DIMMI di Storie Migranti

Accoglienza e integrazione

Vogliamo contrastare le cause della xenofobia e dell’intolleranza con gli strumenti della cultura “dal basso”, favorendo percorsi formativi e informativi che contribuiscano alla crescita di cittadini “globali” per cui la “diversità” rappresenti una risorsa.

Vogliamo promuovere e supportare con strumenti adeguati alla popolazione una migliore conoscenza ed esperienza dei temi della migrazione, dell’accoglienza e dell’integrazione partendo dal racconto di sé come strumento di conoscenza ed incontro con l’Altro.

Sono alcuni degli obiettivi che si pone il progetto “DIMMI di Storie Migranti”, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), e implementato da Un Ponte Per… insieme a 46 organizzazioni partner su tutto il territorio italiano, in Iraq e in Libano.

Attività e destinatari

Il progetto si rivolgerà in modo particolare ad oltre 5.000 studentesse e studenti in Italia, delle scuole secondarie e delle università; ad oltre 450 insegnanti e docenti; ad oltre 400 persone migranti e alle comunità locali di Campania, Lazio, Lombardia, Toscana, Veneto, Sicilia.

Sono previste sia numerose attività laboratoriali dedicate ai migranti, che specifiche formazioni scolastiche e universitarie sui temi del contrasto alla xenofobia e tecniche di narrazione.

Verrà favorita a livello nazionale la raccolta, la conservazione e la valorizzazione di storie migranti che possano mostrare in modo diretto la complessità dei fenomeni migratori, dei percorsi di integrazione e di accoglienza in atto, attraverso lo sviluppo di canali e strumenti espressivi che valorizzino il racconto di storie personali delle persone migranti.

La collaborazione con realtà che si occupano di comunicazione e informazione permetterà la creazione di una piattaforma web narrativa sulla quale raccogliere e diffondere le storie raccolte.

Parallelamente saranno realizzate attività di sensibilizzazione e informazione verso la cittadinanza sui temi dell’accoglienza e della migrazione.

Grazie al contributo delle tante organizzazioni partner, verranno poi realizzati gemellaggi scolastici e universitari tra istituti in Italia e Centri di aggregazione o classi sia in Iraq che in Libano, dove Un Ponte Per… opera da anni.

Per saperne di più e per essere sempre aggiornati è anche possibile seguire la pagina Facebook del progetto DIMMI di Storie Migranti.

Concorso DIMMI 2019

Il racconto di sé come strumento d’incontro con l’altro: è questo il presupposto del Concorso Dimmi 2019, indetto in occasione della XXXV edizione del “Premio Pieve Saverio Tutino” organizzato dall’Archivio Diaristico Nazionale e aperto alle prime 150 storie che arriveranno entro il 30 aprile 2019.

 

Concorso DIMMI 2019

Il racconto di sé come strumento d’incontro con l’altro: è questo il presupposto del Concorso Dimmi 2019, indetto in occasione della XXXV edizione del “Premio Pieve Saverio Tutino” organizzato dall’Archivio Diaristico Nazionale e aperto alle prime 150 storie che arriveranno entro il 30 aprile 2019.

L’idea è quella di promuovere una conoscenza più approfondita rispetto ai temi della migrazione, partendo dai ‘Diari Multimediali Migranti’ ovvero racconti in prima persona dai migranti (o dalle persone migranti sul nostro territorio) dei migranti con l’obiettivo di costruire una nuova narrazione, superare gli stereotipi e le semplificazioni, contribuire alla crescita di una cittadinanza globale.

Un’idea nata nel 2012 grazie al sostegno di Regione Toscana e che ha già portato – grazie alle prime tre edizioni del concorso – alla raccolta di oltre 220 narrazioni migranti.

Il concorso 2019 s’inserisce nell’ambito di “DIMMI di Storie Migranti“, un progetto più ampio, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), guidato dalla Ong Un Ponte Per… e che vede la collaborazione di 47 partner tra organizzazioni non governative, associazioni, Comuni e Regioni.

Un Comitato Scientifico, composto da rappresentanti di diverse organizzazioni, si occuperà di valutare e ammettere al Concorso le prime 150 opere pervenute entro la data del 30 aprile 2019. I racconti potranno essere in forma scritta o servirsi di fotografie, immagini, e-mail, lettere e disegni, cartoline, video o musica, purché inediti e strettamente autobiografici, cioè riferiti a se stessi. Dovrà essere mantenuta la forma originaria della narrazione e l’autenticità del linguaggio (non verrà dato peso ad eventuali incertezze linguistiche e grammaticali). Non saranno accolte invece opere romanzate, bensì solo racconti veritieri che abbiano per tema la propria esistenza. Al concorso sono ammessi racconti di sé redatti anche non in lingua italiana. In tal caso è obbligatorio consegnare il testo (o video/audio) originale con allegata una traduzione in lingua italiana e qualsiasi altro materiale che permetta di valutare l’autenticità della narrazione.

Il Comitato selezionerà poi una o più opere per assegnare una menzione speciale per ciascuna delle due seguenti categorie: autori e autrici che non abbiano compiuto il 21esimo anno d’età al momento della consegna della narrazione; autori e autrici che abbiano superato i 21 anni di età.

Le opere scelte per la menzione speciale saranno premiate con la pubblicazione presso un editore di livello nazionale.

L’annuncio delle opere vincitrici sarà dato in occasione della XXXV edizione del “Premio Pieve Saverio Tutino” che si svolgerà a Pieve Santo Stefano, Arezzo, dal 13 al 15 settembre 2019.

Per conoscere i dettagli del concorso, i criteri di ammissione e non ammissione delle testimonianze, basta scaricare il regolamento.

Per partecipare, è necessario scaricare e compilare il modulo di partecipazione e inviarlo, insieme all’opera, a uno dei recapiti indicati sul regolamento.

Per saperne di più e per essere sempre aggiornati è anche possibile seguire la pagina Facebook del progetto DIMMI di Storie Migranti.

Storie in fuga

Qasm ha 4 anni. Ha trovato rifugio nel campo per sfollati nel villaggio di Tinah, a Sud di Mosul.

Storie di chi è costretto a fuggire

Oltre 65 milioni di persone sono costretti ad abbandonare le proprie case a causa di guerre, catastrofi naturali, fame e povertà. Queste sono le storie di alcuni di loro.

Dalla Siria all’Italia

Khalil e Fatem sono fuggiti dalla loro città natale, Raqqa, in Siria, nel 2013, quando il loro figlio Mohamed era appena nato.

Khalil e Fatem sono fuggiti dalla loro città natale, Raqqa, in Siria, nel 2013, quando il loro figlio Mohamed era appena nato. Hanno raggiunto il Libano, dove è nato Ahmad e dove hanno vissuto condividendo una sola stanza senza riscaldamento. I bambini si ammalavano spesso e Khalil non riusciva a trovare lavoro, per cui era costretto a elemosinare cibo o denaro dai vicini. Una volta saputo che questi erano stati selezionati per partecipare al programma dei corridoi umanitari e accolti in Italia, Khalil ha deciso di provare a chiedere lo stesso per la sua famiglia.

Dopo due interviste, è arrivata la bella notizia: non avrebbero mai immaginato che il destino li avrebbe portati nel nostro paese, dove vogliono imparare al più presto la lingua e lavorare per far studiare i loro figli, dando loro un futuro migliore.

La famiglia di Kahlil è stata accolta in Italia grazie al programma dei Corridoi umanitari, che gestiamo in collaborazione con la Chiesa Valdese, che garantirà a 500 rifugiati, tra l’altro, assistenza legale, mediazione linguistico culturale, corsi di lingua italiana.

Iraq

Qasm ha 4 anni. Ha trovato rifugio con la sua famiglia nel campo per sfollati nel villaggio di Tinah, circa 70 km a Sud di Mosul. Abitavano poco lontano, nel villaggio di Imam Gharbi, quando questo è stato occupato dalle milizie dell’ISIS. L’esercito iracheno ha ripreso possesso della zona, ma le operazioni militari nel corridoio di Mosul hanno spinto centinaia di migliaia di civili ad abbandonare le proprie case. Abbiamo aiutato la famiglia di Qasm e tante altre come la sua distribuendo acqua, cibo, coperte e generi di prima necessità per permettere loro di sopravvivere.

Qasm ha 4 anni. Ha trovato rifugio nel campo per sfollati nel villaggio di Tinah, a Sud di Mosul.

Più di 10 milioni di persone – di cui la metà bambini – hanno bisogno di assistenza umanitaria in Iraq, e 3.4 milioni sono gli sfollati a causa della guerra.

Sud Sudan

In seguito alle violenze nel loro villaggio, Nyandiew e Nyachak sono riuscite a fuggire in canoa con i figli.

In seguito alle violenze nel loro villaggio, Nyandiew e  Nyachak sono riuscite a fuggire in canoa con i figli. I mariti purtroppo sono rimasti indietro, e di loro non si sa nulla. Nyandiew e  Nyachak si  sono rifugiate nelle paludi, dove hanno più possibilità di trovare cibo e sopravvivere. Non hanno una casa dove tornare: tutto quello che avevano è andato perduto. A causa del conflitto e della siccità, il Sud Sudan è vittima di una drammatica carestia che ha spinto milioni di persone alla fame.

Per aiutare le famiglie come quella di Nyandiew e Nyachak abbiamo retribuito le persone perché conducano le canoe e consegnino gli aiuti a chi ha bisogno. Abbiamo inoltre installato pompe, pozzi e latrine, in modo da garantire acqua e potabile e prevenire la diffusione del colera e di altre malattie potenzialmente mortali.

Nigeria

Quando le milizie di Boko Haram sono arrivate nel suo villaggio, Fatimata è fuggita e ha cercato rifugio nel campo di Muna Garage; ora, con molte donne come lei, attende di essere intervistata per essere accolta. Il campo ospita più di 30mila sfollati. E’ una crisi di proporzioni drammatiche quella che interessa i paesi del bacino del lago Chad. Il conflitto che è iniziato in Nigeria otto anni fa tra Boko Haram e i militari che gli si sono opposti si è diffuso in Niger, Chad e Camerun.

Quando le milizie di Boko Haram sono arrivate nel suo villaggio, Fatimata è fuggita e ha cercato rifugio nel campo di Muna Garage

Più di 2.6 milioni di persone, di cui 1.5 milioni di bambini, sono fuggiti per salvarsi e quasi 11 milioni hanno urgente bisogno di aiuto. Quasi 7 milioni soffrono la fame e 500.000 bambini sono malnutriti.

Lavoriamo in Nigeria, Niger e Chad aiutando sfollati, rifugiati e comunità locali distribuendo cibo, acqua potabile, installando servizi igienici e facendo pressione su governi e istituzioni perché soccorrano e proteggano i civili.

Il cuore viola con i bambini in fuga

La solidarietà scende in campo allo Stadio Artemio Franchi al fianco di Oxfam Italia, in occasione di Fiorentina-Milan, per raccogliere…

Nel mondo muore 1 persona ogni 80 minuti lungo le rotte migratorie

Dal ritrovamento del corpo del piccolo Alan Kurdi, i decessi delle persone in fuga dai loro paesi aumentati di oltre 1/5

Insieme alle persone in fuga

Oggi, in piena estate, migliaia di persone sono ancora in attesa di conoscere il proprio destino.

La luce in fondo al tunnel per una famiglia siriana

di Joelle Bassoul, responsabile di comunicazione in emergenza di Oxfam, da Amman, Giordania.

Questa volta l’atmosfera è più rilassata. Risate e scherzi riempiono la stanza e i volti hanno una luce di speranza inconfondibile. Abed (per precauzione il vero nome è stato cambiato, come quello di tutte le persone citate) mi racconta cosa è successo negli ultimi mesi da quando ho conosciuto la sua famiglia in un appartamento piccolo e malsano nella periferia di Amman, la capitale giordana. Li incontro nuovamente nella casa del fratello, in cui si sono trasferiti.

I bagagli sono in attesa in un angolo. Domani voleranno in Florida, negli Stati Uniti. Hanno un biglietto di sola andata verso la sicurezza e una nuova vita.
Dopo i primi due incontri con il personale per il reinsediamento nel 2015, il nostro caso è rimasto sospeso fino a marzo di quest’anno“, dice il padre di quattro figli, tirando fuori da una busta di plastica i documenti in arabo timbrati dall’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (OIM), che ha preso in carica il loro caso. Le domande dettagliate e le risposte danno alla famiglia di rifugiati siriani un’idea circa la loro vita futura: In quale stato andrò a vivere? Ci sono altri arabi?
Abed, Reema e i quattro figli, fuggiti dopo la guerra che ha devastato la loro città, Homs, non hanno mai viaggiato in aereo e sono impazienti di prendere il volo verso gli Stati Uniti. Solo una cosa appanna la loro felicità: l’assenza del bimbo più piccolo Mohammad. “Quando ci hanno chiamati per proseguire le pratiche a marzo, i funzionari continuavano a chiedermi dove fosse Mohammad. Un ufficiale entrava nella stanza, faceva la domanda, ascoltava la risposta, e se ne andava per lasciare il posto a un altro che faceva lo stesso. Una decina di loro mi hanno chiesto di Mohammad“.
La risposta era sempre la stessa: il cuore del piccolo non ha resistito abbastanza fino alla fine del processo di reinsediamento. Si è fermato a novembre 2015 dopo aver combattuto contro un deficit congenito. È stata la malattia di Mohammad che ha accelerato l’elaborazione del caso, dal momento che il processo di reinsediamento negli Stati Uniti può richiedere fino a 24 mesi. Il bambino non ha vissuto abbastanza a lungo per sentire i raggi del sole della Florida sulla pelle.
Ho il suo certificato di nascita e di morte”, dice Abed. La memoria del bambino rimane in quella della sua famiglia in ogni momento. “È un angelo che veglia su di noi. Ci proteggerà. Inshallah”, dice sua madre Reema. I tre figli e la figlia non lasciano ai genitori il tempo di piangere per l’assenza del fratello. Saltano, cantano e si esercitano in inglese. “Come si dice: mi puoi dare un po’ d’acqua in inglese?” Chiede Safaa, 7 anni. La madre risponde immediatamente. “Ho imparato un po’ di inglese in Siria”, dice con orgoglio, “e Abed e io di recente abbiamo partecipato a un’introduzione culturale di tre giorni”. Anche se la famiglia è stata allontanata dalla propria terra, Siria e Giordania condividono una cultura simile e sono stati quindi in grado di adattarsi rapidamente. Per loro, attraversare l’altro lato dell’Atlantico è un salto nel buio, che produce allo stesso tempo eccitazione e ansia.
La famiglia ripassa l’elenco di tutte le cose che riceveranno: casa con affitto pagato il primo mese, un finanziamento da parte dello Stato, scuole, corsi di inglese, e, per ultimo, la carta di soggiorno permanente. “Ma per questo, abbiamo bisogno di rimanere nel paese per mille giorni“, spiega Abed.

(Al momento della pubblicazione, Abed e Safaa cominciano una nuova vita negli Stati Uniti)

Non ti mancheranno la Siria e i tuoi fratelli rimasti a Homs?” Chiedo. “Mia madre ha pianto molto quando le ho detto che saremmo partiti. Può darsi che si riesca a tornare un giorno, quando ci sarà la pace, ma soprattutto quando i bambini avranno ricevuto un’istruzione adeguata. Non c’è più niente in Siria. Hanno raso al suolo la nostra casa”.

Abed riflette un momento, come per assimilare l’importanza che il viaggio avrà per tutta la famiglia. Sa di essere tra i pochi fortunati ad esservi riusciti. Anche se il presidente Obama ha promesso di reinsediare 10.000 rifugiati siriani tra il settembre 2015 e il settembre 2016, fino ad ora il numero di persone accolte è meno della metà. “Sono disposto a fare qualsiasi cosa per far sì che le cose vadano bene negli Stati Uniti “, dice Abed, prendendo il figlio più piccolo sulle ginocchia. “Venderemo pannocchie sulla spiaggia, se necessario, giusto Moussa?” Dice mentre bacia il bambino sulla testa.
La spiaggia. Quella parola magica che riesce a eccitare i quattro bambini. Hanno visto le onde e la sabbia solo in televisione. Reema ancora non riesce ad abituarsi all’idea che le donne indossino il bikini. Guarda Abed con un sorriso timido, per poi chiedere: “Pensi che possa indossare il velo lucido in Florida?” Il marito sobbalza: “Sicuramente si mette via il burqa!” il fitto velo nero che copre il volto delle donne, con cui solo gli occhi sono visibili.

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Il prossimo settembre i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga