
Roma, 23 luglio 2026 – Ricostruire Gaza costerà 71,4 miliardi di dollari, ovvero 7 volte il costo totale di tutte le ricostruzioni successive a ogni grande offensiva militare sulla Striscia degli ultimi 20 anni. Una cifra record che riflette solo una parte dell’impatto reale del conflitto scoppiato nel 2023, perché la ricostruzione del tessuto sociale richiederà generazioni. Basti pensare che il livello di sviluppo umano in meno di 3 anni è stato riportato indietro di ben 77 anni.
È l’allarme lanciato oggi da Oxfam, nell’ambito della campagna ©Palestina, tutti i diritti riservati, con un nuovo report, realizzato in collaborazione con il Palestine Economic Policy Research Institute (MAS) e il Palestine Trade Centre (PalTrade).
Il dossier presenta inoltre una proposta per la ricostruzione di Gaza fondata non sulla beneficenza, ma sul riconoscimento della titolarità del popolo palestinese a guidare il processo in termini di visione, priorità e sequenza delle azioni. Nato da una serie estesa di consultazioni che si sono svolte in tutta Gaza, il rapporto fa emergere la richiesta al Board of Peace, presieduto dagli Stati Uniti, e ai leader mondiali di adottare un modello di ricostruzione che non sia guidato dall’esterno.
“Qualsiasi Piano per la ricostruzione di Gaza è destinato a fallire, indipendentemente dalla cifra che sarà stanziata, se sarà imposto dall’alto, senza un coinvolgimento delle istituzioni locali, della società civile e degli attori economici. Bisognerà anche partire dal riconoscimento delle responsabilità di Israele, imponendo un’autentica inversione di rotta in ambito internazionale. – spiega Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia – Quanto successo negli ultimi 20 anni è lampante. Il costo della ricostruzione dopo le guerre del 2008-09, del 2014 e del 2021 ammontava a 10 miliardi di dollari in totale (ai valori attuali), ma ogni Piano è stato soffocato e reso vano dal blocco ininterrotto di Israele, dall’insufficienza di donatori e dal susseguirsi di offensive militari: chi aspettava di tornare a casa dopo l’offensiva del 2014, ad esempio, ha visto andare tutto in cenere sotto le bombe dell’ultima guerra”.
Per impedire che si ripetano gli stessi errori sarà quindi decisivo il ruolo degli Stati terzi e della comunità internazionale, la pressione che eserciteranno su Israele, dentro e fuori dal Board of Peace.
“Per questo con la campagna ©Palestina, tutti i diritti riservati – continua Pezzati – chiediamo con forza al Governo italiano un cambio di linea politica, anche in sede europea, a sostegno di un processo di ricostruzione realmente inclusivo, esteso anche alle aree colpite dal conflitto in Cisgiordania e a Gerusalemme est”.
Un appello che chiunque può sostenere aderendo alla campagna su: oxfam.it/palestina-tuttiidirittiriservati
Secondo le stime contenute nel report, basate sui dati di Nazioni Unite, Unione europea e Banca Mondiale, Gaza ha subito danni e perdite economiche per un totale di 57,9 miliardi di dollari, ma sarà necessario stanziarne oltre 71 per sostenerne la ripresa e la ricostruzione nell’arco dei prossimi 10 anni.
In meno di 3 anni sono stati uccisi 73 mila palestinesi, i feriti sono 173 mila e 1,9 milioni di persone sono state ripetutamente sfollate. Nel settembre 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza.
“Questi dati presentano un quadro che non è frutto del destino. – continua Pezzati – Sono l’occupazione e il blocco illegali da parte di Israele, insieme all’impunità di cui gode, a produrre lo stesso risultato, guerra dopo guerra. Gli stati, inclusa l’Italia, che hanno armato, coperto direttamente o indirettamente la distruzione di Gaza da parte di Israele, hanno precise responsabilità e devono contribuire alla riparazione dei danni. Il rapporto infine mostra come i costi non siano solo economici, perché questa guerra ha cancellato ciò che nessuna valutazione dei danni può quantificare: il sistema di istruzione e culturale, di assistenza pubblica a qualsiasi livello. Inoltre ha inquinato l’ambiente, ha disgregato qualsiasi legame comunitario e tessuto sociale”.
“La proposta che presentiamo oggi definisce un quadro quinquennale per la ripresa e la ricostruzione e parte dal riconoscimento del diritto inalienabile del popolo palestinese di decidere del proprio presente e futuro in ogni fase della ricostruzione, potendo esprimere un’unica visione nazionale che colleghi Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est. In questa direzione è perciò cruciale che non venga imposto dalla comunità internazionale alcun modello che escluda l’autonomia palestinese, frammenti ulteriormente il suo territorio e affidi la gestione di Gaza ad un’amministrazione transitoria internazionale. Al contrario chiediamo che venga attutato un processo che – in coordinamento con l’UE, l’Egitto, gli Stati arabi del Golfo, l’ONU e le agenzie internazionali – resti saldamente ancorato al rispetto del diritto internazionale rifuggendo da modelli di ricostruzione meramente orientati al profitto”.
In vista dell’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dei prossimi summit dei Paesi donatori, l’appello rivolto al Board of Peace e alla comunità internazionale è quindi di:
“Il report parte dall’ascolto di ciò che la popolazione di Gaza vuole, chiede e si immagina per il proprio futuro. – conclude Pezzati – Un processo che potrà avere successo solo se sarà ascoltato davvero. Tutti noi possiamo mobilitarci e sostenere questo diritto perchè sia davvero l’ultima volta che Gaza viene ricostruita”.
Ufficio stampa
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NOTE
Nel dettaglio:
– il Piano nazionale di ripresa rapida e ricostruzione dell’Autorità Palestinese nel 2008-09 prevedeva una spesa di 2,78 miliardi di dollari nominali, equivalenti a 4,17 miliardi di dollari (attualizzati al 2025);
– dopo il Conflitto del 2014, secondo le valutazioni dell’Autorità Palestinese, dell’ONU, dell’Ue e della Banca Mondiale, il costo stimato per la ricostruzione era di 3,90 miliardi di dollari nominali pari a 5,30 miliardi di dollari (attualizzati al 2025);
-dopo il Conflitto del 2021, le valutazioni di RDNA, Banca Mondiale, ONU e UE erano di 485 milioni di dollari nominali pari a 576 milioni di dollari (attualizzati al 2025);
– la somma dei costi stimati per le ricostruzioni precedenti al 2023 è quindi di circa 10,1 miliardi di dollari (attualizzati al 2025).
– il conflitto scoppiato nel 2023, secondo le valutazioni di RDNA, UE, ONU e Banca Mondiale del 20 aprile 2026, stimano un fabbisogno per la ricostruzione di 71,4 miliardi di dollari, una cifra 7,1 volte superiore al totale dei conflitti passati (6,8 volte se si considerano i soli danni materiali).
– l’escalation del 2012 non è stata considerata nell’analisi, poiché manca una valutazione congiunta dei danni. I criteri di stima e gli orizzonti temporali variano inoltre tra i diversi rapporti (la valutazione del 2021 copre un arco di 24 mesi, mentre la RDNA del 2026 adotta una prospettiva decennale). I dati vanno quindi intesi come indicativi dell’ordine di grandezza.
– Fonti: Banca Mondiale, valutazioni ONU e UE; indice CPI-U dell’Ufficio di Statistica del Lavoro degli Stati Uniti (U.S. Bureau of Labor Statistics). L’elenco completo delle fonti è disponibile su richiesta.