29 Aprile 2026

Acqua nei conflitti: cause, scenari e diritto internazionale

 

L’acqua è al centro di alcune delle crisi umanitarie più gravi del mondo. Non come conseguenza passiva delle guerre, ma come obiettivo militare, strumento di pressione politica e causa diretta di conflitti tra stati e comunità. Capire il nesso tra acqua e conflitti armati significa guardare a un problema già in corso, destinato ad aggravarsi.

Cos’è la hydro-politics e perché i conflitti idrici sono in aumento

Con il termine hydro-politics si intende lo studio delle relazioni di potere che si costruiscono attorno alle risorse idriche: chi controlla le sorgenti, i fiumi, le dighe e i sistemi di distribuzione dell’acqua detiene un vantaggio strategico, economico e militare.

Non si tratta di una prospettiva teorica. Secondo le Nazioni Unite, oltre 2 miliardi di persone vivono in paesi con stress idrico elevato. Con la crisi climatica, questa pressione aumenta: le precipitazioni diventano meno prevedibili, le siccità più frequenti, le falde acquifere si esauriscono. Nei contesti già segnati da povertà, disuguaglianza e instabilità politica, la scarsità di acqua amplifica le tensioni esistenti e ne crea di nuove.

Il Pacific Institute, che monitora i conflitti legati all’acqua dal 1900, documenta un’accelerazione significativa negli ultimi vent’anni: la maggior parte degli eventi registrati si concentra dopo il 2000, con un picco negli anni Dieci e Venti di questo secolo. I conflitti idrici non riguardano solo paesi in via di sviluppo: coinvolgono Stati, gruppi armati, aziende e governi che competono per il controllo di risorse sempre più scarse.

Credit: Jean Hatem/Oxfam
Credit: Jean Hatem/Oxfam

I casi: Gaza, Yemen e la contesa del Nilo

Gaza: privazione sistematica come metodo di guerra

A Gaza il collegamento tra acqua e conflitto è documentato con precisione. Prima del 7 ottobre 2023, ogni abitante della Striscia disponeva di 82,7 litri d’acqua al giorno, già al di sotto dello standard OMS. Dall’avvio delle operazioni militari israeliane, quella quantità è crollata a 4,74 litri pro capite al giorno: meno di un terzo del minimo raccomandato nelle emergenze acute (15 litri secondo gli standard SPHERE).

Oxfam ha documentato la distruzione sistematica delle infrastrutture idriche: condotte di Mekorot interrotte, impianti di desalinizzazione non operativi per mancanza di carburante ed energia elettrica, stazioni di pompaggio distrutte incluse quelle costruite da Oxfam stessa a Rafah. Gli ostacoli burocratici imposti dalle autorità israeliane hanno bloccato l’ingresso di materiali e attrezzature necessari alle riparazioni.

Il 9 ottobre 2023, il Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha annunciato pubblicamente un “assedio totale” su Gaza, citando esplicitamente acqua, carburante ed elettricità tra i servizi da bloccare. Questa dichiarazione, insieme alla sistematicità degli attacchi alle infrastrutture idriche, costituisce una prova che l’acqua è stata usata deliberatamente come arma di guerra, in violazione del diritto internazionale umanitario.

Le conseguenze sulla salute pubblica sono state immediate. Al 28 maggio 2024 si registravano 727.909 casi di malattie correlate all’acqua e alle condizioni igieniche, di cui oltre 485.000 casi di diarrea acquosa acuta, in larga parte tra bambini sotto i cinque anni. Il 26% della popolazione di Gaza si è ammalato gravemente per patologie facilmente prevenibili con acqua pulita e servizi igienici adeguati. Uno studio della London School of Hygiene and Tropical Medicine e della Johns Hopkins University stima fino a 186.000 morti possibili per effetto combinato di malnutrizione, malattie infettive e collasso del sistema sanitario. Infatti, a 100 giorni dopo il cessate il fuoco a Gaza: la crisi idrica non è finita. 

Yemen: infrastrutture distrutte, epidemia di colera

Dopo oltre dieci anni di guerra, in Yemen il 40% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie è fuori uso e la disponibilità di acqua potabile è calata del 20% rispetto ai livelli pre-conflitto (Human Rights Watch, 2023). Gli attacchi aerei della coalizione guidata dall’Arabia Saudita hanno colpito pozzi, tubature, impianti di trattamento e stazioni di pompaggio in tutto il paese. Oltre 8 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile, soprattutto nelle aree rurali.

Il risultato più grave è stata la diffusione del colera: tra il 2016 e il 2017 si è registrata la peggiore epidemia di colera del XXI secolo a livello mondiale, con oltre 2 milioni di casi e 3.500 morti. La malattia ha potuto diffondersi perché la guerra aveva già distrutto le infrastrutture di base che, in condizioni normali, ne avrebbero impedito la trasmissione.

Approfondisci: Yemen: da stagni a cielo aperto ad acqua sicura e sostenibile

Sudan e la contesa del Nilo

Il Sudan è oggi la prima crisi di sfollamento interno al mondo, con oltre 14,3 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case. Il conflitto tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido, esploso nell’aprile 2023, ha distrutto infrastrutture essenziali in tutto il paese, incluse quelle per l’approvvigionamento idrico. Nelle aree del Darfur, dove Oxfam opera, l’accesso ad acqua sicura e servizi igienici è uno dei bisogni più critici tra gli sfollati.

Il Sudan è anche parte di una tensione idrica regionale di lungo corso: la disputa sul Grande Sbarramento della Rinascita Etiope (GERD), la diga costruita dall’Etiopia sul Nilo Azzurro. Il progetto, avviato nel 2011 e operativo dal 2022, ha ridotto il flusso d’acqua verso Sudan ed Egitto, alimentando un contenzioso diplomatico che non è ancora risolto. L’Egitto considera il controllo del Nilo una questione di sicurezza nazionale: il 97% della sua acqua potabile dipende da quel fiume. La GERD è il caso più emblematico di come le tensioni idriche tra stati possano diventare una fonte di instabilità regionale, anche senza sfociare in un conflitto armato diretto.

Credit: Ahmed Albasha / Oxfam
Credit: Ahmed Albasha / Oxfam

Acqua, salute e sicurezza alimentare: effetti a catena

Nei contesti di conflitto, la perdita dell’accesso all’acqua non riguarda solo la sete. Quando i sistemi idrici vengono distrutti o resi inaccessibili, le conseguenze si moltiplicano su più fronti.

Sul piano sanitario, la contaminazione delle fonti disponibili favorisce la diffusione di malattie diarroiche, epatite A, tifo e colera: patologie che colpiscono con particolare durezza i bambini sotto i cinque anni e le persone anziane. In contesti dove il sistema sanitario è già compromesso dai combattimenti, queste malattie hanno tassi di mortalità molto superiori alla media.

Sul piano alimentare, senza acqua non c’è irrigazione. Nei paesi a economia prevalentemente agricola come il Sudan, lo Yemen o la Palestina, la distruzione o il blocco dei sistemi idrici colpisce direttamente la produzione di cibo. La malnutrizione e l’insicurezza alimentare seguono quasi sempre il collasso idrico, aggravando una crisi umanitaria già in corso.

Lo sfollamento forzato è spesso la conseguenza diretta: quando una comunità non ha più accesso all’acqua, non può restare sul proprio territorio. L’acqua diventa così anche un fattore di produzione di sfollati interni e crisi umanitarie.

Cosa prevede il diritto internazionale

Le Convenzioni di Ginevra classificano gli impianti idrici come beni civili: attaccarli è vietato, salvo in presenza di un vantaggio militare proporzionato al danno causato sui civili. Privare intenzionalmente i civili dell’acqua costituisce un crimine di guerra.

Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (articolo 8, paragrafo 2, lettera b, punto xxv) criminalizza l’uso intenzionale della fame e della privazione di beni essenziali come metodo di guerra. L’acqua rientra esplicitamente tra questi beni.

La Normativa di Berlino sulle Risorse Idriche, adottata dall’International Law Association nel 2004, afferma il diritto umano all’acqua come universale e non sospendibile, anche in tempo di guerra.

Sul piano degli obiettivi di sviluppo, l’Agenda 2030 dell’ONU include l’Obiettivo 6: garantire a tutti l’accesso ad acqua pulita e servizi igienico-sanitari. Nei paesi in conflitto, questo obiettivo regredisce sistematicamente. La distanza tra le norme vigenti e la loro applicazione reale è uno degli elementi strutturali che Oxfam denuncia con più forza. Eppure, l’accesso all’acqua all’acqua potabile nel mondo è una crisi che non finisce.

Credit: Alef Multimedia/Oxfam
Credit: Alef Multimedia/Oxfam

Il lavoro di Oxfam

Oxfam è presente nei principali contesti di crisi idrica legata ai conflitti con interventi WASH (acqua, igiene e servizi sanitari di base). A Gaza abbiamo installato dissalatori mobili a Rafah, garantendo acqua potabile gratuita a migliaia di sfollati e ha tentato di riparare infrastrutture danneggiate nonostante le restrizioni all’accesso.

In Yemen operiamo dal 2015 fornendo assistenza a oltre 3 milioni di persone, con riabilitazione di infrastrutture idriche, distribuzione di kit igienici e acqua sicura. In Sudan, nelle aree del Darfur, abbiamo scavato pozzi, costruito oltre 1.000 latrine e formato le comunità locali per la manutenzione autonoma dei sistemi idrici.

Parallelamente al lavoro sul campo, chiediamo alla comunità internazionale di applicare il diritto internazionale umanitario senza eccezioni: nessun embargo sulle forniture idriche ai civili, indagini indipendenti sugli attacchi alle infrastrutture, embargo sulle armi usate per distruggere infrastrutture civili essenziali.

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