La politica UE sui biocarburanti che affama il pianeta

Il nuovo report Terra che brucia, clima che cambia: come l’industria condiziona la politica europea sui biocarburanti, rivela come lo strapotere delle lobby dei grandi produttori di biocarburanti stia fortemente influenzando la riforma della legislazione europea sul tema a spese delle comunità locali in molti paesi poveri, privando quest’ultime della terra necessaria alla propria sussistenza e aumentando le emissioni di CO2 in atmosfera. Una politica che costa ai cittadini europei tra i 5,5 e i 9,1 miliardi di euro ogni anni e che fino al 2012 ha richiesto 78.000 km2 di terra in più, un’area più grande di Belgio e Olanda messi insieme.

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L’Unione europea deve rivedere al più presto la sua politica sui biocarburanti. Una legislazione che ad oggi consente alle grandi corporation una produzione fondata essenzialmente su combustibili derivanti da colture ad uso alimentare, su una scarsa attenzione per l’impatto sull’ambiente e sull’espropriazione di terra ai danni di migliaia di piccoli contadini.
La crescente richiesta di biocarburanti in Europa priva intere comunità del diritto alla terra

Il report analizza l’impatto devastante di questa politica in tre continenti, riportando casi emblematici di intere comunità private dei propri diritti e rimaste vittime dell’esproprio di terre abitate per generazioni in Tanzania, Perù e Indonesia. Una conseguenza della crescente domanda di materie prime agricole per produrre bioenergia in Europa.

Per questo motivo lanciamo un appello urgente affinché l’Unione europea presenti entro un mese un piano di riforma della legislazione che consente l’utilizzo di biocarburanti ottenuti da colture alimentari e energetiche, sottratte alla produzione di cibo nei paesi poveri.

Le decisioni volte a diversificare le fonti energetiche e a tagliare i combustibili fossili, sono spesso prese dai paesi dell’Unione europea senza attente valutazioni sulla sostenibilità sociale e ambientale delle fonti alternative utilizzate. In tal modo l’Ue si fa responsabile – direttamente o indirettamente – di espropri di terre determinando povertà e fame nei paesi più vulnerabili; oltre che di un aumento delle emissioni di CO2 in atmosfera. –  dichiara Elisa Bacciotti, direttrice delle nostre campagne  –  Così facendo l’Unione europea lascia campo libero a forze di mercato che ignorano totalmente la sostenibilità dell’intero pianeta”.

Lo “strapotere” dei produttori di biocarburante: sette lobbisti per ogni funzionario europeo

La lobby dei produttori europei di biocarburanti, da sola, è adesso finanziariamente potente quanto la lobby del tabacco e impiega 121 lobbisti per difendere i propri interessi. Ciò significa che, per ogni funzionario che lavora alla nuova politica sulla sostenibilità delle bioenergie della Commissione europea, l’industria ha sette lobbisti che lavorano per indebolirla.

Secondo gli ultimi dati contenuti nel Registro per la trasparenza dell’Unione europea, solo l’anno scorso i produttori europei di biocarburanti hanno speso oltre 14 milioni di euro per l’assunzione di quasi 400 lobbisti per influenzare la politica europea. In tutto parliamo di 600 lobbisti: un numero superiore all’intero staff della Direzione Generale per l’Energia della Commissione europea.

Un’azione di lobby che, oltre a contrastare una corretta riforma del settore, sta lavorando per un’ulteriore sviluppo della politica sui biocarburanti attuata sino ad ora. Un trend che, oltre a danneggiare il clima e la vita di migliaia di persone, secondo le stime sta già costando ai cittadini europei tra i 5,5 e i 9,1 miliardi di euro ogni anno (in termini di esenzioni fiscali e sussidi pubblici alle imprese finanziati attraverso tasse, bollette e rincari alla pompa dei carburanti pagati da cittadini)

La produzione di biocarburanti da coltivazioni ad uso alimentare inquina il 50% in più dell’energia prodotta da combustibili fossili

Così facendo, l’Unione europea sta rischiando di venire meno ai propri impegni internazionali per lo sviluppo sostenibile e di mettere a repentaglio gli impegni assunti per contrastare il cambiamento climatico. In media, la produzione di biocarburanti da coltivazioni ad uso alimentare porta al 50% in più di emissioni di gas serra rispetto alla produzione energetica da combustibili fossili. Una politica che ha un impatto ben oltre i confini europei soprattutto per il consumo di terra. Solo nel 2012, oltre il 40% della terra necessaria per la produzione europea di biocarburanti era infatti situata in paesi extraeuropei. Un fattore che non ha fatto che accrescere la dipendenza dell’Unione europea dalle importazioni di biocarburanti.

L’impatto della produzione dei biocarburanti nei paesi poveri

In questo quadro abbiamo lanciato l’allarme sull’incremento del numero di accordi per l’acquisizione di terra su larga scala a spese delle comunità locali e degli episodi di violenza collegati. Tra questi accordi molti sono legati alla crescente domanda di energia dalle piante. In particolare, si sono studiati casi in Tanzania, Perù e Indonesia, dove le coltivazioni per la produzione di biocarburanti e di olio di palma hanno causato lo sfratto di intere comunità dai terreni dove vivevano, coltivavano, cacciavano e si guadagnavano da vivere da generazioni.

“Le aziende che producono biocarburanti hanno troppo spesso mano libera nei paesi del sud del mondo, a causa di vuoti normativi e di un debole sistema di governance locale che non riesce a tutelare adeguatamente i diritti alla terra delle comunità locali”, aggiunge Bacciotti.

Nella provincia di Bengkulu, ad esempio, nella costa sud-occidentale di Sumatra in Indonesia, la PT Sandabi Indah Lestari (PT SIL), azienda legata alla produzione di biocarburanti, nega alle comunità locali l’accesso a mille ettari di terra che il Governo ha concesso loro. Lo fa attraverso minacce e violenze, distruggendo le abitazioni e le coltivazioni.  “Abbiamo paura. – racconta un abitante del villaggio di Lunjuki – La nostra vita è lì. La nostra sopravvivenza dipende dalla nostra terra. Perché vogliono privarcene?”

Il “costo” della domanda globale di olio di palma

La domanda globale di olio di palma, una delle principali materie prime utilizzate nella produzione di biocarburanti,

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sta continuando a crescere. Un settore in cui l’Unione europea è tra i tre primi importatori mondiali. Poiché la terra disponibile nel sud-est asiatico diminuisce, l’industria dei biocarburanti sta cercando aggressivamente di espandersi dall’Indonesia e dalla Malesia in nuove aree come la regione amazzonica, diventata la nuova frontiera per la produzione di olio di palma.

“Se l’Ue non si doterà di criteri minimi per la sostenibilità sociale dei biocarburanti, impedendo ai produttori europei di approvvigionarsi di olio di palma dalle terre dove i diritti umani e il diritto alla terra delle comunità locali sono stati violati, sarà di fatto complice di un sistema profondamente ingiusto”, conclude Bacciotti.

La richieste all’Unione europea

Facciamo appello all’Unione europea, affinché investa di più e meglio nell’efficienza energetica e in fonti energetiche che siano realmente sostenibili. Tale politica deve includere le emissioni indirette di carbonio derivanti dal cambio di destinazione di uso della terra e deve senza dubbio esigere, dalle aziende operanti nel settore delle bioenergie, l’ottenimento del consenso libero, preventivo e informato da parte delle comunità locali coinvolte nelle loro filiere di produzione.

 

 

Si inasprisce la spirale di violenza nella corsa globale alla terra

Il land grabbing è uno scandalo

Il diritto alla terra per gran parte dei popoli indigeni e le comunità di piccoli agricoltori è sempre più un miraggio. In milioni sono costretti con la forza a lasciare la propria casa, mentre nel mondo si registra che un’estensione di terra pari alla Germania è stata messa in vendita nel totale disprezzo dei loro diritti. 

A rivelarlo è il nostro nuovo rapporto, Custodi della terra, difensori del nostro futuro, realizzato in collaborazione con la Land Matrix Initiative e presentato oggi a Terra Madre nell’ambito della campagna Land Rights Now.

L’impennata di violenza nella corsa alla terra

Il 75% delle oltre 1.500 transazioni fondiarie, indagate negli ultimi 16 anni, riguarda contratti relativi a progetti già in fase di realizzazione; ma il dato più preoccupante è che il 59% di queste riguarda terre comuni rivendicate da popoli indigeni e comunità di piccoli agricoltori, la cui titolarità alla terra è scarsamente riconosciuta dai governi. Solo in rari casi si è stabilito un dialogo preventivo con le comunità, mentre più spesso, e tragicamente, si è fatto ricorso alla violenza estrema che ha portato a omicidi e sfratti indiscriminati in moltissimi villaggi. Una prassi che, dalle osservazioni sul campo, sembra diventare la norma.

“Stiamo entrando in una fase nuova della corsa globale alla terra, più pericolosa – ha detto Roberto Barbieri, il nostro direttore generale – La frenetica compravendita di milioni di ettari di foreste, coste e terreni coltivati, in molti paesi poveri, porta a omicidi e sfratti delle popolazioni indigene. Un vero e proprio etnocidio. Gli accordi e i progetti realizzati sulla terra che viene accaparrata avvengono nel totale disprezzo del consenso delle comunità locali che lì vivono da sempre. Occorre intervenire con urgenza in questo quadro destinato a generare conflitti sempre più sanguinosi”.

La grande disuguaglianza nella proprietà della terra

2,5 miliardi di persone appartenenti ai popoli indigeni abitano più di metà della Terra, ma formalmente gli vengono riconosciuti titoli di proprietà soltanto per un quinto di essa. Un’emergenza che continua a peggiorare col passare del tempo e che, evidenzia il report, è sempre più inestricabilmente legata alla lotta alla fame così come alla tutela della biodiversità e alla lotta ai cambiamenti climatici. Ecco perché, attraverso la campagna Land Rights Now, lanciamo un appello ai governi dei diversi paesi coinvolti, affinché la quantità di terra formalmente posseduta dalle comunità indigene raddoppi entro il 2020.

“Privare milioni di persone della terra su cui hanno vissuto per intere generazioni rappresenta un attacco alla loro identità culturale, oltre che alla loro dignità e alla loro sicurezza. – continua Barbieri – Salvaguardare il loro diritto alla terra è essenziale per affrontare in maniera decisa il problema della fame, della disuguaglianza e del cambiamento climatico. Per questo motivo è necessario che i governi se ne facciano carico il prima possibile”.

L’impatto sulle comunità indigene

Il rapporto, nel delineare, con nuovi dati, il contesto globale nella corsa all’accaparramento della terra a spese delle comunità indigene, analizza sei casi in paesi in cui le popolazioni hanno visto la loro vita sconvolta da sfratti e violenze.

  • Honduras: Miriam Miranda, compagna di mille battaglie della leader ambientalista indigena Berta Caceres brutalmente uccisa nel marzo scorso, continua, nonostante le innumerevoli minacce di morte, a guidare la protesta del popolo Garifuna per il controllo delle loro terre cedute dal Governo ad imprese private per la costruzione di “zone economiche speciali”, amministrate con il solo obiettivo di trarne profitto;
  • Perù: i Quechua dell’Amazzonia hanno intrapreso una battaglia legale per riottenere il controllo delle loro terre, danneggiate da anni di trivellazioni petrolifere;
  • Australia: gli aborigeni di Kimberley resistono al governo locale, più interessato ai profitti derivanti dalle attività minerarie e da progetti di conservazione che al benessere della sua popolazione;
  • Sri Lanka: centinaia di persone sono al momento sfollate all’interno del paese, dopo che il governo le ha sfrattate per favorire la costruzione di strutture alberghiere;
  • India: l’aumento di domanda globale di legno teak per mobili, pavimenti e altri accessori per la casa ha provocato un’espansione delle piantagioni a scapito della comunità di Kutia Kand Adivasi in Odisha, nell’est del paese, che senza le sue foreste rischia di scomparire;
  • Mozambico: nella comunità di Wacua, la decisione unilaterale del suo leader, persuaso dai rappresentanti di un’azienda agro-alimentare, ha provocato, nel giro di un solo mese, lo sfratto dalle proprie terre di un’intera comunità impossibilitata, per via di processi lunghi e complessi, ad ottenere e rivendicare titoli e documenti legali di proprietà della terra.

Sviluppo turistico a costo di espropri? Le espulsioni forzate e le confische di terra in Sri Lanka

È a Paanama, nella zona costiera nell’est dello Sri Lanka, che si registra uno dei casi più emblematici degli ultimi anni di espulsioni forzate di intere comunità dalla loro terra.

Qui infatti per 40 anni, fino al 2010, hanno vissuto 350 famiglie di contadini e pescatori. Con la fine della guerra civile che per 30 anni ha lacerato il paese, la provincia diventa un’ambita località turistica, richiamando surfisti da tutto il mondo, anche dall’Italia. Basti pensare che solo nel 2015 in Sri Lanka sono arrivati ben 25 mila turisti italiani.

Conseguenza? Centinaia di famiglie nel giro di una notte vengono estromesse con la forza dall’esercito dalla propria terra: insediamenti ridotti in cenere, raccolti andati distrutti e pressioni da parte dei militari costringono la popolazione a chiedere ospitalità a familiari o ad arrangiarsi con rifugi di fortuna. E viene così meno per queste famiglie la terra da cui dipende la loro stessa sopravvivenza, la terra ereditata da propri padri.

In breve tempo a Paanama sorgono una base militare e hotel di lusso. Chi qui viveva del sudore del proprio lavoro nei campi adesso nella migliore delle ipotesi è costretto ad affittare un terreno in un’altra provincia, solo per poter sfamare la propria famiglia.

Ne seguono anni di proteste pacifiche che porteranno nel 2015 il Governo a decidere di restituire la terra alle famiglie che per 6 anni sono state costrette lontane da casa. Una promessa che però dopo un anno non è ancora stata mantenuta.

Da qui la petizione che abbiamo lanciato, in collaborazione con Slow Food e Mani Tese, con la richiesta urgente al Governo dello Sri Lanka di liberare quanto prima le terre occupate ingiustamente e restituirle immediatamente alla comunità di Paanama.

Se è vero infatti che il turismo è un settore chiave per lo sviluppo dello Sri Lanka, è anche vero che questo non può avvenire a spese delle comunità locali.  Esclusa da qualsiasi processo decisionale, la comunità di Paanama non ha infatti minimamente beneficiato dei profitti dello sviluppo turistico dell’area. Un’ingiustizia a cui porre fine. Da più parti del globo con una firma in solidarietà alla comunità di Paanama.

FIRMA LA PETIZIONE

Fuori anche i buoni investimenti?

Fuori anche i buoni investimenti?

Oxfam manifesta contro land grabs

Oxfam manifesta contro land grabs

Il mese scorso Oxfam ha lanciato una petizione chiedendo alla Banca Mondiale di sospendere per 6 mesi i suoi investimenti nelle compravendita di terreni di larga scala.

Data l’irresponsabile corsa alla terra condotta da banche e investitori privati nei paesi in via di sviluppo, Oxfam si è sentita costretta ad agire.

Dal momento che non ci sono adeguate misure di protezione, questa corsa porta troppo spesso le persone e le comunità locali a perdere le proprie case e la terra dove coltivano il proprio cibo.

Migliaia di persone nel mondo chiedono alla Banca Mondiale di assumere un ruolo guida in questo settore, e mentre la Banca sta ad ascoltare, non ha ancora deciso di cambiare le proprie politiche. Così, in una serie di blog, stiamo cercando di capire perché la Banca Mondiale ha rifiutato fino ad oggi le nostre richieste. Abbiamo già espresso nel dettaglio perché non accettiamo le obiezioni della Banca e abbiamo spiegato perché non accettiamo la posizione della Banca che sostiene di non essere il giusto bersaglio.

Un’altra ragione per cui la Banca Mondiale ha rifiutato la richiesta di Oxfam di sospendere gli investimenti è quella che chiameremo “gettare l’acqua sporca col bambino dentro”.

La Banca sostiene che una sospensione finirebbe per staccare la spina non solo ai progetti che hanno avuto conseguenze negative sulle persone, ma pure a quelli di cui beneficiano le persone che anche Oxfam cerca di aiutare. In particolare, la sospensione delle compravendite di terreni agricoli invocata da Oxfam andrebbe a svantaggio dei piccoli produttori, che rappresentano la categoria più povera al mondo.

Sviluppo Agricolo in India

Irrigazione supporta lo sviluppo agricolo

Per essere chiari, Oxfam non ha mai sostenuto (e mai lo farà) che la Banca Mondiale non debba investire in agricoltura, proprio perché Oxfam è impegnata ad aiutare le persone più vulnerabili nel mondo, come i piccoli produttori. Quello che vogliamo è assicurare che l’aumento degli investimenti della Banca Mondiale in agricoltura (che sono cresciuti da 2,5 miliardi di dollari nel 2002 a 6-8 miliardi di dollari nel 2012), sia accompagnato da un reale sostegno alle persone..

Non stiamo chiedendo alla Banca Mondiale di abbandonare il settore agricolo, ma solo di sospendere per un periodo di 6 mesi gli investimenti agricoli che coinvolgono compravendite di terra su larga scala.

Questo perché riconosciamo il valore dell’investimento in agricoltura, ma ci opponiamo ad un particolare tipo d’investimento, quello cioè che consiste nella perdita dei diritti sulla terra da parte dei contadini poveri e delle comunità, e che spesso genera conflitti e povertà.

Oxfam è favorevole agli investimenti agricoli – sia grandi che piccoli – che portano vantaggi alle comunità e benefici condivisi basati sulla consultazione e sul consenso. Per chi fosse paerticolarmente interessato all’argomento, abbiamo pubblicato di recente un documento che illustra modelli positivi d’investimento in agricoltura, e il Direttore di Oxfam GB Barbara Stocking ha recentemente ribadito il messaggio sul Financial Times.

Una sospensione creerebbe il tempo e lo spazio necessari per l’approvazione di una serie di regole per proteggere i produttori, e non si tratta di un metodo nuovo o mai sperimentato prima. La Banca Mondiale ha già impiegato questo metodo in passato, quando ha bloccato i prestiti al settore dell’olio di palma a seguito di una caso controverso in Indonesia, per assicurarsi che i propri investimenti non fossero responsabili di un impatto negativo sulla popolazione locale.

Non siamo scoraggiati dalla reazione iniziale della Banca Mondiale alla nostra campagna. Nonostante la presa di posizione ufficiale, le azioni di migliaia di persone l’hanno costretta a fermarsi ad ascoltarci. Quando la Banca Mondiale ha chiesto su Twitter “cosa si potrebbe fare (#whatwillittake) per meter fine alla povertà”, l’avete sommersa di tweet e commenti su Facebook, chiedendola di contribuire a fermare il land grabbing. Il risultato è che il mese scorso, durante il metteing annuale della Banca Mondiale, il Vice Presidente Responsabile per lo Sviluppo Sostenibile Rachel Kyte ha trovato il tempo per incontrarsi con i rappresentatnti di Oxfam per un colloquio di persona.

È fantastico che la Banca Mondiale intragisca pubblicamente con la campagna, attraverso i blog e i social media. Ha riconosciuto che gli abusi esistono e condivide la nostra preoccupazione sul problema del land grabbing . È impegnata anche nel dialogo con Oxfam su questo tema e siamo convinti che ci sia ancora un ampio margine d’influenza sulla Banca e sul suo Presidente Jim Kim.

La Banca Mondiale può fare la differenza per le comunità più povere di tutto il mondo

Crediamo che la Banca Mondiale, in qualità di soggetto multimiliardario nella compravendita di terre, consulente per le politiche dei paesi in via di sviluppo e con un ruolo chiave nella definizione di standard a livello mondiale, sia in una posizione privilegiata per innescare un cambiamento positivo e possa fare la differenza per le comunità povere di tutto il mondo.

Traduzione a cura di Chiara Novaglio

Basta land grab

Basta land grab

Le nostre ricerche sul land grabbing ci mostrano che, per colpa di alcuni grandi accordi di compravendita di terreni, molte famiglie sono costrette a lasciare le loro case, il loro lavoro e la loro fonte di reddito.

L’aumento dei prezzi del cibo e della domanda di biocarburanti ha determinato una vera e propria corsa all’oro verde: la terra. Ogni secondo, un’area di terra grande come un campo da calcio viene venduta, da parte di paesi poveri, a banche e investitori privati.

Questi accordi di compravendita lasciano moltissime comunità distrutte, con le persone affamate e sfollate.

L’acquisto di terra su larga scala è un grande affare per alcuni, ma un pessimo affare per molte famiglie povere, che spesso vengono sfrattate senza un’equo compenso, perdendo la terra da cui dipendono per coltivare cibo.

Land grabbing e Banca Mondiale

Le compravendite di terra su larga scala stanno distruggendo intere comunità, lasciando le persone senza cibo e senza casa. Si tratta di grandi affari a un grande costo. La Banca Mondiale finanzia molte compravendite di terra e ha un grande potere nell’influenzare il modo in cui la terra è comprata e venduta in tutto il mondo. Ha quindi il potere di cambiare le cose, e per questo da ottobre 2012 ad aprile 2013 abbiamo raccolto 50.000 firme da tutto il mondo per chiedere alla Banca di agire.

La Banca non ha accettato di sospendere temporaneamente i suoi investimenti sulla terra, ma ora ha riconosciuto di poter svolgere un ruolo fondamentale nella lotta al land grabbing e si è impegnata a migliorare i suoi standard.

Grandi accordi sulla terra: i numeri

Clicca sulle nostre infografiche per avere qualche dato sulle grandi compravendite di terra nei Paesi in Via di Sviluppo.

Il land grab distrugge intere comunità lasciando le persone senza cibo e senza casa
Il land grab distrugge intere comunità lasciando le persone senza cibo e senza casa
Il land grab distrugge intere comunità lasciando le persone senza cibo e senza casa

Domande e aggiornamenti per capire il land grabbing

Scopri la campagna per combattere il land grabbing passo dopo passo:

 

Il bersaglio sbagliato nella lotta al land grabbing?

Fuori anche i buoni investimenti?

Land grabbing nelle Filippine

A metà strada – verso lo STOP al land grabbing

Di Basta al land grabbing

Dì BASTA AL LAND GRABBING!

Stunt contro il land grabbing a Roma

Le compravendite di terra su larga scala stanno distruggendo intere comunità, lasciando le persone senza cibo e senza casa. Si tratta di grandi affari a un grande costo. Ma la Banca Mondiale ha il potere di cambiare le cose: con il tuo aiuto, può proteggere i diritti delle persone più povere al mondo.

  • Fattori come l’aumento dei prezzi e la domanda di nuove forme d’energia hanno causato una corsa sfrenata alla terra.
  • Ogni secondo queste compravendite riguardano un’area di terra grande quanto un campo da calcio.
  • Le famiglie povere perdono la terra da cui dipendono per coltivare cibo, molto spesso cacciate senza un trattamento equo né un compenso.

La Banca Mondiale finanzia molte compravendite di terra e ha un grande potere nell’influenzare il modo in cui la terra è comprata e venduta in tutto il mondo. Non ha accettato di sospendere temporaneamente i suoi investimenti sulla terra, ma ora ha riconosciuto di poter svolgere un ruolo fondamentale nella lotta al land grabbing e si è impegnata a migliorare i suoi standard. Adesso, proprio prima dei suoi meeting primaverili, chiedi alla Banca Mondiale di mantenere la parola data, e di fare anche di più. Falle sapere che tutto il mondo la sta osservando.

Firma la petizione rivolta al Presidente della Banca Mondiale Jim Young Kim.

Le grandi compravendite di terra stanno costringendo moltissime persone povere a lasciare le loro case, il loro lavoro e il loro cibo. Questa ingiustizia deve finire subito, prima che altre vite vengano rovinate. Chiedo alla Banca Mondiale di mantenere la parola data e di fare di più per combattere il land grabbing.

Fermiamo il land grab

Fermiamo il land grab!

Il fenomeno del land grabbing spinge migliaia di persone nella povertà

Uganda. Lokuda, 60 anni, 8 figli, sostiene che la sua terra è stata presa violentemente dalla NFC. Credits: Oxfam

Sono migliaia le persone, tra le più povere al mondo, che stanno perdendo le proprie case e i propri beni a causa di una nuova ondata di land grabbing (accaparramento delle terre).

Nel caso dell’Uganda, almeno 22.500 persone hanno perso le proprie case e le proprie terre per lasciare il posto a una società britannica del legname, la New Forest Company (NFC).

Gli abitanti del villaggio hanno denunciato a Oxfam sfratti coatti, distruzione delle proprietà, delle colture e del bestiame. Molti sono stati lasciati nell’indigenza, privi di cibo e soldi per mandare i propri figli a scuola. Nessuno ha dato loro ricompense o terre alternative. Tuttavia, la compagnia NFC nega di essere  responsabile degli sfratti.

Inoltre, la NFC riceve finanziamenti da parte di istituzioni internazionali, come  la Banca mondiale e la Banca europea per gli investimenti, che, nonostante ciò, hanno la pretesa di mantenere un livello alto di norme ambientali e sociali.  Come se non bastasse, HSBC, che si vanta di essere una banca etica, detiene il 20% di NFC e dispone di uno dei sei posti nel consiglio di NFC.

AGGIORNAMENTO – Caso di land grabbing in Uganda

Per fortuna il caso di land grabbing in Uganda si è risolto per il meglio avviandosi sulla strada per la giustizia.

Leggi l’esito della campagna e i risultati raggiunti nel processo di mediazione.

Uganda. Bambini ricordano le case dove sono stati cacciati con le proprie famiglie dalla NFC che nega l'accaduto. Credits: Oxfam

Secondo le ricerche sul land grabbing, circa 227 milioni di ettari di terra sono stati venduti, affittati o concessi in licenza dal 2001, per lo più ad opera di investitori internazionali. Questo attuale modo di vendere le terre destina il cibo prodotto alle popolazioni d’oltreoceano, danneggiando i terreni per coltivare idrocarburi e favorisce la speculazione. Purtroppo sono molti i casi di “land grabbing”, dove i diritti e i bisogni delle persone che vivono su quelle terre sono ignorati. Nonostante esistano garanzie internazionali per proteggere i poveri, queste, durante la “corsa alla terra” sono violate. E sono soprattutto le donne le più vulnerabili.

Vogliamo che gli investitori, i governi e le organizzazioni internazionali pongano fine al land grabbing; rafforzino e sostengano le leggi e le norme per proteggere le persone; smantellino gli incentivi per i biocarburanti che favoriscono la “corsa alla terra”.

Uganda. I resti delle case di 20.000 persone nei 9383 ettari presi da NFC per piantarvi pini. Credits: Oxfam

Puoi aiutare ad accendere i riflettori sulla preoccupante pratica del land grabbing. Leggi il rapporto La nuova corsa all’oro (sommario del rapporto “La nuova corsa all’oro” e versione completa del rapporto “La nuova corsa all’oro”) di Oxfam sul land grabbing e condividilo con i tuoi amici.