5 Aprile 2020

Emergenza coronavirus: salvare vite

 

La pandemia di coronavirus ha raggiunto oltre 180 Paesi

Nelle prossime settimane e mesi il virus potrebbe avere un impatto catastrofico nei Paesi già devastati da conflitti, epidemie e malnutrizione, contesti dove decine milioni di persone sono costrette a sopravvivere senza acqua pulita o strutture sanitarie

Milioni di persone in paesi dell’Africa centrale, meridionale e orientale non hanno cibo a sufficienza e sono inimmaginabili per loro le conseguenze dell’epidemia, per la mancanza di mezzi e condizioni utili a contrastarla. L’epidemia qui vuol dire ulteriore insicurezza alimentare, perdita del lavoro, mancanza assoluta di mezzi di sussistenza.

Milioni di persone non hanno più una casa a cui tornare. Il bilancio delle vittime a livello globale continua a crescere. La situazione più grave è nei campi profughi.

L’inferno dei campi profughi Rohingya in Bangladesh e a Lesbo

Nel campo profughi di Cox’s Bazar in Bangladesh, vivono ammassati 40mila profughi Rohingya per chilometro quadrato. Un contesto dove malnutrizione e malattie come colera, dissenteria e tifo sono già una minaccia concreta per i rifugiati che vivono qui, senza quasi nessun servizio sanitario di base.

I 20mila sfollati nel campo di Moria a Lesbo, vivono in una struttura concepita per accogliere non più di 3mila persone, con servizi igienico sanitari praticamente inesistenti:

  • 1 bagno ogni 160 persone
  • 1 doccia ogni 500
  • 1 fonte d’acqua ogni 325.

Nel campo praticamente non c’è sapone per lavarsi nemmeno le mani e 15 o 20 persone sono costrette a vivere ammassate insieme in singoli container o in alloggi di fortuna.

L’emergenza a Gaza e in Yemen

A Gaza si registrano i primi 10 casi di infezione, la densità della popolazione è di 5.000 persone per chilometro quadrato, con soli 70 posti di terapia intensiva per 2 milioni di abitanti.

In Yemen, dopo cinque anni di conflitto, funziona solo il 50% delle strutture sanitarie in cronica carenza di medicine e personale con più di metà della popolazione che non ha accesso all’acqua pulita.

Cosa fa Oxfam per rispondere all’emergenza coronavirus?

Oxfam sta oggi lavorando con partner locali, ministeri della salute e agenzie chiave delle Nazioni Unite in 50 paesi per rispondere alla crisi e salvare vite, sulla base di anni di esperienza nella gestione di epidemie come Zika o Ebola. 

Lavoriamo:

  • in aiuto di 118.000 profughi Rohingya nei campi di Cox’s Bazar in Bangladesh e di Rakhine in Myanmar, mediante distribuzione di acqua pulita, sapone e kit igienico-sanitari e attraverso la promozione di buone pratiche igieniche. Sostieniamo 5.000 famiglie vulnerabili che vivono nelle vicinanze del campo di Cox’s Bazar fornendo acqua pulita e beni igienico-sanitari;
  • al fianco dei 76.000 rifugiati siriani nel campo di Za’atari in Giordania mediante campagne di prevenzione e nei campi informali del Libano con distribuzione di sapone;
  • in Iraq, con la ristrutturazione di un ospedale per una comunità di 50.000 persone;
  • in Burkina Faso per rimettere in funzione o costruire 107 punti di raccolta acqua in aiuto di coloro che stanno fuggendo da scontri e violenze;
  • nel nord dell’Uganda nei campi profughi, mediante campagne di prevenzione;
  • in Yemen, mediante la formazione di volontari che diffonderanno buone pratiche igienico-sanitarie tra le comunità colpite dalla guerra.
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