Roma, 1 maggio 2026 – Nel 2025, le remunerazioni degli amministratori delegati (AD) delle più grandi corporation del mondo sono aumentate, in media, dell’11% in termini reali, mentre a livello globale il salario medio reale è cresciuto di appena lo 0,5%.
Con uno sguardo di medio periodo, l’andamento divergente tra i compensi del top management d’impresa e le paghe dei lavoratori ha assunto proporzioni gigantesche. Tra il 2019 e il 2025 – anni che hanno visto susseguirsi la crisi pandemica, quella energetica e lo shock inflattivo – il compenso medio degli AD è cresciuto, in termini reali, del 54%, mentre il salario medio globale si è contratto del 12%. Tenendo conto della contrazione, rispetto al 2019, del salario medio reale in ciascun anno tra il 2020 e il 2025, un lavoratore medio risulta aver lavorato gratuitamente per 108 giornate a tempo pieno nei sei anni presi in esame.
A rivelarlo è un nuovo rapporto pubblicato da Oxfam e dall’International Trade Union Confederation (ITUC), in occasione della Festa dei lavoratori del 1° maggio. L’analisi ha preso in esame 1.500 aziende di 33 Paesi, per cui erano disponibili le informazioni sugli emolumenti percepiti dagli AD dal 2019 al 2025.
Su scala globale, un lavoratore impiegherebbe 490 anni per guadagnare quanto ha intascato un AD nel 2025
L’anno scorso, un amministratore delegato ha incamerato, in media, 8,4 milioni di dollari tra stipendio e bonus, in aumento rispetto ai 7,6 milioni di dollari del 2024. Una cifra che – sottolinea l’analisi – un lavoratore medio globale potrebbe guadagnare in 490 anni. Sempre nel 2025 quattro corporation, tra cui Blackstone, Broadcom e Goldman Sachs, hanno dichiarato di aver corrisposto ai propri amministratori delegati più di 100 milioni di dollari. Complessivamente, i 10 amministratori delegati più pagati al mondo hanno ricevuto compensi per oltre 1 miliardo di dollari.
Persistono inoltre forti iniquità di genere. Solo il 6% degli AD è donna, mentre il gender pay gap medio tra le 1.500 società prese in esame è pari al 16%. Rispetto ai colleghi uomini, dunque, una lavoratrice impiegata presso una delle corporation smetterebbe nel 2026 di essere retribuita il 4 novembre, trovandosi costretta a lavorare “gratuitamente” da tale data fino alla fine dell’anno.
Il crescente divario tra le remunerazioni degli amministratori delegati e le retribuzioni dei lavoratori fa parte di una tendenza di lungo termine – denuncia inoltre il report – in cui dirigenti e azionisti hanno visto aggiudicarsi una fetta sempre più consistente della torta economica globale.
L’analisi delle partecipazioni azionarie rivela infatti che i super ricchi stanno ricevendo pagamenti sempre più ingenti dalle società che controllano.
Quasi 1.000 miliardari – di cui sono stati esaminati i portafogli di investimento – hanno guadagnato complessivamente 79 miliardi di dollari in dividendi nel 2025, equivalenti a 2.500 dollari al secondo. Questo significa che in meno di due ore, un miliardario si è accaparrato in dividendi più di quanto un lavoratore medio riesce a guadagnare in un anno. Tra chi nel 2025 ha guadagnato di più ci sono Bernard Arnault, proprietario del marchio di lusso LVMH, che ha incassato dividendi per 3,8 miliardi di dollari e Amancio Ortega, proprietario di Inditex (Zara), che ha ricevuto 3,7 miliardi di dollari.
Nel 2025 l’ammontare di dividendi globali distribuiti ha toccato la cifra record di 2.100 miliardi di dollari con un incremento del 7% su base annua. Circa 900 miliardi di dollari di questa cifra monstre sono fluiti nelle tasche dell’1% globale – titolare del 43% di tutti i titoli azionari – mentre l’85% dei cittadini del pianeta non ha percepito alcun reddito da capitale.
Agli enormi guadagni fa da contraltare, sempre più spesso, l’azione che ricchi azionisti e amministratori d’impresa esercitano per comprimere i diritti dei lavoratori e condizionare la vita democratica, compromettendo pluralismo e libertà di informazione.
“Non si può rimanere impassibili di fronte a un sistema economico in cui la ricchezza è sempre più lautamente ricompensata, mentre centinaia di migliaia di lavoratori – spesso intrappolati in occupazioni precarie, sottopagate e insicure – sono costretti a un’esistenza difficilmente qualificabile come libera e dignitosa. – ha commentato Mikhail Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia – Ricette economiche mainstream che avevano promesso l’emancipazione economica per tutti e un benessere più equamente diffuso si sono rivelate per quello che sono: una chimera che ha portato a una concentrazione senza precedenti della ricchezza e a uno strabordante potere politico nelle mani di pochi che lo esercitano a tutela dei propri privilegi. A essere condizionato è anche il discorso pubblico, attraverso la proprietà sempre più concentrata dei principali media e social media, che permettono a una ristretta élite di supportare misure da cui i più ricchi traggono beneficio, screditare alternative egalitarie e favorire narrative che legittimano la ricchezza estrema, dando veste morale alle disuguaglianze del nostro tempo.”
Alla fine del 2025, l’Italia si collocava tra i pochi Paesi dell’area OCSE in cui i salari reali risultavano ancora inferiori ai livelli del 2021 (-7,8%).
Il nostro Paese resta inoltre il fanalino di coda tra i Paesi OCSE per la capacità di garantire la crescita salariale ai propri lavoratori: negli ultimi tre decenni paesi come la Germania e la Francia hanno visto il salario medio reale aumentare di circa il 30%, mentre l’Italia ha registrato una riduzione tra il 2% e il 3%.
La stagnazione salariale italiana si accompagna alla crescita di lungo corso della disuguaglianza retributiva e dell’incidenza del lavoro povero. Tra il 1990 e il 2018, la quota di occupati a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26,7% al 31,1%. Nello stesso periodo, la quota di dipendenti privati con una paga oraria inferiore a 9 euro è salita dal 39,2% al 46,4%. Ricevere bassi salari non risulta inoltre uno stato provvisorio, di transizione verso retribuzioni migliori: dal 2009 al 2018 la quota di chi ha ricevuto una bassa retribuzione, per almeno 7 anni su 10, ammontava infatti al 42% (mentre era del 36,1% nel decennio 1990-1999 e del 39% tra il 2000 e il 2009).
La moderazione salariale di lungo periodo, le elevate e crescenti disparità retributive e le ampie sacche di lavoro povero chiamano in causa la struttura dell’economia nazionale, la performance degli istituti del mercato del lavoro italiano, che regolano le retribuzioni nonché le politiche del lavoro degli ultimi decenni. Questioni a cui, nei primi quattro anni di legislatura, il Governo Meloni ha prestato scarsa attenzione.
“L’unica nota positiva di questo periodo è il passo indietro del Governo sull’attuazione della legge delega sulle eque retribuzioni, che dopo aver sciaguratamente affossato il salario minimo, rischiava di aprire la strada alla contrattazione pirata e al ritorno delle gabbie salariali. Viene riaffermata la centralità dei contratti principali alla cui applicazione da parte delle imprese sarà condizionata la fruibilità delle agevolazioni per le assunzioni – conclude Maslennikov – Troppo tempo però si è perduto senza che si sia arrivati, in dialogo con le forze sociali, alla legge sulla rappresentanza e a una revisione profonda del sistema di contrattazione che ha smarrito col tempo la sua efficacia. A una politica industriale orientata alla creazione di buoni posti di lavoro e in grado di intercettare le transizioni in corso del sistema economico si continuano a preferire incentivi che riproducono lo status quo sul mercato del lavoro. Alla diffusa precarietà si risponde con ulteriori liberalizzazioni del lavoro a termine, stagionale e in somministrazione, che ampliano le file dei working poor. Debolezze delle politiche della formazione, disattenzione per i diritti consumati lungo le catene di subappalto e l’uso improprio della leva fiscale a supporto dei bassi salari completano un quadro che svilisce profondamente il ruolo fondante che la nostra Costituzione assegna al lavoro.”
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