Ingiustizia e sfruttamento, il prezzo della moda

Ricchezza che nasce dall’ingiustizia

In Vietnam, centinaia di migliaia di donne come Lan (nel video) e Phu vengono sfruttate per produrre i nostri capi di abbigliamento. Lontane dalle famiglie per mesi e anni, producono ricchezza senza poterne godere affatto.

La moda produce ricchezza…

Secondo la lista dei Miliardari di Forbes, 11 delle 50 persone più ricche al mondo sono legate al settore della moda e dell’abbigliamento. Le 5 più grandi aziende di abbigliamento hanno reso ai proprietari un totale di 6.9 milioni di dollari nel 2016. Un terzo di questa somma sarebbe sufficiente ad assicurare uno stipendio equo a ciascun lavoratore vietnamita impiegato nel settore.

… ma non per i lavoratori

Alcune delle più grandi firme del mondo della moda fanno confezionare i propri vestiti in paesi dove il costo del lavoro è basso, come il Vietnam. Ma i costi umani sono molto alti.

  • I lavoratori del settore dell’abbigliamento lavorano sei giorni a settimana, spesso per meno di 1$ l’ora.
  • I lavoratori migranti sono costretti a pagare il doppio per i servizi di base, come acqua o elettricità
  • In Vietnam, milioni di persone si spostano dalle campagne alle città per cercare un impiego meglio retribuito che permetta loro di mantenere sé stessi e la propria famiglia.
  • A causa dell’esiguità del salario, molti non possono permettersi di tornare spesso a visitarle, finendo per non vedere i propri figli per mesi o persino anni.

In media, ci vogliono circa 11 giorni per un amministratore delegato di una delle prime 5 aziende nel settore dell’abbigliamento per guadagnare quello che un lavoratore normale guadagna in tutta la sua vita in Vietnam.

 

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La storia di Phu

Phu mostra la foto della sua casa

Phu vede i figli solo per poche ore ogni mese. Sam Tarling/Oxfam

Phu ha 36 anni e lavora in una fabbrica che esporta vestiti in tutta l’Asia. È divorziata e ha due figli che mantiene da sola. Non si può permettere di farli vivere insieme a lei, dal momento che lavora in fabbrica tutto il giorno, quindi i bambini vivono con i nonni. Il figlio maggiore è malato, ma Phu non ha i soldi per farlo curare. Ogni sera parla con loro al telefono, ma riesce a vederli solo una volta al mese. Il viaggio dura 8 ore, e ha solo la domenica libera, quindi trascorre con i bambini solo pochissimo tempo. Il suo stipendio basta a malapena per coprire le sue spese e per mandare qualcosa alla famiglia.

Il mio stipendio non è sufficiente. Devo mandare i soldi ai miei figli, che vivono con i miei genitori nella città dove sono nata. Ho due figli, un ragazzo di 14 anni e una bambina di 5. Il più grande ha problemi di salute, è molto debole e non può fare quello che fanno le persone normali. Lo ho portato in ospedale per farlo visitare, e i medici hanno detto che ha una malattia del sangue e avrebbe bisogno di una trasfusione per guarire. Ma io non avevo abbastanza soldi per questo.

Manco moltissimo ai miei figli, specialmente al più grande. Mi chiama sempre al telefono e mi chiede di tornare a casa e lavorare lì, così può dormire accanto a me ogni notte. Gli ho detto che potrò comprare una nuova casa solo se lavoro così lontano, così ogni volta che mi chiama mi chiede se ho risparmiato abbastanza per comprarla.

In un mese, il mio stipendio base è di 168$. In un giorno guadagno 6$, senza gli straordinari. C’è un bonus per chi lavora di più – senza mai prendere permesso per 26 giorni lavorativi – che è di 25$.

Prendo un permesso solo quando ci sono ragioni davvero urgenti, come quando i bambini sono malati. Quando sono stata via due giorni, mi hanno detratto 7$ dal mio bonus. Con altri colleghi ci siamo lamentati, perché il nostro stipendio viene decurtato anche quando prendiamo le ferie annuali che ci spettano.

Una delle fabbriche in cui lavorano migliaia di migranti

Una fabbrica a Dong Nai che produce abbigliamento per grandi marche di moda

Se c’è bisogno, faccio gli straordinari dal lunedì al sabato. Non possiamo fare pause, possiamo smettere di lavorare solo per andare in bagno, chiedendo il permesso al nostro responsabile.

Ho lasciato la scuola presto, quando avevo 12 anni. Sognavo di diventare sarta, ma con il mio negozio, cucendo i vestiti che mi venivano ordinati.

Non sogno più ormai. La mia mente è piena di pensieri e preoccupazioni legate al lavoro, a guadagnare il più possibile per i miei figli. Voglio solo dare loro il meglio possibile.

Una volta ho visto il cartellino del prezzo di una camicia, era circa 104$. Una catena di produzione ha bisogno di 40 persone per produrne una. In un giorno, io ne faccio 200. L’azienda investe molto nei lavoratori, perché ce ne vogliono circa 40 per ciascun prodotto. Nonostante ogni giorno questi siano i risultati, l’azienda si lamenta di essere in perdita. Sono stata a parlare con il direttore per chiedere come mai non sono stata pagata, e mi ha detto che l’azienda sta attraversando una situazione difficile. Ma non sappiamo quale sia”.

 

Sfida l’ingiustizia

In occasione del Forum Economico Mondiale di Davos, abbiamo denunciato sempre più fortemente le mancanze del sistema economico attuale, che consente solo a una ristretta élite di accumulare enormi fortune, mentre centinaia di milioni di persone lottano per la sopravvivenza con salari da fame, e abbiamo chiesto ai governi e ai candidati alle prossime elezioni nazionali di prendere impegni concreti contro la disuguaglianza.

La disuguaglianza… risolta dai bambini

Fino a quando per il sistema economico globale la remunerazione della ricchezza di pochi rimarrà un obiettivo predominante rispetto alla garanzia di un lavoro dignitoso per tutti, non sarà possibile arrestare la crescita di questa estrema e ingiusta disuguaglianza.

Alcuni dati sulla disuguaglianza

Il 50% più povero degli italiani possiede solo l'8,5% della ricchezza nazionale netta

 

L’82% dell’incremento di ricchezza globale registrato l’anno scorso è finito nelle casseforti dell’1% più ricca della popolazione, mentre la metà più povera del mondo (3,7 miliardi di persone) ha avuto lo 0%.

In Italia a metà 2017, il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta.

Nel periodo 2006-2016, il reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuito del 23,1%.

Perché esiste la disuguaglianza?

Ogni due giorni nasce un nuovo miliardario: ma a fare le spese sono i più poveri e vulnerabili, molto spesso donne. Il costante incremento dei profitti di azionisti e top manager infatti corrisponde a un peggioramento altrettanto costante dei salari e delle condizioni dei lavoratori. Perché?

I colpevoli principali:

  • La forsennata corsa alla riduzione del costo del lavoro che porta all’erosione delle retribuzioni;
  • La colpevole negligenza verso i diritti dei lavoratori e la drastica limitazione del loro potere di contrattazione nel mercato globale;
  • I processi di esternalizzazione lungo le filiere globali di produzione;
  • La massimizzazione ‘ad ogni costo’ degli utili d’impresa a vantaggio di emolumenti e incentivi concessi ai top-manager;
  • La forte influenza esercitata da portatori di interessi privati, capace di condizionare le politiche.

I più poveri pagano il nostro benessere

Una delle fabbriche in cui lavorano migliaia di migrantiLe persone che confezionano i nostri abiti, assemblano i nostri cellulari, coltivano il cibo che mangiamo vengono sfruttate per assicurare la produzione costante di un gran volume di merci a poco prezzo e aumentare i profitti delle corporation e degli investitori.

Una storia per tutte: Lan, vietnamita, che ogni giorno cuce centinaia di scarpe, ma che non può comprarle a suo figlio, che vede una volta all’anno.

Scopri la storia di Lan

Come porre fine a disuguaglianza e povertà?

Le proposte di Oxfam:

  • Incentivare modelli imprenditoriali che adottino politiche di maggiore equità retributiva e sostengano livelli salariali dignitosi;
  • Introdurre un tetto agli stipendi dei top-manager così che il divario retributivo non superi il rapporto 20:1 ed eliminare il gap di genere;
  • Proteggere i diritti dei lavoratori specialmente delle categorie più vulnerabili: lavoratori domestici, migranti e del settore informale, in particolare garantendo loro il diritto di associazione sindacale;
  • Assicurare che i ricchi e le grandi corporation paghino la giusta quota di tasse, attraverso una maggiore progressività fiscale e misure solide di contrasto all’evasione ed elusione fiscale;
  • Aumentare la spesa pubblica per servizi come sanità, istruzione e sicurezza sociale a favore delle fasce più vulnerabili della popolazione.

Le nostre richieste ai candidati italiani

Partendo dall’analisi del nuovo rapporto di Oxfam, ci siamo rivolti con una lettera aperta ai leader delle principali forze politiche italiane che hanno concorso alle elezioni del 4 marzo per chiedere quali politiche intendono mettere in campo per ridurre la disuguaglianza nel nostro paese.

Leggi la lettera

Approfondimenti

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#sfidalingiustizia

Su ricchezza e povertà estrema. Ecco perché Oxfam non esagera

Sfida l'ingiustizia

Su ricchezza e povertà estrema. Ecco perché Oxfam non esagera

Una risposta ad alcune obiezioni e critiche sollevate dai commentatori del rapporto Un’economia per il 99%

  1. Perché ci occupiamo della ricchezza e con quali dati

Ogni anno, in occasione del Forum Economico Mondiale di Davos, la confederazione Oxfam rilascia le proprie analisi sugli squilibri nella distribuzione globale della ricchezza netta (ovvero l’ammontare dei patrimoni mobiliari ed immobiliari al netto delle passività) accompagnate da un esame delle caratteristiche e dei trend distribuzionali (su diverse scale geografiche) dei redditi pro-capite.

L’attenzione che Oxfam rivolge alla distribuzione della ricchezza è legata all’importanza che la condizione patrimoniale riveste per la vita delle fasce più povere della popolazione di un paese. Nella nostra visione la ricchezza netta fornisce da una parte una misura della resilienza finanziaria (o mancanza della stessa) ovvero della capacità di resistere a shock improvvisi come raccolti scarsi o spese mediche impreviste, dall’altra è indicativa della capacità delle persone di investire nel futuro e nel miglioramento della qualità della propria vita. Per chi occupa le posizioni apicali della piramide distributiva, la ricchezza rappresenta al contempo una fonte innegabile di potere e influenza.

Le analisi sulla distribuzione globale di ricchezza condotte da Oxfam si basano sui dati, i più onnicomprensivi tra quelli disponibili al momento, presentati annualmente nel Global Wealth Databook di Credit Suisse. La metodologia di stima dell’istituto di credito elvetico fa riferimento a ricerche condotte da almeno un decennio a questa parte da autorevoli economisti accademici.

Ogni anno Credit Suisse raccoglie i dati più aggiornati sullo stato patrimoniale e gli input quantitativi delle indagini sui bilanci delle famiglie stimando lo stock totale della ricchezza netta in ciascun paese e la sua distribuzione su scala nazionale. Per ogni paese le fonti dei dati (nel caso italiano, la Banca d’Italia) vengono classificate, ricevendo uno specifico giudizio relativo alla loro attendibilità. Non deve stupire che i paesi più ricchi, in cui è concentrata la porzione più consistente della ricchezza globale, presentino dati di qualità sensibilmente migliore. La copertura di dati relativi ad aree più arretrate e rurali del globo o enclave isolate presenta indubbiamente maggiori difficoltà.
I dati nazionali raccolti sono quindi utilizzati per la costruzione di una distribuzione (stimata) della ricchezza netta globale presentata da Credit Suisse con un’analisi dei dati e conclusioni ad hoc in un rapporto (Global Wealth Report) che accompagna la pubblicazione del Databook.

La disponibilità di stime più granulari (che confluiscono nella ormai trentennale Lista Forbes) dello stato patrimoniale (netto) di chi occupa le posizioni apicali della piramide distributiva su scala globale permette un confronto emblematico del divario tra i più ricchi e coloro che occupano i decili più bassi nella distribuzione della ricchezza planetaria.

Nel gennaio 2014 un primo confronto del genere portò Oxfam a concludere come nel 2013 la ricchezza netta (in termini nominali) dei primi 85 miliardari – circa 1.700 miliardi di dollari, lo 0.7% dell’ammontare totale – fosse di poco superiore a quella ascrivibile al 50% più povero (in termini patrimoniali) degli abitanti del pianeta.

Va precisato che dal 2014 la Lista Forbes è diventata live e lo stato patrimoniale degli individui più ricchi è valutato in tempo reale. Per le sue analisi Oxfam tiene conto del livello di ricchezza netta registrato alla data di pubblicazione della Lista alla fine del mese di febbraio di ogni anno.

Basandosi sui dati di Credit Suisse relativi al 2016, la ricchezza netta del 50% più povero (in termini patrimoniali) del pianeta si è rivelata più bassa – 409 miliardi di dollari in termini assoluti, appena lo 0,2% del totale –  rispetto alle stime precedenti. I primi 8 miliardari della Lista Forbes 2016 presentavano cumulativamente un ammontare di asset aggregato (al netto delle passività) pari a 426 miliardi di euro.

Quella del ‘numero dei miliardari che possiedono la ricchezza netta della metà più povera del pianeta’ è la headline statistic di Oxfam, l’estremizzazione della sconcertante statistica sull’insostenibile concentrazione della ricchezza su scala globale che vede dal 2015 l’1% più ricco della popolazione mondiale possedere più del restante 99%. Un dato suscettibile solo a fluttuazioni marginali, secondo la stessa Credit Suisse, nei tassi di cambio tra le valute (la ricchezza è stimata in dollari): dal 2010 in poi il 50% più povero non avrebbe mai posseduto oltre l’1,5% dello stock della ricchezza globale, mentre la quota dell’1% più ricco non sarebbe mai scesa sotto il 46%.  Per l’Italia il dato 2016 di Credit Suisse rileva che la metà più povera della popolazione era in possesso di appena il 7,3% della ricchezza nazionale netta.

Il calo della quota di ricchezza della metà più povera del pianeta registratosi l’anno scorso è riconducibile al miglioramento della qualità dei dati relativi a Cina ed India che mostrano una precedente sovrastima della ricchezza nei decili più bassi della popolazione dei due paesi, dovuta a un maggior indebitamento nei gruppi più poveri e in un declino nell’ammontare e nel valore degli asset dei percentili 30-50%.

2. Debito e ricchezza negativa

Una frequente critica rivolta a Oxfam riguarda il fatto che nei decili più bassi (meno ricchi in termini patrimoniali netti) della popolazione mondiale si trovino anche persone che non potremmo considerare come povere e strutturalmente vulnerabili.
E’ il caso, specificano i nostri detrattori, di individui molto indebitati o persino in condizioni di indebitamento netto (ricchezza negativa), come – citando un esempio ricorrente – una cospicua parte degli studenti che si laureano alla prestigiosa Università di Harvard: soggetti che hanno prospettive a breve-medio termine di un’occupazione a reddito medio-alto (e dunque non appartenenti ai decili più bassi della distribuzione globale di reddito e non considerabili come income-poor, poveri di reddito) ma in condizioni di temporaneo indebitamento (a copertura delle elevate rette universitarie nel caso dei neolaureati di Harvard) e dunque poveri, talvolta poverissimi, sotto il profilo patrimoniale.

Casi del genere – e Oxfam ne è perfettamente consapevole – esistono e continueranno a presentarsi. Tuttavia, su scala demografica globale la categoria è numericamente trascurabile. Quasi il 70% della metà più povera (in termini patrimoniali) del pianeta è costituito da cittadini che vivono in paesi a basso reddito (Africa, la macroregione indiana e l’area Asia-Pacifico nel breakdown geografico dell’ultimo rapporto di Credit Suisse).

Grafico - Breakdown regionale del 50% più povero (in termini patrimoniali) della popolazione mondiale

Appena l’8% della metà più povera della popolazione è rappresentata da europei e solo l’1% dai nordamericani. Aree geografiche, spesso citate nelle critiche al rapporto, come esemplificative di mercati del credito meglio funzionanti (in cui è più facile avere accesso al credito e indebitarsi).

Val la pena osservare come l’indebitamento complessivo del bottom 10% costituisca appena lo 0.4% della ricchezza globale netta (1.100 miliardi di dollari nel 2016). Se solo per un momento trascurassimo la ricchezza negativa del primo decile, l’ammontare complessivo della ricchezza della metà più povera del pianeta arriverebbe a 1.500 miliardi di dollari. Il numero dei miliardari la cui ricchezza aggregata arriva a superare di poco tale ammontare è pari a 56. Se, come passo ulteriore, provassimo a non prendere del tutto in considerazione la componente negativa della ricchezza dei percentili 11-50% e considerassimo (pur in maniera approssimativa) una debt-to-asset ratio uniforme del 50% (un esercizio per rendere solo sulla carta più ricchi il secondo, il terzo, il quarto e il quinto decili, scontando i loro debiti) il valore complessivo della ricchezza detenuta dal 50% più povero non arriverebbe all’1,2% della ricchezza globale (255.000 miliardi di dollari nel 2016).

É questa la misura della sperequazione che diventa di anno in anno sempre più accentuata e che allarma la nostra organizzazione e molti osservatori istituzionali internazionali.

Accertato tale squilibrio e appurato che oltre due terzi della metà più povera del pianeta vive in paesi a basso reddito, torniamo a dare uno sguardo più approfondito al decile più basso della popolazione mondiale, i più poveri in termini patrimoniali, in condizione di indebitamento netto (pura ricchezza negativa).  Si insiste sul fatto che la maggior parte dei ‘poverissimi in termini patrimoniali’ non siano necessariamente poveri di reddito o che non sono cittadini di paesi a basso reddito.

È assolutamente vero che la condizione di indebitamento netto riguardi principalmente le economie avanzate. Sul totale dei 1.100 miliardi di debito netto, 371 miliardi sono riconducibili al Nord America e ben 612 miliardi al vecchio continente. Non è corretta tuttavia la conclusione che si tratti di persone potenzialmente a reddito medio-alto (dunque non income-poor) come i contraenti di debiti universitari o debiti finalizzati a investimenti produttivi (a media o alta redditività). Il Global Wealth Report del 2016 si sofferma in dettaglio su questo gruppo, concludendo che i ‘fattori di rischio’ per trovarsi in tale gruppo sono rappresentati ‘dall’essere giovani, single o poco istruiti’. Fattori secondari di rischio sono costituiti dal ‘fare parte di un nucleo familiare con tre o più figli, dall’essere disoccupati o disabili’. ‘In molti paesi – si legge nel rapporto di Credit Suisse – il maggior rischio è rappresentato per gli under-35, persone con pochi risparmi e all’inizio del ciclo di accumulazione della ricchezza, ovvero esposte all’indebitamento in un momento di crescita dei tassi di disoccupazione giovanile’ (con poche prospettive di una retribuzione medio-alta a breve termine). Nei paesi ricchi l’indebitamento interessa inoltre rappresentanti dei ceti più poveri (di reddito), costretti a ricorrere a prestiti per la sopravvivenza.

Ai fini di un’esposizione completa va precisato che i dati di Credit Suisse rilevano un indebitamento netto anche al di fuori del perimetro dei paesi ricchi: circa il 10% di altre regioni geografiche, comprese la Cina, l’India, e l’Africa presenta ricchezza negativa. I dati non permettono ancora di estrapolare con precisione le ragioni dell’indebitamento in queste aree del globo che possono essere ricondotte a iniziative produttive finanziate tramite il microcredito, mercati di credito più solidi o accumulazione di debito per i consumi.

  1. Squilibri nella distribuzione dei redditi e riduzione della povertà estrema

Alcune critiche accusano Oxfam di concentrarsi esclusivamente sulla ricchezza, trascurando i trend migliorativi nella distribuzione globale del reddito pro-capite. Chi le solleva non ha prestato sufficiente   attenzione ai contenuti del rapporto Un’Economia per il 99%, pubblicato pochi giorni fa, e della pubblicazione che lo ha preceduto, Un’Economia per l’1%, nel gennaio del 2016.

In entrambi i rapporti Oxfam riconosce apertamente i progressi nella riduzione della povertà estrema su scala globale. Meno di tre decadi fa, nel 1990, il 35% della popolazione mondiale viveva sotto la soglia della povertà estrema. Si stima che nel 2015, meno del 10% della popolazione del pianeta viveva sotto tale soglia, calibrata a un reddito pro-capite disponibile di 1.90$ al giorno (a parità del potere d’acquisto del 2011). Gli squilibri nella distribuzione del reddito globale sono meno marcati di quelli manifestati dalla distribuzione della ricchezza e mostrano un trend di attenuazione su scala planetaria. A crescere però sono le disuguaglianze fra i Paesi e, dato più allarmante, all’interno di molti Paesi, Italia inclusa. I due rapporti menzionati di Oxfam analizzano le proprietà delle distribuzioni dei redditi totali (capitale e lavoro), presentando analisi sugli squilibri (e sulle loro cause) nella distribuzione dei redditi da lavoro (wage inequality) su scale geografiche disparate e per alcuni settori dell’economia.

Il rapporto Poverty and Shared Prosperity della Banca Mondiale (2016) ha prestato particolare attenzione al ruolo che le politiche di riduzione della disuguaglianza esercitano nella riduzione della povertà estrema e nel miglioramento delle condizioni di vita dei più poveri (in termini di reddito) nei singoli paesi. Nello stesso rapporto la Banca Mondiale ha suonato un campanello d’allarme. I livelli nazionali di disuguaglianza mettono in pericolo i risultati raggiunti dall’umanità negli ultimi decenni. Le più alte aspirazioni, tra cui l’eradicazione della povertà estrema (su cui i governi si sono impegnati sottoscrivendo l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile nel settembre 2016), sono oggi a rischio. Nazioni con livelli di disuguaglianza poco pronunciati tendono ad avere economie più efficienti. Governi che investono in politiche di riduzione della disuguaglianza vanno verosimilmente incontro a periodi di crescita duratura, si legge nel rapporto. In condizioni di rallentamento della crescita, la povertà può essere ridotta, secondo gli economisti della World Bank, attraverso interventi di carattere redistributivo volti a rendere meno accentuati gli squilibri distribuzionali di reddito.

Con il riferimento al quarto di secolo 1988-2011 in cui il numero delle persone in condizioni di povertà estrema si è ridotto consistentemente, i successi da celebrare vanno di pari passo con gli squilibri nella ripartizione del surplus di reddito globale (il dato per l’Italia non è difforme, sebbene meno accentuato): i redditi del 10% più povero al mondo è aumentano mediamente di appena 3$ l’anno nel periodo di riferimento, mentre l’1% più ricco ha beneficiato di un incremento annuo medio 182 volte superiore. Il dato, che si basa sulle analisi del World Income Distribution Database, sottostima i redditi degli individui più ricchi.

Recenti ricerche dell’Overseas Development Institute rilevano, coerentemente con le analisi della Banca Mondiale e in contrasto con quanto di fatto accaduto, che se i redditi del 40% più povero della popolazione nei paesi in via di sviluppo fossero cresciuti a un tasso superiore alla media di appena il 2%, la percentuale delle persone in povertà estrema nel 2010 si sarebbe attestata ad appena il 5,6% della popolazione globale: 700 milioni di persone in più si sarebbero potuti affrancare dalla povertà estrema nel ventennio 1990-2010.

Non va infine dimenticato che la linea della povertà estrema su scala globale rappresenta una soglia bassissima, indicativa della capacità di una famiglia di avere mezzi sufficienti per la sussistenza. In molti Paesi la soglia di povertà assoluta nazionale è significativamente superiore al livello della povertà estrema. In Italia (con i suoi oltre 4 milioni e mezzo di poveri assoluti nel 2015) la soglia supera di almeno dieci volte il threshold dell’estrema povertà globale: si va dai 552,39 euro al mese per gli adulti soli sotto i 59 anni che vivono in piccoli comuni del Mezzogiorno fino agli 819,13 euro mensili per chi vive in un’area metropolitana nel Nord del Belpaese.

Rapporto “Un’economia per il 99%”

DISUGUITALIA: I dati sulla disuguaglianza economica in Italia.
Inserto del rapporto “Un’Economia per il 99%” a cura di Oxfam Italia

Scheda dati e messaggi chiave del rapporto “Un’Economia per il 99%”

Metodologia (in inglese)

Ciao Nadia

Ricorderemo sempre Nadia, straordinaria e insostituibile compagna di viaggio, per l’entusiasmo e la professionalità con cui ci ha sempre sostenuto.

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