Corporate news e approfondimenti > Cosa significa continuare a lavorare a Gaza, oggi
Da qualche giorno si è diffusa la notizia che alcune ONG internazionali potrebbero subire ulteriori restrizioni al loro prezioso e vitale lavoro nei Territori Occupati Palestinesi. La situazione resta in continua evoluzione, come abbiamo imparato negli ultimi due anni. Anche la nostra operatività è costantemente aggiornata per adattarsi a un contesto che cambia rapidamente e ai bisogni sempre più urgenti della popolazione, ormai allo stremo.
La questione della deregistrazione, che riguarda il lavoro nella Striscia di Gaza, rappresenta soltanto l’ultima delle misure adottate dal Governo israeliano che ostacolano le attività umanitarie nei territori palestinesi. Nonostante la tregua e il duro impatto dell’inverno, gli aiuti continuano a entrare con estrema difficoltà; le uccisioni di civili non si sono fermate e la distruzione resta una realtà quotidiana per due milioni di persone intrappolate nella Striscia di Gaza.
Al momento Oxfam è ancora in grado di operare, seppur in maniera limitata rispetto al nostro potenziale, sia nella Striscia di Gaza sia in Cisgiordania, grazie anche alla collaborazione con partner locali. Il nostro intervento si concentra sui settori WASH, sulla protection (incluse le attività contro la violenza di genere e per la sicurezza rispetto agli ordigni inesplosi). In questi territori operano circa 40 membri dello staff palestinese, mentre la presenza del personale internazionale è ormai limitata a causa delle forti restrizioni imposte alla libertà di movimento.

In qualunque contesto operativo, un’organizzazione come Oxfam deve essere registrata presso l’autorità governativa del Paese. Generalmente questa registrazione non ha scadenza. Nei Territori Occupati Palestinesi, tuttavia, si verificano due anomalie: in primo luogo l’autorizzazione deve essere chiesta anche un altro Stato (Israele oltre all’Autorità Palestinese); in secondo luogo la registrazione è stata concessa con una scadenza temporale.
Israele ha richiesto a numerose organizzazioni la compilazione di un nuovo formulario di registrazione, che include anche la richiesta di dati personali dello staff palestinese, in violazione delle norme europee sulla privacy. Oxfam, insieme alle altre organizzazioni della rete AIDA, ha scelto di attenersi alla procedura ma senza fornire i dati personali dei colleghi palestinesi, sia per non contravvenire alle normative europee, sia per non mettere a rischio la loro sicurezza, dato che Israele non ha chiarito la finalità di tali richieste.
Fin dal momento in cui questa procedura è stata introdotta, nel corso del 2025, è stata avviata un’azione di pressione politica — sostenuta anche da governi tradizionalmente filo-israeliani come Italia e Germania — affinché le nuove modalità di “re-registrazione” venissero riviste.
Nonostante ciò, la posizione del Governo israeliano non è cambiata e si è arrivati alla scadenza della registrazione il 31/12.
Ad oggi, alcune delle 37 ONG la cui registrazione è scaduta hanno già ricevuto una notifica di deregistrazione, con motivazioni non legate alla compilazione incompleta, ma ad accuse di delegittimazione del Governo israeliano e di complicità con le forze militari di Hamas. Oxfam, invece, non ha ricevuto alcuna comunicazione di deregistrazione ad oggi. Di conseguenza, la nostra presenza nella Striscia di Gaza non è al momento modificata, anche se gli ostacoli all’implementazione del piano umanitario restano rilevanti.
Poiché il Governo israeliano decide in modo arbitrario e non trasparente in merito alle registrazioni, Oxfam e le altre organizzazioni della rete AIDA si stanno preparando a un eventuale ricorso presso la Corte Suprema di Israele in caso di notifica di deregistrazione.
Il ricorso permetterebbe di guadagnare alcuni mesi durante i quali cercheremo di riorganizzare la nostra capacità operativa.

Nonostante mesi di ingressi ridotti, interruzioni di corrente, blocchi dei valichi e respingimenti continui di aiuti essenziali, le attività sono comunque proseguite. Oxfam e i partner locali hanno lavorato senza sosta per ripristinare i pozzi, arrivando persino a recuperare materiali dalle macerie per riutilizzarli, come lamiere e componenti danneggiati.
Secondo il nostro partner palestinese Coastal Municipalities Water Utility (CMWU), il costo complessivo per ricostruire strutture, sistemi e infrastrutture idriche e igienico-sanitarie distrutte o danneggiate a Gaza ammonterebbe a circa 800 milioni di dollari. La cifra potrebbe essere più alta perché alcune aree restano inaccessibili e i costi di costruzione sono raddoppiati a causa della mancanza di materiali autorizzati all’ingresso.
A 100 giorni dalla tregua, i pozzi ripristinati da Oxfam e dai partner locali — soprattutto a Gaza City e Khan Younis — garantiscono acqua potabile ad almeno 156.000 persone. Sono in corso i lavori su altri otto pozzi e due stazioni di pompaggio, che dovrebbero tornare operativi entro febbraio e fornire acqua ad altre 175.000 persone.
Come ha affermato Wassem Mushtaha, responsabile della risposta Oxfam a Gaza, “Non ci siamo limitati a riaprire questi pozzi. Abbiamo dovuto risolvere un puzzle, sotto assedio e con restrizioni continue per renderli operativi: recuperando pezzi, riadattando attrezzature e pagando prezzi gonfiati per componenti essenziali, il tutto cercando di mantenere le nostre squadre al sicuro. Finché persisteranno politiche e pratiche sistematiche che impediscono alle agenzie umanitarie di far entrare forniture essenziali a Gaza, dovremo continuare a trovare modi per raggiungere le persone che ne hanno bisogno. Non è una situazione accettabile, ma come operatori umanitari non possiamo mai smettere di tentare di salvare vite. Molto di più avrebbe potuto essere realizzato se i nostri sforzi non fossero stati ostacolati a ogni passo – cosa che continua ancora oggi.”
Finché le restrizioni imposte continueranno a ostacolare l’ingresso dei materiali, la risposta umanitaria resterà inevitabilmente limitata.
Oxfam ha aumentato, dove possibile, gli approvvigionamenti dai mercati locali e ampliato i servizi nei settori supporto psicosociale, promozione della salute, WASH (acqua potabile, impianti di desalinizzazione e depurazione, igiene), mezzi di sussistenza di emergenza, trasferimenti di denaro e distribuzione di voucher alimentari.
Le ONG come Oxfam sono essenziali: gestiscono il 42% dei servizi acqua e igiene, oltre metà dell’assistenza alimentare, il 60% degli ospedali da campo e tutti i servizi per i minori con malnutrizione acuta.
Le nuove restrizioni rischiano di interrompere interventi vitali proprio mentre i bisogni aumentano. A Gaza una famiglia su quattro vive con un solo pasto al giorno. Le tempeste invernali hanno sfollato decine di migliaia di persone, lasciandone 1,3 milioni senza un riparo adeguato. In Cisgiordania continuano incursioni, violenze e nuovi sfollamenti.
Qualunque sarà l’esito del processo di registrazione, Oxfam e i partner locali continueranno a supportare la popolazione palestinese, trovando soluzioni alternative e adattando la risposta umanitaria al contesto.

Di seguito alcuni numeri rilevanti dei 100 giorni dal cessate il fuoco a Gaza:
• Oltre 440 palestinesi a Gaza sono stati uccisi.
• Più di 2.500 edifici residenziali sono stati distrutti, costringendo le persone allo sfollamento.
• Nonostante le difficoltà di accesso e sicurezza, Oxfam ha raggiunto oltre 1,3 milioni di persone a Gaza con aiuti dall’inizio dell’escalation del conflitto nell’ottobre 2023.
• Secondo l’ONU, 1,1 milioni di palestinesi a Gaza necessitano urgentemente di assistenza nelle dure condizioni invernali.
Indagine Oxfam (in Khan Younis e Governatorato di Gaza):
• 87% senza accesso ai servizi essenziali di base
• 89% dipendente da autobotti, soluzione non sostenibile per ottenere la quantità minima necessaria di acqua per la sopravvivenza
• 66% delle latrine parzialmente funzionanti o da riparare, con ricorso alla defecazione all’aperto
• 84% delle famiglie ha segnalato focolai di malattie nelle ultime settimane
• 77% delle famiglie senza alcun reddito
• Oltre l’80% delle infrastrutture idriche distrutte
• 700.000 metri lineari di reti idriche distrutte
• 134 su 214 progetti idrici distrutti totalmente o parzialmente
• Solo 84 impianti operativi al 15,5% della capacità
• Produzione idrica ridotta dell’84%
• Acqua pro capite: fino a 3 litri/giorno nel nord di Gaza (minimo OMS: 15)
Pozzi e infrastrutture
• 162 su 284 pozzi distrutti o danneggiati
• 70% delle linee di approvvigionamento israeliane distrutte
• Solo 1 impianto di desalinizzazione pienamente operativo
Contaminazione delle acque
• 97% delle acque sotterranee non potabili già prima della guerra
• Scarico di 120.000 m³/giorno di acque reflue non trattate nel Mar Mediterraneo
Emergenza fognaria
• Tutti e 6 gli impianti di trattamento delle acque reflue fuori servizio
• Elevata presenza di parassiti intestinali nelle acque costiere
Impatto ambientale a lungo termine
• Le falde acquifere richiederanno generazioni per riprendersi