Summit del Presidente Obama sulla crisi dei rifugiati

Oxfam accoglie positivamente le conclusioni emerse dal summit convocato dal Presidente Obama sulla crisi dei rifugiati che si è chiuso ieri a New York.

In particolare lascia ben sperare la promessa avanzata da oltre 50 paesi, sullo stanziamento complessivo di 4,5 miliardi di dollari in assistenza finanziaria per permettere ai rifugiati nei diversi contesti di ottenere più facilmente un lavoro e avere accesso al sistema educativo.

“Si tratta di un primo, importante passo in avanti, ma adesso è necessario definire modalità stringenti e soprattutto trasparenti per garantire che agli impegni presi dai leader mondiali seguano azioni concrete.dichiara la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti –  In questa direzione è perciò necessario fornire prima di tutto assistenza sia ai rifugiati che alle comunità che li ospitano, con l’obiettivo di assicurargli l’accesso al mercato del lavoro e un’educazione ai loro figli”.

Per questo motivo Oxfam chiede che i finanziamenti degli appelli umanitari siano accompagnati dalla definizione di concreti programmi di reinsediamento di rifugiati, e che assieme siano rafforzati altri ma non meno importanti percorsi di accoglienza, come i ricongiungimenti familiari.

Ciò che i leader mondiali riusciranno a fare oggi avrà un enorme impatto sulle generazioni future – aggiunge Bacciotti –  Affrontare una crisi globale che investe oltre 65 milioni di sfollati, di cui oltre 20 milioni di persone che hanno cercato un rifugio sicuro in un altro Paese, richiederà il supporto delle nazioni di tutto il mondo a partire dai paesi ricchi, che possono mettere in campo maggiori risorse per rendere efficace la risposta umanitaria.  L’impegno assunto a New York da Obama è un passo in avanti molto incoraggiante, – continua Bacciotti –  ma il vero test rispetto agli impegni presi saranno la trasparenza e l’affidabilità che i governi dimostreranno nei giorni e nei mesi a venire”.

Positivo anche l’impegno assunto dal Presidente Renzi per un aumento del 30% del budget per rispondere alle emergenze umanitarie.

 “Un aumento degli investimenti nei Paesi in via di sviluppo è necessario e benvenuto quando a beneficiarne sono le persone, in particolare le persone più vulnerabili. – conclude Bacciotti – In questo senso l’impegno del Governo Italiano è benvenuto e ci aspettiamo che sia presto concretizzato. Condividiamo inoltre lo spirito alla base della proposta italiana di un nuovo patto per gestire il fenomeno migratorio: ci auguriamo che l’Italia possa realizzare, nell’anno del G7, qualcosa di diverso dalle recenti misure poste in essere dall’Unione Europea, che, al di là di qualsiasi logica di partenariato, appaiono sempre più un mezzo per convincere i paesi poveri a gestire l’emergenza migranti, facendo affidamento, in alcuni casi, su paesi retti da regimi dittatoriali in cui abusi e repressione sono all’ordine del giorno”.

Summit di New York sulla crisi migratoria

Ieri a New York si è concluso il primo summit della storia dedicato a migranti e rifugiati convocato dalle Nazioni Unite.

“I governi del mondo intero hanno avuto l’occasione per affrontare con coraggio e lealtà la più grande crisi migratoria del nostro tempo” – dichiara la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti.

“Ma la Dichiarazione di New York sui Rifugiati e i Migranti non contempla alcun impegno concreto per cambiare lo status quo. E’ inaccettabile che al posto di soluzioni concrete e un approccio più umano, i governi diano risposte così inadeguate. I paesi più ricchi devono allargare prima possibile le maglie dell’accoglienza, garantendo protezione e aiuto ai rifugiati. – continua Bacciotti – Da un recente studio di Oxfam risulta che i 6 paesi più ricchi, che rappresentano il 50% dell’economia mondiale, ospitano meno del 9% dei rifugiati e richiedenti asilo. In altre parole, chi ha maggiori responsabilità e risorse continua a ignorare la condizione dei più disperati”.

“Ma questo vertice ha anche mostrato un’altra realtà. – conclude Bacciotti –  Quella di paesi e comunità che accolgono e lavorano al fianco dei migranti, chiedendo a gran voce che vengano rispettati i diritti dei milioni di persone in fuga da violenza, disastri e povertà. Uno spirito di cui dovrebbero animarsi anche i maggiori leader mondiali”.

Il vertice convocato dal presidente Obama, in programma oggi, avverte Oxfam, rappresenta la seconda e fondamentale possibilità che i leader arrivati a New York, hanno a disposizione per mostrare di essere all’altezza della sfida imposta dalla più grave crisi umanitaria dalla Seconda Guerra Mondiale.

Idrissia

Idrissia ha 25 anni e viene dalla Guinea. Nel 2010, dopo le elezioni nel suo paese e le violenze che ne sono seguite, la sua vita è cambiata irrimediabilmente. Fuggito in Costa d’Avorio, dopo un anno raggiunge uno zio in Libia. Tornare in Guinea è impensabile, anche perché nel frattempo è scoppiata l’epidemia di Ebola.

Giunto in Libia a Sabha, viene sequestrato da una delle tante bande che controllano il paese e rilasciato dopo una settimana, solo dietro il pagamento di un riscatto. Così fugge a Tripoli, ma anche qui la vita è un inferno.

“Era impossibile vivere lì. Troppo rischioso. Ho passato giorni interi sotto i colpi dell’artiglieria, non capivamo cosa stesse succedendo”. Anche se ha paura, capisce che l’unica alternativa è riuscire ad attraversare il braccio di mare che lo divide dall’Italia, dall’Europa. “Una volta che vedi la barca, non puoi più cambiare idea. Ti obbligano a salire, sono armati e se non sali, sparano”. Dopo 10 giorni sbarca a Lampedusa e finalmente per lui si accende un barlume di speranza: “Ho rischiato la vita per essere qui”, racconta.

Arrivato infine ad Arezzo grazie al sostegno di Oxfam, oggi vive in un appartamento insieme ad altri richiedenti asilo. Segue un corso di formazione professionale e di lingua italiana, per integrarsi nel miglior modo nella città diventata la sua nuova casa. Sul futuro ha le idee chiare: “Vorrei rimanere in Italia e trovare lavoro. Spero che tutto vada per il meglio”.

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Il 19 e il 20 settembre i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di far fronte alla crisi migratoria globale, di affrontare alla radice le cause di conflitti e violenze e di garantire adeguata accoglienza e protezione ai rifugiati.

Chiedi al Governo Italiano di garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga

Centinaia di giubbotti di salvataggio nel cuore di New York

Centinaia di giubbotti di salvataggio, raccolti dalle spiagge di Chios in Grecia, stamani hanno invaso Pebble Beach, nel cuore del Brooklyn Bridge Park a New York.

Una grande macchia arancione a testimoniare i pericolosissimi viaggi compiuti dagli uomini, donne e bambini che li hanno indossati per attraversare il Mediterraneo e sfuggire ai conflitti e alle persecuzioni nel proprio paese di origine.

Uno stunt promosso da Oxfam alla vigilia dei summit di New York del 19 e 20 settembre sulla crisi migratoria, con l’obiettivo di rilanciare un appello urgente ai leader di governo affinché venga definita una risposta globale in grado di rispondere alla più grave emergenza umanitaria dalla Seconda Guerra Mondiale, garantendo prima di tutto accoglienza e protezione ai 65 milioni di persone costrette nel mondo ad abbandonare le proprie case alla ricerca di un rifugio sicuro, tra cui oltre 20 milioni in fuga in un altro paese.

Questo è il momento di chiedere loro di far fronte alla crisi migratoria globale, di affrontare alla radice le cause di conflitti e violenze e di garantire adeguata accoglienza e protezione ai rifugiati.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga

Peter

Ero felice nel mio paese, avevo una famiglia e mi guadagnavo da vivere come autista, ma alla fine sono dovuto fuggire per mettermi in salvo”, racconta Peter parlando della propria vita in Nigeria. Una fuga decisa improvvisamente, senza nemmeno il tempo portare nulla con sé, né a dire addio alla famiglia. Peter si reca dapprima in Niger e dopo un anno, come tanti, decide di tentare la sorte in Libia, dove spera ci siano maggiori possibilità di lavoro.

Arrivato a Sabha, viene rapito da una banda armata, ma riesce a fuggire per puro caso assieme ai compagni di prigionia. Inizia a cercare lavoro, ma quello che trova spesso non è retribuito. “Abbiamo costruito un edificio intero e non ci hanno mai pagato – racconta Peter – Sono arrivato ad avere tre lavori per riuscire risparmiare qualcosa”.

Una vita di stenti, senza alcuna sicurezza: “Dormivamo con le scarpe indosso perché in qualsiasi momento poteva essere necessario fuggire. Cambiavamo casa spesso. Non potevamo quasi girare per strada, perché se vedevano che eri nero potevano farti quel che volevano”.

Peter decide quindi di imbarcarsi per l’Europa. “Potevo prendere la barca o tornare nel deserto e morire nel mio paese. Così ho scelto il mare. E’ stata una decisione tra la vita e la morte. E ho deciso di attraversare il Mediterraneo verso l’Italia”. Peter sa di essere un sopravvissuto, che in pochi riescono ad arrivare in Europa, come ha sperimentato in prima persona: “Ho visto gente morire accanto a me, nel deserto, in mare. Ho avuto fortuna. Dio mi ha aiutato”.

In Italia, dove è arrivato nell’ottobre del 2015, è stato aiutato da Oxfam. “Dopo pochi giorni dall’arrivo in Italia mi hanno fatto salire su un autobus diretto in Toscana. Lì ho incontrato gli operatori di Oxfam Qui ho potuto fare i controlli in ospedale e finalmente avere una casa”.  Grazie al sostegno di Oxfam, Peter oggi vive in un appartamento vicino ad Arezzo con altri sei migranti arrivati da diverse parti del mondo, con cui ha legato e condivide ogni giorno della sua vita da sopravvissuto.

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Tra pochi giorni i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga

Ogni giorno 28 bambini scompaiono dal sistema di accoglienza italiano

Minori migranti e richiedenti asilo non accompagnati accolti in Italia

Testimonianze di vita, numeri e cifre per evidenziare rischi e richiedere un sistema di accoglienza più adeguato ai minori.

Il numero di bambini migranti e rifugiati non accompagnati arrivati quest’anno in Europa attraverso l’Italia è raddoppiato. A fronte però di un sistema di accoglienza che non riesce a fornire loro il supporto necessario. A rivelarlo è il nuovo rapporto di Oxfam “Grandi speranze alla deriva”, diffuso oggi.

Basti pensare che ogni giorno 28 bambini non accompagnati semplicemente “scompaiono” a causa di un sistema inefficace e inadeguato.

Molti di loro si ritrovano confinati per un tempo indeterminato in centri da cui non possono uscire, costretti a vivere in alloggi inadeguati e insicuri, senza informazioni sui loro diritti. Altri hanno parenti in altri paesi europei e non vogliono fermarsi in Italia. Inevitabili le conseguenze. Diversi bambini e minori fuggono dai centri di accoglienza e si ritrovano a vivere per strada, trovandosi così esposti a rischi ancora maggiori. Un quadro che mette in evidenza l’inadeguatezza dell’approccio europeo e italiano al fenomeno migratorio.

L’Italia porta d’Europa: il 15% degli arrivi è di minori non accompagnati

Dopo la chiusura della la rotta dei Balcani occidentali e l’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia, l’Italia si è ritrovata ancora una volta ad essere il principale punto di accesso per i migranti diretti in Europa. Molti di loro sono minori arrivati da soli. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’UNHCR, il numero di bambini non accompagnati arrivati in Europa è aumentato significativamente nel 2016, fino a rappresentare il 15% di tutti gli arrivi.

Alla fine di luglio, secondo l’UNHCR erano ben 13.705 i minori non accompagnati sbarcati in Italia: un numero maggiore del totale di quelli arrivati nel 2015 (12.360 bambini). Nonostante l’impegno della società civile e di molti comuni e regioni, il sistema di accoglienza italiano appare ancora inadeguato a tutelare i bambini non accompagnati e i loro diritti. I centri hotspot, ad esempio, realizzati dall’Unione europea e dalle autorità italiane per registrare i nuovi arrivi e velocizzare le procedure di respingimento ed espulsione, si trovano in una condizione cronica di sovraffollamento e non offrono servizi adeguati, nemmeno dal punto di vista igienico-sanitario. Già, perché mentre il soggiorno massimo negli hotspot dovrebbe durare 48-72 ore, molti ragazzi finiscono per rimanere bloccati per settimane, spesso senza potersi cambiare i vestiti (nemmeno la biancheria intima) e senza poter chiamare la loro famiglia a casa o i parenti in Europa.

Urgente l’azione congiunta di Italia ed Europa

 

Necessario richiedere un sistema di accoglienza più adeguato ai minoriOxfam chiede perciò alle autorità italiane e ai partner europei di intervenire immediatamente per garantire ai minori non accompagnati alloggi adeguati e sicuri e il supporto di cui necessitano per poter vivere in modo dignitoso.

“La drammatica situazione a cui sono sottoposti i minori non accompagnati in Italia mostra chiaramente l’incapacità dei governi europei e delle autorità italiane di proteggere i bambini che arrivano in cerca di sicurezza e dignità– spiega la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti – Dimostrando ancora una volta il fallimento dell’approccio europeo che affida le responsabilità di gestione di una frontiera comune soltanto a pochi paesi. L’Europa deve restare unita nell’accogliere le persone che fuggono da conflitti, persecuzioni e da situazioni divenute ormai insostenibili”.

Il racconto dei ragazzi arrivati da soli attraverso il Mediterraneo

La maggior parte dei bambini che arrivano da soli via mare sulle coste italiane, provengono da Egitto, Gambia, Eritrea, Nigeria e Somalia. Fuggono da gravi situazioni di conflitto, insicurezza e povertà.

“Ho lasciato il Gambia con mio fratello un anno fa. ­- racconta O., 16 anni, originario del Gambia – Nel mio paese non ero più sicuro, la polizia ci minacciava. Alcuni dei nostri vicini erano stati uccisi durante scontri a fuoco. (…) Siamo partiti su un gommone con altre 118 persone. Dopo alcune ore c’è stato come uno scoppio, un incendio: nella confusione mio fratello è scivolato in acqua. Non l’ho rivisto più. Aveva dato a me il suo giubbotto di salvataggio.”

La situazione nei centri di prima e seconda accoglienza, dove i minori vengono trasferiti dopo la registrazione, in molti casi non è migliore degli hotspot: spesso i ragazzi vengono trattenuti senza possibilità di uscire. Oxfam ha raccolto anche testimonianze che raccontano di minacce e violenze ignorate dai gestori dei centri.

All’interno del centro di Pozzallo c’è anche un gruppo di somali maggiorenni che si comportano male con noi eritrei, picchiandoci ed insultandociracconta D., ragazzo eritreo di 17 anni – Nonostante le nostre ripetute segnalazioni alla polizia e agli operatori del centro, i somali continuano, e nessuno fa niente.”

“Circa il 40% dei minori non accompagnati è di fatto bloccata in Sicilia, spesso nei piccoli comuni di approdo: è l’effetto di una normativa nazionale che limita fortemente la possibilità che altre regioni italiane condividano la responsabilità dell’accoglienza di questi bambini e ragazzi, precludendo loro la possibilità di essere ospitati in strutture e contesti più attrezzati e dignitosi – continua Bacciotti – Occorre superare questo stato di cose: l’Italia deve dare vita a un sistema nazionale in grado davvero di garantire ai bambini non accompagnati alti standard di accoglienza e gli altri governi europei dovrebbero collaborare con il nostro paese verso questo obiettivo. In questa direzione è inoltre prioritario che tutti gli stati membri dell’Unione europea eliminino e impediscano ogni forma di detenzione di minori. Non esiste infatti circostanza in cui la detenzione di minori sia accettabile, perché si tratta sempre di una violazione dei diritti dei bambini”.

Necessario richiedere un sistema di accoglienza più adeguato ai minoriOxfam e le organizzazioni partner in Sicilia, come AccoglieRete e Borderline Sicilia, incontrano regolarmente ragazzi che raccontano di non essere stati informati della possibilità di presentare richiesta di asilo o del diritto di avere un tutore legale, ossia qualcuno che agisca nei loro migliori interessi e che tuteli i loro diritti. L’assegnazione di un tutore però può richiedere anche diversi mesi, compromettendo la possibilità di un futuro normale per questi ragazzi, rallentando fortemente il processo di regolarizzazione e integrazione del minore solo.

È fondamentale velocizzare le procedure di nomina del tutore così che il minore possa essere seguito individualmente fin dal suo arrivo”, spiega Iolanda Genovese di AccoglieRete, associazione da anni impegnata nel diffondere una buona pratica sulla tutela dei minori stranieri non accompagnati, che nel siracusano, ad esempio, ha portato una notevole riduzione nelle sparizioni dei minori.

Oltre 5 mila i minori “scomparsi” nei primi 6 mesi dell’anno

Nei primi sei mesi del 2016, 5.222 minori non accompagnati sono stati dichiarati “scomparsi”, essendo scappati dai centri d’accoglienza per continuare il loro viaggio e raggiungere altri paesi europei. Ragazzi che diventano così invisibili, uscendo dai radar della legge, e diventando conseguentemente ancor più vulnerabili a fenomeni di violenza e sfruttamento.

Se la situazione dei bambini è particolarmente critica, quella di coloro che compiono 18 anni non lo è di meno. Molti vengono semplicemente cacciati dai centri in cui soggiornavano, finendo così anche loro in mezzo a una strada.

Tra dieci giorni i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

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Ayaan

Un furgoncino per attraversare il deserto del Sahara, un’odissea attraverso Kenya, Uganda e Sudan. Mesi di soprusi e prigionia in Libia, un barcone stracolmo per tentare l’approdo in un porto sicuro: un giorno qualunque il terrore ha bussato alla porta di Ayaan (nome di fantasia per ragioni di sicurezza), privandolo dei suoi affetti e di tutti i suoi averi, costringendolo a una disperata fuga dal suo paese natale, la Somalia.

Terribile il viaggio via mare dalla Libia all’Italia. Stipati in 400 su un’imbarcazione, 200 persone sul ponte e 200 nella stiva: “C’erano persone di molti paesi […] Etiopia, Eritrea, Somalia, Sudan, Egitto e Siria. – racconta Ayaan – Faceva molto caldo, siamo stati seduti per terra per tre giorni, senza mangiare né bere […] Nella stiva sono morte tre persone, due donne incinta e un bambino”.

Quella di Ayaan è una delle tante vite disgregate dalla violenza cieca degli attentati che dilaniano la Somalia. Sopravvissuto a stento un viaggio massacrante, una volta arrivato in Italia ha inizialmente visto scemare le proprie speranze.

Un viaggio senza fine

Dopo il soccorso in mare, Ayaan e i suoi compagni di viaggio sono stati condotti in una struttura di prima accoglienza, dove hanno potuto sfamarsi, lavarsi e vestirsi; sono state prese loro le impronte digitali, e quindi sono stati condotti fuori . “Ci hanno fatto salire su un autobus e ci ha portati in un hotel per la notte. – ricorda –  Io e il mio amico stavamo aspettando nell’albergo quando sono venuti a dirci di uscire. Noi gli abbiamo risposto che dovevamo aspettare la polizia, ma ci hanno detto di aspettare per strada. Da quel momento per molte notti abbiamo dormito per strada, alcune notti nella moschea”.

Giorni e notti per le strade di Catania vagando senza una meta precisa, senza soldi e prospettive, alla ricerca di un nuovo futuro che sembra non arrivare mai. Poi l’incontro con gli operatori dell’unità mobile di Oxfam, che grazie al progetto OpenEurope fornisce assistenza agli esclusi o respinti da quello stesso sistema di accoglienza che dovrebbe per primo tendere loro una mano. Ragazzi, a volte anche minorenni, possibili vittime di organizzazioni criminali o del caporalato che fa della mano d’opera a basso costo un business.

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Il prossimo settembre i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

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Sud Sudan, metà della popolazione dipende dagli aiuti umanitari

Il Sud Sudan sta affrontando un peggioramento esponenziale della crisi umanitaria, dopo la nuova impennata del conflitto che sta lacerando il Paese e impedendo alle organizzazioni umanitarie di fornire aiuti ai milioni di persone colpite dall’emergenza. Nel frattempo episodi di violenza continuano nella capitale Juba e si stanno estendendo anche ad altre aeree del paese, nonostante il fragile cessate il fuoco raggiunto da poco.

È l’allarme lanciato oggi da Oxfam e altre 9 organizzazioni umanitarie al lavoro nel paese – CARE, International Rescue Committee, Mercy Corps, Christian Aid, Danish Refugee Council, Global Communities, Internews, Jesuit Refugee Service, and Relief International – che fanno appello al Governo e all’Esercito di Liberazione del popolo sudanese (SPLA/IO), per un pieno rispetto del cessate il fuoco nella capitale Juba e nell’intero paese. Chiedendo inoltre al Governo e alle forze di pace dell’ONU (UNMISS), di garantire che le organizzazioni umanitarie possano operare in sicurezza per portare aiuti alla popolazione colpita dal conflitto.

IL PEGGIORAMENTO DEL QUADRO UMANITARIO

Metà della popolazione dipende ormai dagli aiuti, mentre già qualche settimana fa – prima del riaccendersi del conflitto, alla vigilia del quinto anniversario dell’indipendenza dello scorso 7 luglio –  si contavano 2,5 milioni di sfollati e 4,8 milioni di persone rimaste senza cibo. Gli scontri, solo nella capitale Juba, hanno già causato almeno 300 vittime e decine di migliaia di sfollati, lasciando molte più persone senza cibo, acqua e riparo.

“Se le condizioni di sicurezza peggioreranno, fornire aiuti sarà logisticamente impossibile. – spiega Alessandro Cristalli responsabile per il Corno d’Africa di Oxfam Italia – A oggi siamo riusciti a scongiurare la carestia nelle aree più difficili da raggiungere, ma se non avremo modo di operare a pieno regime le conseguenze saranno catastrofiche”.

A causa del recente peggioramento della situazione, molte organizzazioni hanno dovuto infatti ridurre temporaneamente il loro personale nel paese. Mentre scorte di cibo, acqua e materiali di primo soccorso sono stati saccheggiati anche dopo il raggiungimento del cessate il fuoco. In un paese che ha soltanto 200 chilometri di strade asfaltate, il conflitto in corso e le restrizioni imposte sui voli interni impediscono alle agenzie di portare aiuti alla popolazione e rifornire i punti di distribuzione dei beni e materiali necessari.

“Ancora una volta, rischiamo di abbandonare il Sud Sudan nel momento di maggior bisogno. – ha dichiarato Kate Phillips-Barrasso, Senior Director of Policy and Advocacy per l’International Rescue Committee –  Molte agenzie di aiuto hanno dovuto sospendere o limitare il lavoro di primo soccorso a causa degli scontri, e sono proprio le persone più vulnerabili a pagarne il prezzo. La comunità internazionale deve raddoppiare i suoi sforzi per trovare una soluzione alla crisi, lo status quo, semplicemente, non è abbastanza”.

Da qui l’appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, affinché assicuri la protezione dei civili, garantendo che le organizzazioni umanitarie possano lavorare in sicurezza in tutto il paese.

“L’incapacità delle forze di pace delle Nazioni Unite di proteggere i civili genera insicurezza nel paese e impedisce alle organizzazioni umanitarie di portare i soccorsi necessari alla popolazione. – ha detto Frederick McCray, Country Director di CARE in Sud Sudan – UNMISS deve rispettare il suo mandato: proteggere i civili e il personale umanitario per favorire gli aiuti”.

In questa direzione diviene perciò necessario il raggiungimento di un cessate il fuoco duraturo tra le parti in conflitto.

 “Il Sud Sudan ha bisogno di una pace duratura. – conclude Deepmala Mahla, Country Director di Mercy Corps in Sud Sudan – È perciò essenziale che le parti in conflitto rispettino il cessate il fuoco e lavorino insieme per trovare una soluzione. La popolazione del Sud Sudan ha già sofferto troppo e per troppo tempo”.

Crisi rifugiati, il disequilibrio nell’accoglienza mondiale

I sei paesi più ricchi nel mondo – Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito –  pur contribuendo per più della metà all’economia globale, ospitano solo il 9% dei rifugiati. Mentre altri sei paesi, ben più poveri ma vicini alle peggiori aeree di crisi, si stanno facendo carico del 50,2% dei rifugiati e richiedenti asilo di tutto il mondo.  

Sono i dati diffusi oggi da Oxfam, attraverso il report La misera accoglienza dei ricchi del mondo che rivela come l’anno scorso le sei economie più grandi del pianeta hanno ospitato complessivamente 2,1 milioni di rifugiati e richiedenti asilo, ossia solo l’8,88% del totale. Un dato molto inferiore alla risposta di Giordania, Turchia, Libano, Sud Africa, Pakistan e Territorio Palestinese Occupato, – che pur rappresentando meno del 2% dell’economia mondiale – ne hanno accolti oltre 11,9 milioni.  

L’Italia, pur impegnata in prima linea con 134.997 persone ospitate (lo 0,6% del totale) è ancora lontana dalle cifre raggiunte dalla Germania nell’ultimo anno, che in controtendenza ha infatti aperto i propri confini a 736.740 persone, aumentando il numero di rifugiati accolti.

“Questo flusso epocale di persone che fuggono da situazioni in cui non si può sopravvivere, a causa di guerre, carestie e povertà, deve trovare maggiore accoglienza da parte di tutti i paesi e sono le maggiori potenze economiche in primis, a dover moltiplicare il loro impegno. – afferma la Presidente di Oxfam Italia, Maurizia Iachino – Sono uomini, donne, anziani e bambini, troppo spesso obbligati a rischiare la propria vita per raggiungere un luogo sicuro. I paesi più poveri stanno facendosi carico di garantire loro protezione e sicurezza, ma anche i paesi più ricchi devono fare di più. Siamo di fronte a una sfida complessa che richiede una risposta globale ben coordinata e responsabilità condivise”.

Verso i Summit di New York: fondamentale un’inversione di rotta 

Oggi più di 65 milioni di persone sono in fuga a causa di conflittipersecuzioni e violenza: è il più alto numero mai registrato. Un terzo di queste persone sono rifugiati e richiedenti asilo al di fuori del loro paese. Un esodo causato soprattutto dalla guerra in Siria, ma anche da situazioni di instabilità che avvengono in altri paesi, come Sud Sudan, Burundi, Iraq e Yemen. 

Un quadro che vede i paesi economicamente avanzati accogliere un numero ancora limitato di persone che scappano da atrocità e fame. Il recente accordo Ue-Turchia ha lasciato migliaia di uomini, donne e bambini in Grecia, in condizioni critiche e in assenza di certezze sui propri diritti. Un patto che rischia di innescare un effetto domino: il Kenya, a questo proposito – annunciando la chiusura del campo profughi di Dadaab – ha fatto sapere che se l’Europa può permettersi di non accogliere i siriani, allora il suo governo può fare altrettanto con i somali.

I prossimi 19 e 20 settembre a New York si terranno due vertici fondamentali per definire come far fronte alla crisi migratoria globale. In vista di questo doppio appuntamento Oxfam ha lanciato la petizione Stand As One, insieme alle persone in fugaun appello per chiedere ai leader mondiali di garantire sicurezza, protezione, dignità e futuro ai milioni di persone costrette a lasciarsi tutto alle spalle.

“Nel nostro paese osserviamo quotidianamente all’arrivo di tante persone che hanno compiuto drammatici viaggi della speranza alla ricerca di un rifugio sicuro. continua Maurizia Iachino.  E’ quindi prioritario che i governi con economie più forti si impegnino a portare cambiamenti sostanziali nei Paesi in via di sviluppo, dove la maggior parte dei profughi di tutto il mondo sta vivendo in una provvisorietà senza prospettive. In primis chiediamo al nostro governo di rinnovare l’impegno a proteggere la vita di queste persone e assicurare loro un trattamento dignitoso e il diritto di chiedere protezione internazionale: confermando la propria volontà di investire nello sviluppo dei paesi più poveri e nella risoluzione dei conflitti, a partire dai prossimi appuntamenti di New York e nel momento in cui l’Italia assumerà la presidenza del G7”, conclude Iachino.

 Le richieste di Oxfam

In vista dei summit di settembre Oxfam chiede perciò ai leader mondiali che:

  • I paesi più ricchi accolgano un maggior numero di rifugiati, aumentando sostanzialmente gli aiuti ai paesi in via di sviluppo che ospitano la maggior parte delle persone costrette a fuggire;
  • Tutti i paesi che ospitano persone in fuga siano messi nelle condizioni di dare loro aiuto e protezione e garantire loro accesso all’istruzione e al lavoro;

Tutti i paesi rispettino i diritti umani di tutti i migranti, a prescindere dal loro status giuridico.

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Il prossimo settembre i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga

La luce in fondo al tunnel per una famiglia siriana

di Joelle Bassoul, responsabile di comunicazione in emergenza di Oxfam, da Amman, Giordania.

Questa volta l’atmosfera è più rilassata. Risate e scherzi riempiono la stanza e i volti hanno una luce di speranza inconfondibile. Abed (per precauzione il vero nome è stato cambiato, come quello di tutte le persone citate) mi racconta cosa è successo negli ultimi mesi da quando ho conosciuto la sua famiglia in un appartamento piccolo e malsano nella periferia di Amman, la capitale giordana. Li incontro nuovamente nella casa del fratello, in cui si sono trasferiti.

I bagagli sono in attesa in un angolo. Domani voleranno in Florida, negli Stati Uniti. Hanno un biglietto di sola andata verso la sicurezza e una nuova vita.
Dopo i primi due incontri con il personale per il reinsediamento nel 2015, il nostro caso è rimasto sospeso fino a marzo di quest’anno“, dice il padre di quattro figli, tirando fuori da una busta di plastica i documenti in arabo timbrati dall’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (OIM), che ha preso in carica il loro caso. Le domande dettagliate e le risposte danno alla famiglia di rifugiati siriani un’idea circa la loro vita futura: In quale stato andrò a vivere? Ci sono altri arabi?
Abed, Reema e i quattro figli, fuggiti dopo la guerra che ha devastato la loro città, Homs, non hanno mai viaggiato in aereo e sono impazienti di prendere il volo verso gli Stati Uniti. Solo una cosa appanna la loro felicità: l’assenza del bimbo più piccolo Mohammad. “Quando ci hanno chiamati per proseguire le pratiche a marzo, i funzionari continuavano a chiedermi dove fosse Mohammad. Un ufficiale entrava nella stanza, faceva la domanda, ascoltava la risposta, e se ne andava per lasciare il posto a un altro che faceva lo stesso. Una decina di loro mi hanno chiesto di Mohammad“.
La risposta era sempre la stessa: il cuore del piccolo non ha resistito abbastanza fino alla fine del processo di reinsediamento. Si è fermato a novembre 2015 dopo aver combattuto contro un deficit congenito. È stata la malattia di Mohammad che ha accelerato l’elaborazione del caso, dal momento che il processo di reinsediamento negli Stati Uniti può richiedere fino a 24 mesi. Il bambino non ha vissuto abbastanza a lungo per sentire i raggi del sole della Florida sulla pelle.
Ho il suo certificato di nascita e di morte”, dice Abed. La memoria del bambino rimane in quella della sua famiglia in ogni momento. “È un angelo che veglia su di noi. Ci proteggerà. Inshallah”, dice sua madre Reema. I tre figli e la figlia non lasciano ai genitori il tempo di piangere per l’assenza del fratello. Saltano, cantano e si esercitano in inglese. “Come si dice: mi puoi dare un po’ d’acqua in inglese?” Chiede Safaa, 7 anni. La madre risponde immediatamente. “Ho imparato un po’ di inglese in Siria”, dice con orgoglio, “e Abed e io di recente abbiamo partecipato a un’introduzione culturale di tre giorni”. Anche se la famiglia è stata allontanata dalla propria terra, Siria e Giordania condividono una cultura simile e sono stati quindi in grado di adattarsi rapidamente. Per loro, attraversare l’altro lato dell’Atlantico è un salto nel buio, che produce allo stesso tempo eccitazione e ansia.
La famiglia ripassa l’elenco di tutte le cose che riceveranno: casa con affitto pagato il primo mese, un finanziamento da parte dello Stato, scuole, corsi di inglese, e, per ultimo, la carta di soggiorno permanente. “Ma per questo, abbiamo bisogno di rimanere nel paese per mille giorni“, spiega Abed.

(Al momento della pubblicazione, Abed e Safaa cominciano una nuova vita negli Stati Uniti)

Non ti mancheranno la Siria e i tuoi fratelli rimasti a Homs?” Chiedo. “Mia madre ha pianto molto quando le ho detto che saremmo partiti. Può darsi che si riesca a tornare un giorno, quando ci sarà la pace, ma soprattutto quando i bambini avranno ricevuto un’istruzione adeguata. Non c’è più niente in Siria. Hanno raso al suolo la nostra casa”.

Abed riflette un momento, come per assimilare l’importanza che il viaggio avrà per tutta la famiglia. Sa di essere tra i pochi fortunati ad esservi riusciti. Anche se il presidente Obama ha promesso di reinsediare 10.000 rifugiati siriani tra il settembre 2015 e il settembre 2016, fino ad ora il numero di persone accolte è meno della metà. “Sono disposto a fare qualsiasi cosa per far sì che le cose vadano bene negli Stati Uniti “, dice Abed, prendendo il figlio più piccolo sulle ginocchia. “Venderemo pannocchie sulla spiaggia, se necessario, giusto Moussa?” Dice mentre bacia il bambino sulla testa.
La spiaggia. Quella parola magica che riesce a eccitare i quattro bambini. Hanno visto le onde e la sabbia solo in televisione. Reema ancora non riesce ad abituarsi all’idea che le donne indossino il bikini. Guarda Abed con un sorriso timido, per poi chiedere: “Pensi che possa indossare il velo lucido in Florida?” Il marito sobbalza: “Sicuramente si mette via il burqa!” il fitto velo nero che copre il volto delle donne, con cui solo gli occhi sono visibili.

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Il prossimo settembre i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga