La corsa globale al ribasso nella tassazione d’impresa

Sono quindici i paradisi fiscali societari più aggressivi al mondo secondo il nuovo rapporto Battaglia fiscale pubblicato oggi da Oxfam. La classifica pone sul podio Bermuda, Isole Cayman e Paesi Bassi, seguiti nell’ordine da Svizzera, Singapore, Irlanda, Lussemburgo, Curaçao, Hong Kong, Cipro, Bahamas, Jersey, Barbados, Mauritius, Isole Vergini britanniche. Questi paradisi fiscali sono tra i principali responsabili a livello globale della dilagante corsa al ribasso sulla tassazione degli utili d’impresa che sottrae miliardi di euro alla lotta alla disuguaglianza e alla povertà.

MAPPA INTERATTIVA

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Nel compilare la classifica, i nostri ricercatori hanno valutato fino a che punto i paesi si siano spinti nell’adozione di pratiche fiscali più nocive, come per esempio la scelta di aliquote fiscali nulle sui redditi delle imprese non residenti, la concessione di incentivi fiscali iniqui e improduttivi, la mancanza di collaborazione nei processi internazionali per la definizione di misure di contrasto all’elusione fiscale (incluse le misure volte ad accrescere la trasparenza fiscale).

Molti paesi inclusi nella lista sono stati inoltre protagonisti di clamorosi scandali fiscali: l’Irlanda si è distinta per aver concluso un accordo con Apple in base al quale il gigante di Cupertino ha potuto versare nel paese un’aliquota effettiva pari allo 0,005%; le Isole Vergini britanniche sono sede di oltre la metà delle 200.000 offshore assistite da Mossack Fonseca, lo studio legale al centro dei Panama Papers.

“I paradisi fiscali aiutano le multinazionali a sottrarre risorse alle casse degli Stati, contribuendo a generare e rafforzare sistemi economici fondati sulla disuguaglianza – dice Elisa Bacciotti, nostra direttrice delle Campagne – In questa prospettiva si lasciano milioni di persone senza speranza per un futuro migliore”

L’elusione fiscale delle multinazionali costa ai paesi più poveri almeno 100 miliardi di dollari ogni anno, una cifra sufficiente a mandare a scuola 124 milioni di ragazzi e a coprire le spese sanitarie per salvare la vita di 6 milioni di bambini.

Appare chiaro dal rapporto di Oxfam come i paradisi fiscali siano solo la punta dell’iceberg. Il ricorso a pratiche fiscali nocive per attrare investimenti è ampiamente diffuso in molti Paesi del mondo: tra i paesi del G20 l’aliquota sui redditi d’impresa è scesa dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% di oggi. L’uso di incentivi fiscali iniqui e improduttivi cresce a dismisura, specialmente nei paesi in via di sviluppo, col risultato che il Kenya, per esempio, registra un ammanco erariale di circa 1,1 miliardi di dollari all’anno – quasi il doppio dell’intero budget sanitario nazionale.

Quando gli introiti dalle imposte pagate dalle imprese multinazionali si contraggono drasticamente, i governi compensano tali perdite ricorrendo al taglio della spesa pubblica o aumentando le tasse sui consumi come l’IVA, contromisure che in maniera ingiusta danneggiano i più poveri. Nei Paesi OCSE, ad esempio, il taglio dello 0,8% dell’aliquota sugli utili d’impresa tra il 2007 e il 2014 è stato parzialmente compensato con un aumento medio dell’1,5% dell’aliquota IVA standard tra il 2008 e il 2015.

Non ci sono vincitori nella corsa al ribasso sulla tassazione dei profitti delle grandi imprese. A rimetterci sono le piccole e medie imprese nazionali e i cittadini, soprattutto i più poveri, tanto nelle nostre economie avanzate quanto in quelle dei paesi in via di sviluppo, che pagano più tasse e non hanno accesso a servizi essenziali come istruzione e sanità. – aggiunge Bacciotti – I governi devono collaborare e trovare il modo per fermare questa insana corsa al ribasso, assicurando che le imprese multinazionali paghino la loro giusta quota di tasse laddove conducono le proprie attività e creano valore”.

Le richieste di Oxfam ai governi per porre fine all’elusione fiscale e alla corsa al ribasso sulla tassazione degli utili d’impresa:

  • abolizione di incentivi fiscali iniqui e improduttivi e definizione di un sistema di tassazione dei redditi d’impresa equo, progressivo e che contribuisca al bene comune;
  • elaborazione di blacklist dei paradisi fiscali basate non solo sui criteri di trasparenza finanziaria e sul grado di cooperazione di un paese in materia fiscale a livello internazionale ma su criteri onnicomprensivi e oggettivi che prendano in considerazione anche pratiche fiscali nocive adottate, inclusa l’aliquota fiscale nulla sui redditi delle imprese non residenti;
  • promozione di misure di maggiore trasparenza fiscale con l’estensione a tutte le grandi multinazionali (a partire da quelle che operano nell’area economica europea) dell’obbligo di rendicontazione pubblica delle attività condotte e delle imposte versate in ciascun paese in cui operano tramite proprie sussidiarie;
  • il potenziamento a livello UE delle norme relative alle società controllate estere (regole CFC) sulla tassazione nei paesi dell’Unione dei redditi delle multinazionali residenti realizzati nei paradisi fiscali;

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Rapporto Battaglia fiscale e sintesi metodologica sui criteri con cui Oxfam ha stilato la calssifica dei paradisi fiscali societari più aggressivi al mondo.

Quasi 4 milioni di rifugiati in fuga da un conflitto all’altro

Fuggire da violenza, guerra e persecuzioni solo per ritrovarsi in un’altra zona di conflitto o esposti ad un rischio altissimo per sé stessi e i propri cari. E’ la sorte a cui son andati incontro quasi 4 milioni di rifugiati e richiedenti asilo, solo l’anno scorso. Si tratta del 16% del totale a livello mondiale, accolti da 15 Paesi in cui solo nel 2015 si sono registrate 161.250 vittime a causa dei conflitti in corso.

A rivelarlo è il nostro nuovo report “Conflitti diversi, stesso destino”  diffuso oggi, alla vigilia dei summit di New York del 19 e 20 settembre sulla crisi migratoria globale.

Quasi 20 milioni di persone costrette ad abbandonare il proprio Paese

Di fronte una situazione globale senza precedenti, con oltre 65 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case a causa di atrocità, violenze o persecuzioni, ossia il più alto numero dalla Seconda Guerra Mondiale. E mentre la maggior parte di loro sono profughi interni – spesso intrappolati nel loro stesso paese – sono quasi 20 milioni le persone che hanno cercato rifugio in un altro Paese, in diversi casi però finendo per passare da una zona di conflitto all’altra.

Una tragica realtà che solo nel 2015 ha coinvolto oltre 3 milioni e 790 mila rifugiati e richiedenti asilo. Uomini, donne e bambini fuggiti in Paesi come lo Yemen – dove nonostante un conflitto atroce che l’anno scorso ha causato 7.500 vittime si sono rifugiate oltre 277 mila persone in fuga da Eritrea, Etiopia, Iraq, Somalia e Siria – o la Siria, che a fronte di una guerra in oltre 5 anni ha causato milioni di sfollati interni e solo l’anno scorso 55 mila vittime, a fine 2015 ospitava oltre 550 mila rifugiati e richiedenti asilo da Iraq, Afghanistan e Territorio Occupato Palestinese.

Una chiara mancanza di alternative per milioni di profughi che ha coinvolto anche l’Iraq dove hanno cercato rifugio oltre 285 mila persone, il Sud Sudan dove ne sono arrivate più di 263 mila, l’Afghanistan che ne ospitava oltre 237 mila, il Pakistan dove sono fuggiti oltre 1 milione e mezzo di rifugiati e l’Egitto dove hanno cercato salvezza oltre 250 mila persone.

“Il fatto che molte persone fuggono da conflitti solo per ritrovarsi in paesi anch’essi dilaniati da violenza e persecuzioni, dimostra la mancanza di alternative per molti rifugiati.afferma la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti –   Si tratta spesso di intere famiglie, già traumatizzate e distrutte dall’orrore della guerra oppure di minori costretti lasciare da soli il proprio paese, che meritano l’opportunità di un futuro migliore”.

L’appello ai leader di governo che si riuniranno a New York

Oxfam chiede quindi a tutti i leader di governo che parteciperanno ai summit di New York di assumere un impegno deciso rivolto ad una condivisione degli sforzi per garantire accoglienza e protezione ai milioni di persone costrette nel mondo ad abbandonare le proprie case alla ricerca di un rifugio sicuro.

I Paesi ricchi devono individuare soluzioni ambiziose per affrontare in modo condiviso una crisi epocale che coinvolge un numero senza precedenti di uomini, donne e bambini in tutto il mondo. – conclude Bacciotti – Fino a quando i leader mondiali non mostreranno la volontà politica di affrontare alla radice le cause dei conflitti e della violenza che si ripercuote in primo luogo sulla popolazione, non faremo che assistere alla crescita delle migrazioni forzate che stanno coinvolgendo milioni di persone”.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga

Ogni giorno 28 bambini scompaiono dal sistema di accoglienza italiano

Minori migranti e richiedenti asilo non accompagnati accolti in Italia

Testimonianze di vita, numeri e cifre per evidenziare rischi e richiedere un sistema di accoglienza più adeguato ai minori.

Il numero di bambini migranti e rifugiati non accompagnati arrivati quest’anno in Europa attraverso l’Italia è raddoppiato. A fronte però di un sistema di accoglienza che non riesce a fornire loro il supporto necessario. A rivelarlo è il nuovo rapporto di Oxfam “Grandi speranze alla deriva”, diffuso oggi.

Basti pensare che ogni giorno 28 bambini non accompagnati semplicemente “scompaiono” a causa di un sistema inefficace e inadeguato.

Molti di loro si ritrovano confinati per un tempo indeterminato in centri da cui non possono uscire, costretti a vivere in alloggi inadeguati e insicuri, senza informazioni sui loro diritti. Altri hanno parenti in altri paesi europei e non vogliono fermarsi in Italia. Inevitabili le conseguenze. Diversi bambini e minori fuggono dai centri di accoglienza e si ritrovano a vivere per strada, trovandosi così esposti a rischi ancora maggiori. Un quadro che mette in evidenza l’inadeguatezza dell’approccio europeo e italiano al fenomeno migratorio.

L’Italia porta d’Europa: il 15% degli arrivi è di minori non accompagnati

Dopo la chiusura della la rotta dei Balcani occidentali e l’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia, l’Italia si è ritrovata ancora una volta ad essere il principale punto di accesso per i migranti diretti in Europa. Molti di loro sono minori arrivati da soli. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’UNHCR, il numero di bambini non accompagnati arrivati in Europa è aumentato significativamente nel 2016, fino a rappresentare il 15% di tutti gli arrivi.

Alla fine di luglio, secondo l’UNHCR erano ben 13.705 i minori non accompagnati sbarcati in Italia: un numero maggiore del totale di quelli arrivati nel 2015 (12.360 bambini). Nonostante l’impegno della società civile e di molti comuni e regioni, il sistema di accoglienza italiano appare ancora inadeguato a tutelare i bambini non accompagnati e i loro diritti. I centri hotspot, ad esempio, realizzati dall’Unione europea e dalle autorità italiane per registrare i nuovi arrivi e velocizzare le procedure di respingimento ed espulsione, si trovano in una condizione cronica di sovraffollamento e non offrono servizi adeguati, nemmeno dal punto di vista igienico-sanitario. Già, perché mentre il soggiorno massimo negli hotspot dovrebbe durare 48-72 ore, molti ragazzi finiscono per rimanere bloccati per settimane, spesso senza potersi cambiare i vestiti (nemmeno la biancheria intima) e senza poter chiamare la loro famiglia a casa o i parenti in Europa.

Urgente l’azione congiunta di Italia ed Europa

 

Necessario richiedere un sistema di accoglienza più adeguato ai minoriOxfam chiede perciò alle autorità italiane e ai partner europei di intervenire immediatamente per garantire ai minori non accompagnati alloggi adeguati e sicuri e il supporto di cui necessitano per poter vivere in modo dignitoso.

“La drammatica situazione a cui sono sottoposti i minori non accompagnati in Italia mostra chiaramente l’incapacità dei governi europei e delle autorità italiane di proteggere i bambini che arrivano in cerca di sicurezza e dignità– spiega la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti – Dimostrando ancora una volta il fallimento dell’approccio europeo che affida le responsabilità di gestione di una frontiera comune soltanto a pochi paesi. L’Europa deve restare unita nell’accogliere le persone che fuggono da conflitti, persecuzioni e da situazioni divenute ormai insostenibili”.

Il racconto dei ragazzi arrivati da soli attraverso il Mediterraneo

La maggior parte dei bambini che arrivano da soli via mare sulle coste italiane, provengono da Egitto, Gambia, Eritrea, Nigeria e Somalia. Fuggono da gravi situazioni di conflitto, insicurezza e povertà.

“Ho lasciato il Gambia con mio fratello un anno fa. ­- racconta O., 16 anni, originario del Gambia – Nel mio paese non ero più sicuro, la polizia ci minacciava. Alcuni dei nostri vicini erano stati uccisi durante scontri a fuoco. (…) Siamo partiti su un gommone con altre 118 persone. Dopo alcune ore c’è stato come uno scoppio, un incendio: nella confusione mio fratello è scivolato in acqua. Non l’ho rivisto più. Aveva dato a me il suo giubbotto di salvataggio.”

La situazione nei centri di prima e seconda accoglienza, dove i minori vengono trasferiti dopo la registrazione, in molti casi non è migliore degli hotspot: spesso i ragazzi vengono trattenuti senza possibilità di uscire. Oxfam ha raccolto anche testimonianze che raccontano di minacce e violenze ignorate dai gestori dei centri.

All’interno del centro di Pozzallo c’è anche un gruppo di somali maggiorenni che si comportano male con noi eritrei, picchiandoci ed insultandociracconta D., ragazzo eritreo di 17 anni – Nonostante le nostre ripetute segnalazioni alla polizia e agli operatori del centro, i somali continuano, e nessuno fa niente.”

“Circa il 40% dei minori non accompagnati è di fatto bloccata in Sicilia, spesso nei piccoli comuni di approdo: è l’effetto di una normativa nazionale che limita fortemente la possibilità che altre regioni italiane condividano la responsabilità dell’accoglienza di questi bambini e ragazzi, precludendo loro la possibilità di essere ospitati in strutture e contesti più attrezzati e dignitosi – continua Bacciotti – Occorre superare questo stato di cose: l’Italia deve dare vita a un sistema nazionale in grado davvero di garantire ai bambini non accompagnati alti standard di accoglienza e gli altri governi europei dovrebbero collaborare con il nostro paese verso questo obiettivo. In questa direzione è inoltre prioritario che tutti gli stati membri dell’Unione europea eliminino e impediscano ogni forma di detenzione di minori. Non esiste infatti circostanza in cui la detenzione di minori sia accettabile, perché si tratta sempre di una violazione dei diritti dei bambini”.

Necessario richiedere un sistema di accoglienza più adeguato ai minoriOxfam e le organizzazioni partner in Sicilia, come AccoglieRete e Borderline Sicilia, incontrano regolarmente ragazzi che raccontano di non essere stati informati della possibilità di presentare richiesta di asilo o del diritto di avere un tutore legale, ossia qualcuno che agisca nei loro migliori interessi e che tuteli i loro diritti. L’assegnazione di un tutore però può richiedere anche diversi mesi, compromettendo la possibilità di un futuro normale per questi ragazzi, rallentando fortemente il processo di regolarizzazione e integrazione del minore solo.

È fondamentale velocizzare le procedure di nomina del tutore così che il minore possa essere seguito individualmente fin dal suo arrivo”, spiega Iolanda Genovese di AccoglieRete, associazione da anni impegnata nel diffondere una buona pratica sulla tutela dei minori stranieri non accompagnati, che nel siracusano, ad esempio, ha portato una notevole riduzione nelle sparizioni dei minori.

Oltre 5 mila i minori “scomparsi” nei primi 6 mesi dell’anno

Nei primi sei mesi del 2016, 5.222 minori non accompagnati sono stati dichiarati “scomparsi”, essendo scappati dai centri d’accoglienza per continuare il loro viaggio e raggiungere altri paesi europei. Ragazzi che diventano così invisibili, uscendo dai radar della legge, e diventando conseguentemente ancor più vulnerabili a fenomeni di violenza e sfruttamento.

Se la situazione dei bambini è particolarmente critica, quella di coloro che compiono 18 anni non lo è di meno. Molti vengono semplicemente cacciati dai centri in cui soggiornavano, finendo così anche loro in mezzo a una strada.

Tra dieci giorni i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

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Crisi rifugiati, il disequilibrio nell’accoglienza mondiale

I sei paesi più ricchi nel mondo – Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito –  pur contribuendo per più della metà all’economia globale, ospitano solo il 9% dei rifugiati. Mentre altri sei paesi, ben più poveri ma vicini alle peggiori aeree di crisi, si stanno facendo carico del 50,2% dei rifugiati e richiedenti asilo di tutto il mondo.  

Sono i dati diffusi oggi da Oxfam, attraverso il report La misera accoglienza dei ricchi del mondo che rivela come l’anno scorso le sei economie più grandi del pianeta hanno ospitato complessivamente 2,1 milioni di rifugiati e richiedenti asilo, ossia solo l’8,88% del totale. Un dato molto inferiore alla risposta di Giordania, Turchia, Libano, Sud Africa, Pakistan e Territorio Palestinese Occupato, – che pur rappresentando meno del 2% dell’economia mondiale – ne hanno accolti oltre 11,9 milioni.  

L’Italia, pur impegnata in prima linea con 134.997 persone ospitate (lo 0,6% del totale) è ancora lontana dalle cifre raggiunte dalla Germania nell’ultimo anno, che in controtendenza ha infatti aperto i propri confini a 736.740 persone, aumentando il numero di rifugiati accolti.

“Questo flusso epocale di persone che fuggono da situazioni in cui non si può sopravvivere, a causa di guerre, carestie e povertà, deve trovare maggiore accoglienza da parte di tutti i paesi e sono le maggiori potenze economiche in primis, a dover moltiplicare il loro impegno. – afferma la Presidente di Oxfam Italia, Maurizia Iachino – Sono uomini, donne, anziani e bambini, troppo spesso obbligati a rischiare la propria vita per raggiungere un luogo sicuro. I paesi più poveri stanno facendosi carico di garantire loro protezione e sicurezza, ma anche i paesi più ricchi devono fare di più. Siamo di fronte a una sfida complessa che richiede una risposta globale ben coordinata e responsabilità condivise”.

Verso i Summit di New York: fondamentale un’inversione di rotta 

Oggi più di 65 milioni di persone sono in fuga a causa di conflittipersecuzioni e violenza: è il più alto numero mai registrato. Un terzo di queste persone sono rifugiati e richiedenti asilo al di fuori del loro paese. Un esodo causato soprattutto dalla guerra in Siria, ma anche da situazioni di instabilità che avvengono in altri paesi, come Sud Sudan, Burundi, Iraq e Yemen. 

Un quadro che vede i paesi economicamente avanzati accogliere un numero ancora limitato di persone che scappano da atrocità e fame. Il recente accordo Ue-Turchia ha lasciato migliaia di uomini, donne e bambini in Grecia, in condizioni critiche e in assenza di certezze sui propri diritti. Un patto che rischia di innescare un effetto domino: il Kenya, a questo proposito – annunciando la chiusura del campo profughi di Dadaab – ha fatto sapere che se l’Europa può permettersi di non accogliere i siriani, allora il suo governo può fare altrettanto con i somali.

I prossimi 19 e 20 settembre a New York si terranno due vertici fondamentali per definire come far fronte alla crisi migratoria globale. In vista di questo doppio appuntamento Oxfam ha lanciato la petizione Stand As One, insieme alle persone in fugaun appello per chiedere ai leader mondiali di garantire sicurezza, protezione, dignità e futuro ai milioni di persone costrette a lasciarsi tutto alle spalle.

“Nel nostro paese osserviamo quotidianamente all’arrivo di tante persone che hanno compiuto drammatici viaggi della speranza alla ricerca di un rifugio sicuro. continua Maurizia Iachino.  E’ quindi prioritario che i governi con economie più forti si impegnino a portare cambiamenti sostanziali nei Paesi in via di sviluppo, dove la maggior parte dei profughi di tutto il mondo sta vivendo in una provvisorietà senza prospettive. In primis chiediamo al nostro governo di rinnovare l’impegno a proteggere la vita di queste persone e assicurare loro un trattamento dignitoso e il diritto di chiedere protezione internazionale: confermando la propria volontà di investire nello sviluppo dei paesi più poveri e nella risoluzione dei conflitti, a partire dai prossimi appuntamenti di New York e nel momento in cui l’Italia assumerà la presidenza del G7”, conclude Iachino.

 Le richieste di Oxfam

In vista dei summit di settembre Oxfam chiede perciò ai leader mondiali che:

  • I paesi più ricchi accolgano un maggior numero di rifugiati, aumentando sostanzialmente gli aiuti ai paesi in via di sviluppo che ospitano la maggior parte delle persone costrette a fuggire;
  • Tutti i paesi che ospitano persone in fuga siano messi nelle condizioni di dare loro aiuto e protezione e garantire loro accesso all’istruzione e al lavoro;

Tutti i paesi rispettino i diritti umani di tutti i migranti, a prescindere dal loro status giuridico.

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Il prossimo settembre i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

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A qualcuno piace caldo

L’industria alimentare che produce riso, soia, mais, grano e olio di palma, genera da sola una quantità di emissioni di gas serra superiore a quella prodotta da qualsiasi altro paese al mondo, ad eccezione di Cina e Stati Uniti.

Con questo trend impossibile centrare gli obiettivi chiave nell’accordo di Parigi.

A rivelarlo è il nuovo dossier A qualcuno piace caldo: così l’industria alimentare nutre il cambiamento climatico”, diffuso da Oxfam in occasione del Business and Climate Summit 2016, che riunirà oggi e domani a Londra, i rappresentanti delle grandi aziende, della finanza e delle istituzioni internazionali.

Il dossier, che analizza il rapporto tra industria alimentare e cambiamento climatico, sottolinea infatti come le grandi aziende produttrici di queste cinque materie prime, assieme a molte altre, debbano ridurre drasticamente e al più presto la quantità di emissioni in atmosfera.

A rischio infatti c’è prima di tutto il raggiungimento degli obiettivi chiave definiti nell’accordo di Parigi del dicembre scorso, ossia l’azzeramento delle emissioni entro la metà del secolo e il contenimento dell’aumento delle temperature entro 1,5 °C.  Due obiettivi che senza una immediata inversione di rotta sarà impossibile centrare.

Il rapporto individua infatti nelle emissioni provenienti dalla produzione agricola intensiva, una delle cause principali del cambiamento climatico. Basti pensare al metano prodotto dalle risaie allagate o al protossido di azoto derivante dall’utilizzo dei fertilizzanti. Se sommate, infatti, questo genere di emissioni sono dannose per l’ambiente quanto quelle prodotte dalla deforestazione per scopi agricoli, che giustamente è stata al centro delle politiche di lotta al cambiamento climatico degli ultimi anni.

“L’accordo di Parigi è stato un primo importante passo avanti, ma non riusciremo a raggiungerne gli obiettivi senza un ulteriore sforzo e un’azione urgente.afferma Elisa Bacciotti, direttrice delle Campagne di Oxfam Italia, Le grandi aziende riunite a Londra oggi e domani devono dar prova che Parigi è stato davvero un trampolino di lancio verso tagli più consistenti alle emissioni e devono assicurare un maggiore sostegno agli agricoltori di piccola scala nella lotta agli effetti del cambiamento climatico. Il settore alimentare è il primo ad essere chiamato in causa e dovrebbe davvero aprire la strada per gli altri settori, affinché questo processo virtuoso diventi realtà”.

Dall’industria alimentare un quarto delle emissioni: a rischio decine di milioni di piccoli contadini

L’industria alimentare oggi è responsabile per almeno il 25% delle emissioni di gas serra a livello globale, e quindi tra i principali responsabili dei cambiamenti climatici. Un sistema produttivo fondato sul lavoro di milioni di agricoltori di piccola scala, che sono le prime vittime di shock climatici estremi, ormai sempre più frequenti. Un circolo vizioso insostenibile.

Oxfam stima che le 10 maggiori aziende del settore alimentare dipendano dal lavoro di almeno 100 milioni di agricoltori di piccola scala, che per primi subiscono le conseguenze delle calamità naturali causate dal cambiamento climatico, e sono costretti a vendere la loro terra rischiando di piombare nel circolo vizioso della povertà.

Ad essere le più colpite sono poi le donne, che in molti paesi non hanno diritto a possedere la terra e molte più difficoltà ad avere accesso al credito e ad altre risorse economiche. Per di più, sono spesso escluse dalle cooperative agricole e dagli altri sistemi fondamentali nel supportare il sistema agricolo quando il verificarsi di disastri climatici mette a rischio i raccolti. Per questo motivo Oxfam nel nuovo report, “A qualcuno piace caldo: così l’industria alimentare nutre il cambiamento climatico”, pubblica oggi i dati sul livello di emissioni associate alla produzione intensiva di diversi generi alimentari.

“Le grandi aziende del cibo non solo devono pensare a come ridurre le emissioni di gas serra all’interno della loro filiera produttiva,conclude Bacciotti – ma devono anche garantire ai contadini un reddito adeguato in modo che possano reggere agli impatti del cambiamento climatico, senza perdere l’unica risorsa che permette loro di condurre una vita dignitosa”.

Con la campagna Sfido la fame Oxfam sostiene migliaia di agricoltrici di piccola scala in alcuni dei paesi più poveri del pianeta con l’obiettivo di dare l’opportunità alle donne più povere e vulnerabili di avere piena autonomia decisionale ed economica, permettendo loro di condurre una vita più dignitosa e produrre reddito per sfamare se stesse e le proprie famiglie.

Guarda il video “Making the Change – Female climate fighters”

Le storie delle eroine che lottano contro il cambiamento climatico e contro fame e povertà che ne derivano.