Marie Carole alla sua bancarella, mostra orgogliosa la sua merce. Credits: OxfamGB

Marie Carole Boursiquot

Marie Carole Boursiquot è stata una delle 56 donne a gestire una delle prime mense comunitarie di Port-au-Prince, per due mesi da marzo a maggio. Oxfam l’ha appoggiata finanziariamente così che  potesse sfamare 80 persone della sua comunità e garantirsi un reddito, un primo passo per riguadagnarsi indipendenza economica e ricominciare il suo vero lavoro, gestire un piccolo negozio.


Per incontrarla, guidiamo fino a Carrefour Feuilles, un’area povera di Port au Prince affollata di edifici, la maggior parte dei quali distrutta dal terremoto, e scaliamo sentieri di ghiaia, ancora coperti da uno spesso strato di calcinacci. E’ seduta a una bancarella coperta da un’ampia tenda fatta da un telo di plastica; fuori un vecchio chiosco per l’acqua – un edificio a due piani adesso ridotto a uno. Tira fuori qualche sedia per noi, e le chiediamo come è andata negli ultimi due mesi.


“Le cose sono state difficili appena dopo il terremoto, ma siamo haitiani, dobbiamo alzarci e andare avanti. Poi c’è stata la mensa comunitaria e questo lavoro mi ha davvero aiutata. Sono stata in grado di avere qualche soldo per riaprire il mio commercio. Adesso ho di nuovo la mia bancarella. Ogni settimana, quando avevo la mensa, mettevo da parte un po’ dei guadagni, 1000 gourde qui e lì, e mandavo le ragazze a comprare merce per il mio negozio; chiedevo in prestito anche qualcosa così potevo comprare la merce. Adesso vendo qualsiasi cosa: riso, zucchero, fagioli, pasta, carbone…
Ho chiesto a Marie Carole di mostrarci le sue scorte e lei è felice di accontentarmi. Ci fa vedere prima i fagioli e le granaglie, allineati in ordine nei sacchi di tela – ne prende piccole manciate per farcele guardare; fagioli neri, piccoli fagiolini verdi che chiama fagioli francesi, grano, mais… Il mais è per i polli, specifica, non per le persone!  Fruga in una scatola sul pavimento e tira fuori sacchetti blu per il carbone, sacchettini di detersivo, e zucchero che ha incartato in piccoli pacchetti di plastica – due dimensioni, una da 5 e una da 10 gourde.


Per una bancarella così piccola, c’è una varietà impressionante di merce. Marie Carole tira fuori cartoni di latte, bottigliette rosa di shampoo, caramelle e, stranamente, qualcosa che sembra un piattino di creta. Ride e ce lo mostra, spiegandoci che è chiamato “terre” e che i bambini e le donne incinta sono di solito quelli che le comprano… per mangiarlo”. “Io non lo mangio, ma loro sì, qualche volta comprano l’intero vassoio! Vengono e chiedono proprio per quello.”. Sembra che sia considerato salutare.
Marie Carole mette a posto le scatole e si siede di nuovo. “Mi sono fatta tutta la strada per Croix Bossales per comprare la merce lì al mercato. Mio fratello è venuto con me e mi ha aiutata. Con la mensa e adesso con questa bancarella almeno possiamo mangiare tutti. Siamo 10, viviamo tutti insieme dal terremoto, nello stesso rifugio con un tetto di metallo. Ma adesso abbiamo teli di plastica, datici da Oxfam e comprati da noi, così quando piove non ci bagniamo come prima”.


Siamo momentaneamente interrotti dall’arrivo di una cliente, una bambina di cinque o sei anni, mandata da Marie Carole per comprare qualche snack – patatine o qualche tipo di cracker. Si intimidisce a vederci intorno e scappa via senza attendere il resto. Marie Carole ride e allinea le monete sul banco – la bambina tornerà. Poi si siede nuovamente.

“Il problema  adesso è che questo negozio non è mio. Ho un accordo con i proprietari, mi hanno lasciato mettere il negozio al piano terra perché non possono utilizzarlo, dato che il piano sopra è andato distrutto. Ma il soffitto è crepato e perde, così la mia merce si bagna, ho comprato le bustine di plastica per metterci le cose dentro. Dato che il primo piano è crollato sul soffitto, non mi piace andare dentro, così non mi accorgo subito se le cose si bagnano. E’ difficile gestire la mia merce”.
La gente di Oxfam (la squadra di supporto al commercio) è venuta a ispezionare il luogo del mio vecchio negozio, hanno visto che è stato distrutto, e mi daranno un container che posso usare come negozio e come magazzino per riporre sicura la mia merce. Sarà molto meglio per il mio commercio; potrò comprare di più, e gestire meglio ma mia merce”.


Le chiedo quali sono i suoi bisogni più grandi adesso, ma è riluttante a rispondere. Si stringe nelle spalle. “Oxfam è l’unica organizzazione che aiuta tutta la comunità. Molte cose mi aiuterebbero, ma non voglio chiedere troppo. Non puoi sempre chiedere agli altri di dare e dare. Sono contenta con quello che Dio mi da. Ma con più soldi, o con il container di Oxfam, sarò in grado di andare avanti meglio adesso, ingrandendo il mio negozio, vendendo di più e guadagnare di più per migliorare il nostro rifugio e la nostra vita”. “Ci sono sempre bisogni, ma finchè abbiamo la salute, e abbiamo due mani e due piedi, possiamo trovare cose da fare, e continueremo a vivere. Le cose andranno meglio”.


Questo programma, come tanti altri, permette alle persone di riappropriarsi delle proprie vite. Abbiamo cominciato con 56 mense comunitarie che sfamavano 80 persone, e si stanno espandendo. Le prime mense hanno chiuso, ma ve ne sono altre 139 in varie aree della capitale, ciascuna che appoggia il proprietario di una mensa e che sfama 80 persone tra le più vulnerabili della comunità. Le donne che gestiscono le mense partecipano in formazione su gestione d’impresa, e 25 proprietari di negozi, Carole tra essi, riceveranno contaniners da usare come magazzini, una volta pronti per riaprire. Oxfam appoggerà loro e molti altri con sovvenzioni di 130 dollari per permettere di comprare la merce. Il programma di sovvenzioni si rivolgerà a 30.000 famiglie, circa 150.000 persone nei prossimi mesi.
Oxfam, Giugno 2010