La testimonianza di Amadou, un ragazzo di 16 anni, arrivato in Italia dalla Costa d’Avorio e ospitato presso la Casa delle Culture di Scicli, una struttura che accoglie minori non accompagnati e donne vulnerabili, con cui lavoriamo all’interno del programma di accoglienza in Sicilia.

Sono venuto in Italia per problemi familiari. In Costa d’Avorio c’è una guerra tra due gruppi etnici, guerra che minaccia l’intera popolazione. C’è un presidente adesso, ma non va bene. Per questo sono venuto a cercare rifugio qui in Italia, per chiedere protezione. Ho attraversato il Burkina, a Bougou, da lì ho preso un autobus per Ouaga, dove sono rimasto una settimana.

Ero con due amici, uno giocava a calcio e aveva un fratello maggiore che non vedeva da tempo. Suo fratello ci ha consigliato di rimanere in Burkina Faso, perché se fossimo fuggiti dalla Costa d’Avorio per problemi etnici lo avremmo potuto fare, ma abbiamo detto no, avevamo già preso una decisione: se ci fossimo dovuti fermare in Burkina, tanto valeva rimanere in Costa d’Avorio. Abbiamo quindi continuato il viaggio fino a Niamey, e da lì siamo andati ad Agadez. Siamo arrivati ​​il ​​sabato, e il lunedì avremmo dovuto attraversare il deserto, ma la macchina aveva un problema, per cui abbiamo dovuto aspettare una settimana. Da lì siamo andati in Libia e poi in Italia.

Il viaggio è molto rischioso. Lungo la strada, molti poliziotti mi avevano avvertito, ma non gli ho creduto. Ci sono versioni molto discordanti: alcuni dicono che si sta molto bene, altri no, non sapevo a chi credere. Bisogna vedere. Mio fratello maggiore mi ha detto: “Piccolo, questo non si spiega, si vive“. Il deserto … è stato molto pesante. Avere cibo … molto problematico. L’autista ti maltratta, l’auto affonda nel fango, vuoi bere, ci sono persone con il coltello, sei bloccato, ti spingono. È molto difficile. Se finisci l’acqua, e la chiedi al tuo amico, ti dirà di no. Non ha scelta. Se finisce, si fallisce. Il mezzo era molto piccolo e noi eravamo 29 persone dentro, c’erano anche donne. E ‘stato molto, molto difficile. Non c’era posto, la gente spingeva, due persone sono cadute, sono rimaste ferite, ma per fortuna erano vivi, li abbiamo recuperati e tirati sù. Abbiamo viaggiato per tre giorni, senza fermarci per dormire o per mangiare. Tre giorni senza fermarsi. Il quarto giorno siamo arrivati in un villaggio in mezzo al deserto. Allora il padrone ci ha detto che dovevamo dormire lì. Abbiamo preso un taxi e siamo andati a dormire. È stato molto difficile.

Quando abbiamo raggiunto la costa, siamo saliti sulla barca, ci siamo seduti e abbiamo aspettato. Hanno messo la barca in acqua. E l’arabo ha parlato con il capitano, gli ha detto come funzionava. Ecco come siamo partiti. In quel momento ho avuto davvero paura. Hanno cominciato a sparare in aria. Ero terrorizzato.

Siamo partiti alle 11 di sera e alle 3-4 eravamo già in acque internazionali. Ma il telefono era rimasto senza batteria. Abbiamo iniziato a cercare aiuto. Non avevamo giubbotti di salvataggio e io non so nuotare. Il capitano cercava aiuto. Poi abbiamo visto una barca in mezzo all’acqua e ci siamo avvicinati: di colpo abbiamo visto che era la croce rossa che stava arrivando, e che ci ha salvati.

Gioco bene a calcio. In Costa d’Avorio mi allenavo ma qui non posso, il campo è troppo piccolo. Il calcio è la mia ambizione. Qui è molto meglio che a Pozzallo, lì non ci lasciavano uscire, rimanevamo chiusi come se fossimo pazzi, come in un manicomio. Eravamo rinchiusi, non potevamo andare fuori, passavamo il tempo in una stanza, dormendo tutti insieme, tutti avevamo gli stessi vestiti. Pozzallo è difficile. Qui si sta molto meglio rispetto a Pozzallo. Il primo giorno che siamo arrivati ​​ci hanno accolto molto bene, ci hanno dato i vestiti, anche se non era molto andava bene. Non abbiamo telefono. Ci è stato detto che non abbiamo il diritto di avere il telefono o i soldi. Non avere il telefono è l’unica cosa che mi dà noia. Perché io sono abituato al telefono. Se puoi avere accesso a FB, WhatsApp, Messenger, puoi parlare con i tuoi genitori, connetterti. Questa è la cosa più difficile. Quando ci lasciano chiamare i nostri genitori va bene, ma succede raramente. Voglio andare in Francia, ma non so come fare.

Il prossimo settembre i governi di tutto il mondo si incontreranno alle Nazioni Unite a New York per definire il loro impegno concreto per le persone costrette a fuggire: questo è il momento di chiedere loro di cambiare il destino di queste persone.

Chiedi al Governo Italiano di impegnarsi per garantire sicurezza, dignità e la speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.

Firma la petizione: Stand as One. Insieme alle persone in fuga