La guerra di Gaza ha fatto più di 5.000 vittime tra i civili

Gaza

Di Roberto Barbieri, Direttore Generale Oxfam Italia


“Salgo sull’aereo a Firenze per un viaggio di pochi giorni nei Territori occupati Palestinesi.  Sono ansioso di vedere i colleghi, incontrare i partner, parlare con loro, visitare i programmi. Le immagini dell’ultima guerra a Gaza hanno riempito le pagine dei nostri giornali durante le vacanze estive.  Una guerra terribile, oltre 2.300 morti, di cui 1.500 civili e 500 bambini. Poi il cessate il fuoco di fine agosto e pochi giorni dopo cala di nuovo il “normale” silenzio – un silenzio su cui, comunque, pesa il blocco israeliano.  Dopo una guerra di questo genere, tutti ci interroghiamo sul senso del nostro lavoro.  Ricostruire, essere a fianco di chi ha più sofferto.  Non smetteremo mai di farlo.  Ma ci è anche impossibile fare questo lavoro se non pensiamo a come intervenire sulle cause ultime della mancanza di diritti e della povertàCosa sta succedendo oggi al popolo palestinese? A Gerusalemme? Come è ricominciata la vita a Gaza? E’ con queste domande che parto.


Khan al Ahmar, pochi chilometri di distanza da Gerusalemme Est – 11 novembre


Roberto in visita a Mithawish

Roberto Barbieri in visita a Mithawish

Sono felice di incontrare Marie, direttore del Palestinian Livestock Development Centre.  Con loro una scommessa cominciata otto anni fa, a Tubas, nel nord della Cisgiordania e poi proseguita nel resto della regione, fino ad arrivare a Gaza: sostenere i diritti delle comunità beduine, che vivono di allevamento, capre e pecore.  Sono più di 30 mila i beduini in tutta l’area. E in questa terra dove parlare di diritti sembra davvero un’assurdità, le comunità beduine devono lottare due volte contro la discriminazione, non solo degli israeliani ma anche dei  palestinesi. Un’integrazione difficile.  Ma a vivere di allevamento nei Territori occupati Palestinesi non sono solo i beduini. Negli ultimi 10 anni, sono migliaia le persone che hanno perso il loro lavoro in tante città e sono tornate nelle comunità di origine. Capre e pecore danno carne, latte, lana. Qualcosa per poter continuare a vivere.


Siamo nella comunità di Khan Al Ahmar Mihtawish, a pochi chilometri da Gerusalemme. A perdita d’occhio la vista di una terra solo brulla e arida.  Per venire qui, sulla strada molti campi con alberi tagliati.  L’assurdità per ciò che mi sta intorno è la sensazione più forte che provo. Penso all’acqua disponibile nella falda sottoterra e vedo le cisterne.  La terra intorno non la possono coltivare perché non hanno accesso legale.  E la situazione qui non è tanto diversa dai miei ricordi delle colline intorno ad Hebron qualche anno fa.  Anche lì, a perdita d’occhio, terra ostile abitata dalle comunità beduine.


Mi chiedo di cosa si possa vivere in queste condizioni.  Allevare capre e pecore dove non hai un pascolo significa non solo come dare da mangiare agli animali, ma anche una mortalità più alta nel gregge.  E’ Marie a ricordarmi la nostra sfida: “Quando abbiamo cominciato a Tubas, qualche anno fa, credevamo in un’associazione di allevatori. Ci credevamo perché non solo non era possibile che le distribuzioni gratuite di mangime o di animali dalla comunità internazionale continuassero per sempre.  Ci credevamo prima di tutto per la nostra dignità. Il mangime se acquistato collettivamente può avere un prezzo più basso.  E l’associazione di produttori ha organizzato i servizi di inseminazione artificiale e i servizi veterinari.  Così la produttività del gregge migliora”.  E’ vero, è così.  Se mi guardo intorno e penso che in quella comunità i produttori sono in grado di pagare all’associazione i servizi di cui usufruiscono, mi sembra un risultato straordinario. Tra gli addetti ai lavori la chiamano resilienza, ma in questo caso dignità mi sembra la sola parola che si possa usare.  E ne sono ancora più convinto quando il mukhtar della comunità ci porta al pannello solare che alimenta il frigorifero.  Pochi mesi fa, quel pannello non alimentava solo il frigorifero ma anche un piccolo centro di trasformazione del latte per produrre yogurt e formaggi che Oxfam aveva realizzato. “Un giorno sono arrivati gli israeliani e lo hanno demolito. Ci hanno detto che non avevamo il permesso. Abbiamo perso molti soldi”. Siamo nell’area C della Cisgiordania, quel 61% di territorio che dopo 5 anni dagli accordi di Oslo del 1993 doveva passare dal controllo israeliano a quello dell’autorità palestinese. Dopo 20 anni, non solo il passaggio non c’è stato ma il controllo israeliano è pressoché totale.  (In Area C, il 95% delle richieste per permessi di costruire da parte dei Palestinesi viene respinto da Israele, mentre gli insediamenti sono in continua espansione. Parallelamente, l’Amministrazione Civile Israeliana continua ad effettuare demolizioni nell’Area C della Cisgiordania. Solamente nel 2014, 433 strutture residenziali, per il bestiame o per altri usi delle comunità beduine sono state demolite) “Noi non ce ne vogliamo andare, questa è la nostra terra”, mi dice il mukhtar prima di salutarmi con un sorriso.  PLDC, l’associazione di allevatori, è interlocutore attivo del Ministero palestinese sui temi dell’allevamento.  Con loro e con la FAO per la prima volta abbiamo prodotto una proposta per lo sviluppo delle comunità beduine in Area C.  Dobbiamo farcela. Resilienza? No, molto di più. Diritti e dignità.”


Il coraggio del compromesso


di Umberto De Giovannangeli*


Rabbia. Dolore. Frustrazione. Disincanto. Tutto, meno che la speranza. La speranza che la pace, quella vera, fondata sulla giustizia e non sulla registrazione dei rapporti di forza, possa un giorno insediarsi in Terrasanta. Oggi, purtroppo, la realtà è di segno opposto. Gaza è ancora una prigione a cielo aperto, in Cisgiordania si susseguono episodi di violenza, con l’emergere di una nuova intifada, quella della vendetta individuale. La pace è il riconoscimento dell’altro da sé, è un incontro a metà strada tra le rispettive aspirazioni. La pace  fra Israeliani e Palestinesi non potrà mai essere, se un giorno lo sarà, a costo zero. Perché un accordo di pace impone la ricerca di compromessi accettabili, sostenibili da ambedue le parti. La pace chiama in causa il coraggio e la lungimiranza delle leadership politiche, israeliana e palestinese, oltre che chiamare in causa la comunità internazionale.  Le notizie che giungono da Israele e dai Territori raccontano di una violenza sempre più diffusa e di un tavolo delle trattative che resta chiuso. Sullo sfondo, il rimpallo delle responsabilità tra Tel Aviv e Ramallah. Il vuoto dell’azione politica e diplomatica viene sempre riempito dai falchi che, nei due campi, puntano a far saltare il banco, a chiudere ogni spiraglio al dialogo.  Ma tanti segnali indicano che la polveriera mediorientale è pronta a esplodere. In parte è già avvenuto. In Iraq, in Siria, e ora potrebbe accadere anche in Palestina. Il tempo non lavora per la pace. E’ vero il contrario. L’essenza di questa tragedia, sostiene, e a ragione, il grande scrittore israeliano Amos Oz, è che a confrontarsi non è il Bene contro il Male, il Torto e la Ragione. L’essenza di questa tragedia, rimarca Oz, è che a confrontarsi, e a scontrarsi, sono due diritti egualmente fondati: il diritto alla sicurezza per Israele, lo Stato, il popolo, e il diritto dei palestinesi a vivere da donne e uomini liberi in un loro Stato indipendente, con una sovranità piena su tutto il territorio nazionale. Ognuno è chiamato a fare la propria parte per ridare una chance alla pace, L’alternativa, è un nuovo bagno di sangue.


*Inviato speciale de l’Unità, segue da oltre venticinque anni gli avvenimenti, le storie e le cronache del Medio Oriente. Collaboratore della rivista di geopolitica Limes e dell’Huffington Post, è autore di saggi sul conflitto israelo-palestinese, tra i quali L’Enigma Netanyahu (editori Riuniti), Hamas, pace o guerra? (L’Unità-Nuova Iniziativa Editoriale),Israele 2013. Il falco sotto assedio (Edizioni ETS).