La Porta dell'Europa a Lampedusa

Tante parole, qualche investimento in più (non ancora all’altezza delle aspettative e delle reali necessità) e, ciò che più conta: una permanente ambiguità sugli indirizzi, e i vincoli, su cui fondare il rapporto Europa-Africa, nell’affrontare la più grande tragedia umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale. Qualcosa si è mosso nel summit de La Valletta, ma non fino al punto di poter parlare, a pieno titolo, di una svolta. Il vertice maltese doveva servire ad affrontare finalmente le cause strutturali che spingono centinaia di migliaia di persone a lasciare il proprio Paese. A parole, quel nodo è stato toccato, di certo però, non è stato sciolto. Negli ultimi 15 anni oltre 31.000 persone (di cui 24.000 nel Mediterraneo) hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa[1]. Nello stesso periodo, l’Unione Europea ha “dilapidato” 11,3 miliardi di euro in espulsioni, mentre i rifugiati hanno speso 16 miliardi per raggiungere l’Europa. Questi dati sono a supporto, concreto non ideologico, di quanto Oxfam ha continuato, testardamente, a chiedere all’Unione Europea: porre al centro della discussione la tutela dei diritti umani, rinunciando a una politica unicamente concentrata su chiusura delle frontiere e sicurezza. Fare chiarezza su questo punto è essenziale, più ancora che incrementare le risorse investite. E’ qui che il summit de La Valletta non ha dato le risposte sperate, attese, sollecitate.


Durante la due giorni euro-africana  è stato delineato il nuovo Fondo fiduciario per l’Africa dell’Ue: cosa positiva, soprattutto in tempi di restrizioni, ma lo sarebbe stato molto, tanto di più, se fosse stato messo in chiaro, senza zone d’ombra, che quelle risorse saranno destinate ad affrontare e risolvere le questioni della povertà, della disuguaglianza e dei conflitti in Africa. I fondi dovrebbero servire per costruire scuole e ospedali e non per contenere la mobilità delle persone con filo spinato o check-point. Così non è stato. E dentro questa perdurante ambiguità, resta l’amara sensazione che i confini (da presidiare, blindare, militarizzare) siano sempre più importanti delle persone in cerca di un futuro, uomini donne e bambini in fuga da guerre e fame.  Ecco allora riproporsi con forza il tema, che Oxfam ha posto al centro del suo agire oltre che dell’elaborazione delle finalità e dell’utilizzo degli investimenti. Questione concreta e, parimenti, etica. Perché, se si vuol davvero aprire un nuovo capitolo nel grande, e tragico libro delle migrazioni, allora deve essere affermato che quelle risorse messe a disposizione non devono essere vincolate all’obbligo da parte dei Paesi africani di fare la “guardia” ai confini dell’Europa. Perché se così fosse, non di cooperazione si dovrebbe parlare, ma di ricatto. Inaccetabile. Inaccettabile è l’idea che gli aiuti non servano alle persone ma diventino oggetto di baratto tra governi. Fondamentale è che siano ben distinti gli stanziamenti destinati all’aiuto allo sviluppo da quelli stanziati per la sicurezza. Non eludibile è la questione del rispetto dei diritti umani come condizione, non un optional, per la destinazione di risorse (soprattutto quando ad essere chiamati in causa sono Paesi, come l’Eritrea e il Sudan, retti da regimi liberticidi). Tanti, dunque, restano i dubbi sul futuro del Fondo Fiduciario per l’Africa. Un Fondo, è l’efficace sintesi di Oxfam, “che deve servire per gli aiuti e non per i muri”. La Valletta poteva essere l’occasione per fugarli, quei dubbi. Così non è avvenuto. Il passo c’è stato, la svolta no.


[1] themigrantsfiles.com




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