Libano. La "casa" di Aziz e della sua famiglia, costruita con i poster del film Hunger Games. Credits: Ben Phillips/Oxfam

La "casa" di Aziz

Riconoscete i cartelloni della foto? La guerra non è solo sugli schermi: questo era un poster di Hunger Games, e adesso è diventata la casa di Aziz. Siamo in Libano, dove i rifugiati siriani usano quello che possono per ripararsi dal freddo.


Ben Phillips, Direttore campagne Oxfam GB, ha incontrato due famiglie siriane rifugiatesi in Libano, tra cui quella di Aziz, che ha costruito la sua “casa” usando i poster di un film che in questi giorni sta spopolando ai botteghini.

Quando Aziz è scappato dalla Siria verso il Libano, ha saputo di un contadino che permetteva ai rifugiati siriani di accamparsi sul suo terreno. “Quanto vuole di affitto?” Gli ho chiesto “Nulla. Il contadino non vuole nulla”. Il rifugio, costruito dallo stesso Aziz utilizzando i poster, è illuminato da una lampadina elettrica. “Il contadino ci lascia usare l’elettricità gratis”, aggiunge Aziz.

Aziz non può trovare lavoro, tranne qualche impiego occasionale. “Che lavori fai?” “Tutto. Posso fare di tutto. Scaverei la terra a mani nude se questo potesse aiutarmi a mantenere le mie bambine”. Aziz vuole disperatamente ritornare nel suo paese: “Se fosse per me proverei a stare qui e cercare lavoro”. Ma per le sue figlie, non può farlo. E così si affida alla generosità di un contadino che non abbandona chi chiede aiuto.

Aziz è uno dei fortunati. In un altro accampamento, incontro Hadoud. Dal suo arrivo in Libano ha vissuto in un edificio che in origine era un pollaio. L’intera famiglia – dalla sua bambina di un anno fino alla madre di 70 – vive in una stanza. Devono pagare 100 dollari al mese di affitto ai proprietari, una somma che non possono permettersi. Hanno usato tutti i loro risparmi e adesso, mi dicono, comprano cibo a credito. Si sta facendo freddo nella valle della Bekaa ma non possono comprare una stufa, e hanno solo le coperte per scaldarsi.

I bambini vanno a scuola?” chiedo “No. Li abbiamo tolti. Gli insegnanti li picchiavano e li costringevano a vuotare la spazzatura invece che stare in classe. Non lo facevano con i bambini libanesi, solo con quelli siriani. Non potevamo lasciarli in quella scuola”. Il mio traduttore ha le lacrime agli occhi, e non riesce ad andare avanti.

Ci sono più di un milione di rifugiati siriani in Libano. La risposta umanitaria internazionale è gravemente insufficiente. Bisogna fare di più per aiutare il paese a far fronte all’emergenza. Le sfide sono sfide per tutta la comunità internazionale. Possiamo chiederci come sia possibile che ai bambini di Hadoud qualcuno possa impedire di frequentare le lezioni: ma la responsabilità è di tutti noi.

“La madre di Hadoud vuole offrirvi un caffè” mi dice il traduttore “ma le ho detto che dobbiamo andare. Non possono permettersi di ospitarvi, e non voglio metterli in imbarazzo”. Ma il caffè arriva lo stesso. “Insistono nel darci il benvenuto”. “Andremo a casa, torneremo in Siria” ci dice Hadoud, mentre beviamo “e quando sarà, dovrete venirci a trovare”.
Ma per adesso, devono restare. E ogni giorno arriva nuova gente. Gestire un tale movimento di persone in una situazione tanto instabile è complicato, molto complicato. E la comunità internazionale non può aspettarsi che i paesi vicini alla Siria la gestiscano da soli: devono affrontarla insieme. E’ la crisi umanitaria del nostro tempo, una responsabilità collettiva, e richiede una risposta collettiva per affrontarla.
Ma mentre la comunità internazionale si interroga su come aumentare la propria risposta umanitaria, quello che è sicuramente meno complicato è il principio guida della famiglia che non ha quasi nulla da offrire che un caffè, del contadino che lascia usare la sua terra gratuitamente, o del traduttore che non riesce a dire quello che è stato detto.
E’ la gentilezza dello straniero.

Aiutiamo la popolazione siriana. Non lasciamoli soli.

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