Il mondo produce oggi abbastanza cibo per sfamare tutta la popolazione globale. Eppure, 673 milioni di persone soffrono la fame cronica e 2,6 miliardi non possono permettersi una dieta sana, secondo l’ultimo rapporto FAO sullo Stato della Sicurezza Alimentare del 2025. Il problema non è la quantità di cibo disponibile: è chi decide cosa si coltiva, dove, a quale prezzo e per chi.
È questa contraddizione che ha fatto nascere il concetto di sovranità alimentare come risposta politica a un sistema che concentra il controllo del cibo nelle mani di pochi, sottraendolo alle comunità che lo producono e ne hanno bisogno.

Che cos’è la sovranità alimentare
Il termine nasce nel 1996 a Roma, durante il Vertice Mondiale sull’Alimentazione della FAO. A coniarlo è La Via Campesina, il movimento internazionale dei contadini e dei lavoratori rurali, in risposta a un modello globalizzato che stava svuotando le agricolture locali di tutto il mondo.
La definizione originale è precisa: la sovranità alimentare è il diritto dei popoli a cibo sano e culturalmente appropriato, prodotto con metodi ecologicamente sostenibili, e il loro diritto a definire i propri sistemi alimentari e agricoli. Mette al centro chi produce e chi consuma, non le esigenze dei mercati e delle grandi imprese.
Nel 2007, al primo Forum Globale sulla Sovranità Alimentare a Nyéléni, in Mali, il movimento ha articolato questo diritto in sei pilastri fondamentali:
- mettere il cibo al centro delle politiche;
- costruire conoscenza e competenze locali;
- lavorare in armonia con i cicli naturali;
- valorizzare chi produce il cibo;
- localizzare i sistemi alimentari;
- mettere il controllo nelle mani delle comunità.
Sicurezza alimentare e sovranità alimentare: differenze
La differenza con la sicurezza alimentare è sostanziale, non semantica. La sicurezza alimentare, nella definizione FAO, misura se le persone hanno accesso a cibo sufficiente, sicuro e nutriente. È una questione di disponibilità e accesso. La sovranità alimentare va più a fondo: chiede chi ha il potere di decidere cosa si coltiva, come si coltiva e per chi. Una comunità può essere tecnicamente “food secure” mangiando cibo importato da migliaia di chilometri, prodotto da multinazionali con semi brevettati, distribuito attraverso catene di supermercati globali, ma privata della sua sovranità alimentare.
Il nesso con l’insicurezza alimentare è diretto. Dove le comunità non controllano la propria produzione di cibo, la vulnerabilità agli shock esterni, siano conflitti, crisi climatiche o speculazione finanziaria, si trasforma rapidamente in fame. Tra 7.000 e 21.000 persone muoiono ogni giorno di fame indotta dai conflitti nei paesi in guerra, secondo le stime Oxfam. Non perché il cibo non esista, ma perché il sistema che dovrebbe distribuirlo è stato costruito per servire i mercati, non le persone.

Sovranità alimentare: un termine, due usi diversi
In Italia il termine è stato usato impropriamente nel 2022 dal governo Meloni che ha rinominato il Ministero dell’Agricoltura in Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF). Questo uso del termine si concentra principalmente sulla protezione dell’identità agricola nazionale:
- tutela delle denominazioni DOP e IGP
- contrasto all’Italian sounding
- sostegno alla filiera agroalimentare italiana.
Sono obiettivi legittimi, ma di segno diverso rispetto al concetto internazionale: non riguardano il diritto delle comunità rurali povere a controllare le proprie risorse, ma la capacità di uno Stato avanzato di proteggere il proprio mercato.
Il concetto originale di sovranità alimentare parla di un’altra cosa: del diritto di una comunità contadina in Ecuador a non dipendere da sementi brevettate da una multinazionale americana, di un paese africano a non vedere i propri terreni agricoli destinati interamente all’export mentre la popolazione locale dipende dalle importazioni di grano, di un piccolo agricoltore indiano a non indebitarsi con le banche per comprare pesticidi abbinati obbligatoriamente ai semi che compra. Entrambe le accezioni usano le stesse parole. I problemi che affrontano sono profondamente diversi.
Chi controlla il cibo nel mondo
Capire la sovranità alimentare richiede guardare i dati sul controllo del sistema alimentare globale. Sono numeri che raramente appaiono nelle discussioni politiche ordinarie.
Quattro aziende, BASF, Bayer, Corteva e Syngenta, controllano oggi il 56% del mercato globale delle sementi, con Bayer che da sola ne detiene il 23% dopo l’acquisizione di Monsanto nel 2018. Le stesse quattro controllano il 61% del mercato globale dei pesticidi. Secondo il rapporto IPES-Food Who’s Tipping the Scales?, quattro grandi gruppi dominano il 62,3% del settore chimico per l’agricoltura e altre quattro controllano il 60,5% del mercato dei farmaci per la zootecnia. Solo dieci multinazionali detengono la quota prevalente del commercio mondiale di materie alimentari di base.
L’1% delle imprese agricole gestisce almeno il 70% dei terreni agricoli globali. Questo è il dato che sintetizza meglio la concentrazione del potere nel sistema alimentare: non è solo chi produce i semi o i pesticidi, è chi possiede la terra.
A questo si aggiunge la finanziarizzazione dei prezzi alimentari. Come spiega Francesco Petrelli, policy advisor di Oxfam Italia sulla sicurezza alimentare, il cibo è diventato un asset su cui scommettere e speculare alla Borsa di Chicago, che determina il prezzo delle materie prime, soprattutto nel settore cerealicolo. Le crisi dei prezzi del 2007-2008 e del 2011, che hanno spinto decine di milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, non sono state causate da scarsità di cibo: sono state amplificate dalla speculazione finanziaria su un sistema già strutturalmente diseguale.

Quando manca la sovranità alimentare: le conseguenze reali
La perdita di controllo sui sistemi alimentari locali produce effetti concreti e documentati, che vanno ben oltre la questione del gusto o dell’identità culturale.
La perdita di biodiversità agricola è la prima. La FAO stima che nel corso del Novecento sia andato perso il 75% della diversità delle colture. Oggi il 60% dell’alimentazione mondiale si basa su sole tre specie: riso, mais e grano. Di oltre 6.000 specie vegetali coltivabili, quelle effettivamente prodotte sono circa 200, e l’alimentazione globale si concentra su appena 9. Questa semplificazione non è avvenuta per caso: è il risultato diretto dell’espansione delle monocolture industriali, progettate per massimizzare la resa su larga scala con sementi brevettate e pacchetti chimici standardizzati. Più le varietà si riducono, più i sistemi alimentari diventano fragili di fronte ai cambiamenti climatici, alle epidemie delle colture, alle crisi dei prezzi.
La seconda conseguenza è la dipendenza strutturale. Cinquanta paesi dipendono da Russia e Ucraina per oltre il 30% delle importazioni di grano. Molti di questi paesi producono cibo, ma non il cibo di cui ha bisogno la propria popolazione: coltivano colture da esportazione per il mercato globale, mentre importano i cereali di base. Questa dipendenza si è rivelata una fragilità devastante con la guerra in Ucraina, che ha fatto schizzare i prezzi delle derrate alimentari e aggravato le crisi già in corso in Sahel, Corno d’Africa e Yemen.
Oxfam per la sovranità alimentare
Sebbene datato nel tempo, raccontiamo il lavoro di Oxfam in Ecuador per fare capire cosa significa concretamente invertire questa tendenza. Nella provincia andina dell’Imbabura, a Cotacachi, i nostri team hanno lavorato nel 2012 con le comunità locali per recuperare colture dimenticate come la quinoa, il lupino e l’amaranto andino. L’amaranto, classificato dall’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti tra gli alimenti più completi in natura, era quasi scomparso dalle campagne ecuadoriane, sostituito da colture da reddito imposte dalla logica delle monocolture. Carmen Caranqui, una delle prime agricoltrici a tornare a coltivarlo ad Alambuela, ha visto il suo reddito aumentare e la sua comunità recuperare un sistema alimentare che non dipende dagli andamenti di mercati lontani migliaia di chilometri.

Cosa serve per cambiare il sistema
Ridurre la crisi di sovranità alimentare a una questione di scelte individuali di consumo è una risposta insufficiente. I cambiamenti che contano sono strutturali.
Servono regole sui mercati finanziari che impediscano la speculazione sulle materie prime alimentari di base. Servono politiche antitrust applicate all’agroindustria, per limitare la concentrazione di potere sulle sementi e sui pesticidi. Servono investimenti pubblici nei sistemi alimentari locali, nell’agroecologia, nelle filiere corte e nelle infrastrutture di stoccaggio nei paesi a basso reddito. Serve invertire i tagli agli aiuti umanitari, che stanno lasciando scoperte le crisi più acute mentre la ricchezza globale aumenta.
Il ruolo del consumatore esiste, ma è politico prima che individuale. Scegliere filiere corte, sostenere produttori locali, fare pressione sulle imprese per la trasparenza delle catene di approvvigionamento: sono atti che acquistano senso dentro un cambiamento collettivo, non come gesto di virtù personale.
Il lavoro di Oxfam per la sovranità alimentare
Il lavoro di Oxfam in questo campo non si limita alla risposta emergenziale ma parte dal sostegno ai piccoli agricoltori e al recupero della biodiversità locale, come accaduto in Ecuador. Questo significa:
- supporto tecnico alla coltivazione di varietà tradizionali;
- costruzione di filiere corte che permettano ai produttori locali di vendere il proprio cibo a prezzi equi senza passare attraverso le catene di distribuzione globale;
- e accesso al credito per ampliare la capacità produttiva senza dipendenza da sementi e pesticidi brevettati.
Significa anche advocacy politica. Oxfam denuncia la speculazione finanziaria sulle materie prime alimentari, i meccanismi che consentono alle multinazionali di monopolizzare il mercato delle sementi, e i tagli agli aiuti umanitari che espongono le popolazioni più vulnerabili alle conseguenze di crisi che non hanno causato. La stima di una riduzione del 40% del budget del World Food Programme nel 2026, mentre la ricchezza dei miliardari globali è cresciuta di 2.000 miliardi di dollari nel solo 2024, è una scelta politica, non una necessità economica.
Oxfam lavora ogni giorno perché questo cambiamento sia possibile, sul campo e nei tavoli politici dove si decide come funziona il sistema alimentare globale. Se sei d’accordo con noi che il cibo è un diritto e non una merce, puoi contribuire a questo lavoro.





