Ziad Al-Abtawi è un imprenditore palestinese. La sua compagnia produce ed esporta olio d’oliva e prodotti agricoli da Nablus, in Cisgiordania, verso 22 Paesi sul mercato internazionale. A tutti gli effetti la sua azienda sta diventando una multinazionale, ma le regole del gioco con cui deve fare i conti un’impresa palestinese nei territori occupati da Israele, non sono quelle di tutti gli altri.
Quando ero bambino, mio padre fu arrestato dagli israeliani. Gli fu vietato di viaggiare. Quando mi laureai e tornai, era in corso la prima Intifada. C’è sempre l’occupazione.”

Più di mezzo secolo di occupazione
Israele occupa il territorio palestinese dal 1967, quando ha iniziato a trasferire i propri civili in insediamenti creati illegalmente in questi territori. Da allora, tutti i governi israeliani che si sono susseguiti, hanno continuato a perseguire politiche di espansione e consolidamento degli insediamenti nel Territorio palestinese occupato.
Gli insediamenti israeliani coprono oggi oltre il 42% della superficie totale della Cisgiordania, confiscata alle comunità palestinesi insieme alla maggior parte delle risorse idriche della regione. Gli insediamenti e le infrastrutture ad essi associate hanno di fatto frammentato la Cisgiordania causando espropri, restrizioni alla libertà di movimento e il trasferimento forzato di Palestinesi. L’esercito israeliano ha installato centinaia di checkpoint e costruito un muro di separazione che limita ulteriormente la libertà di movimento e l’accesso ai servizi essenziali per 3,4 milioni di palestinesi.

“È diventato tutto molto costoso”
Abbiamo quasi 1.000 posti di blocco in Cisgiordania a causa delle restrizioni di sicurezza imposte dall’occupazione, e questo rende la vita molto difficile per la circolazione di merci e persone – racconta Ziad – Quando si ha questo problema di mobilità, e si ha anche un accesso limitato all’acqua, oltre alla violenza, ai coloni e così via, la produttività ne risente e diventa difficile per gli agricoltori vendere i propri prodotti a un buon prezzo. È diventato tutto molto costoso.”
L’occupazione israeliana e l’espansione degli insediamenti hanno deliberatamente soffocato l’economia palestinese, impedendone lo sviluppo. Il settore agricolo, storicamente la spina dorsale dell’economia palestinese, ha subito gravi disagi causati dall’espansione degli insediamenti. Le autorità e i coloni israeliani si impossessano regolarmente di terreni agricoli, estromettendo forzatamente gli agricoltori palestinesi dalle loro terre e sottraendo loro le risorse per costruire nuovi insediamenti e infrastrutture: il risultato è una devastazione economica a lungo termine.

Centinaia di migliaia di ulivi sradicati
Dopo aver sequestrato la terra, spesso le forze israeliane e i coloni distruggono e sradicano colture e frutteti per liberare spazio da adibire all’ulteriore espansione degli insediamenti. Dal 1967 in poi le forze israeliane e i coloni hanno sradicato oltre 800.000 ulivi. La distruzione degli ulivi in Cisgiordania ha un significato particolare: la coltivazione e vendita delle olive e dei prodotti ad esse correlati rappresentano infatti circa il 14% dell’intera economia palestinese.
La raccolta delle olive in Palestina è come una festa. Abbiamo 100.000 famiglie in Palestina che traggono beneficio dal commercio delle olive”. Tuttavia, prosegue Ziad: “Il prezzo dell’olio d’oliva quest’anno in Palestina è quasi il doppio di quello in Italia. Quindi sta diventando molto difficile”.
Le sfide logistiche in un territorio occupato
Oggi oltre 925 ostacoli tra checkpoint, cancelli e blocchi stradali, frammentano la Cisgiordania, limitando la libertà di movimento e l’accesso ai servizi per 3,4 milioni di palestinesi. Questi ostacoli hanno conseguenze profonde anche sulla circolazione delle merci.
Una volta che riusciamo a portare le nostre merci alla fabbrica, dove facciamo la produzione, il confezionamento e così via, c’è un’altra sfida da affrontare: la logistica. Quando si vuole spostare la merce dalla fabbrica al porto per esportarla all’estero, questa passa attraverso un controllo di sicurezza, viene caricata e scaricata e così via. Questo comporta un costo aggiuntivo. Il costo per portare la merce dalla mia fabbrica ad Haifa è di 2.000 dollari, e sono solo 200 chilometri, mentre il costo per spedire il container da Haifa ad Amburgo è di 3.500 dollari, e la distanza è di 3.000 chilometri”.

Gli Stati europei continuano ad alimentare l’occupazione
L’occupazione israeliana costa all’economia palestinese miliardi ogni anno e ha conseguenze drammatiche sulla popolazione: negli ultimi due anni, il tasso di povertà in Cisgiordania è aumentato dal 12% al 28%, mentre la disoccupazione è arrivata al 35%. Nonostante ciò, molti Stati, tra cui l’Italia continuano a intrattenere rapporti commerciali con gli insediamenti illegali israeliani, legittimando di fatto alimentando l’occupazione illegale. Solo nel 2024, il valore delle importazioni in Italia di beni e servizi da Israele, e in parte dagli insediamenti in Cisgiordania, è stato di circa 1 miliardo di euro.
Una legge per fermare il commercio con gli insediamenti illegali
Da mesi chiediamo ai governi europei di interrompere il commercio con gli insediamenti illegali israeliani. Per questo abbiamo sollecitato una proposta di legge che vieti l’importazione e la commercializzazione in Italia di prodotti e servizi legati agli insediamenti.
Un passo importante ma perché diventi realtà è necessario che il Governo agisca. Con la tua firma puoi chiedere al Governo italiano di interrompere ogni relazione commerciale con gli insediamenti illegali di Israele. Un primo passo concreto per porre fine all’occupazione e alle conseguenti violazioni dei diritti umani dei palestinesi.
*La testimonianza è estratta da un’intervista di Alberto Sofia pubblicata su il Fatto Quotidiano.



