Intervista a Marisa Mazzoni, donatrice che ha fatto un un lascito a Oxfam nel suo testamento.

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Intervista a Marisa Mazzoni

Marisa, ci parli un po’ di lei 

 

Ho 56 anni, vivo sola con due gatti. Ho sempre lavorato come locandiera fino all’anno scorso, quando ho venduto il mio albergo. Era un luogo che rispecchiava il mio carattere e la mia formazione: sono cresciuta con le favole, e l’albergo era testimonianza di questo, c’erano favole e storie a disposizione dei clienti, voleva essere oltre che un rifugio fisico anche un rifugio per l’anima, rispecchiando quello in cui credo. Oggi ho molte passioni, mi piace godere la compagnia dei miei gatti, faccio meditazione e yoga.

Come ha conosciuto Oxfam? 

Ho incontrato Oxfam grazie ai dialogatori in piazza a Bologna. In realtà ci tenevo anche a dimostrare a questi ragazzi, così giovani e quindi pieni di speranza, che questa era ben riposta: so che ricevono ogni giorno moltissimi no, molte risposte anche sgarbate, e volevo che sapessero che la loro energia, la loro voglia di cambiare il mondo, era condivisa, è condivisa da tantissime persone.

Che significato ha per lei donare? 

Io sostengo diverse organizzazioni, da molto tempo, e Oxfam è una di queste. Credo nella reincarnazione, e mi sembra giusto, per chi vive in una parte “fortunata” del mondo, restituire qualcosa a chi non si trova nella stessa situazione, perché nato in un paese povero, o in una famiglia indigente. E sono convinta anche che fare del bene faccia bene a chi lo fa.

Il lascito testamentario: davvero lo fa solo chi ha una grande disponibilità economica? Ci sono svantaggi per i familiari? 

Io sono sola, ma ho parenti prossimi, e loro stanno bene economicamente. Non ho grandi somme da donare, e penso che ciascuno possa farlo in misura della propria disponibilità, per piccola o grande che sia. Per me è una questione di responsabilità: è importante per me che il mio impegno in vita continui anche dopo la mia morte, è un modo per mantenere in vita gli ideali che mi hanno guidata. So che posso contribuire ad alleviare le condizioni di chi è meno fortunato di me. Non c’è bisogno di essere ricchi, ripeto, è sufficiente rinunciare al superfluo. Rispetto a questo io penso sempre: mi serve davvero questa cosa, o posso invece aiutare qualcuno? Il mio superfluo, può contribuire a soddisfare i bisogni primari di una persona, di una famiglia? E anche, quanto vale un’emozione? Quanto vale sapere che hai contribuito a cambiare la vita di una persona, a darle speranza? Cerco di non perdere mai sentimenti come la gratitudine, per quello che abbiamo e per ciò che siamo, e la compassione, per chi non ha quello che ho io. Questo è il filo che mi guida, che guida le mie scelte.

 

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