Nel 2026 nel mondo sono attivi oltre 100 conflitti armati, secondo i dati dell’Uppsala Conflict Data Program. Di questi, due o tre monopolizzano l’attenzione dei media internazionali. Gli altri continuano, nell’indifferenza. I finanziamenti registrati nel 2025 coprivano solo il 21% del fabbisogno umanitario stimato. Il risultato è brutale: meno accesso, meno servizi essenziali, più crisi cronicizzate che diventano normalità.
Sudan e Yemen sono la dimostrazione più documentata di come funziona questo meccanismo. Sono tra le crisi più gravi al mondo per numero di persone coinvolte, durata del conflitto e impatto sulla popolazione civile. Eppure, ricevono una frazione dell’attenzione riservata ad altri contesti bellici e umanitari. Proviamo a spiegare perché e cosa sta succedendo alle persone che vivono in quei paesi mentre il mondo guarda altrove.

Quante guerre ci sono nel mondo oggi
Oltre 100 conflitti armati attivi: questo è il numero stimato dall’Uppsala Conflict Data Program per il 2025-2026. Alcuni sono guerre tra Stati, la maggior parte sono conflitti interni con implicazioni regionali o globali. Africa subsahariana, Medio Oriente, Asia centrale e meridionale concentrano la maggior parte degli scenari attivi. Molti di questi conflitti durano da decenni.
La percezione pubblica non riflette questa realtà. I media si concentrano su due o tre scenari alla volta, in base a criteri che hanno più a che fare con la geopolitica e la prossimità geografica che con la gravità delle conseguenze umanitarie. Il risultato è che le persone muoiono e fuggono in contesti di cui quasi nessuno parla, con sempre meno risorse per aiutarle.
Perché alcune guerre scompaiono dai radar
La selezione dei conflitti che “meritano” copertura risponde a logiche precise che si intrecciano tra loro. I cicli mediatici premiano la novità e la drammaticità immediata. Un conflitto che dura da dieci anni non è più una notizia, anche se le sue conseguenze peggiorano ogni anno. Gli interessi geopolitici orientano l’attenzione verso le zone dove le grandi potenze hanno posta in gioco diretta. La prossimità geografica e culturale determina quanto un pubblico occidentale si potrà identificare con le vittime.
Il collasso dei finanziamenti: quando il silenzio ha un costo
Dietro la mancanza di attenzione mediatica c’è quasi sempre una mancanza di fondi. E dietro la mancanza di fondi ci sono scelte politiche concrete. A tutto questo si aggiunge il collasso dei finanziamenti umanitari. Lo smantellamento di USAID nel marzo 2025 ha tolto il principale donatore globale dal sistema di risposta umanitaria internazionale. La riduzione degli aiuti allo sviluppo da parte dei paesi OCSE, pari a 43 miliardi di dollari nel solo 2025, ha colpito in modo sproporzionato i contesti già più fragili, ovvero quelli con meno voce politica e meno capacità di fare pressione sui governi donatori.
- A gennaio 2025 la nuova amministrazione statunitense ha congelato i fondi alle agenzie ONU e di fatto smantellato USAID la principale agenzia governativa degli Stati Uniti responsabile della pianificazione e della gestione degli aiuti umanitari e dei programmi di cooperazione allo sviluppo a livello globale. USAID copriva circa un quinto del budget UNHCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite.
- I nuovi dati OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, confermano una drastica riduzione degli aiuti allo sviluppo: meno 43 miliardi di dollari nel solo 2025, un crollo che sta già avendo conseguenze dirette nelle crisi più dimenticate.
- Il World Food Programme stima una riduzione del 40% del proprio budget nel 2026.
Meno fondi significa meno interventi, meno personale sul campo, meno dati raccolti, e quindi ancora meno visibilità per queste crisi. In Libano l’assistenza economica a 347.000 rifugiati siriani è stata interrotta. In Sudan la chiusura di programmi già avviati ha lasciato senza copertura popolazioni che dipendevano da quegli interventi per sopravvivere. Ogni programma chiuso fa sì che le crisi già croniche si cronicizzano ulteriormente, senza fare notizia: un circolo che si autoalimenta.

Sudan: la crisi di sfollamento più grave del pianeta
La crisi più grande al mondo oggi è in Sudan: con 14,3 milioni di rifugiati e sfollati interni, ha superato la Siria come crisi di sfollamento più grave del pianeta. Il conflitto è esploso nell’aprile 2023, con gli scontri tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido. In due anni ha prodotto una catastrofe umanitaria che quasi nessun telegiornale europeo segue con continuità.
Le conseguenze si estendono ben oltre i confini sudanesi. Dall’inizio della guerra in Sudan nel 2023, oltre 1,3 milioni di persone hanno cercato rifugio in Sud Sudan, mettendo sotto pressione infrastrutture già estremamente fragili. I centri di accoglienza sono sovraffollati e chi arriva spesso non ha accesso ai beni più essenziali: manca l’acqua potabile, manca il cibo, mancano i teli di plastica per costruire rifugi di fortuna.
Nello stato di Jonglei, l’escalation dei combattimenti ha causato oltre 280.000 sfollati negli ultimi mesi, con il 75% composto da donne e bambini. Le persone sono fuggite lasciando indietro beni, scorte alimentari e bestiame. Molte hanno trovato riparo tra la vegetazione o in scuole e chiese sovraffollate.
Secondo l’ultimo rapporto IPC, la Classificazione Integrata delle Fasi dell’Insicurezza Alimentare, quasi 6 milioni di persone soffrono di malnutrizione acuta, tra cui 1,3 milioni con malnutrizione molto grave e tassi di mortalità in aumento. Le previsioni per aprile 2026 stimano un aggravamento della crisi, che potrebbe arrivare a coinvolgere fino a 7,5 milioni di persone.
La risposta umanitaria è insufficiente per scelta, non per impossibilità. Nel 2025 il Sud Sudan ha visto il livello più basso di finanziamenti umanitari dall’indipendenza del Paese: solo il 41% del Piano di Risposta Umanitaria da 1,7 miliardi di dollari è stato realmente finanziato. A Renk, una delle città più vulnerabili del Paese e punto di arrivo per migliaia di persone in fuga dal Sudan, fino a 1.000 arrivi al giorno stanno mettendo in grave difficoltà le infrastrutture locali. Sono milioni le persone intrappolate tra guerra e fame.
Yemen: dieci anni di guerra, una crisi mai finita
Il conflitto in Yemen è iniziato nel 2014 e si è intensificato nel 2015 con l’intervento della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Dieci anni dopo, lo Yemen continua ad affrontare una delle peggiori crisi umanitarie al mondo: più di 19 milioni di persone dipendono dagli aiuti per sopravvivere.
Il dato che più chiarisce la profondità della crisi non è il numero di morti, ma quello di chi ha smesso di potersi permettere di vivere. Quasi due famiglie su tre in Yemen non hanno accesso sufficiente al cibo, e oltre un terzo soffre di grave insicurezza alimentare. Le famiglie spendono circa il 72% delle proprie entrate solo per mangiare, il che significa dover rinunciare a cure mediche, istruzione o beni di prima necessità.
La tregua mediata dall’ONU nel 2022 ha ridotto l’intensità dei combattimenti diretti, ma non ha fermato la crisi umanitaria. Nel corso del 2025 sono stati registrati oltre 87.000 casi sospetti di colera, con centinaia di decessi, e in diverse province si stanno diffondendo anche difterite, morbillo e malnutrizione acuta. I servizi sanitari, già fragili, faticano a rispondere all’aumento dei bisogni: mancano medicinali, attrezzature e personale.
La dimensione della crisi yemenita è aggravata da un fattore strutturale: lo Yemen era già il paese più povero del Medio Oriente prima del conflitto, con pochissime riserve su cui fare affidamento quando il sistema è crollato. Dieci anni di guerra in Yemen hanno distrutto le infrastrutture, polverizzato il tessuto economico e privato un’intera generazione di accesso all’istruzione.

Cosa fa Oxfam in questi contesti
In Sudan e Sud Sudan Oxfam opera con interventi integrati nell’area di Renk, punto di arrivo dei rifugiati sudanesi, garantendo acqua potabile, kit igienico-sanitari e assistenza economica diretta alle famiglie. Complessivamente, tra il 2022 e il 2023 Oxfam ha assistito oltre 800.000 persone in Sud Sudan con accesso all’acqua sicura, kit igienici e sovvenzioni in denaro. Il lavoro continua nonostante i tagli: i nostri team sono presenti in cinque stati, fornendo acqua potabile, semi, attrezzi e kit da pesca per sostenere i mezzi di sussistenza delle comunità colpite.
In Yemen Oxfam è presente dall’inizio del conflitto. Dal 2015 a oggi ha raggiunto oltre 3 milioni di persone con acqua, voucher alimentari, servizi igienico-sanitari e supporto contro la violenza di genere. Solo tra ottobre e dicembre 2025, insieme ai nostri partner abbiamo raggiunto oltre 140.000 persone attraverso interventi integrati di protezione, assistenza in denaro, sostegno ai mezzi di sussistenza e servizi idrici e igienico-sanitari. A Marib, nei campi per sfollati, Oxfam porta avanti la costruzione e riabilitazione di sistemi idrici che nel solo ultimo trimestre 2025 hanno raggiunto circa 2.400 famiglie.
Continuare questo lavoro dipende dalla capacità di raccogliere risorse in un momento in cui i finanziamenti pubblici stanno crollando. Ogni donazione conta in modo diretto e misurabile.






