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Quando lo stock diventa impatto

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Stock Donation: la scelta strategica di Miomojo

Lo stock, il magazzino delle aziende, non è un semplice tema logistico: Per Miomojo, B Corp italiana, è una scelta strategica: donarlo a Oxfam significa trasformare ciò che esiste già in valore e impatto reale per migliaia di persone nel mondo. Scopri come:

1 – Negli ultimi 4 anni avete scelto di donare parte del vostro stock a Oxfam. Quando e perché avete capito che la gestione dello stock diventa una scelta strategica e non solo operativa?

Nel nostro settore lo stock viene spesso trattato come un tema puramente logistico: dove metterlo, come smaltirlo, come recuperare valore. A un certo punto ho capito che la domanda giusta non era più questa.
La vera domanda è: che responsabilità abbiamo verso ciò che abbiamo già prodotto?
Ogni prodotto porta con sé risorse naturali, energia, lavoro umano. Ignorarlo e trattare lo stock solo come un problema operativo significa perdere un’occasione importante.
Quando abbiamo iniziato a collaborare con Oxfam abbiamo capito che lo stock può diventare uno strumento di impatto reale. Non è più soltanto una questione di gestione interna, ma una scelta strategica che dice molto del tipo di azienda che vuoi essere.

2 – Se dovessi dare un consiglio ad altre aziende del settore fashion e accessori, quale sarebbe il primo passo concreto per trasformare lo stock in impatto?

Il primo passo è cambiare mentalità.
Molte aziende considerano lo stock esclusivamente in termini di perdita economica. Ma se lo si guarda da un’altra prospettiva, può diventare una risorsa già esistente capace di generare valore sociale e ambientale.
Il consiglio concreto è costruire partnership solide con organizzazioni che abbiano la capacità di ridistribuire questi prodotti in modo intelligente e trasparente.
Allo stesso tempo, però, è fondamentale che queste collaborazioni non diventino un modo per “scaricare” l’overproduzione. Se le donazioni servono solo a giustificare produzioni eccessive, il problema non si risolve: si sposta soltanto, e spesso si amplifica.
La gestione dello stock deve andare di pari passo con una produzione più responsabile e più attenta alla domanda reale. In questo modo ciò che esiste già può diventare una risorsa utile per altri, senza trasformare le organizzazioni partner in un semplice punto di smaltimento.
È anche un modo per ricordarci che il valore di un prodotto non è solo nel prezzo di vendita, ma nell’impatto che può generare.

3 – Nel settore fashion, il tema dello stock è spesso trattato come un problema logistico. Per Miomojo cosa significa invece inserirlo dentro una strategia di sostenibilità più ampia?

Per noi significa assumersi la responsabilità dell’intero ciclo di vita di ciò che produciamo.
Per molti anni l’industria della moda ha funzionato secondo un modello molto lineare: produrre, vendere e poi sostituire con la stagione successiva. Tutto ciò che rimane viene spesso trattato come un problema logistico da risolvere.
Ma se parliamo davvero di sostenibilità, questa visione non è più sufficiente.
La sostenibilità non riguarda solo ciò che produciamo, ma anche la responsabilità verso ciò che abbiamo già prodotto.
Uno stock invenduto non è semplicemente un errore di pianificazione o un tema di magazzino. È il risultato di risorse utilizzate — materiali, energia, lavoro umano — che meritano rispetto.
Inserire lo stock in una strategia di sostenibilità significa quindi fare due cose: progettare e produrre con maggiore responsabilità, riducendo gli sprechi, ma anche gestire in modo etico ciò che esiste già.
In altre parole, significa riconoscere che la responsabilità di un’azienda non termina quando il prodotto lascia il magazzino.
È, prima di tutto, una questione di coerenza.

4 – Che tipo di ritorno avete osservato in termini di reputazione, relazione con clienti e team interno?

Il ritorno più grande è stato vedere che alcune decisioni aziendali possono avere conseguenze reali anche fuori dall’azienda.
All’interno del team queste scelte hanno creato un forte senso di coerenza e di orgoglio. Quando le persone che lavorano con te vedono che certi valori non restano dichiarazioni ma si trasformano in azioni concrete, cambia anche il modo in cui vivono il proprio lavoro.
Molti sono rimasti sorpresi soprattutto nel vedere i risultati reali dei progetti sostenuti insieme a Oxfam. Quando inizi a condividere l’impatto concreto che queste iniziative generano, la prospettiva cambia completamente.
Non si parla più solo di circolarità o di gestione dello stock. Si vedono miglioramenti reali nella vita delle comunità coinvolte, e questo dà un significato molto più profondo a ciò che facciamo.
Anche i clienti percepiscono questa autenticità. Non credo che le persone cerchino aziende perfette, ma aziende sincere. Quando un’azienda dimostra di voler creare valore non solo economico ma anche sociale, la relazione con la propria community diventa più forte e più autentica.

5 – Claudia, hai mai ricevuto critiche o paure da membri del tuo team o dal board della tua azienda per questa scelta? Come le hai gestite?

Sì, è successo. Alcuni hanno espresso dubbi sul fatto che donare lo stock fosse la scelta giusta, invece di conservarlo o cercare di monetizzarlo nel tempo.
È una reazione comprensibile, perché nelle aziende lo stock è spesso visto come un asset da proteggere.
Per me però la questione è anche ambientale e culturale. Non riesco ad accettare l’idea che utilizziamo risorse scarse e limitate per produrre oggetti che poi rischiano di rimanere inutilizzati o, peggio, di essere distrutti. In un momento storico in cui il pianeta affronta crisi climatiche e perdita di biodiversità, continuare a produrre per poi buttare è semplicemente una follia.
Ho sempre cercato di spiegare che donare non significa perdere valore, ma trasformarlo. Il valore di un’azienda non si misura solo nel profitto immediato che riesce a generare, ma anche nella reputazione e nella fiducia che costruisce nel tempo.
Quando un’azienda dimostra coerenza tra ciò che dice e ciò che fa, sta investendo in qualcosa di molto più duraturo di un margine di breve periodo. Sta costruendo credibilità, relazioni solide e una reputazione che nel lungo termine ha un valore enorme.
In questo senso, per me queste scelte non sono una rinuncia economica, ma un investimento in un modello di impresa più responsabile e più solido nel tempo.

6 – Claudia, come CEO e imprenditrice, che tipo di soddisfazione trai da queste decisioni? Cosa ti rende felice davvero rispetto a questa scelta?

Mi rende felice sapere che nessun prodotto viene gettato. Che può avere una seconda vita e, allo stesso tempo, contribuire a qualcosa di molto più grande e importante.
Attraverso la collaborazione con Oxfam, ad esempio, questi prodotti non sono semplicemente riutilizzati: diventano parte di progetti concreti che migliorano davvero la vita delle comunità.
Un prodotto nasce da risorse, energia e lavoro umano. Sapere che può generare un impatto positivo reale — invece di rimanere inutilizzato o diventare un rifiuto — cambia completamente il significato di quel lavoro.
Ogni attività economica genera un impatto, e nessuna azienda può dirsi perfettamente sostenibile. Il nostro obiettivo è cercare ogni giorno di ridurre al massimo l’impatto negativo e aumentare quello positivo.
Questo significa anche trovare modi nuovi e più responsabili di produrre, e creare oggetti che non siano solo prodotti, ma che possano contribuire a diffondere una cultura diversa: fatta di cura, rispetto, compassione e gentilezza.

Grazie a voi,
Claudia

 

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