Il conflitto israelo-palestinese ha radici storiche precise, si è strutturato attraverso decenni di occupazione militare e controllo della popolazione e, dal 7 ottobre 2023, ha assunto una dimensione che ha modificato in modo irreversibile la realtà umanitaria nei Territori Palestinesi Occupati. Per capire cosa sta succedendo oggi, serve leggere entrambi i livelli: le cause storiche che lo hanno generato e le dinamiche attuali che lo perpetuano.
Le origini: mandato coloniale e guerra del 1948
La Palestina, compresa tra il Mar Mediterraneo, il fiume Giordano e l’Egitto, è stata per secoli sotto il dominio dell’Impero ottomano. Dopo la Prima guerra mondiale, il Regno Unito ha assunto il controllo del territorio con un mandato durato dal 1920 al 1948. In quello stesso anno si concludono due processi paralleli: la Guerra arabo-israeliana e, nel maggio 1948, la nascita dello Stato di Israele. Per i palestinesi, il 1948 è l’anno della Nakba, la catastrofe: secondo il Refugee Resource Center BADIL, circa 700.000 persone vengono espulse o fuggono dalle loro case. La questione del ritorno di quei rifugiati e dei loro discendenti rimane irrisolta fino a oggi.
Le tappe che hanno definito il conflitto
La Guerra dei sei giorni (1967) rappresenta il secondo nodo fondamentale. Dal 5 al 10 giugno 1967, Israele conquista la penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme Est e le alture del Golan. Da quel momento i Territori Palestinesi sono sotto occupazione militare israeliana. Secondo l’articolo 42 della Convenzione dell’Aja del 1907, un territorio occupato da forze militari nemiche ricade sotto la giurisdizione e la responsabilità della potenza occupante: Israele è quindi tenuto a garantire la protezione della popolazione civile palestinese.
Gli accordi di Oslo (1993) hanno rappresentato il tentativo più avanzato di soluzione negoziata. Yasser Arafat, per l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), e Yitzhak Rabin, per il governo israeliano, firmano un accordo che divide la Cisgiordania in tre zone:
- la Zona A sotto controllo civile e di sicurezza palestinese
- la Zona B sotto controllo civile palestinese ma sicurezza israeliana
- la Zona C sotto pieno controllo israeliano.
L’accordo prevedeva la progressiva espansione dell’autonomia palestinese. In pratica, la Zona C, che rappresenta circa il 60% della Cisgiordania, è rimasta sotto controllo israeliano totale, con effetti determinanti sulla mobilità, sull’accesso alla terra e sullo sviluppo economico palestinese. Dall’OLP nasce nel 1994 l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), l’organismo di autogoverno palestinese ad interim, che ha adottato il nome di Stato di Palestina, non ancora sovrano.
Le intifada sono state la risposta della popolazione civile palestinese alla mancata attuazione degli accordi e alla continuazione dell’occupazione. Il termine significa “rivolta” in arabo. La prima scoppia nel 1987 nel campo profughi di Jabaliya e si estende a Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. La seconda nel 2000, la terza nel 2015. Ogni escalation ha accelerato la disgregazione del tessuto sociale e istituzionale palestinese.
Il sistema di controllo: permessi, barriere, blocco
Per capire il conflitto israelo-palestinese bisogna sapere come funziona il controllo della popolazione palestinese nella quotidianità. Dal 1967, la libertà di movimento dei palestinesi è severamente limitata. Dal 1972 esistono i “permessi generali d’uscita” per i palestinesi che vogliono entrare in Israele per lavorare. Con il tempo il sistema si è esteso e irrigidito.
Dal 2007, Israele ha imposto un blocco militare sulla Striscia di Gaza, ufficialmente per isolare il Movimento di Resistenza Islamica (Hamas). In pratica, il blocco ha funzionato come punizione collettiva sull’intera popolazione civile: Israele controlla la costa, lo spazio aereo, il perimetro terrestre, i valichi di frontiera e l’approvvigionamento elettrico. Tra il 2007 e il 2010 erano vietati anche beni come shampoo, candele, libri, strumenti musicali, palloni da calcio. Una lista di prodotti “dual-use”, cioè beni ordinari con possibili applicazioni militari, limitava ulteriormente le importazioni. Già prima del 7 ottobre 2023, 7 persone su 10 a Gaza dipendevano dagli aiuti umanitari per i bisogni essenziali quotidiani.
In Cisgiordania, a febbraio 2025 erano operative oltre 800 barriere e posti di blocco installati dalle forze israeliane, saliti a oltre 925 nel 2026 secondo quanto riportato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, OCHA). Tre milioni di persone si trovano con la mobilità gravemente limitata. Un viaggio che normalmente dura due ore può richiedere fino a dodici, con conseguenze dirette sulla possibilità di lavorare, studiare, accedere alle cure mediche e ricevere aiuti umanitari.
Dal 7 ottobre 2023: una svolta nella dimensione della crisi
Il 7 ottobre 2023, Hamas e altri gruppi armati palestinesi attaccano il territorio israeliano: oltre 1.100 civili israeliani vengono uccisi e circa 250 presi in ostaggio. La risposta militare israeliana sulla Striscia di Gaza apre una fase senza precedenti nella storia del conflitto.
Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, riportati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) nel rapporto di situazione del 5 giugno 2026, dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 72.000 palestinesi e più di 172.000 sono rimasti feriti. Le cifre includono solo i morti registrati negli ospedali: migliaia di persone risultano ancora disperse sotto le macerie in aree inaccessibili ai soccorsi. Il 92% delle abitazioni e delle infrastrutture essenziali risulta distrutto. Oltre 2 milioni di persone sono sfollate. Nel 2025 le Nazioni Unite dichiarano ufficialmente la carestia in alcune aree della Striscia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riporta che l’81% delle strutture sanitarie è non operativo o solo parzialmente funzionante.
Per approfondire la situazione attuale, leggi il nostro articolo cosa sta succedendo a Gaza.
In Cisgiordania, parallelamente, si consuma un’escalation che ha ricevuto molta meno attenzione mediatica. Citando i dati OCHA, Oxfam ha documentato nel giugno 2026 che tra il 2023 e il 2025 sono stati uccisi 1.244 palestinesi in Cisgiordania, di cui 268 bambini: più vittime di quelle registrate nei 17 anni precedenti messi insieme. Nei soli primi mesi del 2026 si contano già oltre 540 attacchi dei coloni, con 33 morti e più di 2.200 persone costrette a lasciare le proprie abitazioni (fonte: Oxfam, giugno 2026). A febbraio 2025, l’operazione militare israeliana nei campi profughi del nord della Cisgiordania ha provocato il più grande sfollamento forzato dall’inizio dell’occupazione nel 1967: oltre 40.000 persone costrette a fuggire in poche settimane (fonte: Notizie ONU, 10 febbraio 2025).
Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, ha dichiarato: “Mentre gli occhi del mondo erano giustamente puntati sul genocidio commesso da Israele a Gaza, in tutta la Cisgiordania si verificava un’ondata di violenza senza precedenti, ora sfociata in un piano sistematico di pulizia etnica.”
Il diritto internazionale di fronte al conflitto
Il quadro giuridico internazionale ha prodotto, tra il 2024 e il 2025, pronunce che ridefiniscono il perimetro legale del conflitto.
Gennaio 2024: la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), raccogliendo il ricorso presentato dal Sudafrica, emette misure cautelari nel caso South Africa v. Israel, ordinando a Israele di adottare tutte le misure possibili per prevenire atti rientranti nella Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio e di garantire l’accesso agli aiuti umanitari. Human Rights Watch ha documentato che nelle settimane successive il numero di camion con aiuti entrati a Gaza è calato sensibilmente, indicando la non conformità di Israele ad almeno uno dei punti dell’ordinanza.
Luglio 2024: la CIG emette il parere consultivo sull’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi, richiesto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La Corte dichiara illegale l’intera occupazione israeliana e afferma che tutti gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscerla, non sostenerla e non prestarle assistenza. Il parere include l’illegalità degli insediamenti, delle azioni dei coloni, della preclusione all’accesso all’acqua e all’uso delle risorse naturali palestinesi. A settembre 2025, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) ha denunciato che gli Stati non hanno adottato misure concrete per dare attuazione alla pronuncia.
Settembre 2024: la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite conclude che Israele ha commesso un genocidio a Gaza. Israele respinge la qualificazione.
Questo accumulo di pronunce senza risposta effettiva da parte della comunità internazionale è uno dei fattori strutturali che perpetuano il conflitto.
Perché il conflitto non si risolve: gli ostacoli strutturali
Quadro negoziale mai applicato
La mancata attuazione degli accordi esistenti è il primo nodo. Oslo ha prodotto un quadro negoziale che non è mai stato applicato nella sua parte essenziale: la Zona C è rimasta sotto controllo israeliano, gli insediamenti si sono espansi anziché fermarsi, l’autonomia palestinese non si è mai tradotta in sovranità.
Espansione israeliana continua
L’espansione continua degli insediamenti è il secondo. Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali ai sensi del diritto internazionale, ma continuano a crescere. A febbraio 2025, l’esercito israeliano ha emesso decreti per confiscare oltre 10.000 dunum (circa 1.000 ettari) di terra in Cisgiordania. La strategia di annessione è documentata dalla banca dati legislativa dell’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din (fonte: Yesh Din Annexation Legislation Database, 2025).
Impunità sistematica
L’impunità sistematica è il terzo. Le risoluzioni delle Nazioni Unite rimangono inapplicate, le pronunce della CIG non producono conseguenze politiche, le violazioni del diritto internazionale umanitario non trovano sanzione nei meccanismi esistenti.
Frammentazione palestine
La frammentazione politica palestinese è il quarto. La divisione tra l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e Hamas a Gaza indebolisce la capacità negoziale palestinese e complica qualunque percorso verso la soluzione dei due stati sostenuta dalla comunità internazionale.
Cosa fa Oxfam nei Territori Palestinesi Occupati
Oxfam è presente nei Territori Palestinesi Occupati con oltre 60 organizzazioni partner palestinesi e israeliane. Le operazioni coprono Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, con interventi su accesso all’acqua, sicurezza alimentare, salute primaria, protezione dei civili e diritti delle donne.
A marzo 2025, Oxfam ha pubblicato un rapporto sullo sfruttamento economico delle donne palestinesi impiegate negli insediamenti israeliani illegali, realizzato con il Palestine Economic Policy Research Institute (MAS) e la Mother School Society (MSS): oltre 6.500 donne, costrette dall’impoverimento prodotto dall’occupazione, lavorano in condizioni di sfruttamento nei settori agricolo e manifatturiero, senza contratti, con salari irrisori e libertà di movimento limitata dalle politiche israeliane.
A febbraio 2026, le autorità israeliane hanno ordinato a Oxfam e ad altre 36 organizzazioni umanitarie internazionali di cessare le operazioni nei Territori Palestinesi Occupati entro fine mese, in base a nuove norme israeliane in materia di registrazione. Oxfam ha presentato ricorso all’Alta Corte israeliana, perché milioni di civili dipendono da quegli aiuti per sopravvivere.
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FAQ sul conflitto israelo-palestinese
Cos’è il conflitto israelo-palestinese in breve?
È un conflitto politico, militare e umanitario che ha le sue radici nel 1948, con la nascita dello Stato di Israele e la Nakba palestinese. Da allora, guerre, accordi non attuati e decenni di occupazione militare hanno prodotto una situazione in cui i diritti fondamentali della popolazione palestinese vengono sistematicamente compressi.
Perché il conflitto israelo-palestinese dura da così tanto tempo?
Perché le cause strutturali non sono mai state rimosse: l’occupazione militare israeliana dei Territori Palestinesi prosegue dal 1967, gli accordi di Oslo non sono stati attuati nella loro parte essenziale, gli insediamenti in Cisgiordania hanno continuato a espandersi e la comunità internazionale non ha mai reso effettive le risoluzioni delle Nazioni Unite e le pronunce dei tribunali internazionali.
Cosa sono gli accordi di Oslo e perché sono considerati incompiuti?
Firmati nel 1993 tra l’OLP e il governo israeliano, prevedevano la graduale espansione dell’autonomia palestinese in Cisgiordania e Gaza. Sono considerati incompiuti perché la Zona C, che copre circa il 60% della Cisgiordania, è rimasta sotto pieno controllo israeliano, gli insediamenti si sono moltiplicati e lo Stato palestinese previsto dagli accordi non è mai stato istituito.
Cos’è la soluzione dei due stati?
È la proposta sostenuta dalla comunità internazionale, che prevede la coesistenza di uno Stato israeliano e di uno Stato palestinese sovrano entro confini concordati, con Gerusalemme Est come capitale palestinese. Oxfam sostiene questa soluzione. La sua attuazione è oggi ostacolata dall’espansione degli insediamenti e dalla frammentazione politica palestinese.
Cosa ha stabilito la Corte Internazionale di Giustizia sul conflitto?
Nel luglio 2024 la CIG ha dichiarato illegale l’intera occupazione israeliana dei Territori Palestinesi e ha affermato che tutti gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscerla né sostenerla. Nel gennaio 2024 aveva già emesso misure cautelari nel caso intentato dal Sudafrica, ordinando a Israele di prevenire atti rientranti nella Convenzione sul genocidio e di garantire l’accesso agli aiuti umanitari.









