detenuti, a prescindere dalla nazionalità.

L’Europa non risolverà il problema della migrazione spingendo il confine più in là, verso la Libia, e neanche riportando gente disperata indietro, verso l’inferno da cui è fuggita.  Dovrebbe invece assicurare rotte sicure per tutti quelli che fuggono da aree del mondo dove è impossibile la vita e garantire processi di richiesta d’asilo giusti e trasparenti.

Dona adesso

Solo con il tuo aiuto potremo raggiungere più persone in emergenza, dando una speranza a chi ha perso tutto.

Ingiustizia e sfruttamento, il prezzo della moda

Ricchezza che nasce dall’ingiustizia

In Vietnam, centinaia di migliaia di donne come Lan (nel video) e Phu vengono sfruttate per produrre i nostri capi di abbigliamento. Lontane dalle famiglie per mesi e anni, producono ricchezza senza poterne godere affatto.

La moda produce ricchezza…

Secondo la lista dei Miliardari di Forbes, 11 delle 50 persone più ricche al mondo sono legate al settore della moda e dell’abbigliamento. Le 5 più grandi aziende di abbigliamento hanno reso ai proprietari un totale di 6.9 milioni di dollari nel 2016. Un terzo di questa somma sarebbe sufficiente ad assicurare uno stipendio equo a ciascun lavoratore vietnamita impiegato nel settore.

… ma non per i lavoratori

Alcune delle più grandi firme del mondo della moda fanno confezionare i propri vestiti in paesi dove il costo del lavoro è basso, come il Vietnam. Ma i costi umani sono molto alti.

  • I lavoratori del settore dell’abbigliamento lavorano sei giorni a settimana, spesso per meno di 1$ l’ora.
  • I lavoratori migranti sono costretti a pagare il doppio per i servizi di base, come acqua o elettricità
  • In Vietnam, milioni di persone si spostano dalle campagne alle città per cercare un impiego meglio retribuito che permetta loro di mantenere sé stessi e la propria famiglia.
  • A causa dell’esiguità del salario, molti non possono permettersi di tornare spesso a visitarle, finendo per non vedere i propri figli per mesi o persino anni.

In media, ci vogliono circa 11 giorni per un amministratore delegato di una delle prime 5 aziende nel settore dell’abbigliamento per guadagnare quello che un lavoratore normale guadagna in tutta la sua vita in Vietnam.

 

Agisci contro la disuguaglianza.

Dona ora

La storia di Phu

Phu mostra la foto della sua casa

Phu vede i figli solo per poche ore ogni mese. Sam Tarling/Oxfam

Phu ha 36 anni e lavora in una fabbrica che esporta vestiti in tutta l’Asia. È divorziata e ha due figli che mantiene da sola. Non si può permettere di farli vivere insieme a lei, dal momento che lavora in fabbrica tutto il giorno, quindi i bambini vivono con i nonni. Il figlio maggiore è malato, ma Phu non ha i soldi per farlo curare. Ogni sera parla con loro al telefono, ma riesce a vederli solo una volta al mese. Il viaggio dura 8 ore, e ha solo la domenica libera, quindi trascorre con i bambini solo pochissimo tempo. Il suo stipendio basta a malapena per coprire le sue spese e per mandare qualcosa alla famiglia.

Il mio stipendio non è sufficiente. Devo mandare i soldi ai miei figli, che vivono con i miei genitori nella città dove sono nata. Ho due figli, un ragazzo di 14 anni e una bambina di 5. Il più grande ha problemi di salute, è molto debole e non può fare quello che fanno le persone normali. Lo ho portato in ospedale per farlo visitare, e i medici hanno detto che ha una malattia del sangue e avrebbe bisogno di una trasfusione per guarire. Ma io non avevo abbastanza soldi per questo.

Manco moltissimo ai miei figli, specialmente al più grande. Mi chiama sempre al telefono e mi chiede di tornare a casa e lavorare lì, così può dormire accanto a me ogni notte. Gli ho detto che potrò comprare una nuova casa solo se lavoro così lontano, così ogni volta che mi chiama mi chiede se ho risparmiato abbastanza per comprarla.

In un mese, il mio stipendio base è di 168$. In un giorno guadagno 6$, senza gli straordinari. C’è un bonus per chi lavora di più – senza mai prendere permesso per 26 giorni lavorativi – che è di 25$.

Prendo un permesso solo quando ci sono ragioni davvero urgenti, come quando i bambini sono malati. Quando sono stata via due giorni, mi hanno detratto 7$ dal mio bonus. Con altri colleghi ci siamo lamentati, perché il nostro stipendio viene decurtato anche quando prendiamo le ferie annuali che ci spettano.

Una delle fabbriche in cui lavorano migliaia di migranti

Una fabbrica a Dong Nai che produce abbigliamento per grandi marche di moda

Se c’è bisogno, faccio gli straordinari dal lunedì al sabato. Non possiamo fare pause, possiamo smettere di lavorare solo per andare in bagno, chiedendo il permesso al nostro responsabile.

Ho lasciato la scuola presto, quando avevo 12 anni. Sognavo di diventare sarta, ma con il mio negozio, cucendo i vestiti che mi venivano ordinati.

Non sogno più ormai. La mia mente è piena di pensieri e preoccupazioni legate al lavoro, a guadagnare il più possibile per i miei figli. Voglio solo dare loro il meglio possibile.

Una volta ho visto il cartellino del prezzo di una camicia, era circa 104$. Una catena di produzione ha bisogno di 40 persone per produrne una. In un giorno, io ne faccio 200. L’azienda investe molto nei lavoratori, perché ce ne vogliono circa 40 per ciascun prodotto. Nonostante ogni giorno questi siano i risultati, l’azienda si lamenta di essere in perdita. Sono stata a parlare con il direttore per chiedere come mai non sono stata pagata, e mi ha detto che l’azienda sta attraversando una situazione difficile. Ma non sappiamo quale sia”.

 

Cooperazione allo sviluppo, cosa finanziamo?

La condizione delle persone migranti che arrivano in Europa non sono migliorateUna nuova analisi con Openpolis fotografa l’impegno italiano su cooperazione allo sviluppo e lotta alla povertà.

I fondi per lo sviluppo sono in aumento?

Si, ma…. Negli ultimi anni molti dei paesi europei – Italia inclusa – dichiarano di aumentare le risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo. In effetti le cifre rendicontate registrano un aumento costante. Ma cosa finanziano effettivamente queste risorse? Raggiungono i paesi più poveri o no?

Dove vanno?

Da alcuni anni una quota crescente dei fondi rimane nei paesi ricchi, dove viene usata per gestire l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo. Questa quota di aiuto sta letteralmente esplodendo, ragione per cui i fondi sulla carta destinati a promuovere lo sviluppo di paesi poveri in realtà rimangono in Italia.

Un esempio? Se da un lato è giustificabile l’allocazione in quota di aiuto pubblico allo sviluppo di attività umanitarie nei paesi donatori come ad esempio il salvataggio in mare, non è corretta invece l’imputazione di spese per l’accoglienza o l’integrazione dei migranti che è giusto che afferiscano ad altri capitoli del bilancio statale.

 

L’aiuto gonfiato: le risorse che non vanno alla cooperazione

Nel 2016 il volume dell’aps mondiale ha superato 154 miliardi di euro, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente (+33% rispetto al 2011). Rispetto al 2015 l’Italia ha incrementato del 13% le risorse e nel 2016 arriva a destinare all’aps 4 miliardi e 476 milioni di euro. Con l’esplosione dei costi per i rifugiati, aumentano però in modo considerevole i soldi che rimangono nei paesi donatori, tra cui l’Italia, mentre diminuisce costantemente la quota di risorse che raggiunge i paesi più poveri.

In Italia?

Nel nostro paese l’impegno per la voce rifugiati è aumentato del 63,4% solo nell’ultimo anno, passando dai 960 milioni di euro del 2015 a 1 miliardo e 570 milioni del 2016. Nel 2015 costituiva il 24,3% dell’aps totale, per arrivare al 35% nel 2016.

Cosa chiediamo

Chiediamo al Governo italiano un graduale azzeramento delle risorse etichettabili come “aiuto gonfiato” cioè costituito da risorse che non finanziano progetti di cooperazione in senso stretto, oppure che non sono realmente addizionali. Questo tipo di aiuto mina i criteri di efficacia degli interventi e limita i possibili successi nella lotta alla povertà.  È necessario che l’aiuto italiano, non solo cresca quantitativamente, ma sia progressivamente composto esclusivamente di aiuto autentico.

Da dove vengono questi dati?

Da Il budget oscuro tra cooperazione e migrazione, seconda edizione di Cooperazione Italia, lavoro di analisi realizzato da Openpolis e Oxfam, che fa i conti dell’aiuto pubblico allo sviluppo italiano (aps), incrociando in questa edizione un altro capitolo della spesa pubblica, quello per l’emergenza migranti, come viene definito nel documento di economia e finanze (def) del 2017.

Firma per avere energie davvero rinnovabili

Deforestazione in Chad

Chad. La deforestazione ha aggravato gli effetti della siccità nel paese, dove in milioni soffrono la fame. Credits: Eleanor Farmer/Oxfam

Firma la petizione ai membri del Parlamento Europeo perché si smetta di bruciare foreste e colture alimentari per ottenere energie rinnovabili.

Perché alcune bioenergie sono dannose?

  • Per produrre riscaldamento ed elettricità vengono bruciate intere foreste
  • Nel settore dei trasporti, la produzione di biocarburanti richiede l’utilizzo di materie prime agro-alimentari, come l’olio di palma o di colza.

Che danni provocano all’ambiente?

Rinnovabile non è sempre sinonimo di rispettosa dell’ambiente. Bruciare intere foreste e colture alimentari NON è una pratica rispettosa dell’ambiente e NON è sostenibile.

Gli incentivi europei all’utilizzo delle energie rinnovabili stanno fomentando la deforestazione e distruggendo aree ricche di vegetazione, come la foresta pluviale in Indonesia, capace di assorbire elevate quantità di anidride carbonica dall’atmosfera. Oltre ad aumentare le emissioni di Co2, la deforestazione sta mettendo a rischio la sopravvivenza delle specie animali nelle zone colpite.

E alle persone?

La deforestazione, oltre a diminuire le nostre riserve di ossigeno, distrugge intere comunità.

Come quelle indigene nella foresta Amazzonica in Perù, espropriate dalle loro terre e foreste ancestrali e costrette a vivere a ridosso delle coltivazioni di olio di palma. Proprio di recente infatti, il governo peruviano ha annunciato di voler destinare almeno un milione e mezzo di ettari di terra alla coltivazione di olio di palma, così da poter rispondere all’aumento della domanda a livello globale.

Quali bioenergie sono sicure?

Dobbiamo puntare sulle bioenergie veramente sostenibili e rinnovabili, come quelle prodotte da eolica e solare.

Cosa possiamo fare?

La prossima settimana, i Membri del Parlamento Europeo avranno l’opportunità unica di fermare la produzione di bioenergie non sostenibili ed incoraggiare unicamente quelle prodotte da vere fonti rinnovabili, come il sole e il vento.

Firmando questa petizione manderai un messaggio ai tuoi parlamentari, membri del Parlamento Europeo, per dire chiaramente che non vuoi che la tua benzina, il tuo riscaldamento e la tua elettricità siano prodotte da bioenergie non sostenibili.

Grazie per il tuo aiuto.

 

Yemen, appello per la pace e stop vendita armi

Yemen, bambini sfollati

Yemen. Bambini in un campo per sfollati, vittime di guerra e fame.

L’appello per lo Yemen

Si vota oggi alla Camera dei deputati sullo Yemen e le forniture militari all’Arabia Saudita: chiediamo al Parlamento di farsi promotore di un effettivo processo di pace e di aiuto alla popolazione dello Yemen e, soprattutto di sospendere l’invio di materiali militari a tutte le parti in conflitto tra cui la coalizione a guida saudita.

Il voto di oggi alla Camera

Oggi, martedì 19 settembre, si terrà alla Camera dei Deputati la discussione finale e, con ogni probabilità, la votazione su alcune mozioni concernenti la situazione di crisi nello Yemen con particolare riferimento all’emergenza umanitaria e all’esportazione di armi verso i paesi coinvolti nel conflitto.

Il dibattito parlamentare è scaturito in seguito ad un appello rivolto nei mesi scorsi a tutti i partiti da reti ed organizzazioni nazionali (Rete Italiana per il Disarmo, Amnesty International Italia, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia e Rete della Pace) per chiedere al Parlamento di farsi promotore di un effettivo processo di pace e di aiuto alla popolazione dello Yemen e, soprattutto di sospendere l’invio di materiali militari che vengono ampiamente impiegati per bombardare zone civili uccidendo donne e bambini inermi.

Cosa chiediamo?

  • Chiediamo al Parlamento di applicare la Costituzione e le nostre leggi. Il ripudio della guerra trova concretezza nel controllo sulla produzione e sulla vendita di armi, e, laddove si dimostrano violazione dei diritti umani e conflitti armati, nessuna concessione e nessuna vendita è lecita. Violare questi principi per supposti interessi strategici significa farsi responsabili dei conflitti che destabilizzano intere regioni e alimentano il terrorismo internazionale.
  • Chiediamo un embargo sugli armamenti a tutte le parti in conflitto e la conseguente sospensione delle forniture da parte del nostro Paese che alimentano il conflitto armato.
  • Chiediamo ai parlamentari e ai partiti un gesto di responsabilità che va oltre gli schieramenti e le diverse posizioni politiche: fermare la fornitura di armamenti alle forze militari della coalizione guidata dall’Arabia Saudita è un dovere nazionale, è una decisione di responsabilità, è dimostrare che l’Italia mette la pace, la sicurezza e la difesa dei diritti umani al centro della propria politica estera e di difesa.

Cosa si chiede in Europa?

Nei giorni scorsi, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione con la quale ha invitato l’Alto Rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, ad “avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen”.

Diversi paesi europei, con cui l’Italia è alleata, tra cui Germania, Svezia e Olanda, già da tempo hanno interrotto le forniture di sistemi militari all’Arabia Saudita ed in particolare quelle che vengono impiegate dall’aviazione saudita nel conflitto in Yemen.

Le organizzazioni della società civile italiana hanno inoltre chiesto al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni di sostenere la proposta avanzata dai Paesi Bassi e dal Canada di un’indagine indipendente sui crimini di guerra in Yemen. Si tratta di un’iniziativa richiesta da tempo dall’Alto Commissario dell’Onu per i Diritti Umani e ampiamente sostenuta dalla società civile internazionale.

Uragano Irma, l’aiuto ai paesi colpiti

Betty ha perso la casa e tutti i suoi averi con l'uragano

Repubblica Dominicana. Betty ha perso la casa e tutti i suoi averi col passaggio di Irma.

Il nostro intervento a Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana

A una settimana dal passaggio dell’uragano Irma sui paesi caraibici, il nostro staff è ancora al lavoro, insieme ad altre organizzazioni umanitarie, per soccorrere la popolazione.

Stiamo inoltre seguendo con attenzione anche l’evolversi dell’uragano Maria, che arriverà sull’Isola Ispaniola a metà di questa settimana, e che si annuncia molto potente e distruttivo.

I danni dell’uragano Irma a Cuba

A Cuba 230.000 persone sono ancora ospitate in rifugi temporanei e più di 2.2 milioni non hanno accesso permanente ad acqua potabile e a energia elettrica. Sono più di 60mila le abitazioni colpite, più di 10.000 sono state distrutte. Si stimano almeno 50.000 gli ettari di colture agricole andati perduti (principalmente riso, banane e canna da zucchero).

Il 71% di ospedali, posti di salute etc sono distrutti, e almeno 1.700 scuole hanno riportati danni di vario grado.

Le province più colpite sono quelle esposte a Nord: in particolare versanti più settentrionali delle province di Camaguey, Villa Clara, Sancti Spiritus e Ciego de Aguila. In queste province sono almeno 500mila le persone coinvolte nel disastro, e almeno 1.8 milioni nel resto del paese.

Cosa facciamo a Cuba

Stiamo dando priorità alla fornitura di acqua potabile e alla riattivazione dei servizi igienici nella Provincia di Camaguey. In una seconda fase, il nostro lavoro si concentrerà sulla sicurezza alimentare e sulla riattivazione produttiva, considerando i gravi danni che l’agricoltura ha subito, da cui dipende principalmente la sopravvivenza della popolazione cubana.

I danni dell’uragano ad Haiti

Ad Haiti, 22 comuni nei dipartimenti di Artibonite, Centro, Nord, Nord Est, Nord-Ovest e Ovest hanno subito inondazioni a causa dello straripamento di alcuni fiumi, come il Rio Masacre. La zona di Ouanaminthe è la più colpita da allagamenti e inondazioni.

8.015 abitazioni sono state inondate, 2.646 case hanno subito gravi danni e 466 sono state distrutte.

Cosa facciamo ad Haiti

Stiamo intervenendo nei dipartimenti Nord, Nord-est e Centro soprattutto per portare soccorso alle persone evacuate, portando acqua e servizi igienici. La priorità è evitare l’insorgenza di focolai di colera, presente nel paese dal 2010.

L’intervento in Repubblica Dominicana

Sulla base di una stima dei danni e della capacità di risposta delle autorità locali, abbiamo deciso di dare priorità di intervento alle province di Monte Cristi, Samaná y María Trinidad Sanchez, in cui risultano perdite pari al 30% della produzione di banane e al 40% di quella di riso. Si tratta di zone già colpite da una prolungata siccità, legata al Fenomeno di El Nino.

L’accesso a acqua sicura è la nostra prima priorità: decine di acquedotti rurali sono stati colpiti, in aree in cui la dotazione di acqua era già deficitaria prima di Irma. Si temono epidemie di cólera, leptospirosi (malattia in recrudescenza, con 44 molti nell’ultimo anno, il doppio dell’anno precedente), zika e chicungonya (favoriti dalla moltiplicazione degli insetti vettori).

15mila persone hanno subito gravissimi danni alle loro abitazioni, e Oxfam seguirà gli impegni del governo dominicano nella loro riallocazione e nella ricostruzione delle abitazioni.