Idlib: paura in vista dell’offensiva

Paura per l’imminente offensiva del regime siriano contro la provincia di Idlib

Oggi il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riunirà per discutere della situazione a Idlib e, sempre oggi, a Teheran è previsto l’incontro tra i leader di Iran, Russia e Turchia.

 I due summit sulla crisi siriana, potrebbero rappresentare l’ultima speranza per prevenire un nuovo disastro umanitario che coinvolgerebbe oltre 2,5 milioni di civili che vivono a Idlib, ultima roccaforte anti-regime nel nord-ovest della Siria.

L’offensiva per la riconquista della zona potrebbe infatti causare 800 mila sfollati.

Nell’area sono affluiti moltissimi civili in fuga dalla violenza nelle altre zone della Siria già riconquistate, dove combattimenti tra le diverse fazioni non si siano mai interrotti e dove si sono concentrati gruppi armati che si oppongono al Governo.

La popolazione è stremata.

Oxfam lavora in primo luogo per fornire acqua pulita, servizi igienici e oggetti come coperte, vestiti e sapone. Tuttavia, l’accesso alle agenzie umanitarie è stato gravemente limitato durante i sette anni di guerra civile in Siria.

Appello alla conferenza donatori crisi siriana

13 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto in Siria

Campo profughi di Herjalleh a sud di Damasco_Oxfam al lavoro per portare acqua pulita a 14 mila sfollati della Ghouta orientale_credit Dania Kareh_Oxfam


Lo staff di Oxfam ha distribuito acqua potabile a 14.000 siriani a Ghouta.

13 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto: all’indomani di uno dei peggiori anni dall’inizio della guerra in Siria, con altre sette organizzazioni che lavorano nel paese lanciamo un appello per sostenere la risposta umanitaria.

 Cosa sta accadendo in Siria

  • A oggi sono circa 7,3 milioni i siriani intrappolati in aree disseminate di esplosivi, esposti al rischio di attacchi e costretti a sopravvivere senza quasi nessun accesso ai servizi di base.
  • In sette anni vi sono state oltre 400 mila vittime e  quasi 12 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case (6 milioni di sfollati interni e 5,6 milioni di rifugiati fuori dalla Siria).
  • Con l’intensificarsi della guerra portare soccorso alla popolazione è sempre più difficile e dalle parti in conflitto viene spesso negata alle organizzazioni umanitarie la possibilità di soccorrere i civili che rimangono coinvolti negli scontri. L’anno scorso sono stati autorizzati solo 47 su 172 convogli umanitari messi in campo dalle Nazioni Unite, mentre nel 2016 ne 117 su 258 (il 43%).

La Conferenza dei donatori

Il 24 e 25 aprile a Bruxelles, i donatori e i governi  si incontreranno in occasione della seconda conferenza sulla crisi siriana. Devono produrre un risultato concreto per alleviare le sofferenze di milioni di persone allo stremo. Ad oggi la risposta umanitaria ad una delle più gravi crisi degli ultimi decenni è finanziata per il 24%, mentre i bisogni della popolazione continuano ad aumentare in modo esponenziale, anche a causa dei continui attacchi a civili inermi e a infrastrutture chiave come scuole e ospedali.

In Siria oltre 13 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuti per poter sopravvivere.

Il nostro appello per salvare vite

Le organizzazioni che sostengono l’appello con noi sono:

CARE International, Christian Aid, Humanity and Inclusion, International Rescue Committee, Mercy Corps, Norwegian Refugee Council, Oxfam, Save the Children.

Le priorità per la comunità internazionale devono essere garantire la sicurezza dei civili e impegnarsi concretamente nello stanziamento degli aiuti; chiediamo anche un cessate il fuoco duraturo in Siria che dia  la possibilità per le organizzazioni umanitarie di lavorare in sicurezza e impedire la morte di altre persone.

Chiediamo anche un impegno maggiore sul fronte dei reinsediamenti come di altre forme di protezione umanitaria dei più vulnerabili, pari al 10% della popolazione rifugiata siriana. Ad oggi malgrado il reinsediamento venga definito come prioritario da molti governi, meno del 3% di rifugiati è giunto nelle nazioni ricche.  Gli Usa, quest’anno, ne accoglieranno solo undici.”.

Nel 2017 per ogni rifugiato siriano tornato a casa tre sono stati sfollati nuovamente.

Cosa facciamo in risposta all’emergenza siriana

Siamo al lavoro per alleviare le sofferenze del popolo siriano dall’inizio della crisi. In Siria, Libano e Giordania abbiamo già soccorso oltre 2 milioni di siriani garantendo loro acqua pulita, cibo e servizi igienico-sanitari sicuri, e contribuito a garantire un accesso sicuro in Italia a oltre mille siriani dal Libano, portando aiuto ai tanti fuggiti lungo la rotta balcanica in Serbia e Macedonia o in Grecia.

Siria: il nostro aiuto continua

Oggi è il settimo anniversario del conflitto in Siria

Dopo sette anni di guerra, la situazione in Siria è sempre più drammatica:

  • almeno 400.000 siriani sono stati uccisi;
  • più di 13 milioni hanno disperato bisogno di aiuto umanitario;
  • quasi tre milioni di persone sono intrappolate in zone assediate e difficili da raggiungere, come Ghouta orientale;
  • quasi 12 milioni di persone, più della metà della popolazione, hanno lasciato le proprie case, molti per più volte;
  • più di 5.6 milioni di rifugiati vivono nei paesi confinanti, la maggioranza in povertà estrema.

Il lavoro di Oxfam

“Forse il mio lavoro come sarta non è abbastanza per supplire a tutti i bisogni della mia famiglia, ma almeno i miei bambini avranno sempre qualcosa da mangiare, invece che soffrire la fame”

Circa due milioni di persone in Siria, oltre che rifugiati e comunità ospitanti in Giordania e Libano, hanno ricevuto acqua potabile, servizi igienici e cibo, oltre ad aiuti per avere un reddito grazie all’intervento di Oxfam.

Forse il mio lavoro come sarta non è abbastanza per supplire a tutti i bisogni della mia famiglia, ma almeno i miei bambini avranno sempre qualcosa da mangiare, invece che soffrire la fame”.

Amina, 32 anni, vive con la suocera, nuora e i suoi cinque bambini ad Al-Kesweh, vicino Damasco. Ha iniziato da poco a lavorare da casa come sarta per garantire un reddito più stabile alla famiglia. Prima della guerra, suo marito lavorava in fabbrica, ma ora è militare, e non può quindi più provvedere alla famiglia.

L’importanza di portare acqua

Un membro della squadra di Oxfam controlla la qualità dell’acqua da una fontana dove si recano le famiglie di Herjalleh a prendere l’acqua.

Herjalleh è una comunità di 30.000 persone nel sud di Damasco, dove quasi metà della popolazione è sfollata da altri villaggi.

Il rapido aumento della popolazione di Herjalleh ha messo in grande pressione sul sistema idrico locale: un decremento del livello dell’acqua in sei pozzi ha significato una disponibilità dell’acqua ogni due settimane.

L’unico modo per avere accesso all’acqua potabile era utilizzare autobotti private. Molte famiglie erano costrette a pagare 12 dollari al mese per avere l’acqua di cui avevano bisogno: famiglie costrette a scegliere tra acqua, cibo,  medicine, combustibile o altri beni essenziali, dal momento che l’entrata media nella Damasco rurale è di circa 100 dollari al mese. Solitamente è a donne e bambini che spetta l’approvvigionamento idrico, questo li rende vulnerabili a violenze e abusi.

Oxfam ha iniziato a portare l’acqua con le autobotti nei rifugi per gli sfollati e nelle abitazioni di Herjalleh, come parte di un intervento più ampio per garantire acqua potabile ai residenti e agli sfollati. Grazie a questo, le famiglie hanno ricevuto acqua per usi domestici per due mesi.

Nel periodo compreso tra metà dicembre 2017 e metà febbraio 2018 Oxfam ha garantito 250 metri cubi d’acqua potabile al giorno per 54 giorni a più di 2.000 famiglie delle abitazioni e dei rifugi collettivi di Herjalleh, come parte di un programma di emergenza, lavorando contemporaneamente per migliorare l’infrastruttura idrica.

Condanniamo fermamente i terribili attacchi di Idlib in Siria

Il popolo siriano subisce terribili sofferenze e gli attacchi sui civili sono la chiara testimonianza del fallimento della comunità internazionale

Condanniamo fermamente i terribili attacchi di Idlib in Siria

“Le immagini di bambini asfissiati dalle armi chimiche sono scioccanti e richiedono un’azione immediata per fermare gli attacchi sui civili. – ha detto il nostro coordinatore umanitario Riccardo Sansone – Ma in realtà, questa ennesima tragedia rappresenta solo l’ultimo esempio delle terribili sofferenze che il popolo siriano subisce dall’inizio del conflitto e che abbiamo sempre denunciato.  L’uso di armi chimiche e gli attacchi sui civili sono la chiara testimonianza del fallimento della comunità internazionale, che non riesce a garantire la protezione della popolazione”.

La tragedia di Idlib allontana la reale applicazione di un cessate il fuoco in Siria, diventato ormai solo un miraggio, come pure la possibilità di ritorno in patria di parte dei rifugiati.

In Siria, ancora oggi, l’accesso agli aiuti umanitari è pressoché precluso a circa 700 mila persone nelle zone sotto assedio.

L’orrore di Idlib richiede un’azione immediata

Lanciamo perciò un appello urgente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, di cui l’Italia è membro non permanente, affinché venga data piena attuazione alla risoluzione 2209 sull’uso di armi chimiche in Siria e venga avviata un’indagine imparziale per accertare le responsabiltà delle parti conflitto.

Appello alla conferenza donatori crisi siriana

Oltre 13 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto: all’indomani di uno dei peggiori anni dall’inizio della guerra in Siria, con altre sette organizzazioni che lavorano nel paese lanciamo un appello per sostenere la risposta umanitaria.

Siria: il nostro aiuto continua

Almeno 400.000 siriani sono stati uccisi e più di 13 milioni hanno disperato bisogno di aiuto umanitario, inclusi quasi tre milioni di persone intrappolate in zone assediate e difficili da raggiungere, come Ghouta orientale. Più di 5.6 milioni di rifugiati vivono nei paesi confinanti, la maggioranza in povertà estrema.

Siria, triste anniversario

A sei anni dall’inizio della guerra milioni di siriani sono intrappolati nel paese o bloccati ai confini. In Italia Oxfam aderisce al progetto Corridoi umanitari che garantisce una via di approdo sicura a centinaia di rifugiati.

Siria, triste anniversario

A sei anni dall’inizio della guerra milioni di siriani sono intrappolati nel paese o bloccati ai confini.

Cosa succede in Siria?

 

A sei anni dall’inizio della guerra milioni di siriani sono intrappolati nel paese o bloccati ai confini. In Italia Oxfam aderisce al progetto Corridoi umanitari che garantisce una via di approdo sicura a centinaia di rifugiati.

Secondo le stime Nazioni Unite

  • il conflitto ha causato 300.000 vittime ma il conteggio effettivo potrebbe essere di gran lunga superiore
  • in Siria circa 13 milioni e mezzo di uomini, donne e bambini, hanno bisogno di assistenza umanitaria e di protezione
  • 78.000 siriani bloccati al confine con la Giordania
  • centinaia di migliaia respinti alla frontiera con la Turchia
  • 640.000 in Siria, sotto l’assedio militare imposto dal governo e i suoi alleati, dai gruppi armati di opposizione e dall’ISIS.

Quasi cinque milioni di siriani che sono riusciti a scappare vivono oggi sulla propria pelle le conseguenze delle decisioni dei paesi più ricchi del mondo che si traducono per moltissimi nell’impossibilità di trovare un luogo sicuro in cui vivere.

Il 15 marzo coincide anche con l’anniversario dell’accordo UE-Turchia, esemplificativo della volontà dell’Europa a non prendersi carico delle richieste d’asilo di chi è in fuga dalla guerra.

Il nostro aiuto: i Corridoi umanitari in Italia

 

“Siamo di fronte alla più grande tragedia umanitaria dal secondo dopo guerra. Come rappresentanti della società civile non potevamo rimanere con le mani in mano. – ha detto Alessandro Bechini, direttore dei programmi in Italia – Da aprile Oxfam aderisce al progetto Corridoi umanitari, inaugurato più di un anno fa dalla Diaconia valdese e dalla Comunità di S. Egidio, che ha già portato in Italia 700 rifugiati siriani vulnerabili, attraverso una via sicura e grazie a visti umanitari previsti dal diritto internazionale. L’obiettivo è ospitarne 1.000 entro la fine del 2017 in varie città italiane e il primo gruppo di rifugiati di cui Oxfam si farà carico, sarà accolto nel Comune di Rosignano Marittimo. L’appello che rivolgiamo ai leader del mondo è di smettere la politica dei muri e di rispettare gli impegni di reinsediamento assunti nei confronti di chi fugge dalla guerra.”

L’aiuto in Siria, Libano e Giordania

 

  • Dall’inizio della crisi abbiamo aiutato oltre 2 milioni di siriani.
  • In Siria abbiamo fornito acqua pulita a più di un milione di persone attraverso camion cisterna, riparando reti idriche e pozzi e fornendo servizi igienico-sanitari.
  • Lo scorso novembre, abbiamo installato anche un generatore nella principale stazione idrica di Aleppo, Suleiman al-Halabi, appena riconquistata dalle forze governative, garantendo così acqua pulita ai 2 milioni di abitanti della città.
  • In Giordania e in Libano abbiamo sostenuto oltre 186 mila rifugiati siriani e persone vulnerabili ospitate nelle comunità locali con acqua, cibo e servizi igienici di base.
  • Nell’immenso campo profughi di Zaatari, in Giordania, coordiniamo inoltre il lavoro di potabilizzazione dell’acqua a servizio delle decine di migliaia di persone che qui hanno trovato rifugio.
Sostieni l’intervento di Oxfam a fianco di profughi siriani, attraverso la campagna #Savinglives

Appello alla conferenza donatori crisi siriana

Oltre 13 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto: all’indomani di uno dei peggiori anni dall’inizio della guerra in Siria, con altre sette organizzazioni che lavorano nel paese lanciamo un appello per sostenere la risposta umanitaria.

Siria: il nostro aiuto continua

Almeno 400.000 siriani sono stati uccisi e più di 13 milioni hanno disperato bisogno di aiuto umanitario, inclusi quasi tre milioni di persone intrappolate in zone assediate e difficili da raggiungere, come Ghouta orientale. Più di 5.6 milioni di rifugiati vivono nei paesi confinanti, la maggioranza in povertà estrema.

Aleppo est sta collassando

Con l’assedio e l’inverno oltre 250 mila persone rischiano di rimanere senza beni primari, elettricità e cure mediche

Aleppo est sta collassando

La ripresa delle incualeppo-1rsioni aeree delle forze russe e siriane, potrebbe generare una catastrofe umanitaria ad Aleppo est. E’ l’allarme che abbiamo lanciato oggi con il Syrian American Medical Society e Big Heart Foundation.

Il quadro umanitario si fa sempre più drammatico con oltre 250 mila persone intrappolate nella città, che si apprestano ad affrontare l’inverno con scorte di cibo e acqua in esaurimento e strutture sanitarie ormai al collasso.

Il tuoi aiuto è fondamentale, sostieni la nostra risposta nelleemergenze umanitarie donando ora a  #Savinglives

Siamo riusciti ieri a installare un secondo generatore nella principale stazione idrica della città, Suleiman al-Halabi, garantendo così acqua pulita a tutta Aleppo. Un nuovo impianto che si aggiunge a quello già istallato a inizio anno.

“I rifornimenti di cibo e forniture mediche restano bloccati.ha detto Riccardo Sansone, nostro coordinatore umanitario  –  Fornire acqua pulita alla popolazione è essenziale, ma se non riusciamo a risolvere l’emergenza data dalla carenza di cibo, può diventare paradossalmente quasi secondario anche proteggere i civili dagli attacchi aerei indiscriminati che si stanno susseguendo”.

Dal lancio dell’offensiva militare russo-siriana, a fine luglio, nessun convoglio di aiuti ha potuto raggiungere Aleppo est. L’Onu, lo scorso 10 novembre, ha annunciato l’esaurimento imminente delle scorte di cibo.

“Dal primo ottobre, abbiamo distribuito razioni di cibo a 22.180 famiglie ad Aleppo est, che però dureranno solo sino alla fine del meseha detto Abd Alwahab Jessry, Senior Advocacy Officer della Big Heart Foundation Dobbiamo essere messi in condizione di portare più cibo e per questo lanciamo un appello per una cessazione completa delle ostilità, la fine delle incursioni aeree e la garanzia per i convogli umanitari di entrare in sicurezza”.

Con le strutture sanitarie nel mirino delle incursioni aeree e dei bombardamenti in corso, la situazione sanitaria ad Aleppo est è sull’orlo delcollasso.

Secondo la Syrian American Medical Society (SAMS), ci sono soltanto 29 medici nell’area e molti bambini di Aleppo est non vengono vaccinati.

“La situazione è disperata. Le scorte mediche non dureranno che poche settimane adesso che i bombardamenti sono ricominciati e la citta è sotto assedio. ha concluso Ahmad Tarakji, Presidente della SAMS ll personale sanitario rimasto ad Aleppo è esaustoaleppo-2..”

Nonostante l’annuncio di ben due cessate il fuoco da parte dell’esercito russo e l’apertura di corridoi umanitari, gli aiuti che hanno raggiunto Aleppo est sono stati del tutto insufficienti e nessuna evacuazione medica è stata sinora possibile. La Russia inoltre ha respinto le richieste dell’ONU di pause più lunghe con il risultato che le incursioni aeree sono ricominciate dopo un’interruzione durata nemmeno un mese.

In questo quadro le tre organizzazioni lanciano perciò un appello urgente per una completa cessazione del conflitto, la fine delle incursioni aeree e dei bombardamenti indiscriminati, la revoca dell’assedio su Aleppo est per consentire ai civili di trasferirsi in sicurezza e agli aiuti di poter entrare.

#Savinglives è una campagn per assicurare le risorse necessarie a intervenire rapidamente per salvare vite umane. Ogni giorno, il nostro staff risponde a circa 30 emergenze nel mondo. Il tuo aiuto è fondamentale!

Dona ora.

 

 

 

Immigrazione: fortezza Europa schiaccia i più deboli

Alla vigilia del Consiglio europeo in programma a Bruxelles il 20 e 21 ottobre, abbiamo lanciato un appello attraverso il rapporto Fortezza Europa, l’inadeguatezza della risposta europea alla crisi migratoria. Un documento che rende conto delle condizioni di vita degradanti a cui sono costrette migliaia di uomini, donne e bambini, a cui oggi è negata anche la sola speranza di un futuro libero dalla paura.

balcan-route

La risposta dell’Unione europea all’arrivo dei migranti sul proprio territorio sta provocando troppe sofferenze inutili alle migliaia di persone bloccate lungo la rotta balcanica o in fuga attraverso il Mediterraneo alla ricerca di un rifugio sicuro. Per questo motivo è prioritario che i leader europei cambino radicalmente il loro approccio alla gestione di questo fenomeno, sostituendo l’attuale modello incentrato sulla difesa della Fortezza Europa con una politica basata prima di tutto sul rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. Per questo è importante sostenere la nostra campagna Stand as one a fianco di chi fugge da guerra e violenza, DONA QUI

Vogliamo denunciare le condizioni di sfruttamento a cui sono esposti migliaia di persone lungo la “rotta balcanica”: oltre 5 mila persone bloccate in Serbia, viaggi moltiplicati attraverso “rotte illegali” e i casi di abusi sulle donne da parte dei trafficanti.

Elisa Bacciotti, direttrice delle nostre campagne, afferma: “La chiusura dei confini europei di fronte alle migliaia di persone in fuga da guerre e persecuzioni, le costringe a percorrere le rotte più pericolose e spesso a cadere nelle mani dei trafficanti di esseri umani. L’Europa deve intervenire al più presto non solo per garantire vie sicure e legali, ma anche per costruire un sistema di asilo degno di questo nome”.

Con i nostri partner abbiamo raccolto sul campo testimonianze di abusi subiti dalle donne costrette a prostituirsi per sopravvivere o per ottenere riparo, cibo o la prosecuzione del viaggio. Una ragazza diciassettenne arrivata dalla Siria ha descritto così il trattamento riservato alle donne che viaggiavano con lei: “In Macedonia, abbiamo provato a entrare in contatto con dei trafficanti, ma non avevamo abbastanza denaro. Allora hanno proposto di portarci in Serbia in cambio di sesso con le donne del nostro gruppo. Eravamo terrorizzate, perché erano armati”.

balcan-route-3Le procedure d’asilo e di ricongiungimento familiare in Grecia sono spesso inefficienti e molto lente. Sono migliaia i richiedenti asilo che, senza indicazioni chiare sui passaggi da seguire, attendono per mesi di ricevere risposte riguardanti il loro status legale, trovandosi spesso costretti a sopravvivere in condizioni terribili. L’assistenza legale è pressoché inesistente, i ricongiungimenti familiari spesso impossibili anche se si hanno effettivamente parenti in altri paesi europei. Nei campi sempre più spesso scoppiano tensioni tra migranti bloccati a tempo indeterminato, che perdono la speranza di veder migliorare le proprie condizioni.  Da qui la necessità di intervenire quanto prima per garantire ai 60.000 profughi presenti nel paese (secondo le stime) assistenza sanitaria, istruzione per i minori e sostegno psicologico soprattutto verso le donne, più a rischio di violenze e abusi.

In Italia: 28 minori al giorno scompaiono dal sistema di accoglienza

Sono già 19.429 i bambini e i ragazzi non accompagnati arrivati in Europa attraverso l’Italia quest’anno, contro i 12.360 arrivati nel 2015. Un significativo aumento che trova però il sistema di accoglienza italiano inadeguato a rispondere ai loro bisogni, anche i più essenziali, e rispettare i loro diritti. Solo nei primi sei mesi del 2016, 5.222 minori non accompagnati sono stati dichiarati “scomparsi” dai centri di accoglienza: ragazzi che diventano così invisibili e conseguentemente ancor più vulnerabili a fenomeni di abuso, violenza e sfruttamento.

Attraverso gli accordi che si sono succeduti negli ultimi mesi (Conferenza de La Valletta che ha dato vita all’EU Trust Fund for Africa, accordo UE-Turchia, Partnership Framework, accordo UE-Afghanistan) è evidente che, con la promessa di stanziamenti di fondi, l’UE sta esternalizzando il controllo dei propri confini, di fatto attuando una politica estera il cui solo obiettivo è porre un freno ai flussi migratori e procedere con i rimpatri.

Per quanto riguarda le dinamiche interne all’Unione, la procedura di ricollocamento (relocation), messa a punto ufficialmente per condividere la responsabilità dell’accoglienza e alleggerire il peso dei paesi frontalieri, non è mai realmente partita. A settembre di quest’anno soltanto una minima parte dei ricollocamenti promessi sono stati attuati: su un totale di 66.400 persone da ricollocare, soltanto 4.455 persone dalla Grecia e 1.196 dall’Italia sono state trasferite verso altri paesi europei.

Per questo è importante il tuo aiuto,  sostieni la risposta di Oxfam a fianco di chi fugge da guerra e violenza, DONA ORA

 

Aleppo muore

Da oltre cinque giorni ad Aleppo, oltre un milione e mezzo di persone è senz’acqua.  Mentre intorno alle infrastrutture idriche principali la battaglia infuria e l’offensiva russo-siriana è entrata ormai nella terza settimana, è stata tagliata la corrente elettrica alle stazioni di pompaggio che permettono il rifornimento di acqua alla popolazione. Per questo motivo adesso uno dei rischi principali è che i civili contraggano malattie trasmesse attraverso l’acqua contaminata.

Al momento la popolazione in entrambe le parti della città – sia ad Aleppo est sotto il controllo dell’opposizione che ad Aleppo ovest sotto il controllo del governo – si rifornisce di acqua dai pozzi o grazie a quella consegnata dai camion, su cui spesso la popolazione non può fare affidamento e che a volte proviene da fonti contaminate. Nel frattempo due delle principali stazioni di pompaggio sono chiuse da diversi giorni: quella di Suleiman al-Halabi, che rifornisce la maggior parte della città  (dove abbiamo installato un generatore per fornire energia elettrica alla stazione per ovviare ai cali di tensione della rete elettrica) è inservibile a causa degli scontri in corso dentro e fuori alla zona; mentre  quella  di Bab al-Nairab è stata danneggiata negli attacchi aerei condotti dall’aereonautica militare russa o siriana.

Tagliare l’acqua alla popolazione è un crimine di guerra. – afferma il responsabile delle emergenze umanitarie, Riccardo Sansone – Le parti in conflitto devono immediatamente sospendere gli attacchi sulle strutture civili come scuole, ospedali, abitazioni e infrastrutture idriche. In questo momento è prioritario consentire la riparazione alla rete idrica, sospendendo la battaglia nelle aree chiave della città, per permettere l’accesso all’acqua pulita per centinaia di migliaia di civili ad Aleppo”.

“La rete idrica, in alcune aree, è danneggiata al punto che sono visibili i crateri delle bombe diventati pozzanghere di acqua e fango” – racconta Basma, 35enne residente ad Aleppo Est.

“Andare a prendere l’acqua dai pozzi ogni giorno è una scommessa – aggiunge Nassim, 65enne anche lui residente ad Aleppo Est –  Non sei mai sicuro se l’acqua sia pulita o contaminata”.

“Fare la fila per avere l’acqua è una fatica che richiede tempo, e comprare l’acqua sta diventando sempre più costoso – conclude Walid 35 enne, di Aleppo ovest –  Se vuoi avere l’acqua per primo dai camionisti devi pagare di più. L’inverno è in arrivo e non abbiamo elettricità, né carburante a disposizione. La situazione sta diventando insostenibile”.

L’esercito siriano e i loro alleati, sostenuti dai bombardamenti aerei russi e siriani, hanno lanciato un’operazione militare il 22 settembre per riprendere il controllo di Aleppo est, dove 250 mila persone sono intrappolate senza accesso agli aiuti e devono fronteggiare costanti attacchi aerei. I rapporti giornalieri parlano di feriti, vittime e danni alle infrastrutture essenziali per la sopravvivenza della popolazione.

“Gli orrori in corso ad Aleppo sono in costante aumento. – continua Sansone – Il fatto che il bombardamento della città sia condotto e supportato un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in disprezzo delle risoluzioni approvate, è uno scandalo che rappresenta un travisamento degli obiettivi di quello stesso organismo internazionale creato per promuovere pace, stabilità e il rispetto dei diritti umani. – conclude Sansone – Gli altri membri permanenti e non del Consiglio di Sicurezza dovrebbero appoggiare una risoluzione chiedendo l’immediata sospensione degli attacchi aerei su Aleppo, per permettere la distribuzione degli aiuti ad una popolazione allo stremo”.

Oltre ad aver istallato un generatore da 2000 KVA a Suleiman al-Halabi, noi abbiamo rifornito tre pozzi ad Aleppo ovest in grado di produrre circa 500 mila litri al giorno di acqua e installato otto sistemi per la purificazione sul fiume Qweik in grado di fornire altri 500 mila litri d’acqua. Tuttavia quattro di essi al momento devono essere riparati dopo i danni subiti a causa del conflitto. Abbiamo inoltre a disposizione 3500 kit igienici pronti per essere distribuiti nell’area di Aleppo est, ma al momento è impossibile accedere alla parte orientale della città sotto il controllo delle forze di opposizione.

La luce in fondo al tunnel per una famiglia siriana

di Joelle Bassoul, responsabile di comunicazione in emergenza di Oxfam, da Amman, Giordania.

Questa volta l’atmosfera è più rilassata. Risate e scherzi riempiono la stanza e i volti hanno una luce di speranza inconfondibile. Abed (per precauzione il vero nome è stato cambiato, come quello di tutte le persone citate) mi racconta cosa è successo negli ultimi mesi da quando ho conosciuto la sua famiglia in un appartamento piccolo e malsano nella periferia di Amman, la capitale giordana. Li incontro nuovamente nella casa del fratello, in cui si sono trasferiti.

I bagagli sono in attesa in un angolo. Domani voleranno in Florida, negli Stati Uniti. Hanno un biglietto di sola andata verso la sicurezza e una nuova vita.
Dopo i primi due incontri con il personale per il reinsediamento nel 2015, il nostro caso è rimasto sospeso fino a marzo di quest’anno“, dice il padre di quattro figli, tirando fuori da una busta di plastica i documenti in arabo timbrati dall’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (OIM), che ha preso in carica il loro caso. Le domande dettagliate e le risposte danno alla famiglia di rifugiati siriani un’idea circa la loro vita futura: In quale stato andrò a vivere? Ci sono altri arabi?
Abed, Reema e i quattro figli, fuggiti dopo la guerra che ha devastato la loro città, Homs, non hanno mai viaggiato in aereo e sono impazienti di prendere il volo verso gli Stati Uniti. Solo una cosa appanna la loro felicità: l’assenza del bimbo più piccolo Mohammad. “Quando ci hanno chiamati per proseguire le pratiche a marzo, i funzionari continuavano a chiedermi dove fosse Mohammad. Un ufficiale entrava nella stanza, faceva la domanda, ascoltava la risposta, e se ne andava per lasciare il posto a un altro che faceva lo stesso. Una decina di loro mi hanno chiesto di Mohammad“.
La risposta era sempre la stessa: il cuore del piccolo non ha resistito abbastanza fino alla fine del processo di reinsediamento. Si è fermato a novembre 2015 dopo aver combattuto contro un deficit congenito. È stata la malattia di Mohammad che ha accelerato l’elaborazione del caso, dal momento che il processo di reinsediamento negli Stati Uniti può richiedere fino a 24 mesi. Il bambino non ha vissuto abbastanza a lungo per sentire i raggi del sole della Florida sulla pelle.
Ho il suo certificato di nascita e di morte”, dice Abed. La memoria del bambino rimane in quella della sua famiglia in ogni momento. “È un angelo che veglia su di noi. Ci proteggerà. Inshallah”, dice sua madre Reema. I tre figli e la figlia non lasciano ai genitori il tempo di piangere per l’assenza del fratello. Saltano, cantano e si esercitano in inglese. “Come si dice: mi puoi dare un po’ d’acqua in inglese?” Chiede Safaa, 7 anni. La madre risponde immediatamente. “Ho imparato un po’ di inglese in Siria”, dice con orgoglio, “e Abed e io di recente abbiamo partecipato a un’introduzione culturale di tre giorni”. Anche se la famiglia è stata allontanata dalla propria terra, Siria e Giordania condividono una cultura simile e sono stati quindi in grado di adattarsi rapidamente. Per loro, attraversare l’altro lato dell’Atlantico è un salto nel buio, che produce allo stesso tempo eccitazione e ansia.
La famiglia ripassa l’elenco di tutte le cose che riceveranno: casa con affitto pagato il primo mese, un finanziamento da parte dello Stato, scuole, corsi di inglese, e, per ultimo, la carta di soggiorno permanente. “Ma per questo, abbiamo bisogno di rimanere nel paese per mille giorni“, spiega Abed.

(Al momento della pubblicazione, Abed e Safaa cominciano una nuova vita negli Stati Uniti)

Non ti mancheranno la Siria e i tuoi fratelli rimasti a Homs?” Chiedo. “Mia madre ha pianto molto quando le ho detto che saremmo partiti. Può darsi che si riesca a tornare un giorno, quando ci sarà la pace, ma soprattutto quando i bambini avranno ricevuto un’istruzione adeguata. Non c’è più niente in Siria. Hanno raso al suolo la nostra casa”.

Abed riflette un momento, come per assimilare l’importanza che il viaggio avrà per tutta la famiglia. Sa di essere tra i pochi fortunati ad esservi riusciti. Anche se il presidente Obama ha promesso di reinsediare 10.000 rifugiati siriani tra il settembre 2015 e il settembre 2016, fino ad ora il numero di persone accolte è meno della metà. “Sono disposto a fare qualsiasi cosa per far sì che le cose vadano bene negli Stati Uniti “, dice Abed, prendendo il figlio più piccolo sulle ginocchia. “Venderemo pannocchie sulla spiaggia, se necessario, giusto Moussa?” Dice mentre bacia il bambino sulla testa.
La spiaggia. Quella parola magica che riesce a eccitare i quattro bambini. Hanno visto le onde e la sabbia solo in televisione. Reema ancora non riesce ad abituarsi all’idea che le donne indossino il bikini. Guarda Abed con un sorriso timido, per poi chiedere: “Pensi che possa indossare il velo lucido in Florida?” Il marito sobbalza: “Sicuramente si mette via il burqa!” il fitto velo nero che copre il volto delle donne, con cui solo gli occhi sono visibili.

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Il prossimo settembre i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga

Conferenza di Ginevra sull’emergenza dei rifugiati siriani: conclusioni deludenti

Rifugiati siriani in Libano

Rifugiati siriani in Libano

Oxfam critica le deludenti conclusioni della Conferenza internazionale di Ginevra sull’emergenza dei rifugiati siriani. Alla vigilia della Conferenza Oxfam, assieme a Save The Children e al Norwegian Refugee Council  aveva infatti chiesto ai paesi ricchi di reinsediare o fornire altre forme di accesso umanitario sicuro al 10% degli oltre 4,8 milioni di rifugiati registrati nei pesi vicino alla Siria entro la fine del 2016. Denunciando inoltre come solo l’1,39 per cento ad oggi sia stato accolto da Paesi ricchi.

Tuttavia dal summit di oggi è emerso un impegno ad accogliere solo una piccola parte dei rifugiati siriani più vulnerabili, con tempi molto più lunghi rispetto a quanto necessario.

Nonostante l’evidente necessità di uno stringente intervento umanitario e di accoglienza per alleggerire il carico dei flussi migratori sui paesi al confine con la Siria, quasi tutti i paesi partecipanti nei fatti non sono stati in grado di assumersi gli impegni necessari a fronteggiare la crisi, dimostrando così una sconvolgente incapacità di leadership politica e morale nella gestione di una delle peggiori emergenze umanitarie del secondo dopo guerra.

A peggiorare il quadro inoltre, il fatto che i pochi impegni assunti dagli stati UE, come l’Italia, arrivano dopo la chiusura dell’accordo tra Ue e Turchia, dove il reinsediamento è in discussione come parte di un accordo di gestione dei flussi migratori, con l’obiettivo di scoraggiare centinaia di migliaia di persone in fuga dalla guerra dal cercare un rifugio sicuro in Europa.

I paesi ricchi sembrano più preoccupati di tenere i siriani fuori dai propri confini, o di utilizzarli come merce di scambio per accordi politici, piuttosto che offrire un riparo sicuro ai rifugiati più vulnerabili. Anche l’Italia, con l’annuncio di voler reinsediare 1.500 persone entro il 2017, ha preso un impegno positivo, ma su numeri che sono irrisori rispetto ai reali bisogni. L’impegno del nostro paese nell’accoglienza dei migranti in arrivo sulle coste mediterranee non può essere un alibi per sfuggire alla nostra responsabilità di aiutare il popolo siriano in fuga da guerre e abusi. afferma Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia La Conferenza di Ginevra poteva essere un’opportunità per offrire un aiuto concreto alle migliaia di profughi che sono alla terribile ricerca di un posto sicuro. La montagna purtroppo però ancora una volta ha partorito il topolino”.