Storie in fuga

Qasm ha 4 anni. Ha trovato rifugio nel campo per sfollati nel villaggio di Tinah, a Sud di Mosul.

Storie di chi è costretto a fuggire

Oltre 65 milioni di persone sono costretti ad abbandonare le proprie case a causa di guerre, catastrofi naturali, fame e povertà. Queste sono le storie di alcuni di loro.

Dalla Siria all’Italia

Khalil e Fatem sono fuggiti dalla loro città natale, Raqqa, in Siria, nel 2013, quando il loro figlio Mohamed era appena nato.

Khalil e Fatem sono fuggiti dalla loro città natale, Raqqa, in Siria, nel 2013, quando il loro figlio Mohamed era appena nato. Hanno raggiunto il Libano, dove è nato Ahmad e dove hanno vissuto condividendo una sola stanza senza riscaldamento. I bambini si ammalavano spesso e Khalil non riusciva a trovare lavoro, per cui era costretto a elemosinare cibo o denaro dai vicini. Una volta saputo che questi erano stati selezionati per partecipare al programma dei corridoi umanitari e accolti in Italia, Khalil ha deciso di provare a chiedere lo stesso per la sua famiglia.

Dopo due interviste, è arrivata la bella notizia: non avrebbero mai immaginato che il destino li avrebbe portati nel nostro paese, dove vogliono imparare al più presto la lingua e lavorare per far studiare i loro figli, dando loro un futuro migliore.

La famiglia di Kahlil è stata accolta in Italia grazie al programma dei Corridoi umanitari, che gestiamo in collaborazione con la Chiesa Valdese, che garantirà a 500 rifugiati, tra l’altro, assistenza legale, mediazione linguistico culturale, corsi di lingua italiana.

Iraq

Qasm ha 4 anni. Ha trovato rifugio con la sua famiglia nel campo per sfollati nel villaggio di Tinah, circa 70 km a Sud di Mosul. Abitavano poco lontano, nel villaggio di Imam Gharbi, quando questo è stato occupato dalle milizie dell’ISIS. L’esercito iracheno ha ripreso possesso della zona, ma le operazioni militari nel corridoio di Mosul hanno spinto centinaia di migliaia di civili ad abbandonare le proprie case. Abbiamo aiutato la famiglia di Qasm e tante altre come la sua distribuendo acqua, cibo, coperte e generi di prima necessità per permettere loro di sopravvivere.

Qasm ha 4 anni. Ha trovato rifugio nel campo per sfollati nel villaggio di Tinah, a Sud di Mosul.

Più di 10 milioni di persone – di cui la metà bambini – hanno bisogno di assistenza umanitaria in Iraq, e 3.4 milioni sono gli sfollati a causa della guerra.

Sud Sudan

In seguito alle violenze nel loro villaggio, Nyandiew e Nyachak sono riuscite a fuggire in canoa con i figli.

In seguito alle violenze nel loro villaggio, Nyandiew e  Nyachak sono riuscite a fuggire in canoa con i figli. I mariti purtroppo sono rimasti indietro, e di loro non si sa nulla. Nyandiew e  Nyachak si  sono rifugiate nelle paludi, dove hanno più possibilità di trovare cibo e sopravvivere. Non hanno una casa dove tornare: tutto quello che avevano è andato perduto. A causa del conflitto e della siccità, il Sud Sudan è vittima di una drammatica carestia che ha spinto milioni di persone alla fame.

Per aiutare le famiglie come quella di Nyandiew e Nyachak abbiamo retribuito le persone perché conducano le canoe e consegnino gli aiuti a chi ha bisogno. Abbiamo inoltre installato pompe, pozzi e latrine, in modo da garantire acqua e potabile e prevenire la diffusione del colera e di altre malattie potenzialmente mortali.

Nigeria

Quando le milizie di Boko Haram sono arrivate nel suo villaggio, Fatimata è fuggita e ha cercato rifugio nel campo di Muna Garage; ora, con molte donne come lei, attende di essere intervistata per essere accolta. Il campo ospita più di 30mila sfollati. E’ una crisi di proporzioni drammatiche quella che interessa i paesi del bacino del lago Chad. Il conflitto che è iniziato in Nigeria otto anni fa tra Boko Haram e i militari che gli si sono opposti si è diffuso in Niger, Chad e Camerun.

Quando le milizie di Boko Haram sono arrivate nel suo villaggio, Fatimata è fuggita e ha cercato rifugio nel campo di Muna Garage

Più di 2.6 milioni di persone, di cui 1.5 milioni di bambini, sono fuggiti per salvarsi e quasi 11 milioni hanno urgente bisogno di aiuto. Quasi 7 milioni soffrono la fame e 500.000 bambini sono malnutriti.

Lavoriamo in Nigeria, Niger e Chad aiutando sfollati, rifugiati e comunità locali distribuendo cibo, acqua potabile, installando servizi igienici e facendo pressione su governi e istituzioni perché soccorrano e proteggano i civili.

Il cuore viola con i bambini in fuga

La solidarietà scende in campo allo Stadio Artemio Franchi al fianco di Oxfam Italia, in occasione di Fiorentina-Milan, per raccogliere…

Nel mondo muore 1 persona ogni 80 minuti lungo le rotte migratorie

Dal ritrovamento del corpo del piccolo Alan Kurdi, i decessi delle persone in fuga dai loro paesi aumentati di oltre 1/5

Insieme alle persone in fuga

Oggi, in piena estate, migliaia di persone sono ancora in attesa di conoscere il proprio destino.

Giornata mondiale del rifugiato 2017

Più di 65 milioni di persone sono in fuga dai loro paesi

Giornata mondiale del rifugiato: 65.6 milioni in fuga

Rifugiati e sfollati, secondo i dati diffusi oggi dall’UNHCR, sono saliti a 65,6 milioni. Un quadro che sta divenendo sempre più complesso di anno in anno, anche a causa della scelta di molti paesi di chiudere le frontiere a uomini donne e bambini costretti a fuggire da guerre, persecuzioni, disastri naturali e povertà.

Una delle situazioni più drammatiche è in Siria, un paese devastato da oltre 6 anni di guerra che ha prodotto oltre 2 milioni di vittime e feriti e più di 12 milioni di sfollati alla fine del 2016.

Cosa chiediamo

Chiediamo alla comunità internazionale di fornire immediatamente alternative sicure a chi è costretto a fuggire, lavorando insieme per affrontare le cause principali di quella che è una delle questioni centrali della nostra epoca.

I membri della comunità internazionale dovrebbero imparare dall’esempio offerto da altri paesi che, seppur poveri, sono disposti ad aprire le proprie porte, per offrire quel poco che hanno a chi ha più bisogno. Come l’Uganda, che ha accolto centinaia di migliaia di rifugiati.

Cosa facciamo nel mondo per aiutare chi fugge

Nell’ultimo anno, Oxfam ha lavorato ogni giorno per aiutare oltre 6,7 milioni di persone in paesi colpiti da conflitti. Famiglie vulnerabili costrette a separarsi, donne e bambini vittime di politiche che negano i loro stessi diritti.

Cosa facciamo in Italia chi fugge

Sono ancora moltissimi i migranti giunti sulle nostre coste a cui vengono negati i diritti più essenziali. Sono oltre 6.200 i minori sbarcati sulle nostre coste solo nel 2017, secondo i dati del Ministero degli Interni.

Le persone respinte non possono quindi che andare a ingrossare le fila degli irregolari, costretti in alloggi di fortuna, senza nessuna prospettiva. Non possiamo abbandonarli, non possiamo permettere che i minori semplicemente scompaiano dal sistema di accoglienza.

Per questo un anno fa abbiamo dato via al progetto Open Europe – nato con l’obiettivo di fornire assistenza legale, sanitaria e di prima accoglienza ai migranti esclusi dal sistema per richiedenti asilo in 6 province siciliane.

Dallo scorso aprile abbiamo aderito al progetto “Corridoi umanitari” con l’obiettivo di garantire accoglienza e un accesso sicuro a 500 siriani entro l’anno da paesi di transito come Libano, Marocco e Etiopia. Un progetto realizzato assieme alla Comunità di Sant’Egidio, alla Diaconia Valdese e alla Federazione delle Chiese evangeliche, che rappresenta per adesso l’unica risposta concreta di accesso sicuro in un’Europa che ha adottato politiche di chiusura delle frontiere come unico strumento di gestione dei flussi migratori.

Chiediamo al governo di affrontare ora e nel modo più inclusivo possibile, quella che resta una vera e propria emergenza sociale, dando il prima possibile piena applicazione alla legge Zampa.

FIRMA LA PETIZIONE STAND AS ONE

Nel mondo muore 1 persona ogni 80 minuti lungo le rotte migratorie

Dal ritrovamento del corpo del piccolo Alan Kurdi, i decessi delle persone in fuga dai loro paesi aumentati di oltre 1/5

Insieme alle persone in fuga

Oggi, in piena estate, migliaia di persone sono ancora in attesa di conoscere il proprio destino.

Sud Sudan, metà della popolazione dipende dagli aiuti umanitari

Quasi 5 milioni le persone senza cibo, 2,5 milioni gli sfollati. Prioritario il rispetto del cessate il fuoco.

Il cuore viola con i bambini in fuga

La solidarietà scende in campo allo Stadio Artemio Franchi al fianco di Oxfam Italia, in occasione di Fiorentina-Milan, per raccogliere donazioni in difesa dei bambini in fuga da guerre e violenza. Domenica 25 settembre prima dell’inizio del posticipo di Serie A delle 20.45, i volontari dell’organizzazione umanitaria saranno infatti presenti agli ingressi dello stadio per raccogliere donazioni in sostegno dei tanti progetti in campo in Italia e nei peggiori contesti di crisi.

Grazie alla disponibilità dell’ACF Fiorentina che ringraziamo di cuore, Oxfam fa appello alla generosità dei tifosi viola, da sempre vicini a chi è meno fortunato.dichiara la responsabile delle attività di Oxfam a Firenze, Lia Ferrini Si tratta di un piccolo ma significativo contributo che ciascuno può dare in sostegno di migliaia di bambini non accompagnati, costretti ad abbandonare le loro case e famiglie per scampare ai conflitti che dilaniano la propria terra. I fondi raccolti serviranno infatti a supportare i minori sia nei Paesi d’origine, nei più gravi contesti di crisi dove Oxfam è al lavoro, sia in Italia, dove l’organizzazione opera per garantirne il diritto a un futuro migliore e la tutela di cui necessitano per impedire che i loro diritti vengano violati e che finiscano per strada, preda di criminalità, sfruttamento e abusi. Di fronte numeri in continua crescita: sono oltre 13 mila i minori non accompagnati arrivati in Italia nei primi sette mesi, il doppio di quelli arrivati nello stesso periodo del 2015”.

L’impegno di Oxfam Italia in favore dei minori in fuga

In Italia, ogni giorno, a causa di un sistema di accoglienza inefficace e inadeguato, si perdono le tracce di 28 minori non accompagnati, che “scompaiono” dai centri presso i quali dovrebbero ricevere protezione e assistenza: a denunciarlo è l’ultimo rapporto diffuso da Oxfam “Grandi speranze alla deriva” che testimonia la condizione dei bambini migranti in Italia il cui numero è in costante aumento in Europa. Secondo dati UNHCR, infatti, nel 2016 il numero di minori non accompagnati arrivati nel vecchio continente è aumentato del 15 per cento: alla fine di luglio, i bambini sbarcati in Italia da soli erano 13.705, superando i 12.360 minori sbarcati nell’arco dell’intero 2015. Ma ragazzi e bambini continuano anche a morire nelle traversate del Mediterraneo: sono 140 le vittime registrate soltanto nei primi sette mesi del 2016.

Nel mondo muore 1 persona ogni 80 minuti lungo le rotte migratorie

Esattamente un anno fa la foto del piccolo Alan Kurdi, ritrovato senza vita sulla spiaggia turca di Bodrum, faceva il giro del mondo, generando ovunque sdegno e commozione. A un anno da quel 2 settembre, Oxfam ha calcolato che il numero dei migranti che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere un altro paese sia aumentato di oltre un quinto.

In tutto il mondo sono morte 5.700 persone da allora, fuggendo dai propri paesi: un incremento del 22,2% rispetto all’anno precedente, che aveva registrato 4.664 decessi.

Questo significa che, dall’inizio del 2016, lungo le rotte migratorie in tutto il mondo muore 1 persona ogni 80 minuti.

In questo tragico quadro, il Mediterraneo si conferma la rotta più letale con 4.181 persone morte dal ritrovamento del corpo di Alan, il 12,6% in più rispetto all’anno prima: a dimostrazione di quanto sia fallimentare l’approccio dell’Unione Europea varato con l’Agenda sulle Migrazioni del maggio 2015. Il 2016, poi, è stato un anno particolarmente funesto: i numeri dicono che il numero di persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo Centrale, dal Nord Africa all’Italia, nei primi otto mesi dell’anno, è quasi uguale a quello dell’intero 2015.

In più, tutti i calcoli effettuati a livello globale sono da ritenersi inesatti per difetto, dato che non si hanno rapporti e dati certi su alcune rotte. Alcune stime, ad esempio, dicono che l’attraversamento del Sahara per raggiungere la costa sud del Mediterraneo è ancora più letale dei viaggi via mare verso l’Europa.

Oxfam chiede con forza ai leader europei e del mondo di proteggere tutte le persone in fuga, assicurando vie legali, e per questo sicure, di accesso e garantendo procedure di asilo trasparenti.

Due importanti meeting sulla crisi migratoria globale si svolgeranno a New York il 19 e 20 settembre: il Summit delle Nazioni Unite per i rifugiati e migranti, e il Leaders’ Summit sui rifugiati convocato dal presidente Obama. Le negoziazioni per il Summit delle Nazioni Unite hanno già avuto luogo, ma sono state estremamente deludenti per la mancanza di reali impegni finanziari e piani per attuarli, con molti paesi riluttanti a fare di più in termini di ricollocamenti. Eppure questi due incontri rappresentano per i governi di tutto il mondo, e in particolare per quelli europei, un’occasione unica per poter dire che le persone vengono prima dei confini, e per impegnarsi nella tutela della vita e dei diritti di chi scappa da guerra e fame.

Le immagini del corpo del piccolo Alan Kurdi hanno commosso il mondo, eppure a un anno di distanza la situazione non ha fatto che peggiorare: migliaia di migranti sono morti da allora, soprattutto nel Mediterraneo ha detto Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia  I due summit di New York sono un’occasione da non sprecare per trovare la giusta risposta al più grande movimento di popolazione dalla Seconda guerra mondiale. Le negoziazioni si sono chiuse in modo fortemente insoddisfacente per il prevalere di visioni egoistiche, ma i governi del mondo hanno l’occasione di cambiare approccio, decidere di aiutare i paesi più poveri che ospitano la gran parte di migranti e tutelare davvero i diritti di chi è in fuga da guerra, violenze e povertà”.

La storia di Alan Kurdi sembrava aver generato un cambio di passo: ‘Mai più!’ gridava il mondo dalle prime pagine dei giornali, e #WelcomeRefugees diventava hashtag di tendenza, raggiungendo 2,35 milioni di citazioni nei 12 mesi successivi. A dirlo è uno studio del Visual Social Media Lab dell’Università di Sheffield (Gran Bretagna), condiviso con Oxfam, secondo cui su Twitter si è avuto un aumento di interesse sul tema dei rifugiati, con un numero di tweet quadruplicato rispetto all’anno precedente.

Lo stesso sembra aver fatto l’immagine di un altro bambino, Omran Daqnees, siriano anche lui, salvato dalle macerie della sua casa di Aleppo. Ferito e impolverato come uno spazzacamino, ma con un’espressione attonita che ha sconvolto il mondo, inducendo a ricordare la violenza da cui moltissimi sono costretti a fuggire.

“La nostra analisi dimostra che dopo la morte del piccolo Alan Kurdi, il grande pubblico ha mostrato una maggiore familiarità con la crisi dei rifugiati, con un incremento impressionante delle discussioni sul tema su social media e ricerca di informazioni e notizie su Google” – ha detto Francesco D’Orazio, co-fondatore di Pulsar, azienda di audience intelligence, che è membro fondatore del Visual Social Media Lab.

Questo dovrebbe spingere i decisori politici a muoversi con più risolutezza in difesa dei diritti delle persone in fuga, facendosi portavoce dell’indignazione e del desiderio di cambiamento dell’opinione pubblica.

Tra meno di venti giorni i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga

Insieme alle persone in fuga

Migliaia di persone sono ancora in attesa di conoscere il proprio destino.

Tra di loro, 11.797 minori, soli, sono sbarcati in Italia dall’inizio dell’anno a oggi. Purtroppo il nostro sistema di accoglienza è inadeguato: non ci sono infatti abbastanza posti adatti alle loro esigenze, per cui restano mesi bloccati in strutture di prima accoglienza in condizioni inaccettabili, mentre la nomina dei tutori legali è troppo lenta, per cui l’avvio delle procedure di protezione ritarda enormemente.

Oxfam lavora in Sicilia garantendo accoglienza ai richiedenti asilo e sostenendo i migranti respionti dagli hotspot, tra cui molti minori.

I minori incontrati da Oxfam sono:
• Minori trattenuti illegalmente nei centri in cui è attivo l’approccio hotspot
• Minori accolti in comunità inadempienti agli obblighi nei loro confronti
• Minori in fuga da comunità o direttamente dai centri in cui è attivo l’approccio hotspot

Si tratta di adolescenti di età normalmente compresa tra 14 e 17 anni, ma non mancano i più piccoli. Sia che siano trattenuti negli hotspot che si trovino in comunità per minori, raccontano di avere ricevuto un solo cambio di vestiti e di biancheria (anche quando si trovano nello stesso centro da diverse settimane), di mangiare solo pasta e riso e soprattutto di non poter telefonare ai propri parenti perché non vengono distribuite tessere telefoniche. Alcuni ragazzi, sbarcati da settimane, non sono ancora riusciti ad avvisare genitori e fratelli di essere arrivati sani e salvi, e sono angosciati per questo. Non hanno ricevuto informativa sui loro diritti, non gli è chiaro se e come presentare domanda di asilo. Spesso i fratelli vengono separati, mandati in centri diversi, e senza un intervento esterno per loro è impossibile ritrovarsi.

Un caso a parte è rappresentato dai minori eritrei, che non vogliono a nessun costo fermarsi in Italia e che lasciano immediatamente le comunità a cui sono destinati, per fermarsi qualche giorno nelle stazioni siciliane in attesa di ricevere, tramite intermediari, soldi dai genitori, e potersi comprare i biglietti degli autobus che li porteranno, come prima tappa, a Roma o Milano.

Un’altra categoria particolarmente vulnerabile riguarda i neo-maggiorenni, allontanati dalle comunità al compimento del 18° anno di età in seguito al blocco dei finanziamenti da parte del Ministero, che corrisponde la quota giornaliera solo per i minorenni, lasciando agli Enti Locali l’onere successivo (i ragazzi dovrebbero poter stare in comunità almeno altri due anni, per garantire un reale inserimento nel territorio). Gli Enti Locali lamentano mancanza di fondi e lasciano alle comunità il mantenimento dei ragazzi. Che nella maggior parte dei casi finiscono per strada.

Con la petizione #StandAsOne – Insieme alle persone in fuga, vogliamo cambiare le cose. Ogni giorno, noi lavoriamo per questo. Per aiutare ragazzi come Amadou, 16 anni, arrivato in Italia dalla Costa d’Avorio e ospitato presso la Casa delle Culture di Scicli, in Sicilia, una struttura protetta che accoglie minori non accompagnati e donne vulnerabili. Clicca qui e leggi la sua storia

Sud Sudan, metà della popolazione dipende dagli aiuti umanitari

Il Sud Sudan sta affrontando un peggioramento esponenziale della crisi umanitaria, dopo la nuova impennata del conflitto che sta lacerando il Paese e impedendo alle organizzazioni umanitarie di fornire aiuti ai milioni di persone colpite dall’emergenza. Nel frattempo episodi di violenza continuano nella capitale Juba e si stanno estendendo anche ad altre aeree del paese, nonostante il fragile cessate il fuoco raggiunto da poco.

È l’allarme lanciato oggi da Oxfam e altre 9 organizzazioni umanitarie al lavoro nel paese – CARE, International Rescue Committee, Mercy Corps, Christian Aid, Danish Refugee Council, Global Communities, Internews, Jesuit Refugee Service, and Relief International – che fanno appello al Governo e all’Esercito di Liberazione del popolo sudanese (SPLA/IO), per un pieno rispetto del cessate il fuoco nella capitale Juba e nell’intero paese. Chiedendo inoltre al Governo e alle forze di pace dell’ONU (UNMISS), di garantire che le organizzazioni umanitarie possano operare in sicurezza per portare aiuti alla popolazione colpita dal conflitto.

IL PEGGIORAMENTO DEL QUADRO UMANITARIO

Metà della popolazione dipende ormai dagli aiuti, mentre già qualche settimana fa – prima del riaccendersi del conflitto, alla vigilia del quinto anniversario dell’indipendenza dello scorso 7 luglio –  si contavano 2,5 milioni di sfollati e 4,8 milioni di persone rimaste senza cibo. Gli scontri, solo nella capitale Juba, hanno già causato almeno 300 vittime e decine di migliaia di sfollati, lasciando molte più persone senza cibo, acqua e riparo.

“Se le condizioni di sicurezza peggioreranno, fornire aiuti sarà logisticamente impossibile. – spiega Alessandro Cristalli responsabile per il Corno d’Africa di Oxfam Italia – A oggi siamo riusciti a scongiurare la carestia nelle aree più difficili da raggiungere, ma se non avremo modo di operare a pieno regime le conseguenze saranno catastrofiche”.

A causa del recente peggioramento della situazione, molte organizzazioni hanno dovuto infatti ridurre temporaneamente il loro personale nel paese. Mentre scorte di cibo, acqua e materiali di primo soccorso sono stati saccheggiati anche dopo il raggiungimento del cessate il fuoco. In un paese che ha soltanto 200 chilometri di strade asfaltate, il conflitto in corso e le restrizioni imposte sui voli interni impediscono alle agenzie di portare aiuti alla popolazione e rifornire i punti di distribuzione dei beni e materiali necessari.

“Ancora una volta, rischiamo di abbandonare il Sud Sudan nel momento di maggior bisogno. – ha dichiarato Kate Phillips-Barrasso, Senior Director of Policy and Advocacy per l’International Rescue Committee –  Molte agenzie di aiuto hanno dovuto sospendere o limitare il lavoro di primo soccorso a causa degli scontri, e sono proprio le persone più vulnerabili a pagarne il prezzo. La comunità internazionale deve raddoppiare i suoi sforzi per trovare una soluzione alla crisi, lo status quo, semplicemente, non è abbastanza”.

Da qui l’appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, affinché assicuri la protezione dei civili, garantendo che le organizzazioni umanitarie possano lavorare in sicurezza in tutto il paese.

“L’incapacità delle forze di pace delle Nazioni Unite di proteggere i civili genera insicurezza nel paese e impedisce alle organizzazioni umanitarie di portare i soccorsi necessari alla popolazione. – ha detto Frederick McCray, Country Director di CARE in Sud Sudan – UNMISS deve rispettare il suo mandato: proteggere i civili e il personale umanitario per favorire gli aiuti”.

In questa direzione diviene perciò necessario il raggiungimento di un cessate il fuoco duraturo tra le parti in conflitto.

 “Il Sud Sudan ha bisogno di una pace duratura. – conclude Deepmala Mahla, Country Director di Mercy Corps in Sud Sudan – È perciò essenziale che le parti in conflitto rispettino il cessate il fuoco e lavorino insieme per trovare una soluzione. La popolazione del Sud Sudan ha già sofferto troppo e per troppo tempo”.

Crisi rifugiati, il disequilibrio nell’accoglienza mondiale

I sei paesi più ricchi nel mondo – Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito –  pur contribuendo per più della metà all’economia globale, ospitano solo il 9% dei rifugiati. Mentre altri sei paesi, ben più poveri ma vicini alle peggiori aeree di crisi, si stanno facendo carico del 50,2% dei rifugiati e richiedenti asilo di tutto il mondo.  

Sono i dati diffusi oggi da Oxfam, attraverso il report La misera accoglienza dei ricchi del mondo che rivela come l’anno scorso le sei economie più grandi del pianeta hanno ospitato complessivamente 2,1 milioni di rifugiati e richiedenti asilo, ossia solo l’8,88% del totale. Un dato molto inferiore alla risposta di Giordania, Turchia, Libano, Sud Africa, Pakistan e Territorio Palestinese Occupato, – che pur rappresentando meno del 2% dell’economia mondiale – ne hanno accolti oltre 11,9 milioni.  

L’Italia, pur impegnata in prima linea con 134.997 persone ospitate (lo 0,6% del totale) è ancora lontana dalle cifre raggiunte dalla Germania nell’ultimo anno, che in controtendenza ha infatti aperto i propri confini a 736.740 persone, aumentando il numero di rifugiati accolti.

“Questo flusso epocale di persone che fuggono da situazioni in cui non si può sopravvivere, a causa di guerre, carestie e povertà, deve trovare maggiore accoglienza da parte di tutti i paesi e sono le maggiori potenze economiche in primis, a dover moltiplicare il loro impegno. – afferma la Presidente di Oxfam Italia, Maurizia Iachino – Sono uomini, donne, anziani e bambini, troppo spesso obbligati a rischiare la propria vita per raggiungere un luogo sicuro. I paesi più poveri stanno facendosi carico di garantire loro protezione e sicurezza, ma anche i paesi più ricchi devono fare di più. Siamo di fronte a una sfida complessa che richiede una risposta globale ben coordinata e responsabilità condivise”.

Verso i Summit di New York: fondamentale un’inversione di rotta 

Oggi più di 65 milioni di persone sono in fuga a causa di conflittipersecuzioni e violenza: è il più alto numero mai registrato. Un terzo di queste persone sono rifugiati e richiedenti asilo al di fuori del loro paese. Un esodo causato soprattutto dalla guerra in Siria, ma anche da situazioni di instabilità che avvengono in altri paesi, come Sud Sudan, Burundi, Iraq e Yemen. 

Un quadro che vede i paesi economicamente avanzati accogliere un numero ancora limitato di persone che scappano da atrocità e fame. Il recente accordo Ue-Turchia ha lasciato migliaia di uomini, donne e bambini in Grecia, in condizioni critiche e in assenza di certezze sui propri diritti. Un patto che rischia di innescare un effetto domino: il Kenya, a questo proposito – annunciando la chiusura del campo profughi di Dadaab – ha fatto sapere che se l’Europa può permettersi di non accogliere i siriani, allora il suo governo può fare altrettanto con i somali.

I prossimi 19 e 20 settembre a New York si terranno due vertici fondamentali per definire come far fronte alla crisi migratoria globale. In vista di questo doppio appuntamento Oxfam ha lanciato la petizione Stand As One, insieme alle persone in fugaun appello per chiedere ai leader mondiali di garantire sicurezza, protezione, dignità e futuro ai milioni di persone costrette a lasciarsi tutto alle spalle.

“Nel nostro paese osserviamo quotidianamente all’arrivo di tante persone che hanno compiuto drammatici viaggi della speranza alla ricerca di un rifugio sicuro. continua Maurizia Iachino.  E’ quindi prioritario che i governi con economie più forti si impegnino a portare cambiamenti sostanziali nei Paesi in via di sviluppo, dove la maggior parte dei profughi di tutto il mondo sta vivendo in una provvisorietà senza prospettive. In primis chiediamo al nostro governo di rinnovare l’impegno a proteggere la vita di queste persone e assicurare loro un trattamento dignitoso e il diritto di chiedere protezione internazionale: confermando la propria volontà di investire nello sviluppo dei paesi più poveri e nella risoluzione dei conflitti, a partire dai prossimi appuntamenti di New York e nel momento in cui l’Italia assumerà la presidenza del G7”, conclude Iachino.

 Le richieste di Oxfam

In vista dei summit di settembre Oxfam chiede perciò ai leader mondiali che:

  • I paesi più ricchi accolgano un maggior numero di rifugiati, aumentando sostanzialmente gli aiuti ai paesi in via di sviluppo che ospitano la maggior parte delle persone costrette a fuggire;
  • Tutti i paesi che ospitano persone in fuga siano messi nelle condizioni di dare loro aiuto e protezione e garantire loro accesso all’istruzione e al lavoro;

Tutti i paesi rispettino i diritti umani di tutti i migranti, a prescindere dal loro status giuridico.

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Il prossimo settembre i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga

La luce in fondo al tunnel per una famiglia siriana

di Joelle Bassoul, responsabile di comunicazione in emergenza di Oxfam, da Amman, Giordania.

Questa volta l’atmosfera è più rilassata. Risate e scherzi riempiono la stanza e i volti hanno una luce di speranza inconfondibile. Abed (per precauzione il vero nome è stato cambiato, come quello di tutte le persone citate) mi racconta cosa è successo negli ultimi mesi da quando ho conosciuto la sua famiglia in un appartamento piccolo e malsano nella periferia di Amman, la capitale giordana. Li incontro nuovamente nella casa del fratello, in cui si sono trasferiti.

I bagagli sono in attesa in un angolo. Domani voleranno in Florida, negli Stati Uniti. Hanno un biglietto di sola andata verso la sicurezza e una nuova vita.
Dopo i primi due incontri con il personale per il reinsediamento nel 2015, il nostro caso è rimasto sospeso fino a marzo di quest’anno“, dice il padre di quattro figli, tirando fuori da una busta di plastica i documenti in arabo timbrati dall’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (OIM), che ha preso in carica il loro caso. Le domande dettagliate e le risposte danno alla famiglia di rifugiati siriani un’idea circa la loro vita futura: In quale stato andrò a vivere? Ci sono altri arabi?
Abed, Reema e i quattro figli, fuggiti dopo la guerra che ha devastato la loro città, Homs, non hanno mai viaggiato in aereo e sono impazienti di prendere il volo verso gli Stati Uniti. Solo una cosa appanna la loro felicità: l’assenza del bimbo più piccolo Mohammad. “Quando ci hanno chiamati per proseguire le pratiche a marzo, i funzionari continuavano a chiedermi dove fosse Mohammad. Un ufficiale entrava nella stanza, faceva la domanda, ascoltava la risposta, e se ne andava per lasciare il posto a un altro che faceva lo stesso. Una decina di loro mi hanno chiesto di Mohammad“.
La risposta era sempre la stessa: il cuore del piccolo non ha resistito abbastanza fino alla fine del processo di reinsediamento. Si è fermato a novembre 2015 dopo aver combattuto contro un deficit congenito. È stata la malattia di Mohammad che ha accelerato l’elaborazione del caso, dal momento che il processo di reinsediamento negli Stati Uniti può richiedere fino a 24 mesi. Il bambino non ha vissuto abbastanza a lungo per sentire i raggi del sole della Florida sulla pelle.
Ho il suo certificato di nascita e di morte”, dice Abed. La memoria del bambino rimane in quella della sua famiglia in ogni momento. “È un angelo che veglia su di noi. Ci proteggerà. Inshallah”, dice sua madre Reema. I tre figli e la figlia non lasciano ai genitori il tempo di piangere per l’assenza del fratello. Saltano, cantano e si esercitano in inglese. “Come si dice: mi puoi dare un po’ d’acqua in inglese?” Chiede Safaa, 7 anni. La madre risponde immediatamente. “Ho imparato un po’ di inglese in Siria”, dice con orgoglio, “e Abed e io di recente abbiamo partecipato a un’introduzione culturale di tre giorni”. Anche se la famiglia è stata allontanata dalla propria terra, Siria e Giordania condividono una cultura simile e sono stati quindi in grado di adattarsi rapidamente. Per loro, attraversare l’altro lato dell’Atlantico è un salto nel buio, che produce allo stesso tempo eccitazione e ansia.
La famiglia ripassa l’elenco di tutte le cose che riceveranno: casa con affitto pagato il primo mese, un finanziamento da parte dello Stato, scuole, corsi di inglese, e, per ultimo, la carta di soggiorno permanente. “Ma per questo, abbiamo bisogno di rimanere nel paese per mille giorni“, spiega Abed.

(Al momento della pubblicazione, Abed e Safaa cominciano una nuova vita negli Stati Uniti)

Non ti mancheranno la Siria e i tuoi fratelli rimasti a Homs?” Chiedo. “Mia madre ha pianto molto quando le ho detto che saremmo partiti. Può darsi che si riesca a tornare un giorno, quando ci sarà la pace, ma soprattutto quando i bambini avranno ricevuto un’istruzione adeguata. Non c’è più niente in Siria. Hanno raso al suolo la nostra casa”.

Abed riflette un momento, come per assimilare l’importanza che il viaggio avrà per tutta la famiglia. Sa di essere tra i pochi fortunati ad esservi riusciti. Anche se il presidente Obama ha promesso di reinsediare 10.000 rifugiati siriani tra il settembre 2015 e il settembre 2016, fino ad ora il numero di persone accolte è meno della metà. “Sono disposto a fare qualsiasi cosa per far sì che le cose vadano bene negli Stati Uniti “, dice Abed, prendendo il figlio più piccolo sulle ginocchia. “Venderemo pannocchie sulla spiaggia, se necessario, giusto Moussa?” Dice mentre bacia il bambino sulla testa.
La spiaggia. Quella parola magica che riesce a eccitare i quattro bambini. Hanno visto le onde e la sabbia solo in televisione. Reema ancora non riesce ad abituarsi all’idea che le donne indossino il bikini. Guarda Abed con un sorriso timido, per poi chiedere: “Pensi che possa indossare il velo lucido in Florida?” Il marito sobbalza: “Sicuramente si mette via il burqa!” il fitto velo nero che copre il volto delle donne, con cui solo gli occhi sono visibili.

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Il prossimo settembre i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga