Siamo tutti in viaggio

9 Ottobre 2015

Il racconto di un mese di permanenza al confine tra Serbia e Ungheria

Bambini siriani davanti al centro per migranti e rifugiati di Preševo, in Serbia

“Viaggio. Arrivo a Belgrado lunedì pomeriggio, ancora pieno di emozioni suscitate dal documentario “District Zero” sulla vita dei rifugiati nel campo di Zaatari che il giorno prima Oxfam ha presentato a EXPO Milano di fronte al Commissario Europeo Stylianidīs e alla Direttrice di Oxfam, Winnie Byanyima.

Siamo un team di due persone in Serbia, io e Francesca – la nostra esperta del programma WaSH (Acqua, salute e igiene) mentre il collega Vincent sta volando in Macedonia. Insieme a Danica, la collega del nostro partner serbo, andiamo subito a vedere la situazione delle centinaia di persone che vivono accampate nei giardini di fronte alla stazione degli autobus e alla vicina facoltà di economia. Cercando di mantenere la sensibilità e il rispetto necessario in queste situazioni, inizio a fare qualche foto. È impressionante notare come nel centro di una capitale europea ci sia questa pacifica coabitazione tra le centinaia di profughi accampati nei giardini e la vita quotidiana dei belgradesi che continua tranquillamente in questa nuova “normalità”.

Pochi istanti dopo vengo fermato da una signora che in serbo inizia a parlarmi molto animatamente. Nascondo subito la macchina fotografica nel timore di aver urtato le sensibilità di qualcuno. Invece Danica mi tranquillizza e mi dice che questa signora non ce l’ha con me. Lei, Maria, è arrabbiatissima con l’Ungheria che sta chiudendo la frontiera e tratta i profughi non come dovrebbero essere trattati. Maria mi racconta che lei è di Pola (Istria – ora Croazia) e 20 anni fa è venuta in Serbia come rifugiata. È stata accolta calorosamente, così come i serbi stanno facendo ora con i rifugiati dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan. Se potesse li porterebbe tutti a casa sua. Poi, prima di salutarci, mi domanda: “Come è possibile che l’Unione Europea permetta questo?”

Il giorno dopo partiamo all’alba per raggiungere il confine con l’Ungheria dove inizierà il vero e proprio assessment di Oxfam. Qui, prima della definitiva chiusura del confine il 15 settembre, una media di 4mila persone cercava di entrare in area Schengen. A Subotica e Kanjiža incontriamo tanta sofferenza, ma anche tanta umanità, tanta speranza e voglia di cercare un futuro migliore. Sono tutte persone che scappano da guerre, che hanno rischiato la vita, che non hanno più speranza nel proprio paese, che sono disposte a tutto. Meglio rischiare la vita da solo o con la famiglia, che rischiare di morire senza speranza nel proprio paese. Appena arrivati a Subotica, ci uniamo alla distribuzione di kit alimentari che fa la Croce Rossa serba. Qui incontriamo Saikeh e Amini. Sono lì con i loro tre figli piccoli di 3, 6 e 10 anni. Arrivano da una città vicina a Kabul. Dopo un mese di viaggio sono arrivati in Serbia. Ci raccontano di come hanno rischiato di morire in Turchia. Stipati su una barca di 8 metri insieme ad altre 50 persone, sono affondati quasi subito. Per fortuna la guardia costiera greca è riuscita a salvarli. Si legge il terrore negli occhi di Amini mentre ci racconta l’episodio. Gli chiedo cosa facevano in Afghanistan. Lui era ingegnere elettronico ed insegnava all’università, lei era ostetrica.

Dopo Subotica arriviamo a Kanjiža. Sembra di tuffarsi in un angolo di Siria. Mohammed e Mahmoud sono lì con le loro due giovani mogli. Si sono conosciuti all’università dove studiavano rispettivamente ingegneria e lingue a Damasco. Hanno deciso di sposarsi e di partire. Chiedo loro quale è il piano per oggi. Mi dicono: “Aspettiamo il momento giusto e poi entriamo” … Non posso fare altro che augurargli buona fortuna. Finito di visitare il centro di Kanjiža, decidiamo di fare un sopralluogo sul confine, seguendo i rifugiati. Incontriamo Somali, Afghani, Siriani, donne, bambini, anziani, qualcuno in carrozzina, che si muovono per i campi.

Fa impressione trovare nel mezzo dell’Europa un muro di fil di ferro così imponente. Non rispecchia esattamente l’idea di Unione Europea che ci hanno insegnato sin da piccoli a scuola. Un gruppo di giovani ragazzi ci ferma per chiedere informazioni. Ci racconta che sono scappati da Palmira, dall’ISIS, che alcuni familiari sono ancora lì. Ci hanno impiegato 28 giorni per arrivare qui. Hanno paura. Non sanno cosa li aspetterà oltre la frontiera. Sono tutte persone istruite, e molto rispettose nel modo di porsi. Conoscenza dell’inglese ottima.

Il senso di impotenza a volte ti assale. Il primo pensiero che ti viene in mente è: “Ciascuna di queste persone che abbiamo incontrato potrei essere io. Potrei essere io con la mia famiglia. Cosa farei se da un giorno all’altro fossi costretto a scappare dal mio paese? Riuscirei a scappare portandomi dietro la famiglia, magari senza soldi o senza documenti, rischiando la vita per arrivare in un paese con una cultura diversa dalla mia e dove magari non sono nemmeno bene accetto?” Molti dei rifugiati che viaggiano lungo la rotta balcanica, prima della guerra nel loro paese, facevano una vita molto simile a quella che facciamo noi oggi in Europa. Se provi ad immedesimarti un attimo, ti senti veramente male.

Quando inizi una missione di identificazione dei bisogni non è mai semplice. Anche trattandosi di in un contesto che conosci, e avendo a disposizione i migliori manuali e strumenti, sei consapevole che durante un’emergenza non sai mai bene cosa ti puoi trovare davanti. Devi riuscire a leggere bene la situazione ed adattare le tue competenze combinando la giusta dose di professionalità con la flessibilità e la velocità che la situazione richiede. Senti di avere la responsabilità di rappresentare l’organizzazione e la confederazione per cui lavori, ma soprattutto, dopo che hai incontrato tanta sofferenza, senti la responsabilità di agire presto e bene per assistere velocemente, in maniera dignitosa, chi sta vivendo questo incubo.

Oggi è passato un mese da quel giorno in cui sono atterrato a Belgrado. Nel giro di un mese, Oxfam è riuscita a mettere in piedi un programma di risposta umanitaria la cui prima fase durerà fino al 31 marzo 2016 e che prevede distribuzione di kit igienici e di kit per far fronte all’inverno, piccole infrastrutture per garantire l’accesso all’acqua pulita e realizzazione di piccoli impianti igienico-sanitari diversificati per genere (toilette, docce, ecc.), programma di protezione e supporto legale per i rifugiati, sia in Serbia che in Macedonia.

Siamo tutti consapevoli che questa emergenza durerà tanto, almeno fino a quando dureranno le crisi da cui scappano questi rifugiati. Per questo è importante che Oxfam continui e rafforzi quello che sa fare bene. Da un lato proseguire con l’assistenza umanitaria sul campo, dall’altro lanciare appelli e mobilitare le persone per influenzare l’agenda politica europea e mondiale sia per l’accoglienza dei rifugiati, sia per trovare soluzioni politiche ai conflitti dai quali le persone scappano. Se saremo bravi in questo, porteremo anche noi il nostro piccolo contributo per regalare un futuro migliore ai rifugiati e a noi stessi”.

Riccardo Sansone
7 ottobre 2015


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