Il futuro di Gaza passa dal riconoscimento dei diritti della sua popolazione

Gaza

di Roberto Barbieri, Direttore generale di Oxfam Italia


La sala del grande cerchio. Sono io che la chiamo così. E’ la sala dell’Aeroporto di Ben Gurion, prima dei corridoi degli imbarchi.  Ho molto tempo prima che parta il mio aereo.  Mi siedo e mi viene lo stesso sciocco pensiero di sempre in aeroporto: guardo le persone accanto a me e penso che siamo tutti palle di cannone che l’aeroporto sparerà tra poco in tanti posti del mondo. I pensieri di casa, della settimana che verrà, iniziano a fare breccia tra le mille emozioni che in questi giorni hanno riempito la mia testa.  Emozioni totalizzanti, intense, piene di volti, voci, paesaggi, profumi.  Piene di contraddizioni, di dubbi, di situazioni molto difficili da spiegare.

Le voci palestinesi che ho ascoltato, i volti che ho visto, parlano di un senso di diffusa sfiducia. “Ho creduto alcuni anni fa nei processi di pace, ho fatto la mia parte, ma ora non ho più illusioni sul futuro”. E’ la voce di Nadia, da anni impegnata per i diritti delle donne nei Territori Occupati Palestinesi. Anche lei, come Salwa il giorno prima, è pacata ma risoluta. “Quando in un paese non c’è alcun cambiamento politico, non possiamo sperare di vedere diritti, né sviluppo”.  Nadia non parla solo dei rapporti con Israele, ma della classe dirigente palestinese.  Un chiaro vuoto di leadership, strutture di governo – politiche e tecniche – ancora con poca autonomia, scarsa capacità di gestire la cosa pubblica e incidere nella vita delle persone. Piani inesistenti o troppo spesso rimasti sulla carta.  Israele e l’occupazione causano ingiustizia e sofferenza ogni giorno, ma non possono essere la causa di tutto. Nel suo bel post su Gerusalemme, Umberto De Giovannangeli parla della città come terreno di conflitto tra le parti, la cui vittoria è rappresentata da una sovranità incontrastata sulla città. Gerusalemme è un emblema, ma il paragone vale anche per i più ampi rapporti tra Palestina e Israele. Ed anche la comunità internazionale ha le proprie responsabilità, con donatori e ONG troppo spesso adagiate al sostenere il “business as usual” senza chiedere conto.

Nel microcosmo di un viaggio di soli quattro giorni sono state però le donne a farmi notare le responsabilità interne al mondo palestinese. Le divisioni non risolte.  Chi ne paga le conseguenze è la popolazione, che non vede il futuro. E sempre le donne mi hanno detto quanto sia importante investire sui giovani, in un paese dove oltre il 65% della popolazione ha meno di 15 anni.

Torno da questo viaggio ancora più convinto che il lavoro di Oxfam in questa terra ancor più che altrove debba accompagnare a qualsiasi intervento concreto per migliorare la vita della popolazione, anche l’advocacy che faciliti il cambiamento.  I partner ce lo chiedono con grande forza. In Palestina e in Israele.  Stiamo assolvendo bene alla nostra missione umanitaria a Gaza, oltre 600 mila persone raggiunte.  Non possiamo non farlo.  Ma le voci che ho sentito da Gaza ci dicono anche che sono in tanti a pensare che la tregua non durerà molto. Poco importa se parliamo di qualche mese o qualche anno.  Tutti pensano che non sarà l’ultima.  Per questo ci chiedono di far sentire la loro voce al resto del mondo. Ed è per questo, che solo pochi giorni dalla fine della guerra, Oxfam ha fatto uscire il rapporto sulle conseguenze del blocco economico di Gaza.  Per dire molto chiaramente alla comunità internazionale che continueremo a contare morti e a spendere i soldi nelle ricostruzioni se non metteremo mano alle cause sottostanti a povertà e conflitti. E il concetto non cambia se guardiamo al sostegno delle comunità beduine.  Come parlare di agricoltura e aumento del reddito, se non c’è la possibilità di accedere alla terra, all’acqua? Se nulla protegge i contadini dal rischio di veder demolito quanto costruito in anni di lavoro?  


Rapporti di ricerca, racconti di storie emblematiche, social media, flash mob sono tutti strumenti che continueremo ad utilizzare per far sì che quanto seminato con le comunità possa germogliare in un futuro di pace e di diritti.  Oxfam è questo.  Le sfide sono così grandi che spero sempre più persone si uniscano a noi.