5 motivi per combattere la disuguaglianza

 

Dal 22 al 25 gennaio leader politici ed esponenti del mondo economico internazionale si incontrano a Davos in Svizzera per il meeting annuale del Forum Economico Mondiale.

Alla vigilia del meeting, pubblichiamo il nostro nuovo rapporto “Bene pubblico o ricchezza privata?” in cui denunciamo come il persistente divario tra ricchi e poveri comprometta i progressi nella lotta alla povertà, danneggi le nostre economie e alimenti la rabbia sociale in tutto il mondo.

Ecco 5 motivi per cui combattere la disuguaglianza è più necessario e urgente che mai.

1. La ricchezza è concentrata nelle mani di pochi

La ricchezza accumulata da un’esigua minoranza di super-ricchi evidenzia l’iniquità sociale e l’insostenibilità dell’attuale sistema economico, in cui la forbice tra ricchi e poveri è sempre più ampia. Lo scorso anno le fortune dei super-ricchi sono aumentate del 12%, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno, mentre 3,8 miliardi di persone, la metà più povera dell’umanità, hanno visto diminuire quel che avevano dell’11%.

In Italia, a metà 2018, il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. E il 5% più ricco degli italiani possedevada solo la stessa quota di ricchezza del 90% più povero.

2. I più ricchi pagano sempre meno tasse

In alcuni paesi, come Regno Unito o Brasile, considerando insieme imposte sui redditi e sui consumi, il 10% più ricco della popolazione paga meno tasse del 10% più povero (in proporzione ai relativi redditi).

Evasione ed elusione fiscale internazionale hanno raggiunto inoltre livelli allarmanti: una cospicua parte di redditi finanziari degli individui più facoltosi svanisce offshore, mentre i redditi di molte imprese multinazionali sfuggono all’imposizione fiscale. Decine di miliardi di entrate fiscali mancanti − che potrebbero finanziare servizi essenziali pubblici − sono il costo degli abusi e della pianificazione fiscale aggressiva delle imprese.

3. La riduzione della povertà estrema rallenta

Assistiamo al rallentamento della fuoriuscita dalla povertà e, nei contesti più vulnerabili del globo come l’Africa sub-sahariana, all’incremento della povertà estrema.

Una dinamica che mette a repentaglio, secondo la Banca Mondiale, il raggiungimento dell’obiettivo di sconfiggere la povertà estrema entro il 2030, obiettivo fissato dall’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. 3,4 miliardi di persone vivono ancora con meno di 5,50 dollari al giorno. Di questi, 2,4 miliardi di persone sono da considerarsi “estremamente povere”, secondo le soglie di povertà riviste dalla Banca Mondiale.

4. L’accesso ai servizi essenziali è precluso a molti

I servizi pubblici sono sistematicamente sottofinanziati o vengono esternalizzati ad attori privati, con la conseguenza che ne vengono esclusi i più poveri. Ecco perché in molti paesi un’istruzione e una sanità di qualità sono diventate un lusso che solo i più ricchi possono permettersi. Nel mondo circa 10 mila persone al giorno muoiono per mancanza di accesso ai servizi sanitari, mentre 262 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione.

5. Gli uomini possiedono il 50% di ricchezza in più delle donne

Vi è una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere: società più eque registrano anche condizioni di maggiore parità tra uomini e donne. A livello globale le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini. Quest’ultimi possiedono il 50% in più della ricchezza delle donne e controllano oltre l’86% delle aziende. Se il lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne a livello globale venisse appaltato ad una singola azienda, il suo fatturato annuo sarebbe di 10.000 miliardi di dollari, pari a 43 volte quello di Apple.

Come porre fine a disuguaglianza e povertà?

Tutti i governi dovrebbero stabilire concreti target e piani di azione, inquadrati in un arco temporale ben definito, per ridurre la disuguaglianza, rispettando l’impegno assunto con l’adozione dell’Agenda 2030 e in coerenza a quanto stabilito dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

In particolare questi piani dovrebbero includere azioni in queste tre aree:

  • Erogare servizi sanitari ed educativi universali e gratuiti, mettendo fine alla privatizzazione dei servizi pubblici e promuovendo adeguate misure di protezione sociale per tutti.
  • Riconoscere l’enorme lavoro di cura svolto dalle donne, mettendo a disposizione servizi pubblici che possano ridurre l’ammontare di ore di lavoro non retribuito a loro carico, permettendo così un’emancipazione della propria vita professionale e politica.
  • Porre fine a sistemi fiscali che avvantaggiano ricchi individui e grandi corporation, tassando in maniera equa la ricchezza e il capitale, e arrestando la corsa al ribasso sulla tassazione dei redditi individuali e di impresa. È necessario inoltre contrastare le pratiche di evasione ed elusione fiscale da parte di grandi corporation e individui facoltosi.

 

Approfondimenti

Public Good or Private Wealth? Il rapporto integrale in inglese

Bene pubblico o ricchezza privata? Sommario in italiano

Disuguitalia. I dati sulla disuguaglianza economica in Italia. Inserto del rapporto “Bene pubblico o ricchezza privata?”

Scheda metodologica (in inglese)

Le pillole della povertà

Oxfam denuncia la sottrazione di risorse erariali e comportamento aggressivo sui prezzi dei medicinali da parte di 4 colossi del settore farmaceutico: Pfizer, Merck & Co, Johnson & Johnson e Abbott Laboratories.

Le più importanti case farmaceutiche al mondo mettono a repentaglio la salute dei cittadini:

  • privando i governi di preziose risorse erariali che potrebbero essere investite nel potenziamento dei sistemi sanitari pubblici
  • compromettendo la possibilità di accesso ai farmaci essenziali per milioni di persone.

Il rapporto Prescription for Poverty

Prezzi dei farmaci insostenibili per i Paesi a basso e medio redditoAbbiamo esaminato gli impatti diretti e indiretti sulle disuguaglianze economiche e di salute riconducibili alle attività di Pfizer, Merck & Co, Johnson & Johnson e Abbott Laboratories.

Note per prodotti come Neutrogena, Polase, e Brufen, ma anche per molti farmaci salvavita, sono tra le più importanti imprese del settore farmaceutico con un volume di ricavi pari a 1.800 miliardi di dollari nel decennio 2006-2015, un ammontare di poco inferiore al PIL italiano del 2016.

Maggiori utili registrati nei paradisi fiscali

Dall’analisi dei bilanci consolidati depositati dalle società capogruppo negli Stati Uniti e i bilanci pubblici di 359 sussidiarie dei 4 gruppi in 19 Paesi nel periodo 2013-2015, abbiamo riscontrato tracce di un potenziale trasferimento di profitti da Paesi a fiscalità medio-alta verso giurisdizioni dal fisco agevolato.

Tanto nelle economie avanzate esaminate (Australia, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Spagna) quanto nei mercati emergenti e paesi in via sviluppo  (Cile, Colombia, Ecuador, India, Pakistan, Perù e Tailandia) i margini medi degli utili di Pfizer, Merck & Co, Johnson & Johnson e Abbott al lordo delle imposte sono risultati estremamente bassi, rispettivamente del 7% e del 5% nel triennio 2013-2015. In altre parole, un utile lordo di appena 7 e 5 centesimi per ogni dollaro fatturato.

Eppure, su scala globale, i quattro colossi hanno dichiarato alla SEC, la Consob statunitense, profitti annui che raggiungevano in alcuni casi il 30% dei ricavi.

I profitti mancanti non sono evaporati, ma se n’è trovata traccia in quattro paradisi fiscali societari (Belgio, Irlanda, Paesi Bassi e Singapore). Oxfam ha riscontrato in tali Paesi margini medi di profitto prima delle imposte pari al 31%.

Stimiamo che il potenziale trasferimento degli utili verso giurisdizioni a fiscalità agevolata possa aver comportato perdite fiscali complessive per le economie avanzate pari a 3,7 miliardi di dollari all’anno nel triennio 2013-2015.

Per l’Italia, in cui il margine di utili pre-imposte è risultato in media del 6%, la sotto-contribuzione fiscale da parte dei 4 colossi potrebbe aver causato un ammanco annuo da 270 milioni di dollari.

Un ammanco sufficiente a vaccinare 10 milioni di ragazze in 7 Paesi in via di sviluppo

Nei contesti più vulnerabili dei 7 Paesi in via di sviluppo esaminati, la stima delle perdite erariali si è attestata a 112 milioni di dollari all’anno. Si tratta di un ammontare sufficiente a vaccinare 10 milioni di ragazze contro il virus che causa il tumore alla cervice uterina, una delle neoplasie più letali, responsabile della morte, nel mondo, di una donna ogni due minuti. Quasi il 90% dei decessi riguarda donne residenti nei Paesi in via di sviluppo.

 “I governi devono agire con decisione nel contrasto agli abusi fiscali societari e alla conseguente privazione sistematica delle casse degli Stati di risorse indispensabili per potenziare gli investimenti nei servizi pubblici come la sanità. È altresì fondamentale porre una battuta d’arresto all’agguerrita corsa globale al ribasso in materia di fiscalità d’impresa, a partire da un contrasto ai paradisi fiscali che ne sono l’estrema rappresentazione. – ha dichiarato Elisa Bacciotti, direttrice delle Campagne di Oxfam Italia Al nostro governo chiediamo di sostenere misure di maggiore trasparenza societaria in UE, come un’efficace rendicontazione pubblica paese per paese, per conoscere l’operatività e il livello di contribuzione fiscale dei colossi multinazionali in ogni Paese in cui operano.

Prezzi dei farmaci insostenibili per i Paesi a basso e medio reddito

Il rapporto evidenzia anche come le case farmaceutiche arrechino danno alla salute delle persone più povere applicando sovrapprezzi sui farmaci che li rendono inaccessibili.

Un esempio è dato dal ciclo standard da dodici settimane di Paclitaxel, farmaco antitumorale prodotto da Pfizer per 1,16 dollari e rivenduto negli Stati Uniti a 276 dollari e nel Regno Unito a 912 sterline.

Il costo dei farmaci ha conosciuto un’impennata negli ultimi anni. Nel 2017, negli USA sette dei nove farmaci più venduti da Pfizer, Merck & Co e Johnson & Johnson hanno conosciuto incrementi di prezzo superiori al 10%.

Il costo di Lyrica, un farmaco contro il dolore neuropatico nei pazienti diabetici ha visto lo scorso anno un rialzo del 29% da parte di Pfizer, contribuendo a vendite per oltre 4,5 miliardi di dollari. Il costo del trattamento mensile con Ibrance, un farmaco prodotto da Pfizer per il trattamento del cancro al seno metastatico, si è attestato nel mercato statunitense di poco sotto i 10.000 dollari. Un prezzo insostenibile negli Stati Uniti, dove il costo delle spese mediche rappresenta la prima causa di bancarotta personale.

Per i Paesi a basso e medio reddito tali prezzi pongono sotto forte pressione i bilanci della sanità pubblica, costringendo lo Stato a scaricare la spesa direttamente sui malati e le loro famiglie. È, ad esempio, il caso della bedaquilina, un farmaco per il trattamento della tubercolosi multi-resistente complessa. Il costo di una terapia semestrale in Sudafrica, stabilito da una sussidiaria di Johnson & Johnson, è di 820 dollari. Un prezzo che ne esclude la disponibilità per la maggior parte di chi ne avrebbe bisogno e che fa indignare visto che il costo stimato di un equivalente generico, se disponibile, si aggirerebbe intorno a 48 dollari.

200 milioni di dollari all’anno in lobbying

Non si trascura infine il condizionamento dell’intero spettro politico statunitense da parte del settore farmaceutico, la cui spesa – 200 milioni di dollari all’anno e un esercito di 1.500 lobbisti nel 2017- a tutela dei propri interessi in materia fiscale e sanitaria e per il rafforzamento delle proprie posizioni commerciali non conosce rivali tra le imprese di altri settori. Tra quelle farmaceutiche protagoniste del rapporto, Pfizer è in seconda posizione per la spesa per lobbying, seguita da Johnson & Johnson, in sesta posizione, Merck & Co, in settima, e Abbott in tredicesima.

Sono necessarie azioni sia a livello nazionale che globale.

L’Italia che in passato ha saputo porre al centro dei negoziati sul prezzo dei farmaci i bisogni dei propri malati (come per il caso dell’epatite C), deve porsi alla guida di uno slancio globale verso strategie innovative per rendere i farmaci disponibili e accessibili a tutti anche nei paesi poveri.

Milioni di dollari di tasse non pagate

 

La grande disuguaglianza

In occasione del Forum Economico Mondiale di Davos, denunciamo sempre più fortemente le mancanze del sistema economico attuale, che consente solo a una ristretta élite di accumulare enormi fortune, mentre centinaia di milioni di persone lottano per la sopravvivenza con salari da fame, e chiediamo ai governi e ai candidati alle prossime elezioni nazionali di prendere impegni concreti contro la disuguaglianza.

La disuguaglianza… risolta dai bambini

Fino a quando per il sistema economico globale la remunerazione della ricchezza di pochi rimarrà un obiettivo predominante rispetto alla garanzia di un lavoro dignitoso per tutti, non sarà possibile arrestare la crescita di questa estrema e ingiusta disuguaglianza.

Alcuni dati sulla disuguaglianza

Il 50% più povero degli italiani possiede solo l'8,5% della ricchezza nazionale netta

 

L’82% dell’incremento di ricchezza globale registrato l’anno scorso è finito nelle casseforti dell’1% più ricca della popolazione, mentre la metà più povera del mondo (3,7 miliardi di persone) ha avuto lo 0%.

In Italia a metà 2017, il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta.

Nel periodo 2006-2016, il reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuito del 23,1%.

Perché esiste la disuguaglianza?

Ogni due giorni nasce un nuovo miliardario: ma a fare le spese sono i più poveri e vulnerabili, molto spesso donne. Il costante incremento dei profitti di azionisti e top manager infatti corrisponde a un peggioramento altrettanto costante dei salari e delle condizioni dei lavoratori. Perché?

I colpevoli principali:

  • La forsennata corsa alla riduzione del costo del lavoro che porta all’erosione delle retribuzioni;
  • La colpevole negligenza verso i diritti dei lavoratori e la drastica limitazione del loro potere di contrattazione nel mercato globale;
  • I processi di esternalizzazione lungo le filiere globali di produzione;
  • La massimizzazione ‘ad ogni costo’ degli utili d’impresa a vantaggio di emolumenti e incentivi concessi ai top-manager;
  • La forte influenza esercitata da portatori di interessi privati, capace di condizionare le politiche.

I più poveri pagano il nostro benessere

Una delle fabbriche in cui lavorano migliaia di migrantiLe persone che confezionano i nostri abiti, assemblano i nostri cellulari, coltivano il cibo che mangiamo vengono sfruttate per assicurare la produzione costante di un gran volume di merci a poco prezzo e aumentare i profitti delle corporation e degli investitori.

Una storia per tutte: Lan, vietnamita, che ogni giorno cuce centinaia di scarpe, ma che non può comprarle a suo figlio, che vede una volta all’anno.

Scopri la storia di Lan

Come porre fine a disuguaglianza e povertà?

Le proposte di Oxfam:

  • Incentivare modelli imprenditoriali che adottino politiche di maggiore equità retributiva e sostengano livelli salariali dignitosi;
  • Introdurre un tetto agli stipendi dei top-manager così che il divario retributivo non superi il rapporto 20:1 ed eliminare il gap di genere;
  • Proteggere i diritti dei lavoratori specialmente delle categorie più vulnerabili: lavoratori domestici, migranti e del settore informale, in particolare garantendo loro il diritto di associazione sindacale;
  • Assicurare che i ricchi e le grandi corporation paghino la giusta quota di tasse, attraverso una maggiore progressività fiscale e misure solide di contrasto all’evasione ed elusione fiscale;
  • Aumentare la spesa pubblica per servizi come sanità, istruzione e sicurezza sociale a favore delle fasce più vulnerabili della popolazione.

Le nostre richieste ai candidati italiani

Partendo dall’analisi del nuovo rapporto di Oxfam, ci rivolgiamo con una lettera aperta ai leader delle principali forze politiche italiane che concorreranno alle elezioni del 4 marzo per chiedere quali politiche intendono mettere in campo per ridurre la disuguaglianza nel nostro paese.

Leggi la lettera

Approfondimenti

Quanto conosci i paesi del mondo?

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Partecipa al quiz

Scarica e leggi il nuovo rapporto Oxfam

#sfidalingiustizia

Le foto vincitrici del concorso Contrasti

Aiutaci a combattere la povertà

Il racconto della crescente disuguaglianza in Italia nelle foto vincitrici del concorso, lanciato all’interno della campagna Sfida l’ingiustizia

In occasione della Giornata mondiale dei servizi pubblici, indetta dalle Nazioni Unite, annunciamo i vincitori del concorso fotografico sulla disuguaglianza in Italia “Contrasti. Un’iniziativa promossa all’interno della campagna Sfida l’ingiustizia, lanciata con l’obiettivo di contribuire a rimuovere le cause che sono alla base della crescente disuguaglianza e promuovere un modello di economia più umana.

Abbiamo chiesto di fotografare l’Italia, dove 17 milioni e mezzo di concittadini vivono in una condizione di estrema precarietà e vulnerabilità, e 1 persona su 13 non ha cibo a sufficienza o una casa decentemente riscaldata, di che vestirsi, né mezzi per curarsi, informarsi, istruirsi.

Le foto partecipanti al concorso Contrasti

Quasi 800 le fotografie raccolte in circa due mesi dal lancio del concorso, suddivise in quattro categorie: disparità, servizi, nuove generazioni e vita quotidiana. Molti autori, soggetti e stili diversi, ma con lo stesso obiettivo: raccontare la propria percezione delle espressioni della disuguaglianza nella propria città, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nella vita quotidiana.

La giuria

Le foto vincitrici – tre per categoria – sono state valutate e selezionate da una giuria di esperti, composta dalla presidente di giuria Diamante D’Alessio, direttrice di IO donna e ambasciatrice di Oxfam, Elisa Anzaldo, giornalista del Tg1, Leonardo Becchetti, docente di Economia Politica dell’Università di Roma “Tor Vergata”, i fotoreporter Rocco Rorandelli di TerraProject e Gabriele Galimberti.

Le foto vincitrici

Categoria "Disparità"

Osso di seppia © Elena Longarini
Osso di seppia © Elena Longarini

Categoria "Nuove generazioni"

Infinitamente lontani © Alessandro Marinelli
Infinitamente lontani © Alessandro Marinelli

Categoria "Servizi"

Rifiuti a Ballarò © Nino Pillitteri
Rifiuti a Ballarò © Nino Pillitteri

Categoria "Vita quotidiana"

La preghiera - © Andrea Agostini
La preghiera © Andrea Agostini

Concorso fotografico Contrasti

Aiutaci a combattere la povertà

Al via Contrasti concorso fotografico che racconta la disuguaglianza in Italia

Ogni giorno assistiamo a episodi e situazioni che comunicano profonde ingiustizie e disuguaglianze. Ebbene il primo modo per combatterle è conoscerle, documentarle, denunciarle, e per questo ci servono i vostri occhi. Come?

Partecipando (gratuitamente) al concorso fotografico Contrastipromosso nell’ambito della campagna Sfida l’ingiustizia. Da oggi fino al 14 maggio potrete infatti raccontare la disuguaglianza in uno scatto, nella vostra città, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, insomma nella vita quotidiana. Un modo per contribuire in maniera personale e distintiva alla nostra campagna Sfida l’ingiustizia

Per iscriversi e scoprire tutti i premi in palio basta andare su sito web del concorso

Partecipa al concorso

Su ricchezza e povertà estrema. Ecco perché Oxfam non esagera

Sfida l'ingiustizia

Su ricchezza e povertà estrema. Ecco perché Oxfam non esagera

Una risposta ad alcune obiezioni e critiche sollevate dai commentatori del rapporto Un’economia per il 99%

  1. Perché ci occupiamo della ricchezza e con quali dati

Ogni anno, in occasione del Forum Economico Mondiale di Davos, la confederazione Oxfam rilascia le proprie analisi sugli squilibri nella distribuzione globale della ricchezza netta (ovvero l’ammontare dei patrimoni mobiliari ed immobiliari al netto delle passività) accompagnate da un esame delle caratteristiche e dei trend distribuzionali (su diverse scale geografiche) dei redditi pro-capite.

L’attenzione che Oxfam rivolge alla distribuzione della ricchezza è legata all’importanza che la condizione patrimoniale riveste per la vita delle fasce più povere della popolazione di un paese. Nella nostra visione la ricchezza netta fornisce da una parte una misura della resilienza finanziaria (o mancanza della stessa) ovvero della capacità di resistere a shock improvvisi come raccolti scarsi o spese mediche impreviste, dall’altra è indicativa della capacità delle persone di investire nel futuro e nel miglioramento della qualità della propria vita. Per chi occupa le posizioni apicali della piramide distributiva, la ricchezza rappresenta al contempo una fonte innegabile di potere e influenza.

Le analisi sulla distribuzione globale di ricchezza condotte da Oxfam si basano sui dati, i più onnicomprensivi tra quelli disponibili al momento, presentati annualmente nel Global Wealth Databook di Credit Suisse. La metodologia di stima dell’istituto di credito elvetico fa riferimento a ricerche condotte da almeno un decennio a questa parte da autorevoli economisti accademici.

Ogni anno Credit Suisse raccoglie i dati più aggiornati sullo stato patrimoniale e gli input quantitativi delle indagini sui bilanci delle famiglie stimando lo stock totale della ricchezza netta in ciascun paese e la sua distribuzione su scala nazionale. Per ogni paese le fonti dei dati (nel caso italiano, la Banca d’Italia) vengono classificate, ricevendo uno specifico giudizio relativo alla loro attendibilità. Non deve stupire che i paesi più ricchi, in cui è concentrata la porzione più consistente della ricchezza globale, presentino dati di qualità sensibilmente migliore. La copertura di dati relativi ad aree più arretrate e rurali del globo o enclave isolate presenta indubbiamente maggiori difficoltà.
I dati nazionali raccolti sono quindi utilizzati per la costruzione di una distribuzione (stimata) della ricchezza netta globale presentata da Credit Suisse con un’analisi dei dati e conclusioni ad hoc in un rapporto (Global Wealth Report) che accompagna la pubblicazione del Databook.

La disponibilità di stime più granulari (che confluiscono nella ormai trentennale Lista Forbes) dello stato patrimoniale (netto) di chi occupa le posizioni apicali della piramide distributiva su scala globale permette un confronto emblematico del divario tra i più ricchi e coloro che occupano i decili più bassi nella distribuzione della ricchezza planetaria.

Nel gennaio 2014 un primo confronto del genere portò Oxfam a concludere come nel 2013 la ricchezza netta (in termini nominali) dei primi 85 miliardari – circa 1.700 miliardi di dollari, lo 0.7% dell’ammontare totale – fosse di poco superiore a quella ascrivibile al 50% più povero (in termini patrimoniali) degli abitanti del pianeta.

Va precisato che dal 2014 la Lista Forbes è diventata live e lo stato patrimoniale degli individui più ricchi è valutato in tempo reale. Per le sue analisi Oxfam tiene conto del livello di ricchezza netta registrato alla data di pubblicazione della Lista alla fine del mese di febbraio di ogni anno.

Basandosi sui dati di Credit Suisse relativi al 2016, la ricchezza netta del 50% più povero (in termini patrimoniali) del pianeta si è rivelata più bassa – 409 miliardi di dollari in termini assoluti, appena lo 0,2% del totale –  rispetto alle stime precedenti. I primi 8 miliardari della Lista Forbes 2016 presentavano cumulativamente un ammontare di asset aggregato (al netto delle passività) pari a 426 miliardi di euro.

Quella del ‘numero dei miliardari che possiedono la ricchezza netta della metà più povera del pianeta’ è la headline statistic di Oxfam, l’estremizzazione della sconcertante statistica sull’insostenibile concentrazione della ricchezza su scala globale che vede dal 2015 l’1% più ricco della popolazione mondiale possedere più del restante 99%. Un dato suscettibile solo a fluttuazioni marginali, secondo la stessa Credit Suisse, nei tassi di cambio tra le valute (la ricchezza è stimata in dollari): dal 2010 in poi il 50% più povero non avrebbe mai posseduto oltre l’1,5% dello stock della ricchezza globale, mentre la quota dell’1% più ricco non sarebbe mai scesa sotto il 46%.  Per l’Italia il dato 2016 di Credit Suisse rileva che la metà più povera della popolazione era in possesso di appena il 7,3% della ricchezza nazionale netta.

Il calo della quota di ricchezza della metà più povera del pianeta registratosi l’anno scorso è riconducibile al miglioramento della qualità dei dati relativi a Cina ed India che mostrano una precedente sovrastima della ricchezza nei decili più bassi della popolazione dei due paesi, dovuta a un maggior indebitamento nei gruppi più poveri e in un declino nell’ammontare e nel valore degli asset dei percentili 30-50%.

2. Debito e ricchezza negativa

Una frequente critica rivolta a Oxfam riguarda il fatto che nei decili più bassi (meno ricchi in termini patrimoniali netti) della popolazione mondiale si trovino anche persone che non potremmo considerare come povere e strutturalmente vulnerabili.
E’ il caso, specificano i nostri detrattori, di individui molto indebitati o persino in condizioni di indebitamento netto (ricchezza negativa), come – citando un esempio ricorrente – una cospicua parte degli studenti che si laureano alla prestigiosa Università di Harvard: soggetti che hanno prospettive a breve-medio termine di un’occupazione a reddito medio-alto (e dunque non appartenenti ai decili più bassi della distribuzione globale di reddito e non considerabili come income-poor, poveri di reddito) ma in condizioni di temporaneo indebitamento (a copertura delle elevate rette universitarie nel caso dei neolaureati di Harvard) e dunque poveri, talvolta poverissimi, sotto il profilo patrimoniale.

Casi del genere – e Oxfam ne è perfettamente consapevole – esistono e continueranno a presentarsi. Tuttavia, su scala demografica globale la categoria è numericamente trascurabile. Quasi il 70% della metà più povera (in termini patrimoniali) del pianeta è costituito da cittadini che vivono in paesi a basso reddito (Africa, la macroregione indiana e l’area Asia-Pacifico nel breakdown geografico dell’ultimo rapporto di Credit Suisse).

Grafico - Breakdown regionale del 50% più povero (in termini patrimoniali) della popolazione mondiale

Appena l’8% della metà più povera della popolazione è rappresentata da europei e solo l’1% dai nordamericani. Aree geografiche, spesso citate nelle critiche al rapporto, come esemplificative di mercati del credito meglio funzionanti (in cui è più facile avere accesso al credito e indebitarsi).

Val la pena osservare come l’indebitamento complessivo del bottom 10% costituisca appena lo 0.4% della ricchezza globale netta (1.100 miliardi di dollari nel 2016). Se solo per un momento trascurassimo la ricchezza negativa del primo decile, l’ammontare complessivo della ricchezza della metà più povera del pianeta arriverebbe a 1.500 miliardi di dollari. Il numero dei miliardari la cui ricchezza aggregata arriva a superare di poco tale ammontare è pari a 56. Se, come passo ulteriore, provassimo a non prendere del tutto in considerazione la componente negativa della ricchezza dei percentili 11-50% e considerassimo (pur in maniera approssimativa) una debt-to-asset ratio uniforme del 50% (un esercizio per rendere solo sulla carta più ricchi il secondo, il terzo, il quarto e il quinto decili, scontando i loro debiti) il valore complessivo della ricchezza detenuta dal 50% più povero non arriverebbe all’1,2% della ricchezza globale (255.000 miliardi di dollari nel 2016).

É questa la misura della sperequazione che diventa di anno in anno sempre più accentuata e che allarma la nostra organizzazione e molti osservatori istituzionali internazionali.

Accertato tale squilibrio e appurato che oltre due terzi della metà più povera del pianeta vive in paesi a basso reddito, torniamo a dare uno sguardo più approfondito al decile più basso della popolazione mondiale, i più poveri in termini patrimoniali, in condizione di indebitamento netto (pura ricchezza negativa).  Si insiste sul fatto che la maggior parte dei ‘poverissimi in termini patrimoniali’ non siano necessariamente poveri di reddito o che non sono cittadini di paesi a basso reddito.

È assolutamente vero che la condizione di indebitamento netto riguardi principalmente le economie avanzate. Sul totale dei 1.100 miliardi di debito netto, 371 miliardi sono riconducibili al Nord America e ben 612 miliardi al vecchio continente. Non è corretta tuttavia la conclusione che si tratti di persone potenzialmente a reddito medio-alto (dunque non income-poor) come i contraenti di debiti universitari o debiti finalizzati a investimenti produttivi (a media o alta redditività). Il Global Wealth Report del 2016 si sofferma in dettaglio su questo gruppo, concludendo che i ‘fattori di rischio’ per trovarsi in tale gruppo sono rappresentati ‘dall’essere giovani, single o poco istruiti’. Fattori secondari di rischio sono costituiti dal ‘fare parte di un nucleo familiare con tre o più figli, dall’essere disoccupati o disabili’. ‘In molti paesi – si legge nel rapporto di Credit Suisse – il maggior rischio è rappresentato per gli under-35, persone con pochi risparmi e all’inizio del ciclo di accumulazione della ricchezza, ovvero esposte all’indebitamento in un momento di crescita dei tassi di disoccupazione giovanile’ (con poche prospettive di una retribuzione medio-alta a breve termine). Nei paesi ricchi l’indebitamento interessa inoltre rappresentanti dei ceti più poveri (di reddito), costretti a ricorrere a prestiti per la sopravvivenza.

Ai fini di un’esposizione completa va precisato che i dati di Credit Suisse rilevano un indebitamento netto anche al di fuori del perimetro dei paesi ricchi: circa il 10% di altre regioni geografiche, comprese la Cina, l’India, e l’Africa presenta ricchezza negativa. I dati non permettono ancora di estrapolare con precisione le ragioni dell’indebitamento in queste aree del globo che possono essere ricondotte a iniziative produttive finanziate tramite il microcredito, mercati di credito più solidi o accumulazione di debito per i consumi.

  1. Squilibri nella distribuzione dei redditi e riduzione della povertà estrema

Alcune critiche accusano Oxfam di concentrarsi esclusivamente sulla ricchezza, trascurando i trend migliorativi nella distribuzione globale del reddito pro-capite. Chi le solleva non ha prestato sufficiente   attenzione ai contenuti del rapporto Un’Economia per il 99%, pubblicato pochi giorni fa, e della pubblicazione che lo ha preceduto, Un’Economia per l’1%, nel gennaio del 2016.

In entrambi i rapporti Oxfam riconosce apertamente i progressi nella riduzione della povertà estrema su scala globale. Meno di tre decadi fa, nel 1990, il 35% della popolazione mondiale viveva sotto la soglia della povertà estrema. Si stima che nel 2015, meno del 10% della popolazione del pianeta viveva sotto tale soglia, calibrata a un reddito pro-capite disponibile di 1.90$ al giorno (a parità del potere d’acquisto del 2011). Gli squilibri nella distribuzione del reddito globale sono meno marcati di quelli manifestati dalla distribuzione della ricchezza e mostrano un trend di attenuazione su scala planetaria. A crescere però sono le disuguaglianze fra i Paesi e, dato più allarmante, all’interno di molti Paesi, Italia inclusa. I due rapporti menzionati di Oxfam analizzano le proprietà delle distribuzioni dei redditi totali (capitale e lavoro), presentando analisi sugli squilibri (e sulle loro cause) nella distribuzione dei redditi da lavoro (wage inequality) su scale geografiche disparate e per alcuni settori dell’economia.

Il rapporto Poverty and Shared Prosperity della Banca Mondiale (2016) ha prestato particolare attenzione al ruolo che le politiche di riduzione della disuguaglianza esercitano nella riduzione della povertà estrema e nel miglioramento delle condizioni di vita dei più poveri (in termini di reddito) nei singoli paesi. Nello stesso rapporto la Banca Mondiale ha suonato un campanello d’allarme. I livelli nazionali di disuguaglianza mettono in pericolo i risultati raggiunti dall’umanità negli ultimi decenni. Le più alte aspirazioni, tra cui l’eradicazione della povertà estrema (su cui i governi si sono impegnati sottoscrivendo l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile nel settembre 2016), sono oggi a rischio. Nazioni con livelli di disuguaglianza poco pronunciati tendono ad avere economie più efficienti. Governi che investono in politiche di riduzione della disuguaglianza vanno verosimilmente incontro a periodi di crescita duratura, si legge nel rapporto. In condizioni di rallentamento della crescita, la povertà può essere ridotta, secondo gli economisti della World Bank, attraverso interventi di carattere redistributivo volti a rendere meno accentuati gli squilibri distribuzionali di reddito.

Con il riferimento al quarto di secolo 1988-2011 in cui il numero delle persone in condizioni di povertà estrema si è ridotto consistentemente, i successi da celebrare vanno di pari passo con gli squilibri nella ripartizione del surplus di reddito globale (il dato per l’Italia non è difforme, sebbene meno accentuato): i redditi del 10% più povero al mondo è aumentano mediamente di appena 3$ l’anno nel periodo di riferimento, mentre l’1% più ricco ha beneficiato di un incremento annuo medio 182 volte superiore. Il dato, che si basa sulle analisi del World Income Distribution Database, sottostima i redditi degli individui più ricchi.

Recenti ricerche dell’Overseas Development Institute rilevano, coerentemente con le analisi della Banca Mondiale e in contrasto con quanto di fatto accaduto, che se i redditi del 40% più povero della popolazione nei paesi in via di sviluppo fossero cresciuti a un tasso superiore alla media di appena il 2%, la percentuale delle persone in povertà estrema nel 2010 si sarebbe attestata ad appena il 5,6% della popolazione globale: 700 milioni di persone in più si sarebbero potuti affrancare dalla povertà estrema nel ventennio 1990-2010.

Non va infine dimenticato che la linea della povertà estrema su scala globale rappresenta una soglia bassissima, indicativa della capacità di una famiglia di avere mezzi sufficienti per la sussistenza. In molti Paesi la soglia di povertà assoluta nazionale è significativamente superiore al livello della povertà estrema. In Italia (con i suoi oltre 4 milioni e mezzo di poveri assoluti nel 2015) la soglia supera di almeno dieci volte il threshold dell’estrema povertà globale: si va dai 552,39 euro al mese per gli adulti soli sotto i 59 anni che vivono in piccoli comuni del Mezzogiorno fino agli 819,13 euro mensili per chi vive in un’area metropolitana nel Nord del Belpaese.

Rapporto “Un’economia per il 99%”

DISUGUITALIA: I dati sulla disuguaglianza economica in Italia.
Inserto del rapporto “Un’Economia per il 99%” a cura di Oxfam Italia

Scheda dati e messaggi chiave del rapporto “Un’Economia per il 99%”

Metodologia (in inglese)

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Insieme per chiedere “Stop armi italiane in Yemen”

Flash mob per chiedere lo stop alle esportazioni di armi italiane utilizzate nel conflitto armato in Yemen Nel 29esimo anniversario…

Un’economia umana per il 99%

Equilibrio di meercato

Un’economia per il 99%, il nuovo rapporto di Oxfam diffuso oggi, alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos, analizza quanto la forbice tra ricchi e poveri si stia estremizzando: multinazionali e super ricchi continuano infatti ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso a pratiche di elusione fiscale, massimizzando i profitti e usando il loro potere per influenzare la politica.

La soluzione? Ripensare il sistema economico a cui siamo abituati, che fin qui ha funzionato a beneficio di pochi fortunati e non della stragrande maggioranza della popolazione mondiale: è questo che, insieme, vogliamo chiedere al nostro governo con il nostro manifesto.

Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia:I servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione subiscono tagli, ma a multinazionali e super ricchi è permesso di eludere impunemente il fisco. La voce del 99% rimane inascoltata perché i governi mostrano di non essere in grado di combattere l’estrema disuguaglianza, continuando a fare gli interessi dell’1% più ricco: le grandi corporation e le élites più prospere”.

Ricchezza globale: i poveri sono sempre più poveri

Secondo le nuove stime sulla distribuzione della ricchezza globale, basate su dati migliorati rispetto alla condizione delle fasce di popolazione meno abbienti in Cina e India, la metà più povera del pianeta è ancora più povera di quanto calcolato in passato.

E i ricchi sono sempre più ricchi

I mega paperoni dei nostri giorni si arricchiscono a un ritmo così spaventosamente veloce che potremmo veder nascere il primo trillionaire (ovvero un individuo che possiederà più di 1.000 miliardi di dollari) nei prossimi 25 anni. Una cifra che si consuma solo spendendo un milione di dollari al giorno per 2.738 anni.

Al contrario di un normale risparmiatore, i super ricchi fanno ricorso a una fitta rete di paradisi fiscali per evitare di pagare la loro giusta quota di tasse, oltre che a un esercito ben pagato di società di gestione del patrimonio per trarre il massimo profitto dagli investimenti fatti. Inoltre, è una leggenda che i miliardari si siano fatti tutti da sé: Oxfam ha calcolato che 1/3 della ricchezza dei miliardari è dovuta a eredità, mentre il 43% a relazioni clientelari. A chiudere il cerchio c’è l’uso di denaro e relazioni da parte dei ricchissimi per influenzare le decisioni politiche a loro favore. Ovunque nel mondo i governi continuano a tagliare le tasse su corporation e individui abbienti.

Donne e disuguaglianza

In questo quadro, le donne sono particolarmente svantaggiate perché trovano prevalentemente lavoro in settori con salari più bassi e hanno sulle spalle la gran parte del lavoro domestico e di cura non retribuito. Di questo passo ci vorranno 170 anni perché una donna raggiunga gli stessi livelli retributivi di un uomo.

E in Italia?

Nel 2016 la ricchezza dell’1% più ricco degli italiani (in possesso oggi del 25% di ricchezza nazionale netta) è oltre 30 volte la ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali. Per quanto riguarda il reddito tra il 1988 e il 2011, il 10% più ricco della popolazione ha accumulato un incremento di reddito superiore a quello della metà più povera degli italiani.

Adesso tocca a noi

Dobbiamo sapere che agire contro la disuguaglianza è possibile. E’ possibile grazie a un modello di economia umana: una visione economica alternativa fondata su principi e su politiche possibili che salvaguardano il bene comune dell’intera società, un nuovo approccio, capace di generare benefici per tutti e non solo per pochissimi fortunati.

Chiediamo quindi a tutti i cittadini, anche in Italia, a chiedere ai Governi e ai leader politici di adoperarsi per realizzarla, garantendo:

  1. Un sistema di tassazione più progressivo,
  2. Politiche occupazionali che garantiscano ai lavoratori un salario dignitoso e diminuiscano i divari retributivi
  3. Servizi pubblici di qualità in ambito educativo e sanitario,
  4. Uno sviluppo economico che rispetti i limiti naturali del nostro pianeta,
  5. Un reale ascolto dei bisogni dei cittadini e non degli interessi di alcune élites privilegiate.

Sfida l’ingiustizia della disuguaglianza estrema

FIRMA LA PETIZIONE   DONA

  • 8 persone nel 2016 possedevano la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) dei 3,6 miliardi di persone più povere del mondo.
  • L’1% della popolazione mondiale possiede, sin dal 2015, più ricchezza netta del restante 99%.
  • 1 persona su 10 nel mondo vive con meno di 2 dollari al giorno.
  • 7 persone su 10 nel mondo vivono in paesi in cui la disuguaglianza è aumentata negli ultimi 30 anni.
  • 10 tra le più grandi multinazionali hanno generato nel 2015/16 profitti superiori a quanto raccolto dalle casse pubbliche dei 180 Paesi più poveri al mondo.
  • 124 milioni: E’ il numero di bambini che potrebbero andare a scuola se si recuperassero i proventi dell’elusione fiscale delle grandi corporation a danno dei paesi poveri.
  • 50%: E’ la quota di emissioni in atmosfera prodotta a livello globale dal 10% più ricco del mondo.
  • In Italia l’1% più ricco era in possesso nel 2016 del 25% della ricchezza nazionale netta. Da soli, i primi 7 miliardari italiani possedevano più ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali.

Rapporto “Un’economia per il 99%”

DISUGUITALIA: I dati sulla disuguaglianza economica in Italia.
Inserto del rapporto “Un’Economia per il 99%” a cura di Oxfam Italia

Scheda dati e messaggi chiave del rapporto “Un’Economia per il 99%”

Metodologia (in inglese)

Una risposta ad alcune obiezioni e critiche: leggi l’articolo, clicca QUI

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Basta con i paradisi fiscali: più di 100.000 firme in una settimana

Morgan, 5 anni, credit: Oxfam

La scorsa settimana Oxfam ha rivelato che 62 super-ricchi possiedono la stessa ricchezza dei 3,6 miliardi di più poveri del pianeta. E i paradisi fiscali alimentano fortemente questa enorme e insana disuguaglianza. È questo il motivo per cui diciamo basta ai paradisi fiscali e per cui nel 2016 faremo tutto il possibile per metterne fine.


I paradisi fiscali hanno a che fare con la povertà. I paradisi fiscali evocano immagini di barche a vela in isole tropicali, e normalmente non li associamo a coloro che vivono in condizioni di povertà, ma sono parte integrante del problema. Quando miliardari e multinazionali nascondono la loro ricchezza nei paradisi fiscali, eludono il pagamento delle tasse nei paesi dove operano e dove si arricchiscono. In questo modo sottraggono ai governi risorse essenziali che potrebbero essere spese per servizi pubblici gratuiti e infrastrutture come scuole, ospedali e strade.


Ecco giusto un po’ di dati:

  • I paesi in via di sviluppo perdono tra i 100 e i 200 miliardi di dollari all’anno a causa dell’elusione fiscale delle multinazionali.
  • Quasi un terzo della ricchezza africana – un totale di 500 miliardi di dollari – è nascosto offshore nei paradisi fiscali. È stato stimato che questo costa ai paesi africani 14 miliardi di dollari all’anno di entrate fiscali perse, una cifra sufficiente a pagare abbastanza insegnanti per garantire la scuola a ogni bambino africano.

Ma cosa significano questi numeri allarmanti per la vita delle persone?

  • Morgan (nella foto in alto) ha 5 anni e vive nelle favelas di Nairobi. Sua madre si guadagna da vivere smistando rifiuti in una discarica. Anche se l’economia del Kenya è quella che sta crescendo più velocemente in Africa, troppe poche persone ne stanno beneficiando. Morgan non può andare a scuola perché la sua famiglia non se lo può permettere.
  • Kyohairene (in foto sotto), è una coltivatrice di caffè del Kenya. Paga le tasse, ma c’è nessuna strada in condizioni decenti che lei possa percorrere per trasportare e vendere il suo caffè.

Kyohairene, credit: Oxfam

I paradisi fiscali fanno sì che i soldi che potrebbero essere spesi in servizi pubblici essenziali per combattere la povertà e la disuguaglianza siano portati via dai paesi e dalle comunità dove sarebbero più necessari.
I paradisi fiscali potrebbero sembrare una cosa difficile da contrastare. Vengono creati e tenuti in vita da quelli che hanno più soldi e potere.


Cosa possiamo fare noi allora? Possiamo lavorare insieme: i paradisi fiscali sono stati creati dalle persone, e questo significa che sempre le persone possono metterne fine. Mentre scriviamo, più di 120.000 di queste persone hanno aderito alla petizione per dire basta ai paradisi fiscali. 120.000 persone sono molte di più dei 62 miliardari. Se si tratta di dare voce alle richieste delle persone e al loro potere, è già da solo un risultato importantissimo. Ma c’è ancora molto da fare…


Ecco qui alcune cose che puoi fare per rendere le nostre richieste ancora più forti:




Chiedi a Matteo Renzi e ai leader mondiali di dire basta ai paradisi fiscali: firma la petizione.


Scopri di più sulla disuguaglianza che aumenta con la nostra campagna “Sfida l’ingiustizia”.