Corporate news e approfondimenti > 8 marzo: perché non è una festa (nemmeno in azienda)
L’8 marzo nasce come giornata di rivendicazione dei diritti, non come celebrazione. La parola “festa” rischia di svuotarne il significato politico e di trasformarla in un rituale rassicurante. In ambito aziendale questo slittamento è evidente: eventi simbolici, comunicazioni di circostanza, iniziative una tantum. Tutto corretto, ma insufficiente. Chiamarla “festa” può nascondere il punto centrale: le disuguaglianze non sono un ricordo del passato, ma un fatto strutturale del presente.
Se l’8 marzo continua a esistere è perché le condizioni che l’hanno generata non sono state superate. Nel lavoro, questo si traduce in differenze persistenti di salario, accesso ai ruoli decisionali, stabilità contrattuale e riconoscimento.
Il carico di lavoro di cura, ancora prevalentemente sulle donne, incide su percorsi di carriera e continuità lavorativa. Non è una questione di impegno individuale o di talento, ma di assetti organizzativi che producono effetti differenti a seconda del genere. Raccontare le disuguaglianze come una serie di storie personali sembra comodo, ma è fuorviante. Le differenze di opportunità non nascono da scelte isolate: sono il risultato di modelli di lavoro, criteri di valutazione, stili di leadership e processi decisionali che favoriscono alcuni profili e ne penalizzano altri. Bias inconsci, aspettative di disponibilità totale, penalizzazione delle interruzioni di carriera e scarsa trasparenza nei percorsi di crescita non sono eccezioni, ma meccanismi che si riproducono nel tempo se non vengono messi in discussione.
Per le imprese, l’8 marzo non dovrebbe essere un appuntamento sul calendario, ma un momento di verifica. Le iniziative simboliche non modificano gli assetti che producono disuguaglianze. Il rischio è il gender washing: comunicare attenzione al tema senza intervenire sui processi che contano davvero. Affrontare la parità di genere in modo serio significa guardare a come si prendono decisioni, a chi accede alle opportunità, a quali carriere vengono facilitate e quali ostacolate. È una questione di governance, non di immagine.
L’8 marzo e il 25 novembre non parlano della stessa cosa, ma si tengono insieme. L’8 marzo mette a fuoco accesso, opportunità e riconoscimento nel lavoro. Il 25 novembre richiama invece la sicurezza, la tutela e la prevenzione della violenza, anche nei contesti organizzativi. Trattarle come momenti isolati riduce entrambe. Per le aziende, la responsabilità è continua e riguarda l’intero ciclo di vita lavorativa delle persone.
Molte aziende agiscono in buona fede l’8 marzo, ma finiscono per rafforzare stereotipi o svuotare la giornata di significato. Evitare alcune gaffe non è una questione di forma, ma di coerenza tra messaggi e pratiche. Una buona domanda da porsi prima di qualsiasi iniziativa è semplice: questa azione aiuta a comprendere o a cambiare qualcosa, oppure serve solo a “segnare la data”? Se gestisci un’azienda, ti consigliamo 5 cose da evitare:
Regalare mimose, gadget o organizzare piccoli eventi celebrativi può sembrare un gesto di attenzione, ma se resta isolato rischia di ridurre l’8 marzo a un rituale. Quando il simbolo non è accompagnato da azioni strutturali, comunica che la parità è un tema occasionale, non una responsabilità continua.
Email generiche che “celebrano le donne” o messaggi che lodano l’azienda per il proprio impegno, senza riferimenti concreti, sono spesso controproducenti. L’8 marzo non è il momento per dire “siamo già a posto”, ma per riconoscere cosa resta da migliorare.
Iniziative rivolte esclusivamente alle lavoratrici rafforzano l’idea che la parità di genere sia una “questione femminile”.
Le disuguaglianze sono prodotte da sistemi organizzativi che coinvolgono tutti. Coinvolgere anche uomini, management e leadership è essenziale.
La parità di genere non si gioca sul tono gentile o sull’attenzione individuale, ma su processi, criteri di valutazione, accesso alle opportunità. Messaggi che insistono su sensibilità o riconoscenza rischiano di spostare il focus dal piano strutturale a quello emotivo.
Un evento l’8 marzo, se non è collegato a un percorso più ampio, comunica discontinuità. Meglio usare questa data per condividere impegni, obiettivi o risultati concreti, inserendola in una strategia di lungo periodo.
L’8 marzo non chiede celebrazioni, ma scelte. Chiede alle aziende di interrogarsi su come sono costruite le opportunità e su chi resta ai margini.
In questo percorso, il lavoro di Oxfam Italia parte da un approccio di giustizia di genere che guarda alle cause strutturali delle disuguaglianze e accompagna le organizzazioni nell’analisi dei propri contesti, evitando soluzioni di facciata.
Perché la parità non si dichiara una volta l’anno: si costruisce ogni giorno, nelle decisioni che contano.
Se vuoi capire come rendere l’8 marzo l’occasione per fare riflessioni e attività utili alla formazione delle persone che lavorano nella tua azienda, possiamo supportare te e il tuo team per creare un percorso completo.