Kenya. Veduta aerea di Dadaab, i più grande campo profughi del mondo. Credits: Oxfam

Il campo di Dadaab

Chee Chee Leung, Coordinatore dei media, Oxfam Australia, riporta alcune testimonianze dei profughi al campo di Dadaab, in Kenya.

“Per la maggior parte dei musulmani del mondo, la settimana del Eid ul-Fitr – che segna la fine del Ramadan – è un’occasione per festeggiare.
Ma per i rifugiati che ho conosciuto a Dadaab è stata solo un’altra settimana di sopravvivenza. Molti raccontano che hanno continuato a combattere giorno dopo giorno e non hanno potuto festeggiare, ma solo pregare per un futuro migliore.
L’unica cosa che facciamo è pregare, non ci sono festeggiamenti, perché la vita è dura. Noi chiediamo a Dio solo la pace per il nostro paese”, dice Katuma, madre di sette figli che vive in un’estensione del campo Ifo a Dadaab.
Nella loro madrepatria, la Somalia, Katuma e la sua famiglia erano pastori, ma hanno perso tutto il loro bestiame a causa della siccità.
Le scarse piogge e il conflitto in corso li hanno obbligati a lasciare la propria casa, camminando per cinque giorni.
Sono arrivati all’ estensione del campo Ifo a Dadaab meno di due settimane fa, dopo aver trascorso gli ultimi nove mesi nel campo di Dagahaley a Dadaab.


Oxfam al momento è in grado di aiutare più di 32mila persone che vivono nelle tre estensioni del campo di Dadaab – Ifo II, Ifo III e Kambioos – fornendo loro acqua potabile e servizi sanitari. A partire da luglio, ha inoltre aiutato circa il doppio delle persone costruendo latrine comuni, istallando rubinetti e fornendo acqua pulita.


Norta è una delle persone che Oxfam ha aiutato. E’ madre di 9 figli e ha viaggiato a piedi per 20 giorni dalla Somalia fino a Dadaab. Anche se si è lasciata il conflitto somalo alle spalle, arrivare alla fine della giornata è ogni volta una sfida. La festa Eid ul-Fitr è spesso un’opportunità per scambiarsi regali o per comprare nuovi vestiti ai bambini. Ma per Norta, quest’anno, la festa Eid ul-Fitr è un giorno come gli altri.  “Non abbiamo niente per sopravvivere. Sto festeggiando la festa di Eid con molti problemi e senza vestiti”.

Il Ramadan, mese di digiuno, è un momento di autodisciplina e riflessione spirituale. Ma è anche un momento in cui si ha un atteggiamento di empatia verso i meno fortunati, e in cui la carità diventa molto più importante di quanto lo sia di solito.

Il Ramadan è ormai finito. Tuttavia, spero che questo spirito del donare agli altri possa perdurare e che maggiori aiuti siano disponibili per contrastare la crisi del cibo nell’Africa orientale.


Shamsa è una ragazza di 28 anni madre di due bambini  che vive nel campo Ifo III. Mentre parlavo con lei del suo desiderio per la festa di Eid, mi ha confidato: “Ho chiesto di andare in paradiso”.

Forse non siamo in grado di regalarle il paradiso, ma possiamo provare ad aiutare le persone come Shamsa, Norta e Katuma, a ricostruire le proprie vite, affinché, quando arriverà la prossima festa di Eid-ul Firt, potranno avere qualcosa da festeggiare.

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