Un furgoncino per attraversare il deserto del Sahara, un’odissea attraverso Kenya, Uganda e Sudan. Mesi di soprusi e prigionia in Libia, un barcone stracolmo per tentare l’approdo in un porto sicuro: un giorno qualunque il terrore ha bussato alla porta di Ayaan (nome di fantasia per ragioni di sicurezza), privandolo dei suoi affetti e di tutti i suoi averi, costringendolo a una disperata fuga dal suo paese natale, la Somalia.

Terribile il viaggio via mare dalla Libia all’Italia. Stipati in 400 su un’imbarcazione, 200 persone sul ponte e 200 nella stiva: “C’erano persone di molti paesi […] Etiopia, Eritrea, Somalia, Sudan, Egitto e Siria. – racconta Ayaan – Faceva molto caldo, siamo stati seduti per terra per tre giorni, senza mangiare né bere […] Nella stiva sono morte tre persone, due donne incinta e un bambino”.

Quella di Ayaan è una delle tante vite disgregate dalla violenza cieca degli attentati che dilaniano la Somalia. Sopravvissuto a stento un viaggio massacrante, una volta arrivato in Italia ha inizialmente visto scemare le proprie speranze.

Un viaggio senza fine

Dopo il soccorso in mare, Ayaan e i suoi compagni di viaggio sono stati condotti in una struttura di prima accoglienza, dove hanno potuto sfamarsi, lavarsi e vestirsi; sono state prese loro le impronte digitali, e quindi sono stati condotti fuori . “Ci hanno fatto salire su un autobus e ci ha portati in un hotel per la notte. – ricorda –  Io e il mio amico stavamo aspettando nell’albergo quando sono venuti a dirci di uscire. Noi gli abbiamo risposto che dovevamo aspettare la polizia, ma ci hanno detto di aspettare per strada. Da quel momento per molte notti abbiamo dormito per strada, alcune notti nella moschea”.

Giorni e notti per le strade di Catania vagando senza una meta precisa, senza soldi e prospettive, alla ricerca di un nuovo futuro che sembra non arrivare mai. Poi l’incontro con gli operatori dell’unità mobile di Oxfam, che grazie al progetto OpenEurope fornisce assistenza agli esclusi o respinti da quello stesso sistema di accoglienza che dovrebbe per primo tendere loro una mano. Ragazzi, a volte anche minorenni, possibili vittime di organizzazioni criminali o del caporalato che fa della mano d’opera a basso costo un business.

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Il prossimo settembre i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga