Silwan, il quartiere di Gerusalemme Est

Silwan, il quartiere di Gerusalemme Est

Nata a Gerusalemme


di Roberto Barbieri, Direttore di Oxfam Italia

Roberto ci racconta cosa vuol dire essere invisibili nella propria terra. Leggi qui la seconda puntata.

“Sono nata a Gerusalemme Est, ho studiato fino alle scuole superiori a Gerusalemme Est.  Poi ho cominciato l’università ma non sono riuscita a terminare gli studi.  Raggiungere l’Università non mi era più possibile, con il mio solo permesso di residenza”.  Chi parla è Salwa* (Il nome è fittizio).  Ci sta raccontando la sua storia ospitandoci nella sua casa.  Siamo a Silwan, uno dei quartieri di Gerusalemme Est.  Per arrivarci, dalla strada siamo saliti per un piccolo sentiero sterrato, non più di una ventina di metri. Prima di entrare, un piccolo terrazzo con poche sedie e alcuni detriti accumulati nel mezzo.  Entriamo e ci sediamo su tre divani disposti senza soluzione di continuità lungo due delle pareti della stanza.  A occhio, non più di 3 metri per 4. Sulla terza parete un armadio, con degli adesivi di Walt Disney e delle vecchie figurine. Sulla quarta parete una finestra, con a fianco una televisione. L’ingombro dei divani e dell’armadio riempiono buona parte di questa stanza, molto ordinata e pulita.  Al centro, un piccolo tavolino dove sono preparate alcune tazze da caffè e un piatto di dolcetti.


Sono nata a Gerusalemme Est, ma non ho mai avuto una carta di identità che lo attestasse. Mi sono sposata e mio marito è della Cisgiordania.  Vivo ormai da molti anni con un certificato di residenza che deve essere rinnovato ogni anno.  Senza documento di identità non puoi uscire da Gerusalemme Est, non puoi avere assistenza sanitaria, non puoi essere regolarmente assunta, non puoi frequentare l’università o semplicemente andare a scuola”.  La voce di Salwa è calma ma risoluta. Durante il racconto non sorride, ma il suo viso rimane sempre rilassato, tranquillo.  Non cerca di emozionarci. Semplicemente racconta.


Viviamo qui in sette, mio marito, io e i miei cinque figli. Il più grande ha diciotto anni e la più piccola quattro. Non avere un documento di identità significa anche che se ti ammali devi andare in una clinica privata e pagare le cure di tasca tua. Gli israeliani dicono che esiste copertura sanitaria universale per tutti i bambini minori di due anni.  Ma a non avere la carta di identità sono in tanti.  Se tuo figlio non viene registrato alla nascita, e capita frequentemente, dopo solo un anno non puoi avere più alcuna registrazione. Per vivere legalmente con lui o con lei deve fare una richiesta di “ricongiungimento familiare”. Se un bambino nasce da genitori di Gerusalemme Est, ma fuori dal suo territorio, quel bambino non può avere un documento di identità nella città in cui vive. E non può avere i servizi a cui ogni persona dovrebbe avere diritto”.


Quattro anni fa, Salwa e la sua famiglia hanno avuto bisogno di allargare la loro casa.  Dal suo racconto capisco che quella in cui siamo seduti è di fatto “la” casa.  “Di là – prosegue Salwa, – una piccola stanza di due metri per tre.  Una cucina non abitabile e un bagno.  Avevamo bisogno di una stanza in più e abbiamo chiesto il permesso di costruirla. Dopo oltre un anno non arrivava nessuna risposta e abbiamo deciso di costruirla noi stessi, mattone dopo mattone. Non avevamo la possibilità di pagare un’impresa.  Dopo due anni abbiamo ricevuto una visita di un funzionario israeliano.  Ci ha detto che la stanza non era autorizzata e che presto sarebbe arrivato l’ordine di demolizione”.  Salwa prosegue: ”Anche gli insediamenti israeliani sono illegali, non hanno alcuna autorizzazione. Ma continuano ad essere costruiti”.


Nella stanza entra uno dei figli di Salwa, un bimbo di una decina d’anni. Ci serve il caffè e il discorso di Salwa torna sul suo permesso di residenza. “Ogni anno il rinnovo del permesso deve accompagnarsi a una cospicua documentazione. Ti possono rispondere, ma non sempre è così.  Nasci qui, i tuoi genitori e i tuoi antenati sono nati qui, ma non lo puoi dimostrare. Vivi come un’ombra. Sei un’ombra. Di fatto decidi di vivere nella tua città, nel tuo paese come un prigioniero”.  Salwa parla di decisione, per un attimo mi chiedo se sia il termine più appropriato. Penso che uno decide quando ha un’alternativa. Che alternativa ha Salwa e la sua famiglia? Forse emigrare, cercare una casa e una patria altrove. Mi guardo intorno e vedo tre dei suoi cinque figli. Il maschio, una decina d’anni, ci aveva prima servito il caffè. La più piccola, sorride, ci dice il suo nome.  Penso anche che ad una famiglia di sette persone per emigrare servono soldi, relazioni.  Se sei palestinese, non avrai altra alternativa che la clandestinità.  E allora, qual è la decisione che Salwa può realmente prendere? Non quella di andarsene, no di certo. Impossibile muoversi con tutta la famiglia.  Impossibile separarsi. Chi potrebbe aver cura dei figli? La vera decisione di Salwa è di non lasciarsi andare, di continuare a chiedere ciò che è un suo diritto. Per lei e la sua famiglia.  La vera decisione è di fare tutto questo con la dignità e il realismo che ci ha espresso.


Il tempo della nostra visita è terminato.  Ci salutiamo.  Uscendo, passiamo nuovamente dal terrazzo.  Osservo di nuovo quei detriti e guardo il muro esterno. Vedo su quel muro i segni di uno stipite.  Era quella la stanza che avevano costruito.  E l’ordine di demolizione era stato evidentemente eseguito. Mi assale una grande tristezza.  Salwa non ci aveva esplicitamente raccontato il finale.  Forse perché era entrato suo figlio con il caffè.  Forse perché le costava troppo esplicitare ciò che era successo.  Prima di salutarci Salwa ci dice che la sua storia potrebbe essere la storia di molte altre donne e famiglie di Gerusalemme Est. Mi dirigo verso l’auto e penso che sì, la vera decisione di Salwa è di accettare quel cumulo di detriti senza rinunciare alla sua dignità e continuare a chiedere ciò che le spetta. Leggi qui il primo post


Affaire Jerusalem


di Umberto de Giovannangeli*


Tutto ebbe inizio da una “passeggiata”. L’inizio della seconda Intifada. L’Intifada dei kamikaze. La passeggiata che fece esplodere la polveriera palestinese fu quella compiuta dall’allora leader del Likud e candidato premier (carica poi conquistata) Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme Est, terzo luogo sacro dell’Islam dopo Mecca e Medina. La rabbia palestinese covava da tempo, ma quell'”invasione” segnò un punto di non ritorno.

A distanza di 14 anni, la storia rischia di ripetersi. Ancora una volta con una “passeggiata”. Ancora una volta sulla Spianata delle Moschee. A compierla, stavolta, è il sindaco israeliano della Città (contesa), l’ultranazionalista Nir Barkat. “Barkat è il primo sindaco a entrare a al-Aqsa, unendosi a gruppi di fanatici ebrei e parlamentari estremisti della Knesset”, dichiara il direttore della Moschea di al-Aqsa, Shaykh Omar al-Kiwsani. Da giorni vanno avanti le proteste palestinesi, nel settore arabo (Est) della città e in Cisgiordania e a Gaza, contro le ultime iniziative israeliane a Gerusalemme. Nei giorni scorsi, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), si è rivolto agli Stati Uniti e al Consiglio Onu sui Diritti Umani perché indaghino sui “crimini israeliani” a Gerusalemme Est, imputando al governo di Netanyahu “insediamento di coloni nei quartieri arabi”, “violazione dello status della Spianata delle Moschee” e “violenze di ogni genere contro i residenti arabi”.

La risposta del premier israeliano non si è fatta attendere. Netanyahu annuncia la costruzione di mille nuove case in Cisgiordania, di cui gran parte proprio nei quartieri Est di Gerusalemme, considerata da Israele la propria capitale. Non basta. Passano poche ore dall’annuncio, ed ecco il ministro dell’Edilizia, rendere pubblica la sua volontà di volersi trasferire proprio nel quartiere arabo di Silwan in segno di solidarietà con le poche famiglie ebraiche che vi risiedono, con l’intento di ricostruire l’insediamento ebraico di Shiloah. Nella polemica sono finiti anche gli alleati americani, colpevoli, agli occhi dei governanti israeliani, di aver criticato l’ingresso nel quartiere palestinese di Silwan di decine di famiglie di coloni israeliani (Con le ultime occupazioni, i coloni sono passati dal 3,5 al 18% del totale degli abitanti di Silwan). “Così come un arabo può comprare una casa di un ebreo, un ebreo può comprare una proprietà araba”, aveva tuonato Netanyahu.

La tensione è altissima e c’è chi teme che la passeggiata del sindaco Barkat possa accendere la miccia che inneschi la Terza Intifada. “Il problema di Gerusalemme consiste nel fatto che è oggetto di una competizione aspra, crudele e nazionalistica tra gli ebrei d’Israele e gli arabi palestinesi. Per entrambe le parti vincere la competizione significa acquistare una sovranità incontrastata sulla città”, rimarca Avishai Margalit, tra i più acuti analisti politici israeliani, professore di Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme. “Ciò che rende il problema di Gerusalemme tanto complesso – annota ancora Margalit – è il fatto che l’attuale competizione nazionalistica per la città si svolge sullo sfondo di un’antica e sanguinosa competizione religiosa tra ebraismo, cristianesimo e Islam. Per comprendere la profondità del conflitto nazionalistico bisogna afferrare il carattere di quello religioso…”. Per questo Gerusalemme è il simbolo di un conflitto che non ha eguali al mondo. Perché come nessun altro conflitto al mondo racchiude in esso interessi, sentimenti, geopolitica e simbologia, in una dimensione atemporale. Sono dunque gli scrittori coloro che meglio sono riusciti a cogliere e a raccontare la natura del problema.

Un problema esplosivo. E tra gli scrittori ce ne è uno che più di chiunque altro ha scavato in quel groviglio di sentimenti, ambizioni, paure, speranze, odio che da sempre caratterizza l'”affaire-Jerusalem”. Quello scrittore, scomparso alcuni anni fa, è Amos Elon. Gerusalemme – rimarca Elon nel suo libro “Gerusalemme. I conflitti della memoria” (BUR) – conserva uno straordinario fascino sulla fantasia e genera, per tre fedi ostili che si esprimono con parole perfettamente interscambiabili, la paura e la speranza dell’Apocalisse. Qui il territorialismo religioso è un’antica forma di culto. A Gerusalemme, nazionalismo e religione furono sempre intrecciati tra loro; qui l’idea di una terra promessa, e di un popolo eletto fu brevettata per la prima volta, a nome degli ebrei, quasi tremila anni fa. Da allora – prosegue Elon – il concetto di nazionalismo come religione ha trovato emuli anche altrove… Oggi, a Gerusalemme, religione e politica territoriale sono una cosa sola. Per i palestinesi come per gli israeliani, religione e nazionalismo si sovrappongono e combaciano. Da entrambi le parti si fondono. E ciò che nasce è, potenzialmente “esplosivo”. “I sentimenti che (Gerusalemme) suscita – avverte ancora lo scrittore – hanno origine nella geografia e nella storia, e trascendono la politica o la religione”. È così. Tutto su Gerusalemme rimanda a una visione assolutistica che non conosce né concede l’esistenza di aree “grigie”, di incontri a metà strada tra le rispettive ragioni.

Una visione assolutistica che non investe solo la sfera della politica, non chiama in causa solo le leadership politiche – israeliana, palestinese, americana – che nel corso del tempo hanno affrontato il “nodo-Gerusalemme” senza mai scioglierlo. La visione assolutistica coinvolge anche gli storici e la loro rilettura degli eventi che hanno segnato, per restare agli ultimi venti anni – la storia dei tentativi – falliti – di dare soluzione al conflitto israelo-palestinese. Da Bill Clinton a Barack Obama, passando per Bush padre e figlio, e, indietro nel tempo, a Jimmy Carter: Democratico o Repubblicano, qualunque inquilino della Casa Bianca si sia cimentato negli ultimo trenta-quarant’anni, con la questione Gerusalemme, ha dovuto fare i conti, subendola, con quella bramosia di possesso assoluto che influenza negativamente i protagonisti dell’”affaire-Jerusalem”. Una cosa, comunque, appare certa. Un accordo di pace sostenibile non può tagliar fuori Gerusalemme. Al-Quds contro Yerushalayim. La simbologia alimenta le ambizioni di potenza dei protagonisti dell’eterno conflitto mediorientale. E anche una “passeggiata” può rivelarsi tragica. A Gerusalemme. Città divisa. Città contesa. Città senza pace.

Gerusalemme Est è abitata da circa 330.000 palestinesi. L’occupazione israeliana ha portato ad un peggioramento della qualità della vita dei residenti palestinesi della città. Politiche discriminatorie, disuguaglianza nella prestazione di servizi di base, e la mancanza di diritti politici e giuridici significano che molti residenti palestinesi affrontano un futuro incerto. Circa 86.500 palestinesi sono a rischio di essere sfrattati dai quartieri di Gerusalemme Est dove sono nati. Come primo passo per aiutare i palestinesi residenti a Gerusalemme Est ad evitare sfratti e rivendicare i loro diritti economici, sociali e culturali, Oxfam sta lavorando con il supporto di partner locali per migliorare le condizioni di vita di circa 30.000 palestinesi e per potenziare le loro capacità nel contrastare le violazioni che hanno di fronte.


*Inviato speciale de l’Unità, segue da oltre venticinque anni gli avvenimenti, le storie e le cronache del Medio Oriente. Collaboratore della rivista di geopolitica Limes e dell’Huffington Post, è autore di saggi sul conflitto israelo-palestinese, tra i quali L’Enigma Netanyahu (editori Riuniti), Hamas, pace o guerra?(L’Unità-Nuova Iniziativa Editoriale), Israele 2013. Il falco sotto assedio(Edizioni ETS).