Le pillole della povertà

Oxfam denuncia la sottrazione di risorse erariali e comportamento aggressivo sui prezzi dei medicinali da parte di 4 colossi del settore farmaceutico: Pfizer, Merck & Co, Johnson & Johnson e Abbott Laboratories.

Le più importanti case farmaceutiche al mondo mettono a repentaglio la salute dei cittadini:

  • privando i governi di preziose risorse erariali che potrebbero essere investite nel potenziamento dei sistemi sanitari pubblici
  • compromettendo la possibilità di accesso ai farmaci essenziali per milioni di persone.

Il rapporto Prescription for Poverty

Prezzi dei farmaci insostenibili per i Paesi a basso e medio redditoAbbiamo esaminato gli impatti diretti e indiretti sulle disuguaglianze economiche e di salute riconducibili alle attività di Pfizer, Merck & Co, Johnson & Johnson e Abbott Laboratories.

Note per prodotti come Neutrogena, Polase, e Brufen, ma anche per molti farmaci salvavita, sono tra le più importanti imprese del settore farmaceutico con un volume di ricavi pari a 1.800 miliardi di dollari nel decennio 2006-2015, un ammontare di poco inferiore al PIL italiano del 2016.

Maggiori utili registrati nei paradisi fiscali

Dall’analisi dei bilanci consolidati depositati dalle società capogruppo negli Stati Uniti e i bilanci pubblici di 359 sussidiarie dei 4 gruppi in 19 Paesi nel periodo 2013-2015, abbiamo riscontrato tracce di un potenziale trasferimento di profitti da Paesi a fiscalità medio-alta verso giurisdizioni dal fisco agevolato.

Tanto nelle economie avanzate esaminate (Australia, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Spagna) quanto nei mercati emergenti e paesi in via sviluppo  (Cile, Colombia, Ecuador, India, Pakistan, Perù e Tailandia) i margini medi degli utili di Pfizer, Merck & Co, Johnson & Johnson e Abbott al lordo delle imposte sono risultati estremamente bassi, rispettivamente del 7% e del 5% nel triennio 2013-2015. In altre parole, un utile lordo di appena 7 e 5 centesimi per ogni dollaro fatturato.

Eppure, su scala globale, i quattro colossi hanno dichiarato alla SEC, la Consob statunitense, profitti annui che raggiungevano in alcuni casi il 30% dei ricavi.

I profitti mancanti non sono evaporati, ma se n’è trovata traccia in quattro paradisi fiscali societari (Belgio, Irlanda, Paesi Bassi e Singapore). Oxfam ha riscontrato in tali Paesi margini medi di profitto prima delle imposte pari al 31%.

Stimiamo che il potenziale trasferimento degli utili verso giurisdizioni a fiscalità agevolata possa aver comportato perdite fiscali complessive per le economie avanzate pari a 3,7 miliardi di dollari all’anno nel triennio 2013-2015.

Per l’Italia, in cui il margine di utili pre-imposte è risultato in media del 6%, la sotto-contribuzione fiscale da parte dei 4 colossi potrebbe aver causato un ammanco annuo da 270 milioni di dollari.

Un ammanco sufficiente a vaccinare 10 milioni di ragazze in 7 Paesi in via di sviluppo

Nei contesti più vulnerabili dei 7 Paesi in via di sviluppo esaminati, la stima delle perdite erariali si è attestata a 112 milioni di dollari all’anno. Si tratta di un ammontare sufficiente a vaccinare 10 milioni di ragazze contro il virus che causa il tumore alla cervice uterina, una delle neoplasie più letali, responsabile della morte, nel mondo, di una donna ogni due minuti. Quasi il 90% dei decessi riguarda donne residenti nei Paesi in via di sviluppo.

 “I governi devono agire con decisione nel contrasto agli abusi fiscali societari e alla conseguente privazione sistematica delle casse degli Stati di risorse indispensabili per potenziare gli investimenti nei servizi pubblici come la sanità. È altresì fondamentale porre una battuta d’arresto all’agguerrita corsa globale al ribasso in materia di fiscalità d’impresa, a partire da un contrasto ai paradisi fiscali che ne sono l’estrema rappresentazione. – ha dichiarato Elisa Bacciotti, direttrice delle Campagne di Oxfam Italia Al nostro governo chiediamo di sostenere misure di maggiore trasparenza societaria in UE, come un’efficace rendicontazione pubblica paese per paese, per conoscere l’operatività e il livello di contribuzione fiscale dei colossi multinazionali in ogni Paese in cui operano.

Prezzi dei farmaci insostenibili per i Paesi a basso e medio reddito

Il rapporto evidenzia anche come le case farmaceutiche arrechino danno alla salute delle persone più povere applicando sovrapprezzi sui farmaci che li rendono inaccessibili.

Un esempio è dato dal ciclo standard da dodici settimane di Paclitaxel, farmaco antitumorale prodotto da Pfizer per 1,16 dollari e rivenduto negli Stati Uniti a 276 dollari e nel Regno Unito a 912 sterline.

Il costo dei farmaci ha conosciuto un’impennata negli ultimi anni. Nel 2017, negli USA sette dei nove farmaci più venduti da Pfizer, Merck & Co e Johnson & Johnson hanno conosciuto incrementi di prezzo superiori al 10%.

Il costo di Lyrica, un farmaco contro il dolore neuropatico nei pazienti diabetici ha visto lo scorso anno un rialzo del 29% da parte di Pfizer, contribuendo a vendite per oltre 4,5 miliardi di dollari. Il costo del trattamento mensile con Ibrance, un farmaco prodotto da Pfizer per il trattamento del cancro al seno metastatico, si è attestato nel mercato statunitense di poco sotto i 10.000 dollari. Un prezzo insostenibile negli Stati Uniti, dove il costo delle spese mediche rappresenta la prima causa di bancarotta personale.

Per i Paesi a basso e medio reddito tali prezzi pongono sotto forte pressione i bilanci della sanità pubblica, costringendo lo Stato a scaricare la spesa direttamente sui malati e le loro famiglie. È, ad esempio, il caso della bedaquilina, un farmaco per il trattamento della tubercolosi multi-resistente complessa. Il costo di una terapia semestrale in Sudafrica, stabilito da una sussidiaria di Johnson & Johnson, è di 820 dollari. Un prezzo che ne esclude la disponibilità per la maggior parte di chi ne avrebbe bisogno e che fa indignare visto che il costo stimato di un equivalente generico, se disponibile, si aggirerebbe intorno a 48 dollari.

200 milioni di dollari all’anno in lobbying

Non si trascura infine il condizionamento dell’intero spettro politico statunitense da parte del settore farmaceutico, la cui spesa – 200 milioni di dollari all’anno e un esercito di 1.500 lobbisti nel 2017- a tutela dei propri interessi in materia fiscale e sanitaria e per il rafforzamento delle proprie posizioni commerciali non conosce rivali tra le imprese di altri settori. Tra quelle farmaceutiche protagoniste del rapporto, Pfizer è in seconda posizione per la spesa per lobbying, seguita da Johnson & Johnson, in sesta posizione, Merck & Co, in settima, e Abbott in tredicesima.

Sono necessarie azioni sia a livello nazionale che globale.

L’Italia che in passato ha saputo porre al centro dei negoziati sul prezzo dei farmaci i bisogni dei propri malati (come per il caso dell’epatite C), deve porsi alla guida di uno slancio globale verso strategie innovative per rendere i farmaci disponibili e accessibili a tutti anche nei paesi poveri.

Milioni di dollari di tasse non pagate

 

Concorso fotografico Contrasti

Aiutaci a combattere la povertà

Al via Contrasti concorso fotografico che racconta la disuguaglianza in Italia

Ogni giorno assistiamo a episodi e situazioni che comunicano profonde ingiustizie e disuguaglianze. Ebbene il primo modo per combatterle è conoscerle, documentarle, denunciarle, e per questo ci servono i vostri occhi. Come?

Partecipando (gratuitamente) al concorso fotografico Contrastipromosso nell’ambito della campagna Sfida l’ingiustizia. Da oggi fino al 14 maggio potrete infatti raccontare la disuguaglianza in uno scatto, nella vostra città, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, insomma nella vita quotidiana. Un modo per contribuire in maniera personale e distintiva alla nostra campagna Sfida l’ingiustizia

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Su ricchezza e povertà estrema. Ecco perché Oxfam non esagera

Sfida l'ingiustizia

Su ricchezza e povertà estrema. Ecco perché Oxfam non esagera

Una risposta ad alcune obiezioni e critiche sollevate dai commentatori del rapporto Un’economia per il 99%

  1. Perché ci occupiamo della ricchezza e con quali dati

Ogni anno, in occasione del Forum Economico Mondiale di Davos, la confederazione Oxfam rilascia le proprie analisi sugli squilibri nella distribuzione globale della ricchezza netta (ovvero l’ammontare dei patrimoni mobiliari ed immobiliari al netto delle passività) accompagnate da un esame delle caratteristiche e dei trend distribuzionali (su diverse scale geografiche) dei redditi pro-capite.

L’attenzione che Oxfam rivolge alla distribuzione della ricchezza è legata all’importanza che la condizione patrimoniale riveste per la vita delle fasce più povere della popolazione di un paese. Nella nostra visione la ricchezza netta fornisce da una parte una misura della resilienza finanziaria (o mancanza della stessa) ovvero della capacità di resistere a shock improvvisi come raccolti scarsi o spese mediche impreviste, dall’altra è indicativa della capacità delle persone di investire nel futuro e nel miglioramento della qualità della propria vita. Per chi occupa le posizioni apicali della piramide distributiva, la ricchezza rappresenta al contempo una fonte innegabile di potere e influenza.

Le analisi sulla distribuzione globale di ricchezza condotte da Oxfam si basano sui dati, i più onnicomprensivi tra quelli disponibili al momento, presentati annualmente nel Global Wealth Databook di Credit Suisse. La metodologia di stima dell’istituto di credito elvetico fa riferimento a ricerche condotte da almeno un decennio a questa parte da autorevoli economisti accademici.

Ogni anno Credit Suisse raccoglie i dati più aggiornati sullo stato patrimoniale e gli input quantitativi delle indagini sui bilanci delle famiglie stimando lo stock totale della ricchezza netta in ciascun paese e la sua distribuzione su scala nazionale. Per ogni paese le fonti dei dati (nel caso italiano, la Banca d’Italia) vengono classificate, ricevendo uno specifico giudizio relativo alla loro attendibilità. Non deve stupire che i paesi più ricchi, in cui è concentrata la porzione più consistente della ricchezza globale, presentino dati di qualità sensibilmente migliore. La copertura di dati relativi ad aree più arretrate e rurali del globo o enclave isolate presenta indubbiamente maggiori difficoltà.
I dati nazionali raccolti sono quindi utilizzati per la costruzione di una distribuzione (stimata) della ricchezza netta globale presentata da Credit Suisse con un’analisi dei dati e conclusioni ad hoc in un rapporto (Global Wealth Report) che accompagna la pubblicazione del Databook.

La disponibilità di stime più granulari (che confluiscono nella ormai trentennale Lista Forbes) dello stato patrimoniale (netto) di chi occupa le posizioni apicali della piramide distributiva su scala globale permette un confronto emblematico del divario tra i più ricchi e coloro che occupano i decili più bassi nella distribuzione della ricchezza planetaria.

Nel gennaio 2014 un primo confronto del genere portò Oxfam a concludere come nel 2013 la ricchezza netta (in termini nominali) dei primi 85 miliardari – circa 1.700 miliardi di dollari, lo 0.7% dell’ammontare totale – fosse di poco superiore a quella ascrivibile al 50% più povero (in termini patrimoniali) degli abitanti del pianeta.

Va precisato che dal 2014 la Lista Forbes è diventata live e lo stato patrimoniale degli individui più ricchi è valutato in tempo reale. Per le sue analisi Oxfam tiene conto del livello di ricchezza netta registrato alla data di pubblicazione della Lista alla fine del mese di febbraio di ogni anno.

Basandosi sui dati di Credit Suisse relativi al 2016, la ricchezza netta del 50% più povero (in termini patrimoniali) del pianeta si è rivelata più bassa – 409 miliardi di dollari in termini assoluti, appena lo 0,2% del totale –  rispetto alle stime precedenti. I primi 8 miliardari della Lista Forbes 2016 presentavano cumulativamente un ammontare di asset aggregato (al netto delle passività) pari a 426 miliardi di euro.

Quella del ‘numero dei miliardari che possiedono la ricchezza netta della metà più povera del pianeta’ è la headline statistic di Oxfam, l’estremizzazione della sconcertante statistica sull’insostenibile concentrazione della ricchezza su scala globale che vede dal 2015 l’1% più ricco della popolazione mondiale possedere più del restante 99%. Un dato suscettibile solo a fluttuazioni marginali, secondo la stessa Credit Suisse, nei tassi di cambio tra le valute (la ricchezza è stimata in dollari): dal 2010 in poi il 50% più povero non avrebbe mai posseduto oltre l’1,5% dello stock della ricchezza globale, mentre la quota dell’1% più ricco non sarebbe mai scesa sotto il 46%.  Per l’Italia il dato 2016 di Credit Suisse rileva che la metà più povera della popolazione era in possesso di appena il 7,3% della ricchezza nazionale netta.

Il calo della quota di ricchezza della metà più povera del pianeta registratosi l’anno scorso è riconducibile al miglioramento della qualità dei dati relativi a Cina ed India che mostrano una precedente sovrastima della ricchezza nei decili più bassi della popolazione dei due paesi, dovuta a un maggior indebitamento nei gruppi più poveri e in un declino nell’ammontare e nel valore degli asset dei percentili 30-50%.

2. Debito e ricchezza negativa

Una frequente critica rivolta a Oxfam riguarda il fatto che nei decili più bassi (meno ricchi in termini patrimoniali netti) della popolazione mondiale si trovino anche persone che non potremmo considerare come povere e strutturalmente vulnerabili.
E’ il caso, specificano i nostri detrattori, di individui molto indebitati o persino in condizioni di indebitamento netto (ricchezza negativa), come – citando un esempio ricorrente – una cospicua parte degli studenti che si laureano alla prestigiosa Università di Harvard: soggetti che hanno prospettive a breve-medio termine di un’occupazione a reddito medio-alto (e dunque non appartenenti ai decili più bassi della distribuzione globale di reddito e non considerabili come income-poor, poveri di reddito) ma in condizioni di temporaneo indebitamento (a copertura delle elevate rette universitarie nel caso dei neolaureati di Harvard) e dunque poveri, talvolta poverissimi, sotto il profilo patrimoniale.

Casi del genere – e Oxfam ne è perfettamente consapevole – esistono e continueranno a presentarsi. Tuttavia, su scala demografica globale la categoria è numericamente trascurabile. Quasi il 70% della metà più povera (in termini patrimoniali) del pianeta è costituito da cittadini che vivono in paesi a basso reddito (Africa, la macroregione indiana e l’area Asia-Pacifico nel breakdown geografico dell’ultimo rapporto di Credit Suisse).

Grafico - Breakdown regionale del 50% più povero (in termini patrimoniali) della popolazione mondiale

Appena l’8% della metà più povera della popolazione è rappresentata da europei e solo l’1% dai nordamericani. Aree geografiche, spesso citate nelle critiche al rapporto, come esemplificative di mercati del credito meglio funzionanti (in cui è più facile avere accesso al credito e indebitarsi).

Val la pena osservare come l’indebitamento complessivo del bottom 10% costituisca appena lo 0.4% della ricchezza globale netta (1.100 miliardi di dollari nel 2016). Se solo per un momento trascurassimo la ricchezza negativa del primo decile, l’ammontare complessivo della ricchezza della metà più povera del pianeta arriverebbe a 1.500 miliardi di dollari. Il numero dei miliardari la cui ricchezza aggregata arriva a superare di poco tale ammontare è pari a 56. Se, come passo ulteriore, provassimo a non prendere del tutto in considerazione la componente negativa della ricchezza dei percentili 11-50% e considerassimo (pur in maniera approssimativa) una debt-to-asset ratio uniforme del 50% (un esercizio per rendere solo sulla carta più ricchi il secondo, il terzo, il quarto e il quinto decili, scontando i loro debiti) il valore complessivo della ricchezza detenuta dal 50% più povero non arriverebbe all’1,2% della ricchezza globale (255.000 miliardi di dollari nel 2016).

É questa la misura della sperequazione che diventa di anno in anno sempre più accentuata e che allarma la nostra organizzazione e molti osservatori istituzionali internazionali.

Accertato tale squilibrio e appurato che oltre due terzi della metà più povera del pianeta vive in paesi a basso reddito, torniamo a dare uno sguardo più approfondito al decile più basso della popolazione mondiale, i più poveri in termini patrimoniali, in condizione di indebitamento netto (pura ricchezza negativa).  Si insiste sul fatto che la maggior parte dei ‘poverissimi in termini patrimoniali’ non siano necessariamente poveri di reddito o che non sono cittadini di paesi a basso reddito.

È assolutamente vero che la condizione di indebitamento netto riguardi principalmente le economie avanzate. Sul totale dei 1.100 miliardi di debito netto, 371 miliardi sono riconducibili al Nord America e ben 612 miliardi al vecchio continente. Non è corretta tuttavia la conclusione che si tratti di persone potenzialmente a reddito medio-alto (dunque non income-poor) come i contraenti di debiti universitari o debiti finalizzati a investimenti produttivi (a media o alta redditività). Il Global Wealth Report del 2016 si sofferma in dettaglio su questo gruppo, concludendo che i ‘fattori di rischio’ per trovarsi in tale gruppo sono rappresentati ‘dall’essere giovani, single o poco istruiti’. Fattori secondari di rischio sono costituiti dal ‘fare parte di un nucleo familiare con tre o più figli, dall’essere disoccupati o disabili’. ‘In molti paesi – si legge nel rapporto di Credit Suisse – il maggior rischio è rappresentato per gli under-35, persone con pochi risparmi e all’inizio del ciclo di accumulazione della ricchezza, ovvero esposte all’indebitamento in un momento di crescita dei tassi di disoccupazione giovanile’ (con poche prospettive di una retribuzione medio-alta a breve termine). Nei paesi ricchi l’indebitamento interessa inoltre rappresentanti dei ceti più poveri (di reddito), costretti a ricorrere a prestiti per la sopravvivenza.

Ai fini di un’esposizione completa va precisato che i dati di Credit Suisse rilevano un indebitamento netto anche al di fuori del perimetro dei paesi ricchi: circa il 10% di altre regioni geografiche, comprese la Cina, l’India, e l’Africa presenta ricchezza negativa. I dati non permettono ancora di estrapolare con precisione le ragioni dell’indebitamento in queste aree del globo che possono essere ricondotte a iniziative produttive finanziate tramite il microcredito, mercati di credito più solidi o accumulazione di debito per i consumi.

  1. Squilibri nella distribuzione dei redditi e riduzione della povertà estrema

Alcune critiche accusano Oxfam di concentrarsi esclusivamente sulla ricchezza, trascurando i trend migliorativi nella distribuzione globale del reddito pro-capite. Chi le solleva non ha prestato sufficiente   attenzione ai contenuti del rapporto Un’Economia per il 99%, pubblicato pochi giorni fa, e della pubblicazione che lo ha preceduto, Un’Economia per l’1%, nel gennaio del 2016.

In entrambi i rapporti Oxfam riconosce apertamente i progressi nella riduzione della povertà estrema su scala globale. Meno di tre decadi fa, nel 1990, il 35% della popolazione mondiale viveva sotto la soglia della povertà estrema. Si stima che nel 2015, meno del 10% della popolazione del pianeta viveva sotto tale soglia, calibrata a un reddito pro-capite disponibile di 1.90$ al giorno (a parità del potere d’acquisto del 2011). Gli squilibri nella distribuzione del reddito globale sono meno marcati di quelli manifestati dalla distribuzione della ricchezza e mostrano un trend di attenuazione su scala planetaria. A crescere però sono le disuguaglianze fra i Paesi e, dato più allarmante, all’interno di molti Paesi, Italia inclusa. I due rapporti menzionati di Oxfam analizzano le proprietà delle distribuzioni dei redditi totali (capitale e lavoro), presentando analisi sugli squilibri (e sulle loro cause) nella distribuzione dei redditi da lavoro (wage inequality) su scale geografiche disparate e per alcuni settori dell’economia.

Il rapporto Poverty and Shared Prosperity della Banca Mondiale (2016) ha prestato particolare attenzione al ruolo che le politiche di riduzione della disuguaglianza esercitano nella riduzione della povertà estrema e nel miglioramento delle condizioni di vita dei più poveri (in termini di reddito) nei singoli paesi. Nello stesso rapporto la Banca Mondiale ha suonato un campanello d’allarme. I livelli nazionali di disuguaglianza mettono in pericolo i risultati raggiunti dall’umanità negli ultimi decenni. Le più alte aspirazioni, tra cui l’eradicazione della povertà estrema (su cui i governi si sono impegnati sottoscrivendo l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile nel settembre 2016), sono oggi a rischio. Nazioni con livelli di disuguaglianza poco pronunciati tendono ad avere economie più efficienti. Governi che investono in politiche di riduzione della disuguaglianza vanno verosimilmente incontro a periodi di crescita duratura, si legge nel rapporto. In condizioni di rallentamento della crescita, la povertà può essere ridotta, secondo gli economisti della World Bank, attraverso interventi di carattere redistributivo volti a rendere meno accentuati gli squilibri distribuzionali di reddito.

Con il riferimento al quarto di secolo 1988-2011 in cui il numero delle persone in condizioni di povertà estrema si è ridotto consistentemente, i successi da celebrare vanno di pari passo con gli squilibri nella ripartizione del surplus di reddito globale (il dato per l’Italia non è difforme, sebbene meno accentuato): i redditi del 10% più povero al mondo è aumentano mediamente di appena 3$ l’anno nel periodo di riferimento, mentre l’1% più ricco ha beneficiato di un incremento annuo medio 182 volte superiore. Il dato, che si basa sulle analisi del World Income Distribution Database, sottostima i redditi degli individui più ricchi.

Recenti ricerche dell’Overseas Development Institute rilevano, coerentemente con le analisi della Banca Mondiale e in contrasto con quanto di fatto accaduto, che se i redditi del 40% più povero della popolazione nei paesi in via di sviluppo fossero cresciuti a un tasso superiore alla media di appena il 2%, la percentuale delle persone in povertà estrema nel 2010 si sarebbe attestata ad appena il 5,6% della popolazione globale: 700 milioni di persone in più si sarebbero potuti affrancare dalla povertà estrema nel ventennio 1990-2010.

Non va infine dimenticato che la linea della povertà estrema su scala globale rappresenta una soglia bassissima, indicativa della capacità di una famiglia di avere mezzi sufficienti per la sussistenza. In molti Paesi la soglia di povertà assoluta nazionale è significativamente superiore al livello della povertà estrema. In Italia (con i suoi oltre 4 milioni e mezzo di poveri assoluti nel 2015) la soglia supera di almeno dieci volte il threshold dell’estrema povertà globale: si va dai 552,39 euro al mese per gli adulti soli sotto i 59 anni che vivono in piccoli comuni del Mezzogiorno fino agli 819,13 euro mensili per chi vive in un’area metropolitana nel Nord del Belpaese.

Rapporto “Un’economia per il 99%”

DISUGUITALIA: I dati sulla disuguaglianza economica in Italia.
Inserto del rapporto “Un’Economia per il 99%” a cura di Oxfam Italia

Scheda dati e messaggi chiave del rapporto “Un’Economia per il 99%”

Metodologia (in inglese)

Ciao Nadia

Ricorderemo sempre Nadia, straordinaria e insostituibile compagna di viaggio, per l’entusiasmo e la professionalità con cui ci ha sempre sostenuto.

Giornata Internazionale della Gioventù

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Gli operatori legali raccolgono le memorie delle donne, dei minori e degli uomini che chiedono asilo al fine di supportarli nella loro richiesta di asilo.

Tax Justice Blogging Day

7 Settembre 2016: che giornata è stata per Oxfam? Il Tax Justice Blogging Day – una giornata dedicata ad approfondimenti sui temi di giustizia fiscale (e disuguaglianza) inquadrata nella nostra campagna Sfida l’ingiustizia – ci ha permesso, con l’aiuto di voci autorevoli e la partecipazione di tanti cittadini, di ampliare il dibattito pubblico su temi troppo spesso percepiti come estremamente tecnici (e dunque di nicchia), ma che di fatto hanno forti ripercussioni sulla vita di ognuno di noi.

Con il coinvolgimento di blogger, giornalisti, accademici, politici e attivisti, abbiamo ripercorso cronache recenti, denunciando nuovamente i meccanismi e la dimensione degli abusi fiscali (evasione ed elusione) perpetrati da singoli individui e grandi corporation. Abbiamo discusso della sfrenata concorrenza al ribasso nella fiscalità d’impresa tra i paesi, e dei trattamenti fiscali privilegiati (tax ruling) concessi dagli stati alle compagnie multinazionali (nel tentativo di creare, a ogni costo, un clima favorevole per gli investimenti esteri).

Insieme abbiamo riacceso i riflettori sulla rete globale dei paradisi fiscali e sui canali di occultamento offshore della ricchezza, e riflettuto sui costi diretti e indiretti degli abusi fiscali per noi cittadini. Abbiamo dedicato ampio spazio alle soluzioni, non più rimandabili.

Durante il “blogging day” abbiamo apprezzato la carica di Federico Rampini dalle colonne del suo blog su La Repubblica “Estremo Occidente”, la lucidità e l’efficacia divulgativa di Angelo Mincuzzi (l’Urlo/Il Sole 24 Ore), le analisi dell’ex Ministro delle Finanze, il Prof. Vincenzo Visco (sull’Huffington Post Italia), le riflessioni del Prof. Leonardo Becchetti (La Felicità Sostenibile/La Repubblica), la concretezza e il senso di urgenza nelle parole di Sergio Cofferati, Pippo Civati, Giovanni Paglia, Marco Valli, e nelle video-proposte di Elly Schlein direttamente dal Parlamento Europeo. Tanti contributi, tante riflessioni, tanti tagli originali in una pluralità corale raccontata sulla pagina web della giornata italiana.

In sinergia con i nostri partner europei, la giornata ha visto un’ampia partecipazione di opinionisti, blogger e cittadini in ben 16 Paesi dell’UE.

Vi segnaliamo infine un nostro blog su La Stampa e il video “Pagheresti 20 euro per un caffè?” (qui sotto): una serie di camere nascoste in un bar che hanno filmato lo stupore, la perplessità e l’indignazione dei clienti di fronte all’insolita richiesta di pagare un conto maggiorato, coprendo la propria spesa ma anche quella di un altro cliente che ha lasciato il locale senza pagare. “Perché tanto stupore? Le sembra tanto ingiusto?”, viene chiesto ai clienti. “Questo accade in realtà ogni giorno!”: il costo degli abusi fiscali fatto rivivere in forma accentuata a ignari avventori in una pausa caffè al bar. Un contributo per attirare l’attenzione sulla denuncia e sulle proposte di Oxfam che chiede, insieme a oltre 300.000 firmatari della petizione Basta con i paradisi fiscali, misure efficaci di giustizia fiscale come antidoto alle crescenti disuguaglianze che minano i progressi nella lotta alla povertà.

Il più grande scandalo di sempre sull’elusione fiscale

Attivisti di Oxfam

Attivisti di Oxfam

OXFAM:LA MEGATRUFFA DEI PANAMA PAPERS! INDEROGABILI LE RIFORME PER UNA TRASPARENZA TOTALE”

Mentre il mondo viene scosso dalle rivelazioni dell’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalists) sulla presunta elusione fiscale perpetrata da nomi illustri del mondo della politica,  bancario, finanziario, imprenditoriale, dello sport e dello spettacolo, sia a livello internazionale  che italiano, Oxfam rilancia l’appello ai leader e alle istituzioni mondiali ed europee affinché si arrivi il prima possibile alla definizione di regole stringenti, che impediscano la sottrazione di risorse alla collettività, attraverso il ricorso a sofisticati meccanismi di elusione fiscale.

A rimetterci sono i cittadini di tutto il mondo, Italia inclusa. Anche se il conto più salato, alla fine, lo pagano i paesi più poveri: ogni anno, secondo le stime, perdono 170 miliardi di dollari in mancate entrate fiscali. Così, mentre ricchi individui e grandi corporation nascondono i propri “tesori” nei paradisi fiscali (sottraendo alla collettività la loro giusta quota di tasse), vi sono nel mondo ancora oggi almeno 400 milioni di persone che non hanno accesso a servizi sanitari pubblici di base. Un fenomeno, quello del ricorso ai paradisi fiscali, ormai diffuso ovunque: basti pensare che circa il 30 per cento del patrimonio dei super-ricchi del continente africano è detenuta offshore, con un costo per la collettività di 14 miliardi di dollari all’anno: una cifra che da sola consentirebbe di assumere abbastanza insegnanti per mandare a scuola ogni ragazzo africano e di coprire la spesa sanitaria di 4 milioni di bambini.

“Dopo gli scandali Luxleaks e Swissleaks, l’inchiesta Panama Papers di ICIJ, che sta coinvolgendo trasversalmente nomi eccellenti del mondo della politica, bancario, finanziario, imprenditoriale, dello sport e dello spettacolo, getta nuova luce su subdole pratiche elusive e sulla pervasività degli abusi fiscali a livello globale e nel nostro Paese. – afferma la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti –  E il vero scandalo è che molti dei casi scoperti dall’ICIJ sono moralmente deplorevoli ma non illegali. In questo senso l’elusione fiscale è davvero spietata e dannosa. Colpisce trasversalmente i contribuenti onesti, crea svantaggi competitivi per le piccole e medie imprese nazionali e priva le casse degli Stati di risorse essenziali per l’erogazione di servizi di base per i cittadini. Per risanare la situazione i governi stanno al momento facendo però ancora troppo poco”.

Per arginare il fenomeno elusivo, nell’ambito della campagna Sfida L’Ingiustizia Oxfam chiede perciò al Governo italiano e ai leader europei e mondiali di adottare con urgenza misure efficaci di giustizia fiscale. E lo sta facendo con un appello, cui hanno aderito in appena due mesi oltre 190 mila cittadini da tutto il mondo, attraverso la petizione Basta con i paradisi fiscali.

Viviamo nell’epoca dell’abbondanza e al tempo stesso della grande disuguaglianza. – continua Bacciotti –  Mentre i super-ricchi occultano risorse nei paradisi fiscali, potenti multinazionali trasferiscono artificialmente e esentasse gli utili prodotti altrove, verso paesi a fiscalità agevolata. I cittadini e i governi vengono così privati ogni anno di miliardi di dollari. Una situazione resa possibile dall’iniquità del sistema fiscale internazionale, dall’agguerrita concorrenza fiscale tra i Paesi e dall’opacità del sistema. Solo quando trapelano informazioni riservate grazie a gole profonde e al lavoro di giornalisti d’inchiesta, si fa temporaneamente luce sulle falle strutturali del sistema. Servono invece regole che garantiscano maggiore trasparenza: permettere, ad esempio, a tutti i cittadini l’accesso ad alcune informazioni societarie e fiscali è fondamentale per disincentivare pratiche elusive”.

Tra le proprie richieste Oxfam pone infatti un forte accento sull’urgenza di introdurre misure di trasparenza finanziaria e fiscale chiedendo:

  • di istituire registri pubblici centralizzati dei beneficiari effettivi di beni e società, con l’obiettivo di ostacolare il trasferimento in forma anonima dei proventi dell’evasione ed elusione fiscale individuale
  • di introdurre l’obbligo di rendicontazione pubblica paese per paese per tutte le multinazionali, rendendo così visibile il livello effettivo di imposte versate nei diversi paesi in cui le corporation operano tramite proprie sussidiarie.

#TaxJusticeTogether on Tour! Diario di bordo di 4 attivisti in viaggio

Arriva il #TaxJusticeTogether on Tour di Oxfam Italia. Quattro nostri attivisti in viaggio verso Amsterdam per partecipare a una conferenza internazionale sui temi della giustizia fiscale dal 13 al 18 marzo.
Tutti i giorni sul nostro sito e sui nostri canali social il diario di bordo di quest’avventura, seguiteci!



GIORNO #6: ultima tappa per il nostro van!

La partenza per l’ultima trappa

Il #TaxJusticeTogether on tour sta per giungere al termine: con l’Olanda alle nostre spalle ci dirigiamo verso l’Italia pronti per la nostra ultima tappa nella città di Bologna. È giunto il momento di tirare le somme di un’esperienza inedita e sorprendente: cosa racconteremo stasera al nostro pubblico? Non sarà facile trasmettere a parole quanto ci è capitato durante il nostro tour per le strade d’Europa. Sicuramente ricorderemo orgogliosi la persona alla guida di un auto francese che, in sorpasso, ha manifestato a gesti il suo euforico sostegno allo slogan “Sfida l’ingiustizia: di’ basta ai paradisi fiscali”.


Del resto in questi giorni non è stato il solo a schierarsi dalla parte dell’uguaglianza e della giustizia fiscale! “ggg”
A Bologna ci aspetta un nuovo pubblico di giovani attivisti e volontari e persone interessate ai temi affrontati nel documentario “The Price We Pay che proietteremo per l’occasione: miglior film ai Vancouver Film Critics Circle Awards del 2015, “The Price We Pay” è un’inchiesta incalzante, intervallata da voci di giornalisti investigativi, attivisti ed insider, sulla dimensione e sui meccanismi dell’elusione fiscale delle grandi corporation. Una denuncia documentata sulla “ricchezza nascosta delle nazioni”, tenuta fuori dalla portata di governi e cittadini, sulle risorse mancanti per contrastare la disuguaglianza economica e rendere il futuro più sostenibile per tutti.


Siete pronti per la nostra ultima tappa? Vi aspettiamo numerosi stasera alle 20.30 in Via del Borgo di San Pietro 99/N a Bologna per trascorrere qualche ora insieme e concludere così in bellezza il #TaxJusticeTogether on tour… L’avventura continua!


Erica e Roberta




GIORNO #5: Dalla parte degli attivisti!


Qualche giorno fa il nostro van colorato è entrato in Olanda, un altro paradiso fiscale, accompagnandoci verso un’esperienza davvero internazionale: oltre 100 attivisti, da ogni angolo del mondo, si sono incontrati per discutere di uguaglianza e giustizia fiscale condividendo idee e soluzioni concrete. E tra questi c’eravamo anche noi, incaricate di rappresentare i tanti giovani impegnati con Oxfam Italia. L’occasione è stata una conferenza di tre giorni durante la quale noi attivisti ci siamo cimentati in workshops e panel con esperti in materia di disuguaglianza economica e paradisi fiscali.


Abbiamo imparato che essere attivisti non è sempre possibile: in alcuni paesi le attività di advocacy e campaigning sono ostacolate da governi e autorità pubbliche. È proprio in questi casi che passione e determinazione giocano un ruolo fondamentale nel tenere unito un “team globale” di giovani che credono in un cambiamento realizzabile. Ogni momento della conferenza è stato un’occasione di scambio: tra un dibattito e un coffee-break sono nati nuovi spunti di azione e mobilitazione che siamo impazienti di proporre al nostro rientro in Italia.


Per testimoniare l’impegno dei giovani attivisti nel mondo, abbiamo realizzato delle brevi interviste nelle quali abbiamo chiesto di riassumere, in poche parole, perché è importante lottare per la giustizia fiscale, pretendendo trasparenza dalle grandi compagnie multinazionali in ambito finanziario, e cosa possiamo fare personalmente per richiamare la responsabilità della parti in gioco. Le risposte sono state originali e coinvolgenti proprio come le persone che abbiamo incontrato. Nel viaggio di ritorno verso l’Italia il nostro van sarà certamente più affollato: con noi non avremo soltanto i nostri zaini ma anche un bagaglio di idee, emozioni e nuovi progetti.


Erica e Roberta



GIORNO #4: tutti in piazza!

Attisti in piazza ad Amsterdam – credit Tom Janssen

Dopo una prima giornata di conferenza molto intensa, con cento persone in una stanza a discutere di giustizia fiscale, ecco che il secondo giorno si apre in maniera completamente differente: appuntamento alle 8 del mattino per scendere in piazza e far sentire la nostra voce. È significativo che siamo ad Amsterdam: non solo l’Olanda ha la presidenza di turno dell’Unione Europea, ma al tempo stesso è un paradiso fiscale.

Il gruppo di Oxfam Italia in piazza Dam

Per questo motivo, in piazza Dam, ci siamo fatti sentire per chiedere misure di lotta agli abusi fiscali delle multinazionali che privano ogni anno i paesi in via di sviluppo di oltre 100 miliardi di dollari di entrate fiscali, che potrebbero invece finanziare lotta alla povertà e disuguaglianza, e servizi pubblici essenziali come istruzione e sanità.


Se anche voi volete fare la vostra parte e far sentire la vostra richiesta di giustizia fiscale, firmate ora la petizione di Oxfam “Basta con i paradisi fiscali”.

 

 

 

Qui il video del nostro policy advisor Mikhail Maslenikkov che direttamente da piazza Dam ci racconta lo stunt di stamani:


 

GIORNO #3: tra Bruxelles e Amsterdam

Sergio Cofferati, Elly Schlein, Marco Zanni e Marco Valli con i nostri attivisti

Cosa c’è tra Bruxelles e Amsterdam? Non solamente i più di 200 km di autostrada che abbiamo percorso ieri notte, ma anche qualcosa che in questo momento hanno in comune: sono entrambi luoghi significativi per le politica dell’Unione Europea. Bruxelles perché ospita il Parlamento Europeo e altre istituzioni UE, Amsterdam perché questo semestre l’Olanda ha la Presidenza di turno dell’Unione.

 

 

 


Partiamo dalla capitale belga. Ieri pomeriggio siamo stati ospitati all’interno del Parlamento Europeo per un incontro con alcuni Europarlamentari impegnati sui temi della giustizia fiscale. Dopo aver varcato un po’ emozionati la soglia dell’edificio, ci siamo ritrovati a parlare per più di un’ora con Sergio Cofferati, Elly Schlein, Marco Zanni e Marco Valli (nella foto) delle richieste della campagna Sfida l’ingiustizia e del loro lavoro all’interno delle commissioni in cui sono attivi. Ecco cosa è venuto fuori:


Sergio Cofferati ci ha ribadito chiaramente come “misure efficaci di trasparenza finanziaria per le multinazionali non possono più attendere. Dobbiamo conoscere l’entità degli utili dichiarati e il livello di tasse versate da una grande corporation a fronte del reale valore economico creato nei diversi paesi in cui operano tramite proprie sussidiarie. È una questione di lealtà fiscale nei confronti di chi investe nelle imprese e di equità fiscale verso tutti i cittadini”. E il tema della trasparenza si è collegato perfettamente a quanto ci ha detto Elly Schlein sottolineando il collegamento tra abusi fiscali e conseguenze sui paesi più poveri: “l’elusione può ben essere considerata un driver, una causa strutturale, della migrazione economica. Ogni anno le risorse che defluiscono, sotto forma di flussi finanziari illeciti, dai paesi poveri verso i paradisi fiscali o i paesi di residenza delle multinazionali superano il volume degli aiuti pubblici allo sviluppo elargiti dai paesi ricchi”. Marco Zanni e Marco Valli hanno completato il quadro con riferimenti a cosa è necessario migliorare: per il primo “preoccupa lo scarso potere di intervento delle autorità europee per punire gli abusi fiscali e precettare gli Stati che se ne fanno complici. Ad oggi è difficile ottenere sanzioni”, mentre il secondo ha posto l’attenzione su come sia essenziale “fare piena luce sulla natura delle transazioni finanziarie nel settore bancario”.


Sicuramente un incontro importante e stimolante, sia per noi attivisti che per i rappresentanti politici, con tante informazioni in gioco, ma con la volontà comune di fare qualcosa e di impegnarsi in una battaglia comune.


Una sessione della conferenza ad Amsterdam

Subito dopo l’incontro ci diamo diretti ad Amsterdam per prepararci ad incontrare oggi altri 100 attivisti alla conferenza su giustizia fiscale, nostro seconda tappa ufficiale. L’atmosfera è frizzante e si respira un’aria di entusiasmo, impegno e voglia di attivarsi per rendere i sistemi fiscali più equi. Molti dei partecipanti provengono da diversi paesi europei, ma c’è anche chi viene da Asia, Africa e America, e nei prossimi giorni vi faremo ascoltare le loro voci.


Ora è il momento di salutarsi: siamo chiamati a preparare la grande azione pubblica che faremo domani per le strade di Amsterdam per fare pressione sulla Presidenza dell’UE (in questo in mano all’Olanda come dicevamo) con la nostra richiesta di fermare gli abusi fiscali delle multinazionali che privano gli stati di risorse essenziali per finanziare servizi pubblici e lotta alla povertà.


 

 

GIORNO #2: nel cuore dell’Europa

Sembra strano a dirsi, ma abbiamo appena attraversato un paradiso fiscale proprio nel cuore dell’Europa! Siamo al secondo giorno di viaggio del #TaxJusticeTogether on tour diretti verso Bruxelles e siamo da poco transitati sulle strade del Lussemburgo, passato alla cronaca per lo scandalo Luxleaks . Nel novembre 2014 un consorzio di giornalisti investigativi (ICIJ) ha rivelato come il Granducato concedesse trattamenti fiscali privilegiati ai grandi gruppi multinazionali. Speriamo che il nostro van non sia passato inosservato e che il messaggio di più di 180.000 cittadini “Basta con paradisi fiscali” sia arrivata forte e chiaro!


La nostra meta di oggi è però la capitale belga, e più di preciso il Parlamento Europeo, per un incontro fra attivisti ed europarlamentari italiani impegnati sui temi di giustizia fiscale. Dopo aver incontrato i colleghi di Oxfam a Bruxelles, fra qualche ora incontreremo Sergio Cofferati, promotore dell’obbligo per tutte le multinazionali in UE di rendicontare in modo pubblico e “paese per paese” le loro attività, Elly Schlein, in prima linea  contro gli abusi fiscali delle multinazionali che sottraggono risorse per la lotta a disuguaglianza e povertà nei paesi in via di sviluppo, Marco Valli e Marco Zanni, impegnati per far luce sulla natura dei “tax ruling” (accordi fiscali segreti fra governi e corporation) in UE, ma anche su trasparenza finanziaria e pratiche fiscali dannose da parte degli stati membri dell’Unione.


Qual è il motivo di questo incontro? Vogliamo condividere con i nostri rappresentanti politici il lavoro di Oxfam all’interno campagna Sfida l’ingiustizia, confrontarci sul loro ruolo per una maggiore giustizia fiscale in Europa e discutere insieme su come poter trasformare le nostre proposte in realtà in modo efficace e ambizioso. Quello che vogliamo sono regole che rendano i sistemi fiscali più equi, impedendo alle grandi multinazionali di eludere le tasse, recuperando risorse per servizi pubblici essenziali a beneficio della collettività. Vi sembra troppo? Provate a immaginare come sarebbe la vostra vita a condividere casa con una multinazionale che “non fa la sua parte” su questo video:


 

GIORNO #1: la partenza


 

Parte oggi il #TaxJusticeTogether on tour di Oxfam Italia: 4 attivisti on the road in direzione Amsterdam per promuovere la campagna Sfida l’ingiustizia e la nostra richiesta ai governi mondiali di dire basta ai paradisi fiscali.


Perché ad Amsterdam? Prenderemo parte a una conferenza sui temi della giustizia fiscale proprio nella capitale olandese: più di cento attivisti europei (e non solo) impegnati a chiedere sistemi fiscali più equi. Centinaia di miliardi di euro sono infatti sottratti ogni anno alle casse degli stati a causa dell’elusione fiscale delle grandi multinazionali: risorse che se recuperate potrebbero essere utilizzate per servizi pubblici essenziali come istruzione e sanità e per combattere povertà e disuguaglianza. L’Europa può giocare un ruolo fondamentale per politiche fiscali più eque, ed è per questo che sulla strada d’andata faremo tappa a Bruxelles per un incontro al Parlamento Europeo con alcuni rappresentanti politici italiani.


Al ritorno ci fermeremo poi a Bologna per un incontro pubblico per raccontare il nostro viaggio e proiettare il docu-film inchiesta sui paradisi fiscali “The Price We Pay” (qui le info sull’evento).

Questo il nostro percorso:



Vi aspettiamo su questa pagina e sui social network di Oxfam Italia per il diario dei prossimi giorni… STAY TUNED!


Misha, Roberta, Erica e Federico