Accordo UE Turchia, il fallimento dell’Europa

Denunciamo il fallimento delle politiche europee sui migranti intrappolati in Grecia

A un anno dalla sua adozione, l’accordo Unione Europea Turchia esemplifica il fallimento di politiche che calpestano i diritti dei rifugiati e dei richiedenti asilo costringendoli a sopravvivere in condizioni disumane, spesso in strutture sovraffollate nelle isole greche.

Cosa prevede l’accordo UE-Turchia

L’accordo UE-Turchia permette all’Europa di rimandare indietro i richiedenti asilo dalla Grecia alla Turchia, delegando a quest’ultima la responsabilità di garantirne la protezione e violandone i diritti fondamentali. Moltissimi richiedenti asilo di sei nazionalità sono direttamente messi in detenzione al loro arrivo sull’isola di Lesbo per espletare le procedure collegate alla loro richiesta, contrariamente alla legislazione europea sull’accoglienza.

L’Unione Europea ha indicato l’accordo UE-Turchia come un modello per nuovi accordi con altri paesi terzi per affrontare i flussi migratori verso l’Europa.

Qual è l’impatto dell’accordo?

Abbiamo intervistato migranti, i legali e altri operatori nelle isole greche di Chio, Lesbo e Samos – le tre isole nelle quali è arrivata la maggior parte dei richiedenti asilo.

Le persone più vulnerabili come donne e bambini (rispettivamente il 21% e il 28% degli arrivi dal marzo scorso), oltre al trauma della fuga da guerre e persecuzioni, negli ultimi 12 mesi hanno dovuto vivere in condizioni “disumane”.

Moltissimi hanno passato l’inverno sotto le tende, esposti al freddo e alle malattie, senza assistenza medica o sostegno psicologico.  Le procedure di richiesta d’asilo sono inoltre poco chiare, rese impossibili da infiniti ostacoli, di fatto la negazione del diritto a ricevere protezione.

Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne in Italia: “Si tratta di un accordo che costituisce un precedente pericoloso perché – come sta già avvenendo – potrebbe portare altri paesi a sottrarsi dall’obbligo di garantire protezione internazionale e accoglienza a chi è in cerca di una vita dignitosa in Europa”.

Cosa chiediamo

Oxfam, International Rescue Commitee e Norwegian Refugee Council chiedono il rispetto dei diritti umani e il diritto di cercare protezione internazionale secondo la convenzione di Ginevra del 1951 che stabilisce chiaramente il diritto dei rifugiati a vedere esaminate le loro richieste d’asilo su base individuale, come misura essenziale per la loro protezione.

Accordo Italia-Libia: scacco ai diritti umani in 4 mosse

A due anni dalla firma, l’accordo Italia- Libia, sostenuto dall’Ue, continua a causare morte nel Mediterraneo e violazioni dei diritti umani

DIMMI di Storie Migranti

Partire dal racconto di sé come strumento di conoscenza ed incontro con l’Altro per capire i temi della migrazione, dell’accoglienza e dell’integrazione

Vulnerabili e abbandonati

Centinaia di donne incinte, minori non accompagnati, sopravvissuti alle torture e agli abusi sono costretti nel pieno dell’inverno a vivere in condizioni “disumane” nei campi profughi delle isole greche.

No alla discriminazione. Messaggio al Governo italiano

No alla discriminazione. Messaggio al Governo italiano

Chiedi al Governo italiano di opporsi a una politica gravemente discriminatoria che colpisce i più deboli.

 

Diciamo NO alla discriminazione. Condanniamo l’ordine esecutivo emesso dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che blocca per quattro mesi l’ingresso nel paese a decine di migliaia di uomini, donne e bambini, tra i più vulnerabili al mondo, in fuga da guerra e persecuzioni, discriminando in base al paese e alla religione.

Lanciamo quindi un appello al Presidente del Consiglio Gentiloni:

  • Perché si esprima pubblicamente chiedendo l’annullamento del provvedimento;
  • Perché acceleri i tempi per il reinsediamento di tutti i rifugiati che l’Italia si è impegnata ad accogliere (a oggi solo un terzo della quota stabilita è stato accolto);
  • Perché si dichiari disponibile ad accogliere anche coloro a cui viene negato un rifugio sicuro negli Stati Uniti.

Perché condanniamo il provvedimento

Si tratta di un provvedimento senza precedenti nella storia recente delle democrazie occidentali, che non solo nega un rifugio sicuro a decine di migliaia di rifugiati che ne hanno diritto, ma anche discrimina sulla base del paese e della religione di appartenenza, senza per questo motivo garantire una maggiore sicurezza ai cittadini americani, dati i già severissimi controlli a cui sono sottoposti i rifugiati che varcano le frontiere USA.

Domani a Malta si terrà il vertice tra capi di stato e di governo in cui si discuteranno le proposte di cooperazione con la Libia: è quindi importantissimo che ci si impegni a migliorare le condizioni di vita nel paese, con l’obiettivo di arrivare a un accordo che rispetti i diritti umani e protegga la vita dei migranti.

Firma anche tu il nostro appello al Presidente del Consiglio Gentiloni.

#Standasone

Chiedi al Presidente Gentiloni di agire contro il provvedimento USA su rifugiati e immigrazione

Ciao Nadia

Ricorderemo sempre Nadia, straordinaria e insostituibile compagna di viaggio, per l’entusiasmo e la professionalità con cui ci ha sempre sostenuto.

Giornata Internazionale della Gioventù

4 persone su 10 oggi (il 42% della popolazione mondiale) hanno meno di 25 anni. Per la Giornata internazionale della…

Provide: gli operatori raccontano

Gli operatori legali raccolgono le memorie delle donne, dei minori e degli uomini che chiedono asilo al fine di supportarli nella loro richiesta di asilo.

Servizi per i richiedenti asilo

Offriamo ai richiedenti asilo i seguenti servizi:

Assistenza legale

Seguiamo il richiedente asilo in tutte le procedure burocratiche e amministrative necessarie, dall’informativa legale al primo ingresso nel centro (per rendere consapevole l’ancora migrante dei diritti-doveri e del percorso che lo attende) alla preparazione, con colloqui ad hoc condotti da operatore legale, fino all’audizione in commissione territoriale per determinare la richiesta di asilo, garantendo supporto in caso di ricorso. Forniamo inoltre supporto nell’ottenimento dei documenti in caso di riconoscimento della protezione e informativa post sullo status acquisito limiti-diritti e dovere.

Assistenza sociosanitaria

Provvediamo inoltre all’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, all’assegnazione del medico curante, e predisponiamo l’orientamento circa i servizi sociali e del territorio. Laddove necessario, ci adoperiamo perché venga fornito sostegno socio psicologico, assistendo inizialmente la persona nelle eventuali visite mediche.

Abitazione

Ospitiamo i richiedenti asilo – in prevalenza uomini adulti – in strutture da un minimo di 6 a un massimo di 30 persone, rispettando comunque la separazione laddove necessario tra donne, uomini adulti, minori e famiglie, e cercando di prediligere la comunanza di origine o linguistica. Le strutture consistono prevalentemente in appartamenti non lontani dal centro abitato, distanti tra di loro e situati preferibilmente in piccoli centri e non grandi città. Questo perché è dimostrato che, nonostante una prima diffidenza iniziale, nei piccoli centri il processo di integrazione è molto più veloce, così come è più facile garantire supporto e assistenza agli ospiti.
Le abitazioni sono arredate, e ci occupiamo del pagamento dell’affitto – a prezzo di mercato – e delle utenze.

Vitto e beni di prima necessità

I richiedenti asilo ricevono inizialmente buoni del valore di 5 € al giorno, spendibili in esercizi commerciali convenzionati.  In questo modo possono acquistare cibo e prodotti per l’igiene personale che preferiscono, e sono anche incentivati a cucinare insieme, interagendo tra loro e prendendo decisioni comuni.

Il fare la spesa diviene anche un momento importante di interazione con la popolazione locale, e un’occasione per praticare la lingua.

I prodotti per la pulizia delle abitazioni vengono forniti a ciascun ospite su base mensile. I richiedenti asilo si recano nel nostro magazzino per prelevare direttamente ciò di cui hanno bisogno, previa autorizzazione e con controllo da parte del nostro personale per evitare sprechi.
Al momento dell’arrivo, ciascuno riceve calzature e un cambio completo, quindi gli abiti vengono forniti in base alle esigenze, provvedendo anche a raccoglierli da singoli che vogliono donarli per questo scopo.
Ciascuno riceve anche su base mensile un pocket money pari a 2,50€ al giorno, calcolato in base ai giorni di presenza, inizialmente in contanti poi attraverso una carta prepagata.

Apprendimento della lingua italiana

Per quanto riguarda l’apprendimento della lingua italiana, ricorriamo a insegnanti professionisti e retribuiti: questo non è un obbligo, ma per noi è una garanzia di maggior serietà e qualità. Più precisamente, ci avvaliamo dei servizi di una cooperativa in partenariato, LiMo, (Linguaggi in movimento) che impiega insegnanti in possesso di certificazione Ditals o equivalente.

I richiedenti asilo vengono affiancati da mediatori culturali

Mediazione linguistico culturale

I richiedenti asilo vengono affiancati da mediatori culturali fino a che non hanno acquisito una conoscenza della lingua, degli usi e delle leggi italiane tale da permettere loro di interagire in autonomia. Il mediatore culturale assiste la persona nelle relazioni con le istituzioni, nei colloqui di orientamento e ascolto, negli accompagnamenti sanitari, in occasione dell’audizione per la richiesta di asilo in Questura. Abbiamo esperienza più che decennale nel campo della mediazione e mettiamo a disposizione uno staff di oltre 20 mediatori di comprovata esperienza che coprono oltre alle lingue veicolari un ampio spettro di lingue tra cui urdu, arabo, pular, mandinka. Crediamo e sostieniamo anche a livello istituzionale il riconoscimento della figura del mediatore culturale.

Spostamenti

Provvediamo inoltre al pagamento dell’abbonamento mensile ai mezzi pubblici, in modo da favorire la mobilità delle persone all’interno del centro abitato, se in città, o tra questo e la città principale, se si risiede in un piccolo centro.

Formazione professionale, avviamento al lavoro e volontariato

Ci adoperiamo per offrire corsi di formazione professionale e supporto per svolgere attività di volontariato sul territorio. Queste attività di volontariato, che definiamo “formativo”, sono mirate all’acquisizione di strumenti e competenze spendibili nel mondo del lavoro.

Dopo due mesi dal ricevimento del permesso di soggiorno, i richiedenti asilo possono infatti lavorare, e noi li assistiamo nell’orientamento al lavoro, nell’iscrizione ai centri per l’impiego, nella preparazione del cv e nella valutazione delle competenze. Alcuni richiedenti asilo hanno effettivamente avuto esperienze lavorative come operai agricoli, imbianchini, giardinieri, camerieri.

Per quanto riguarda i corsi professionalizzanti, questi vengono svolti in collaborazione con gli enti del territorio; sono stati attivati ad esempio corsi di cucina, per pizzaiolo, panificatore, per la potatura degli olivi, di informatica, per muratore.

Le attività di volontariato vengono portate avanti in collaborazione con altri enti del territorio, come Auser, Misericordia, Arci, Acli, Mani Tese, LegaAmbiente, ecc. Tra esse vi sono ad esempio l’accompagnamento di bambini a scuola, la manutenzione delle aree verdi, l’accompagnamento degli anziani con difficoltà di mobilità, la ristorazione. Alcune persone sono inoltre coinvolte nella gestione degli orti sociali. Queste attività vengono svolte da chi ha in generale acquisito sufficiente padronanza delle lingua, e rappresentano una delle modalità per favorire l’integrazione, dal momento che si offrono servizi al territorio ospitante, oltre a costituire un’occasione per acquisire competenze.

Sport e attività ludiche

I richiedenti asilo vengono quindi coinvolti quanto più possibile, sulla base dei propri interessi, in attività ludiche e sportive, quali laboratori teatrali, coro, cineforum. Molti suonano uno strumento o giocano a calcio in alcune squadre locali, autorganizzate o anche miste. In alcuni casi sono stati avviati rapporti di collaborazione con le scuole del territorio per attività interculturali di scambio e conoscenza.

Monitoraggio, ricerca e valutazione

Ci occupiamo anche della raccolta dei dati qualitativi e quantitativi relativi ai nostri programmi, per migliorare la qualità dei nostri servizi, e ottenere così un miglioramento dei progetti e delle attività. Questo monitoraggio viene proposto anche a altri soggetti.

Categorie vulnerabili

Dedichiamo alle categorie vulnerabili, come minori stranieri non accompagnati, donne sole e donne con bambini, una attenzione e un accompagnamento mirato. In tutti i servizi offerti diamo un focus particolare, procedure e supporto e calibrato sui bisogni di questi soggetti.

Es. Accompagnamento sanitario (visite ginecologiche), Insegnamento ItalianoL2, supporto inserimento scolastico (bambini)

Rendicontazione spese

Prefettura Arezzo

Prefettura Livorno

Prefettura Siena

Il percorso di accoglienza in Toscana

Il percorso di accoglienza in Toscana

Oxfam si occupa dei richiedenti asilo dal momento della loro assegnazione fino all’ottenimento o meno dei documenti necessari per soggiornare legalmente nel nostro paese o fino a che abbiano acquisito gli strumenti necessari per vivere autonomamente e integrarsi sul territorio. Ogni richiedente asilo è considerato nell’ottica di un futuro cittadino.

Obiettivo dell’asylum support è far sì che il richiedente asilo/rifugiato abbia gli strumenti per essere capace di muoversi e relazionarsi in autonomia e indipendenza nel territorio che lo accoglie, nel pieno rispetto delle regole di convivenza civile e delle leggi del nostro paese.

Garantire piena indipendenza e autonomia significa piena conoscenza della lingua, degli usi e dei costumi del paese ospitante, delle leggi e della civile convivenza, capacità di trovare un’occupazione e garantirsi un reddito dignitoso per mantenere se stessi e provvedere al proprio futuro e alla propria realizzazione.

Il modello di accoglienza diffusa di Oxfam e i servizi offerti al richiedente asilo

Oxfam segue il modello di accoglienza della Regione Toscana (accoglienza diffusa) nel quale si riconosce. La finalità è la piena autonomia del soggetto, volta a favorire l’integrazione.

A oggi in Toscana vi sono 239 richiedenti asilo accolti da Oxfam nelle province di Arezzo, Firenze, Livorno e Siena, ma si pensa di raggiungerne 300.

Oxfam segue il modello di accoglienza della Regione Toscana (accoglienza diffusa) nel quale si riconosce. La finalità è la piena autonomia del soggetto, volta a favorire l’integrazione. A oggi in Toscana vi sono 239 richiedenti asilo accolti da Oxfam nelle province di Arezzo, Firenze, Livorno e Siena e si pensa di raggiungerne 300. Nella provincia di Livorno è attivo anche un progetto di accoglienza per minori non accompagnati.

Oxfam offre ai richiedenti asilo i seguenti servizi:

  • Assistenza legale
  • Abitazione
  • Apprendimento della lingua italiana
  • Spostamenti
  • Sport e attività ludiche
  • Categorie vulnerabili
  • Assistenza sociosanitaria
  • Vitto e beni di prima necessità
  • Mediazione linguistico culturale
  • Formazione professionale, avviamento al lavoro e volontariato
  • Monitoraggio, ricerca e valutazione

L’UE fallisce a Moria

Grecia - credit Pablo Tosco

Grecia – credit Pablo Tosco

Gli scarsi mezzi a disposizione del governo greco e le forti pressioni dovute all’accordo Ue-Turchia esasperano le condizioni di migliaia di migranti, costretti a vivere in veri e propri luoghi di detenzione. Il campo di Moria è sovraffollato e accoglie attualmente 3.000 persone, di cui 80 sono minori non accompagnati. Il fatto che chiunque non sia siriano non abbia accesso alle procedure di richiesta di protezione internazionale rappresenta un fatto inaccettabile che sgretola il concetto stesso di diritto di asilo.

Il campo di Kara Tepe, dove c’è libertà di movimento e dove è possibile assistere minori non accompagnati, donne incinte e anziani, è pieno, lasciando tutti coloro in stato di grave bisogno di fatto abbandonati nel campo di Moria. Circa 47.000 persone si trovano in campi sulla terraferma, in condizioni estremamente precarie.

Dall’entrata in vigore dell’accordo Ue-Turchia le procedure di registrazione dei nuovi arrivi sono cambiate praticamente ogni giorno, ma le informazioni offerte dalle forze dell’ordine sono scarse e i profughi sono lasciati in uno stato di confusione e frustrazione. Chi ha raggiunto la terraferma vive in una specie di limbo, con scarsa possibilità di accesso alle procedure per fare richiesta di asilo.

Oxfam chiede con urgenza all’Unione europea e al governo greco di garantire sicurezza e dignità alle persone, di fornire adeguate informazioni e la possibilità di richiedere asilo. Chiede inoltre di aprire tutti i centri in cui si trovano i richiedenti asilo, consentendo loro di potersi recare altrove per evitare sovraffollamento e deterioramento delle condizioni di vita nei campi.

“È l’Unione Europea ad aver generato questo caos vergognoso: per questo deve immediatamente porvi rimedio e assicurare il rispetto dei diritti e la dignità delle persone – ha detto Elisa Bacciotti, direttrice Campagne di Oxfam Italia – L’Ue non può ergersi a difesa dei richiedenti asilo fuori dai propri confini e al contempo calpestarne i diritti al suo interno. È un’ipocrisia intollerabile.”

L’accordo Ue-Turchia lascia queste persone totalmente sprovviste di diritti e di sicurezza. Ogni deportazione verso la Turchia deve finire ora ed è necessario garantire a tutti le informazioni necessarie per fare richiesta di asilo secondo procedure trasparenti, chiare e giuste.” ha concluso Bacciotti.

Oxfam lavora in sei campi a Kara Tepe sull’isola di Lesbo, e nella regione nord-occidentale del paese a Katsika, Doliana, Filipiada, Tsepelovo e Konista. Ha sospeso le attività a Moria dopo l’entrata in vigore dell’accordo Ue-Turchia, quando il campo è diventato, di fatto, un centro di detenzione, a causa dell’oggettiva difficoltà di garantire, in quel centro, dignità e diritti delle persone.

L’accoglienza precaria delle vittime di tortura

Mancanza di riscaldamento, isolamento, impreparazione degli operatori e ritardi dell’assistenza sanitaria: l’associazione Medici per i Diritti Umani (Medu), partner di Oxfam in Sicilia, ha pubblicato un rapporto in cui denuncia le condizioni di estrema inadeguatezza in 14 Centri di Accoglienza Straordinaria nella provincia di Ragusa.

Uno studio che mette in luce le disfunzioni di strutture di emergenza che oggi sono diventate la colonna portante del sistema d’asilo italiano ospitando il 72% dei migranti complessivamente accolti. Persone che hanno subito viaggi drammatici e violenze nei paesi di origine e di transito si trovano così a subire nuove violazioni dei propri diritti.

Scarica qui il rapporto di MEDU

Strage di Lampedusa: un anno dopo ancora morti e respingimenti.

A un anno esatto dalla terribile strage di migranti in cui persero la vita 800 persone a largo di Lampedusa e mentre altre 400 persone risultano disperse nel Mediterraneo a seguito del naufragio di quattro barconi, l’Europa non è ancora riuscita a trovare una soluzione alla crisi migratoria. Le persone, anche quelle più vulnerabili, sono costrette a rischiare la vita e a esporsi a torture e violenze per cercare salvezza e dignità al di là del Mediterraneo e, una volta raggiunte le coste europee, rischiano di non vedere riconosciuto il loro diritto a chiedere protezione internazionale: lo denuncia Oxfam nel report “Hotspot: fabbriche di incertezza e paura” pubblicato oggi.

Il canale di Sicilia è la rotta marittima in cui si registra il più alto numero di morti al mondo: dall’inizio dell’anno già 219 persone vi hanno perso la vita. Ciononostante, nel solo mese di marzo circa 10mila persone hanno deciso di attraversarlo per raggiungere l’Europa. Nei primi tre mesi del 2016 i migranti sbarcati in Italia sono stati quasi il doppio di quelli che sono arrivati il nostro paese nello stesso periodo del 2015. Solo la settimana scorsa, nel giro di pochi giorni, sono sbarcate più di 6.000 persone.

Molti di loro hanno già subito abusi prima ancora di salpare per il Mediterraneo, da parte dei trafficanti nei paesi attraversati durante il viaggio. Secondo le Nazioni Unite, i migranti in Libia sono spesso vittime di abusi, percosse e lavori forzati. Recentemente quattro migranti sono stati uccisi con un colpo di arma da fuoco mentre cercavano di fuggire da un centro di detenzione e altre 20 persone sono rimaste ferite.

“Ho passato 8 mesi in Libia” racconta Filsim, una ragazza di 22 anni che ha viaggiato, da sola, dalla Somalia all’Italia. “Siamo stati imprigionati da una banda di trafficanti appena arrivati nel paese. Eravamo più di 20 nella stessa stanza, uomini e donne insieme. I trafficanti ci lasciavano spesso anche due o tre giorni senza cibo ed acqua, e ci picchiavano solo per divertirsi. Ho il seno pieno di cicatrici. Eravamo costretti a chiamare le nostre famiglie, chiedendo loro di inviare soldi ai trafficanti.” Filsim è stata rilasciata quando la sua famiglia è riuscita a pagare 800 dollari ai trafficanti come riscatto. Poi ha dovuto pagare altri 1.000 dollari per mettersi in viaggio verso l’Italia.

Stunt di Oxfam Italia per non dimenticare

Stunt di Oxfam Italia per non dimenticare

La risposta dell’Unione Europea alla strage di Lampedusa, e più in generale alla crisi del Mediterraneo, è stata quella di rafforzare il controllo delle frontiere anche attraverso il cosiddetto “approccio hotspots”, che prevede, poco dopo lo sbarco, una intervista sommaria mirata a distinguere – in maniera piuttosto arbitraria – tra richiedenti asilo e migranti irregolari. sebbene non sia stato ancora stabilito un quadro giuridico che regoli il loro funzionamento Tre hotspots sono ufficialmente attivi in Sicilia da settembre 2015, e da poco è attivo anche quello di Taranto in Puglia,. Le persone respinte sono state lasciate fuori dalla rete dell’accoglienza, abbandonate e rese ancora più vulnerabili.

“Ci sono persone disperate in condizioni disperate e l’unica risposta dell’Unione Europea è stata mettere l’interesse politico davanti alla sicurezza e alla dignità degli esseri umani – afferma Elisa Bacciotti, direttrice Campagne di Oxfam Italia – ma le tragedie in mare, come vediamo tristemente anche oggi, non si fermano e i respingimenti mettono in crisi il concetto stesso di protezione internazionale: l’Europa deve fare di più”.

“Dopo due giorni ci hanno dato un pezzo di carta, il foglio di via, e ci hanno lasciato su una strada senza nessuna spiegazione – afferma Boubakar, arrivato dal Gambia – eravamo sette e abbiamo dormito in stazione a Catania per tre mesi”.

Abbandonate, le persone rischiano di finire nella rete della tratta e dello sfruttamento: la paura di essere espulse spesso impedisce loro di chiedere aiuto. Secondo l’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali, alla base di questa paura c’è la convinzione che i responsabili di queste violenze possano agire nell’impunità: le donne abbandonate sono particolarmente vulnerabili. Inoltre, chi cerca di aiutare gli immigrati irregolari rischia di affrontare cause penali.

“I migranti respinti sono abbandonati in un limbo, senza nessun posto dove andare e costantemente a rischio di finire nella rete della criminalità – sottolinea Giulia Capitani, policy advisor di Oxfam Italia – E’ un colpo mortale al diritto d’asilo, che si consuma in silenzio nel nostro paese e che riguarda persone spesso traumatizzate e bisognose di tutto”.

Persone che, per ironia della sorte, sono da considerarsi fortunate per essere sopravvissute al viaggio nel Mediterraneo, a differenza delle 800 che sono annegate a largo di Lampedusa lo scorso anno e di quelle che, oggi, risultano ancora disperse in mare.

Oxfam chiede dunque all’Unione Europea e al governo italiano di:

  • Chiarire immediatamente se e in che modo le procedure utilizzate nell’approccio hotspots garantiscono il rispetto della legge a livello europeo e nazionale e come viene assicurata una supervisione imparziale di quanto avviene, incluso il ricorso agli appelli;
  • Assicurare che, nel rispetto della legge, ogni persona sia pienamente informata dei suoi diritti, incluso il diritto di richiedere protezione internazionale, in forma e lingua a lei effettivamente comprensibile.
  • Allineare le procedure di identificazione e registrazione al pieno rispetto dei diritti umani. L’utilizzo della forza per finalizzare le procedure di identificazione o per prendere le impronte non deve essere in alcun modo permesso.
  • Garantire che nessuno sia respinto o rimpatriato senza un approfondito esame della sua situazione individuale da parte dell’autorità competente, che non può essere un ufficiale di pubblica sicurezza nei luoghi di frontiera.
  • Mettere fine alle detenzioni arbitrarie. Nessuno può essere detenuto nei centri per il solo scopo di essere identificato.
  • Garantire l’accesso ad organizzazioni indipendenti che possono offrire supporto, incluso sostegno psicosociale, e monitorare il rispetto dei diritti umani, sulle navi usate per le operazioni di ricerca e salvataggio, ai punti di sbarco e nei centri dove si procede all’identificazione delle persone.
  • Creare specifiche procedure di protezione per le persone più vulnerabili, inclusi i minori non accompagnati, donne che viaggiano sole, donne in stato di gravidanza, persone vittime di traumi o malate, e persone con disabilità.

Oxfam chiede di salvare la vita e garantire la protezione di chi fugge da guerre e abusi con la petizione Adesso Basta

Il nostro lavoro con i richiedenti asilo in Sicilia: leggi qui la scheda

Summit La Valletta: accogliamo, non respingiamo

Uno sbarco a Lampedusa

OXFAM: “FONDO PER L’AFRICA DEVE SERVIRE PER GLI AIUTI E NON PER I MURI”


Il summit sulle migrazioni che si è tenuto a La Valletta ieri e oggi – 11 e 12 novembre 2015 – si è concluso con una dichiarazione e un Piano d’azione che sembrano andare nella direzione di un incremento della tutela dei diritti umani e della dignità delle persone.


Esprimiamo però dubbi su come si passerà dalle parole ai fatti e su come l’Europa realizzerà l’agenda sull’immigrazione in Africa.
Ricordiamo che proprio mentre i leader africani ed europei partecipavano al summit, ci sono stati ancora morti al largo delle coste turche nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare, la Slovenia ha eretto nuovi muri di filo spinato e la Svezia ha intensificato i controlli alle frontiere.


Siamo particolarmente preoccupati inoltre che il Fondo Fiduciario per l’Africa dell’Unione Europea sia il primo atto di una politica che confonde gli aiuti allo sviluppo con la politica di sicurezza. Pertanto chiediamo trasparenza sull’utilizzo di questi fondi affinché servano davvero a contrastare le disuguaglianze e ad aiutare chi è in difficoltà.


Per questo Sara Tesorieri, policy advisor di Oxfam per l’immigrazione chiede che il consiglio direttivo del fondo stabilisca chiari standard “per i progetti non riguardanti la cooperazione allo sviluppo, assicurando il rispetto dei diritti umani”.
Siamo inoltre fermamente contrari al principio secondo cui si diano più aiuti in cambio di un impegno sui rimpatri. “Per questo Renzi e gli altri leader europei e africani devono mettere in pratica le belle parole espresse. Gli aiuti servono per le persone, non possono essere oggetto di scambio tra governi” sottolinea Tesorieri.


Mentre il vertice de La Valletta è in corso, gli stati membri dell’UE si riuniscono a Bruxelles per discutere dei tagli al budget comunitario e delle spese esterne: ciò include anche gli aiuti allo sviluppo, che rischiano di ricevere un colpo ferale. Attualmente, per ogni euro speso dall’Unione Europea, meno di due centesimi sono destinati a programmi di lotta alla povertà estrema: i tagli proposti ridurrebbero di quasi un quarto il principale fondo europeo contro la povertà. Un atto che contraddice lo spirito di quanto dichiarato a La Valletta.

Testimonianze dei richiedenti asilo in Sicilia

Le storie dei richiedenti asilo che sosteniamo con le nostre attività in Sicilia.


Milazzo, Cooperativa Utopia, SPRAR (Sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati).
Godfree, Nigeria

 

 

 

 


Godfree viene dalla Nigeria. Ha deciso di fuggire a causa del clima politico e perché, in quanto cristiano, è stato perseguitato. Ha attraversato la Libia dove è rimasto per un certo periodo lavorando come meccanico ma anche qui ha subito persecuzioni e violenze, e quindi a gennaio 2015 si è imbarcato alla volta dell’Italia. Ha il volto e le braccia coperte di cicatrici. “Durante il viaggio il barcone ha avuto un incidente, e io sono rimasto in acqua per due giorni perché i soccorsi non sono arrivati subito. Stare tanto nell’acqua salata mi ha provocato delle ustioni. Mi hanno salvato in elicottero e mi hanno messo in coma farmacologico all’ospedale di Catania, dove sono rimasto un mese. Oggi vivo nell’incertezza. Non ho un lavoro, ho dei documenti ma senza lavoro non posso essere indipendente. Non mi piace come vivo”.
Godfree a luglio 2015 ha ricevuto la Protezione Internazionale per due anni. Ha lavorato per sei mesi con una borsa lavoro presso un campeggio di Milazzo, sta imparando velocemente l’italiano e sogna di rimanere a Milazzo con un lavoro stabile. Godfree ci ha raccontato il suo viaggio dalla Nigeria fino alla Libia e poi in mare verso l’Italia. Il barcone su cui si trovava ha fatto naufragio, e quando e’ stato salvato con un elicottero Godfree aveva trascorso due giorni in acqua, e il suo corpo era pieno di piaghe. E’ rimasto in coma un mese, e le cicatrici sono ancora lì.


La Cooperativa Utopia di Milazzo ha in gestione il programma Sprar, che da accoglienza a 39 giovani provenienti, tra gli altri, da Nigeria, Etiopia, Mali, Somalia, Senegal, Ghana. I ragazzi vengono ospitati in abitazioni private, non lontane dal centro abitato, e beneficiano di tirocini e borse lavoro nell’ambito della manutenzione del verde pubblico, della ristorazione e dell’agricoltura, presso anche serre e vivai del luogo. Quasi tutti hanno una biciletta o utilizzano il trasporto locale per recarsi al lavoro o a scuola. Devono infatti aver frequentato almeno due mesi di lezione di italiano prima di poter accedere alle borse lavoro.


Oxfam sostiene la cooperativa Utopia che gestisce lo SPRAR di Milazzo, affiancandoli nella gestione dello sportello migranti che fornisce informazioni legali, amministrative e sanitarie) con un ruolo specifico nel facilitare i ricongiungimenti familiari.



Camara, dalla Costa D’Avorio

Ragusa Ibla, MEDU (Medici per i diritti umani), CAS (Centro di accoglienza straordinaria).
Camara, Costa d’Avorio.

 

 

 

 


Camara ha 23 anni e viene dalla Costa d’Avorio. Parte della sua famiglia è stata uccisa e i suoi possedimenti sono stati sequestrati. Per salvarsi Camara ha intrapreso un lunghissimo viaggio, durato quattro anni, attraverso il Mali, il Burkina Faso, il Niger e la Libia prima di arrivare nel nostro paese. In Libia è stato imprigionato e picchiato. È  arrivato a Ragusa a ottobre 2015. “Non avevo soldi per pagare il viaggio così mi hanno chiuso nella stiva, ma uno degli scafisti ha dimenticato la porta aperta, così mi sono mescolato a quelli che avevano pagato sul ponte. Ora non so cosa sarà di me. Mio fratello minore è in Francia, spero di raggiungerlo”.
Il CAS di Ragusa si trova in un vecchio convento e ospita 72 richiedenti asilo che vi rimangono per circa 6-7 mesi, in attesa della chiamata della Commissione che giudicherà il loro caso – e in attesa di una sistemazione definitiva. Gambia, Bangladesh, Mali, Costa d’Avorio sono alcune delle nazionalità di provenienza degli ospiti che fanno lezione di italiano ma anche progetti di vario tipo, come corsi di video o multimediali (il centro è dotato di un’aula con computer e internet).


Oxfam collabora con MEDU che offre supporto psicologico a vittime di tortura e abusi nel CARA di Mineo (una volta alla settimana) e in 16 CAS. Organizzeremo anche corsi di formazione a operatori sociosanitari e ASL locali per migliorare le competenze di ascolto.



 

 

 

 

Josephine, dalla Nigeria

 

 

 

 

Scicli, Casa delle Culture, Progetto Mediterranean Hope
Josephine, Nigeria

 

 

 

 


Josephine e’ arrivata qui in ottobre 2015 dalla Nigeria. Boko Haram ha ucciso suo padre e suo fratello, che erano nei campi. Lei con la madre e la sorella più piccola sono riuscite a mettersi in salvo. Josephine ha deciso allora di partire. Una volta in Marocco ha subito minacce di violenza, ed è stata salvata da quello che poi sarebbe diventato suo marito. Con lui si è diretta in Libia ma è stata la sola a imbarcarsi, perché non avevano soldi per entrambi, e lei essendo donna e incinta era la più vulnerabile. “Mio marito è ancora in Libia, ci sentiamo via Facebook. Spero che possa raggiungermi presto, fa una vita terribile, è costretto a nascondersi e non ha abbastanza da mangiare. Ma è contento che io sia al sicuro. Quello che voglio adesso è essere protetta, me e il mio bambino, voglio che sia al sicuro. Il dottore ha detto che sarà un maschio e nascerà a febbraio. Io lo vorrei chiamare Alessandro il grande, perché vorrei che faccia grandi cose, ma mio marito ha scelto Salomone,  perché vorrebbe che il figlio diventasse un uomo saggio, ed è il padre che decide.
La casa delle culture è una struttura per minori e donne vulnerabili, che vi rimangono per un periodo che varia tra una settimana e uno o due mesi, in attesa che agli ospiti venga trovata una sistemazione definitiva. Questi hanno a diposizione una sala giochi, aule didattiche, una cucina e una grande sala – refettorio. I ragazzi vanno a scuola ogni pomeriggio dalle 16 alle 20 a Modica. Al momento nella Casa vi sono 34 ospiti, tra minori non accompagnati, mamme con bimbi piccoli e donne incinta.


Oxfam collabora con la Casa delle Culture, gestita grazie al progetto HD Mediterranean Hope, sostenendoli nella distribuzione di un kit di prima necessità e nelle attività di animazione ed educazione rivolte ai minori presenti nel centro.

Siamo tutti in viaggio

Il racconto di un mese di permanenza al confine tra Serbia e Ungheria

Bambini siriani davanti al centro per migranti e rifugiati di Preševo, in Serbia

“Viaggio. Arrivo a Belgrado lunedì pomeriggio, ancora pieno di emozioni suscitate dal documentario “District Zero” sulla vita dei rifugiati nel campo di Zaatari che il giorno prima Oxfam ha presentato a EXPO Milano di fronte al Commissario Europeo Stylianidīs e alla Direttrice di Oxfam, Winnie Byanyima.

Siamo un team di due persone in Serbia, io e Francesca – la nostra esperta del programma WaSH (Acqua, salute e igiene) mentre il collega Vincent sta volando in Macedonia. Insieme a Danica, la collega del nostro partner serbo, andiamo subito a vedere la situazione delle centinaia di persone che vivono accampate nei giardini di fronte alla stazione degli autobus e alla vicina facoltà di economia. Cercando di mantenere la sensibilità e il rispetto necessario in queste situazioni, inizio a fare qualche foto. È impressionante notare come nel centro di una capitale europea ci sia questa pacifica coabitazione tra le centinaia di profughi accampati nei giardini e la vita quotidiana dei belgradesi che continua tranquillamente in questa nuova “normalità”.

Pochi istanti dopo vengo fermato da una signora che in serbo inizia a parlarmi molto animatamente. Nascondo subito la macchina fotografica nel timore di aver urtato le sensibilità di qualcuno. Invece Danica mi tranquillizza e mi dice che questa signora non ce l’ha con me. Lei, Maria, è arrabbiatissima con l’Ungheria che sta chiudendo la frontiera e tratta i profughi non come dovrebbero essere trattati. Maria mi racconta che lei è di Pola (Istria – ora Croazia) e 20 anni fa è venuta in Serbia come rifugiata. È stata accolta calorosamente, così come i serbi stanno facendo ora con i rifugiati dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan. Se potesse li porterebbe tutti a casa sua. Poi, prima di salutarci, mi domanda: “Come è possibile che l’Unione Europea permetta questo?”

Il giorno dopo partiamo all’alba per raggiungere il confine con l’Ungheria dove inizierà il vero e proprio assessment di Oxfam. Qui, prima della definitiva chiusura del confine il 15 settembre, una media di 4mila persone cercava di entrare in area Schengen. A Subotica e Kanjiža incontriamo tanta sofferenza, ma anche tanta umanità, tanta speranza e voglia di cercare un futuro migliore. Sono tutte persone che scappano da guerre, che hanno rischiato la vita, che non hanno più speranza nel proprio paese, che sono disposte a tutto. Meglio rischiare la vita da solo o con la famiglia, che rischiare di morire senza speranza nel proprio paese. Appena arrivati a Subotica, ci uniamo alla distribuzione di kit alimentari che fa la Croce Rossa serba. Qui incontriamo Saikeh e Amini. Sono lì con i loro tre figli piccoli di 3, 6 e 10 anni. Arrivano da una città vicina a Kabul. Dopo un mese di viaggio sono arrivati in Serbia. Ci raccontano di come hanno rischiato di morire in Turchia. Stipati su una barca di 8 metri insieme ad altre 50 persone, sono affondati quasi subito. Per fortuna la guardia costiera greca è riuscita a salvarli. Si legge il terrore negli occhi di Amini mentre ci racconta l’episodio. Gli chiedo cosa facevano in Afghanistan. Lui era ingegnere elettronico ed insegnava all’università, lei era ostetrica.

Dopo Subotica arriviamo a Kanjiža. Sembra di tuffarsi in un angolo di Siria. Mohammed e Mahmoud sono lì con le loro due giovani mogli. Si sono conosciuti all’università dove studiavano rispettivamente ingegneria e lingue a Damasco. Hanno deciso di sposarsi e di partire. Chiedo loro quale è il piano per oggi. Mi dicono: “Aspettiamo il momento giusto e poi entriamo” … Non posso fare altro che augurargli buona fortuna. Finito di visitare il centro di Kanjiža, decidiamo di fare un sopralluogo sul confine, seguendo i rifugiati. Incontriamo Somali, Afghani, Siriani, donne, bambini, anziani, qualcuno in carrozzina, che si muovono per i campi.

Fa impressione trovare nel mezzo dell’Europa un muro di fil di ferro così imponente. Non rispecchia esattamente l’idea di Unione Europea che ci hanno insegnato sin da piccoli a scuola. Un gruppo di giovani ragazzi ci ferma per chiedere informazioni. Ci racconta che sono scappati da Palmira, dall’ISIS, che alcuni familiari sono ancora lì. Ci hanno impiegato 28 giorni per arrivare qui. Hanno paura. Non sanno cosa li aspetterà oltre la frontiera. Sono tutte persone istruite, e molto rispettose nel modo di porsi. Conoscenza dell’inglese ottima.

Il senso di impotenza a volte ti assale. Il primo pensiero che ti viene in mente è: “Ciascuna di queste persone che abbiamo incontrato potrei essere io. Potrei essere io con la mia famiglia. Cosa farei se da un giorno all’altro fossi costretto a scappare dal mio paese? Riuscirei a scappare portandomi dietro la famiglia, magari senza soldi o senza documenti, rischiando la vita per arrivare in un paese con una cultura diversa dalla mia e dove magari non sono nemmeno bene accetto?” Molti dei rifugiati che viaggiano lungo la rotta balcanica, prima della guerra nel loro paese, facevano una vita molto simile a quella che facciamo noi oggi in Europa. Se provi ad immedesimarti un attimo, ti senti veramente male.

Quando inizi una missione di identificazione dei bisogni non è mai semplice. Anche trattandosi di in un contesto che conosci, e avendo a disposizione i migliori manuali e strumenti, sei consapevole che durante un’emergenza non sai mai bene cosa ti puoi trovare davanti. Devi riuscire a leggere bene la situazione ed adattare le tue competenze combinando la giusta dose di professionalità con la flessibilità e la velocità che la situazione richiede. Senti di avere la responsabilità di rappresentare l’organizzazione e la confederazione per cui lavori, ma soprattutto, dopo che hai incontrato tanta sofferenza, senti la responsabilità di agire presto e bene per assistere velocemente, in maniera dignitosa, chi sta vivendo questo incubo.

Oggi è passato un mese da quel giorno in cui sono atterrato a Belgrado. Nel giro di un mese, Oxfam è riuscita a mettere in piedi un programma di risposta umanitaria la cui prima fase durerà fino al 31 marzo 2016 e che prevede distribuzione di kit igienici e di kit per far fronte all’inverno, piccole infrastrutture per garantire l’accesso all’acqua pulita e realizzazione di piccoli impianti igienico-sanitari diversificati per genere (toilette, docce, ecc.), programma di protezione e supporto legale per i rifugiati, sia in Serbia che in Macedonia.

Siamo tutti consapevoli che questa emergenza durerà tanto, almeno fino a quando dureranno le crisi da cui scappano questi rifugiati. Per questo è importante che Oxfam continui e rafforzi quello che sa fare bene. Da un lato proseguire con l’assistenza umanitaria sul campo, dall’altro lanciare appelli e mobilitare le persone per influenzare l’agenda politica europea e mondiale sia per l’accoglienza dei rifugiati, sia per trovare soluzioni politiche ai conflitti dai quali le persone scappano. Se saremo bravi in questo, porteremo anche noi il nostro piccolo contributo per regalare un futuro migliore ai rifugiati e a noi stessi”.

Riccardo Sansone
7 ottobre 2015


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