Corporate news e approfondimenti > ONU e diritti umani: cosa devono sapere oggi le aziende
Quando si parla di diritti umani, è scontato fare riferimento all’ONU. Dichiarazioni, convenzioni, principi guida: gran parte del linguaggio che oggi utilizziamo per parlare di dignità, uguaglianza e giustizia nasce in ambito ONU.
Ma per le imprese, oggi, l’ONU è rilevante perché ha contribuito a ridefinire chi è responsabile degli impatti economici e sociali nel mondo globale. Negli ultimi anni, i diritti umani sono entrati con forza nel dibattito su filiere produttive, condizioni di lavoro, accesso alle risorse e responsabilità d’impresa. Capire cosa dice l’ONU, e soprattutto cosa implica per il business, non è più un esercizio teorico: è una necessità per operare in modo credibile in contesti complessi.
La base è la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948. Non un elenco astratto, ma un’affermazione chiara: tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti.
L’ONU definisce i diritti umani come universali, indivisibili e interdipendenti. Questo significa che non esistono diritti secondari o opzionali e che le violazioni tendono a rafforzarsi a vicenda.
Nel tempo, questo impianto ha dato origine a convenzioni e strumenti che incidono direttamente su temi centrali per le imprese: lavoro dignitoso, non discriminazione, salute e sicurezza, tutela delle persone più vulnerabili. È da qui che il quadro ONU smette di essere solo istituzionale e diventa una chiave di lettura dei modelli economici.
Per molto tempo i diritti umani sono stati considerati una responsabilità esclusiva degli Stati. Questo approccio oggi non regge più. Con l’adozione dei Principi Guida delle Nazioni Unite su Imprese e Diritti Umani, l’ONU ha chiarito un passaggio fondamentale: anche le aziende hanno una responsabilità specifica nel rispettare i diritti umani.
Non si tratta di sostituirsi agli Stati, ma di riconoscere che le decisioni aziendali producono impatti concreti. Le imprese sono chiamate a evitare di causare o contribuire a violazioni, a prevenire i rischi lungo le filiere e a intervenire quando emergono effetti negativi. In ambito aziendale, l’intenzione non basta: bisogna valutare l’impatto reale delle scelte economiche.
L’ONU definisce standard, monitora violazioni e promuove cooperazione internazionale. Ma l’adesione formale a questi strumenti non garantisce automaticamente il rispetto dei diritti umani.
Esistono Paesi firmatari della Dichiarazione Universale che continuano a registrare violazioni gravi. E questo vale anche per contesti economicamente avanzati, dove le disuguaglianze assumono forme meno visibili ma altrettanto persistenti. Per le aziende, la conseguenza è chiara: operare in un Paese “compliant” non mette al riparo. Ignorare i propri impatti, diretti o indiretti, significa esporsi a rischi etici, legali e reputazionali sempre più evidenti.

Alla luce del quadro ONU, i diritti umani diventano una questione di governance. Le aziende sono chiamate a integrare questi principi nelle proprie decisioni strategiche, analizzando rischi e impatti lungo la catena del valore, e non solo a livello dichiarativo. Questo implica passare:
È un lavoro continuo, che richiede competenze, strumenti e capacità di lettura dei contesti.
L’ONU fornisce il riferimento sui diritti umani. Ma il cambiamento reale avviene solo quando questi principi vengono assunti come parte integrante delle decisioni aziendali.
Per le imprese, non è una questione morale o reputazionale in senso stretto. È una scelta che riguarda la solidità dell’organizzazione, la credibilità verso gli stakeholder e la capacità di operare in un’economia globale sempre più interconnessa.
Tra il quadro ONU e la realtà operativa delle imprese esiste uno spazio critico. È qui che anche le aziende possono creare un collegamento tra standard internazionali e pratiche aziendali reali. Non per “tradurre” semplicemente i principi, ma per comprendere i propri impatti e costruire percorsi di responsabilità coerenti.
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