Accesso ai farmaci, la grande disuguaglianza che uccide

2 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso a farmaci essenziali

Solo nel 2017, oltre 3 milioni di bambini e bambine sotto i 15 anni, sono morti per la mancanza di accesso a farmaci di base e vaccini.

Proprio per questo abbiamo promosso, insieme ad ACTION, domani 9 maggio dalle 9.30 a Roma (presso l’Hotel Nazionale), una tavola rotonda che avrà al centro il ruolo dell’Italia e il confronto tra Governo e attori italiani e internazionali, per discutere strategie e proposte per ridurre le inaccettabili disuguaglianze nell’accesso ai farmaci a livello globale.

Al forum interverranno, fra gli altri, la Ministra della Sanità Giulia Grillo, il Direttore Generale del dipartimento per la cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Esteri Giorgio Marrapodi, il Direttore Generale di AIFA Luca Li Bassi e la responsabile delle relazioni esterne del Fondo Globale per la lotta a HIV, tubercolosi e malaria, Françoise Vanni.

L’insostenibile costo dei farmaci

Ancora oggi la possibilità di accedere alle cure, ai farmaci, vaccini e tecnologie sanitarie è riservata solo a chi se lo può permettere. L’impatto del prezzo dei farmaci è infatti enorme sia per i singoli, che per gli stati dove esiste un sistema sanitario nazionale. Se buona parte della popolazione mondiale non ha ancora accesso ai farmaci essenziali, secondo le stime della Banca Mondiale, 800 milioni di persone ogni anno spendono almeno il 10% del bilancio familiare per spese sanitarie, mentre per circa 100 milioni di persone queste spese sono così elevate da farle piombare  in una condizione di povertà estrema.

Un costo sempre più insostenibile, soprattutto per i farmaci più innovativi, che mette a dura prova anche i sistemi sanitari nazionali, con la conseguenza che spesso in molti non hanno accesso alle cure.

Devastante l’impatto nei Paesi in via di sviluppo. In Sud Africa, ad esempio, per patologie come il cancro al seno, perdono la vita 3 mila donne ogni anno semplicemente perché il costo del trattamento è troppo elevato per le casse dello Stato: circa 38 mila dollari per un ciclo di 12 mesi di Herceptin, 5 volte il reddito medio del paese.

In Italia il costo dei farmaci pesa per il 20% della spesa sanitaria nazionale

Anche in Paesi in paesi a reddito medio-alto come l’Italia, dove la spesa per i farmaci rappresenta il 20% della spesa sanitaria nazionale (pari a 29,8 miliardi di euro nel 2017, di cui solo il 75% coperto dal sistema sanitario nazionale), le conseguenze sono sempre più negative per l’accesso dei cittadini alle cure.

Basti pensare ai costi del trattamento dell’Epatite C: a fronte di 1 milione 600 mila casi cronici riscontrati nel 2016 nel nostro Paese, ad inizio 2017 solo 70 mila casi erano stati trattati con i farmaci più efficaci introdotti nel 2013. Una situazione inaccettabile, che ha costretto l’Italia ad una contrattazione al ribasso sul prezzo dei farmaci con le aziende produttrici, per raggiungere un costo sostenibile per la casse pubbliche che potesse garantire l’accesso alle cure ad un maggior numero di pazienti. Un “costo“ effettivo che rimane però ad oggi in molti casi solo stimato a causa della clausole di riservatezza introdotte nei contratti di acquisto dei farmaci.

In Italia oggi 1.800 farmaci sono “secretati”: quasi il 60% di quelli ospedalieri o in distribuzione attraverso farmacie private, inclusi i farmaci più innovativi per la lotta al cancro.

Chiediamo una maggiore trasparenza nella definizione dei prezzi dei farmaci

In questo scenario, casi come quello affrontati dall’Italia per il trattamento dell’Epatite C, dimostrano la necessità di arrivare ad una sempre maggiore trasparenza nella definizione dei prezzi dei farmaci.  L’appuntamento di domani arriva infatti alla vigilia del voto (il 28 e 29 maggio), dei paesi che compongono l’assemblea generale dell’OMS, sulla proposta di risoluzione presentata dall’Italia, con l’obiettivo di migliorare l’accesso ai farmaci essenziali a livello globale. Una proposta che parte proprio dalla definizione di diverse regole di trasparenza che consentano agli Stati e ai cittadini, di verificare se il costo dichiarato dalle aziende farmaceutiche sia giustificato o meno dagli investimenti (in ricerca e sviluppo ecc,..), messi in campo per realizzarlo.

Riconosciamo il coraggio e l’impegno del Ministero della Salute italiano e di AIFA nel farsi portatori di istanze sentite da tanti paesi e cittadini nel mondo e li incoraggiamo a proseguire nello sforzo di trovare un consenso tra gli stati membri dell’OMS, che porti all’approvazione della risoluzione avanzata dall’Italia a inizio febbraio.

Se non si riuscisse a raggiungere un consenso, è però essenziale che il Governo italiano continui a battersi per il principio di accesso universale alle cure e ai farmaci per tutti in tutto il mondo. Portando le istanze contenute nella risoluzione all’attenzione dei leader mondiali in occasione del G7 in Francia e del G20 in Giappone, in programma nei prossimi mesi.

Chiediamo inoltre all’Italia di mantenere l’impegno nella lotta ad Hiv, TBC e malaria, solo così si potranno salvare 16 milioni di vite e raggiungere il terzo Obiettivo di sviluppo sostenibile definito dalle Nazioni Unite: salute e benessere per tutti

 

L’aiuto internazionale deperisce

Calano gli aiuti internazionali verso i paesi in via di sviluppo

Ancora oggi 821 milioni di persone soffrono la fame.In questo momento il 10% della popolazione mondiale vive in povertà estrema.

Gli ultimi dati OCSE mostrano come la spesa complessiva da parte dei 30 paesi membri nel 2018 sia scesa del 2,7% rispetto al 2017. Una riduzione, che solo in parte si giustifica con il taglio della spesa per l’accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo e che colpisce i paesi più poveri del pianeta.

L’anno scorso i paesi ricchi hanno destinato in media solo lo 0,31% del proprio reddito nazionale lordo (rnl) agli aiuti allo sviluppo, ossia quanto stanziato già nel 2017, ma ben al di sotto dell’obiettivo dello 0,7% fissato ormai 50 anni fa e raggiunto a oggi solo da Svezia, Norvegia, Regno Unito, Lussemburgo e Danimarca.

Il drastico calo degli aiuti ai più poveri e vulnerabili è desolante, perché in fondo non si sta facendo altro che voltare le spalle a chi lotta per la sopravvivenza.

Aiutiamoli a casa loro?

Diminuisce pericolosamente anche il volume dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) italiano, passando dai 5.858,03 milioni di dollari nel 2017 ai 4.900,1 milioni di dollari nel 2018, pari allo 0,23% del reddito nazionale lordo e in netto calo rispetto allo 0,30% del 2017. Si tratta di una riduzione drastica del 21,3%, che fa guadagnare all’Italia la maglia nera tra tutti i paesi OCSE.

Oggi ogni traguardo appare lontano e, soprattutto, rimane puro slogan quell’incitamento ad aiutare i più poveri a casa loro.

Dal 2012, per la prima volta quest’anno, si assiste a una riduzione degli aiuti internazionali in settori e paesi cruciali: meno 31,9% verso i paesi dell’Africa sub-sahariana (da 324, 8 milioni di dollari nel 2017 a 221,3 del 2018), meno 17,2% verso i paesi meno sviluppati (da 326,5 milioni di dollari nel 2017 a 270,5 nel 2018), meno 37,7% per i costi dei rifugiati, dovuto in gran parte alla diminuzione dei flussi migratori verso le coste italiane.

L’aiuto allo sviluppo e lotta alla disuguaglianza

Il report L’aiuto allo sviluppo ai tempi della disuguaglianza evidenzia come la povertà potrà essere sradicata, solo se nei prossimi anni saranno finanziati interventi che abbiano al centro strumenti concreti di riduzione delle disuguaglianze nei paesi in via di sviluppo.

Un obiettivo non rinviabile, che potrà essere raggiunto dai grandi donatori attraverso poche ma cruciali mosse chiave:

  1. Centrare il doppio obiettivo di riduzione della povertà e della disuguaglianza
  2. Non utilizzare gli aiuti per finanziare rischiosi partenariati pubblico-privati
  3. Mettere al primo posto i bisogni dei più poveri
  4. Evitare modalità di aiuto che aggravino la crisi del debito dei Paesi partner
  5. Mantenere la promessa di stanziamento dello 0,7% del Reddito Nazionale Lordo in aiuti
  6. Rafforzare le capacità dei Paesi partner
  7. Sostenere la spesa in servizi pubblici capaci di ridurre le disuguaglianze
  8. Rafforzare la creazione di sistemi fiscali progressivi nei Paesi in via di sviluppo
  9. Favorire la cittadinanza attiva
  10. Promuovere l’uguaglianza di genere

 

5 motivi per combattere la disuguaglianza

 

Dal 22 al 25 gennaio leader politici ed esponenti del mondo economico internazionale si incontrano a Davos in Svizzera per il meeting annuale del Forum Economico Mondiale.

Alla vigilia del meeting, pubblichiamo il nostro nuovo rapporto “Bene pubblico o ricchezza privata?” in cui denunciamo come il persistente divario tra ricchi e poveri comprometta i progressi nella lotta alla povertà, danneggi le nostre economie e alimenti la rabbia sociale in tutto il mondo.

Ecco 5 motivi per cui combattere la disuguaglianza è più necessario e urgente che mai.

1. La ricchezza è concentrata nelle mani di pochi

La ricchezza accumulata da un’esigua minoranza di super-ricchi evidenzia l’iniquità sociale e l’insostenibilità dell’attuale sistema economico, in cui la forbice tra ricchi e poveri è sempre più ampia. Lo scorso anno le fortune dei super-ricchi sono aumentate del 12%, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno, mentre 3,8 miliardi di persone, la metà più povera dell’umanità, hanno visto diminuire quel che avevano dell’11%.

In Italia, a metà 2018, il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. E il 5% più ricco degli italiani possedevada solo la stessa quota di ricchezza del 90% più povero.

2. I più ricchi pagano sempre meno tasse

In alcuni paesi, come Regno Unito o Brasile, considerando insieme imposte sui redditi e sui consumi, il 10% più ricco della popolazione paga meno tasse del 10% più povero (in proporzione ai relativi redditi).

Evasione ed elusione fiscale internazionale hanno raggiunto inoltre livelli allarmanti: una cospicua parte di redditi finanziari degli individui più facoltosi svanisce offshore, mentre i redditi di molte imprese multinazionali sfuggono all’imposizione fiscale. Decine di miliardi di entrate fiscali mancanti − che potrebbero finanziare servizi essenziali pubblici − sono il costo degli abusi e della pianificazione fiscale aggressiva delle imprese.

3. La riduzione della povertà estrema rallenta

Assistiamo al rallentamento della fuoriuscita dalla povertà e, nei contesti più vulnerabili del globo come l’Africa sub-sahariana, all’incremento della povertà estrema.

Una dinamica che mette a repentaglio, secondo la Banca Mondiale, il raggiungimento dell’obiettivo di sconfiggere la povertà estrema entro il 2030, obiettivo fissato dall’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. 3,4 miliardi di persone vivono ancora con meno di 5,50 dollari al giorno. Di questi, 2,4 miliardi di persone sono da considerarsi “estremamente povere”, secondo le soglie di povertà riviste dalla Banca Mondiale.

4. L’accesso ai servizi essenziali è precluso a molti

I servizi pubblici sono sistematicamente sottofinanziati o vengono esternalizzati ad attori privati, con la conseguenza che ne vengono esclusi i più poveri. Ecco perché in molti paesi un’istruzione e una sanità di qualità sono diventate un lusso che solo i più ricchi possono permettersi. Nel mondo circa 10 mila persone al giorno muoiono per mancanza di accesso ai servizi sanitari, mentre 262 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione.

5. Gli uomini possiedono il 50% di ricchezza in più delle donne

Vi è una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere: società più eque registrano anche condizioni di maggiore parità tra uomini e donne. A livello globale le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini. Quest’ultimi possiedono il 50% in più della ricchezza delle donne e controllano oltre l’86% delle aziende. Se il lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne a livello globale venisse appaltato ad una singola azienda, il suo fatturato annuo sarebbe di 10.000 miliardi di dollari, pari a 43 volte quello di Apple.

Come porre fine a disuguaglianza e povertà?

Tutti i governi dovrebbero stabilire concreti target e piani di azione, inquadrati in un arco temporale ben definito, per ridurre la disuguaglianza, rispettando l’impegno assunto con l’adozione dell’Agenda 2030 e in coerenza a quanto stabilito dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

In particolare questi piani dovrebbero includere azioni in queste tre aree:

  • Erogare servizi sanitari ed educativi universali e gratuiti, mettendo fine alla privatizzazione dei servizi pubblici e promuovendo adeguate misure di protezione sociale per tutti.
  • Riconoscere l’enorme lavoro di cura svolto dalle donne, mettendo a disposizione servizi pubblici che possano ridurre l’ammontare di ore di lavoro non retribuito a loro carico, permettendo così un’emancipazione della propria vita professionale e politica.
  • Porre fine a sistemi fiscali che avvantaggiano ricchi individui e grandi corporation, tassando in maniera equa la ricchezza e il capitale, e arrestando la corsa al ribasso sulla tassazione dei redditi individuali e di impresa. È necessario inoltre contrastare le pratiche di evasione ed elusione fiscale da parte di grandi corporation e individui facoltosi.

 

Approfondimenti

Public Good or Private Wealth? Il rapporto integrale in inglese

Bene pubblico o ricchezza privata? Sommario in italiano

Disuguitalia. I dati sulla disuguaglianza economica in Italia. Inserto del rapporto “Bene pubblico o ricchezza privata?”

Scheda metodologica (in inglese)

Indice di Contrasto alla Disuguaglianza 2018

Pubblicato oggi il nuovo Indice di Contrasto alla Disuguaglianza, presentato da Oxfam e Development Finance International, al Meeting annuale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale che ha preso avvio ieri a Bali.

L’indice misura l’impegno di 157 governi sulle politiche di contrasto alla disuguaglianza nel 2017, esamina, mette a confronto e classifica le loro scelte in tre macro-ambiti di intervento determinanti per la riduzione delle disuguaglianze di reddito nazionali:

  • spesa pubblica,
  • politica fiscale,
  • politica del lavoro.

La classifica dell’Indice di Contrasto alla Disuguaglianza 2018

Gli ultimi 10 Paesi dell'indice CRI 2018

Gli ultimi 10 Paesi dell’Indice di Contrasto alla Disuguaglianza 2018

Tra i 10 paesi in fondo alla classifica si trova Singapore, uno dei Paesi più ricchi al mondo, per cui tuttavia si registra una pessima performance in tutti e tre gli ambiti presi in esame dall’Indice. È infatti tra i 34 paesi dell’indice in cui mancano norme legali sulla parità retributiva e tra i 30 che non hanno in vigore leggi contro la discriminazione di genere, uno di pochi che non hanno introdotto il salario minimo, oltre a comportarsi come aggressivo paradiso fiscale societario.

La Nigeria risulta ultima a causa della bassa spesa sociale, del peggioramento delle violazioni dei diritti del lavoro e della scarsa capacità di riscossione delle imposte. Politiche che si abbattono su un paese dove 1 bambino su 10 muore prima di compiere 5 anni di vita.

Con punteggi scarsi anche Argentina e Brasile su cui pesano rispettivamente il congelamento della spesa sociale e le misure di austerità, scelte che rischiano di annullare i progressi ottenuti negli anni passati.

L’Indice di Oxfam evidenzia inoltre come nessun Paese, neanche tra quelli ai primi posti della classifica, è esente dal dover mettere in campo azioni correttive e maggiormente incisive per migliorare le proprie politiche di contrasto alla disuguaglianza.

I primi 10 Paesi dell'indice CRI 2018

I primi 10 Paesi dell’Indice di Contrasto alla Disuguaglianza 2018

Il primo posto lo guadagna la Danimarca, grazie ad un portato storico di politiche fiscali progressive, ampia spesa pubblica destinata al welfare, forti tutele per i lavoratori, eppure questi capisaldi della politica danese rischiano di essere indeboliti dall’attuale governo.

Tra i paesi più virtuosi ci sono anche Francia e Belgio che risultano al momento nella top 10 dell’indice, ma la cui posizione è messa particolarmente a rischio dalle annunciate riforme fiscali e del mercato del lavoro.

“La crescente disuguaglianza intrappola le persone nella povertà. ha dichiarato Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International – Vediamo bambini che muoiono a causa di malattie prevenibili in paesi in cui i budget sanitari necessitano di finanziamenti urgenti, mentre miliardi di dollari vanno persi con l’elusione e l’evasione fiscale. Tantissime donne vivono con salari da fame, senza che gli ritorni nulla o pochissimo della ricchezza che creano con il proprio lavoro. Ma niente di tutto ciò è inevitabile. I Governi spesso si comportano come se fossero seriamente impegnati a combattere povertà e disuguaglianza: questo Indice ci mostra quanto le loro azioni corrispondono alle loro promesse”.

Che posizione occupa l’Italia?

Di fronte a un preoccupante avanzamento della povertà, all’aumento della marginalizzazione e del rischio di esclusione sociale nel nostro Paese, il ranking relativo dell’Italia nell’Indice di Oxfam – 16ma a livello assoluto, e in 15ma posizione su 35 Paesi OCSE nel 2017 –  è dovuto  ancor oggi, in termini comparativi, al portato del welfare italiano, la cui connotazione universalistica corre tuttavia il serio pericolo di ulteriore deterioramento a fronte di alcune delle scelte annunciate dall’attuale governo in materia di politica fiscale e socio-economica.

“Se l’Italia si collocava a fine 2017 nelle parti alte della classifica, il rischio di ridimensionamento nel ranking è oggi estremamente elevato – ha aggiunto la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti –  Il piano di riforme contenuto nella nota di aggiornamento al DEF, pur in assenza di molti dettagli specifici, lascia molte perplessità sulla reale capacità del nuovo governo di mantenere l’impegno di riduzione delle disuguaglianze assunto dal nostro Paese nel quadro dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.”

Sul fronte della spesa pubblica, secondo l’indice di Oxfam, l’Italia al momento si colloca al 152esimo posto (su 157 Paesi) per la percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione, meglio solo di Timor-Leste, Bahrain, Antigua-Barbados, Nigeria e Libano. Il ranking complessivo dell’Italia, 21esima in tema di spesa pubblica, beneficia della porzione di spesa pubblica destinata alla sanità (31esimo posto assoluto) e alla sicurezza sociale (settima posizione assoluta, preceduta solamente dalla Finlandia, Ucraina, Germania, Danimarca, Francia e Lussemburgo). Un capitolo di spesa, quest’ultimo, che privilegia tuttavia in maniera profondamente squilibrata il capitolo previdenziale a discapito della spesa per assistenza produttiva, rivolta ai più giovani tramite interventi di inserimento e reinserimento lavorativo e i sussidi di disoccupazione o alla famiglia con i contributi alla maternità.

In tema di politica fiscale, va rilevata invece l’81esima posizione assoluta dell’Italia quanto a progressività strutturale del sistema fiscale. Il ranking complessivo dell’Italia (13esima posizione assoluta) beneficia di una migliore media nei punteggi lungo altri indicatori del pilastro, ma è destinato a essere rivisto al ribasso con il raffinamento delle prossime iterazioni dell’Indice per quanto concerne la misura dell’efficienza dei sistemi fiscali che si baserà su stime comparabili dei tax gap nazionali al posto dell’attuale approccio incentrato su stime di produttività fiscale.

Venendo all’ambito del lavoro, l’Italia si colloca in assoluto in 36esima posizione (28esima fra i 35 Paesi OCSE), appena sotto la Spagna. Il ranking risente del punteggio basso (79esima posizione) dell’Italia sull’indicatore relativo al livello di salario minimo legale o, in caso dell’assenza della misura legale, del livello di retribuzione oraria nominale estrapolato, al ribasso, dai contratti collettivi nazionali del lavoro in vigore.

La Manovra economica accentuerà le disuguaglianze in Italia?

L’azione di Governo italiano sul fronte fiscale non presuppone ad oggi, secondo l’analisi di Oxfam, alcuna intenzione di favorire lo spostamento del carico fiscale da redditi e consumi a patrimoni e rendite. Mentre l’idea di una tassazione patrimoniale progressiva – che tenga conto, con accortezza, dell’entità e delle tipologie dei patrimoni – resta, purtroppo, ancora un tabù. L’eliminazione dei regimi di tassazione separata e la ricostituzione di una base imponibile ampia cui applicare un sistema impositivo autenticamente progressivo non è oggetto di discussione.

L’intenzione di fondo di portare a due, o addirittura a una sola, le attuali aliquote IRPEF, comporterebbe infatti la riduzione del grado di progressività e del potenziale redistributivo, già debole, dell’attuale sistema impositivo. Una vera involuzione che ha anche un costo non indifferente per l’erario accompagnato da interventi verosimilmente draconiani sulle deduzioni e detrazioni e foriero di tagli a servizi pubblici come scuola e sanità.

Sul fronte degli interventi di politica fiscale, inoltre agli annunci sul rafforzamento della lotta contro l’evasione fiscale e contributiva – un ammanco erariale stimato in 109 miliardi di euro all’anno, in media, nel triennio 2013-2015 – fa pericolosamente eco il progetto di ‘pace fiscale’, un intervento che si configura come un ennesimo “condono fiscale camuffato” a reiterato svilimento del concetto di equità fiscale e a discapito di chi corrisponde all’erario il dovuto.

Una riflessione a parte merita l’introduzione di una misura redistributiva come il reddito di cittadinanza, preceduta nel cronoprogramma del governo dal potenziamento dei centri per l’impiego. In attesa di poter valutare dettagli ufficiali tutt’altro che trascurabili – l’effettivo disegno della misura, il piano per la sua implementazione, le sorti dell’esistente reddito d’inclusione (REI) –  un’allocazione di risorse senza precedenti, capace di raggiungere una platea di beneficiari molto ampia deve essere valutata con attenzione. A preoccupare sono soprattutto le prospettate condizionalità della misura. Seppure nella cornice di una misura di sussidio e non di un effettivo provvedimento di ampliamento dei diritti democratici materiali, il progetto personale di attivazione ed inclusione sociale previsto dal REI ha il merito di affrontare i bisogni dei più vulnerabili a trecentosessanta gradi, tenendo conto della dimensione non economica della povertà, mentre l’erogazione del reddito di cittadinanza appare condizionata alla sola disponibilità all’attivazione lavorativa. Il lavoro – in parte gratuito in fase di ricerca, in parte offerto per tre volte consecutive e da accettare pena la perdita del sussidio  – è visto come unica via di fuga dalla povertà: un paradigma messo a dura prova in un Paese che occupa le prime posizioni in Europa per il numero dei lavoratori poveri.

Il diritto al lavoro – a quel lavoro su cui è fondata la nostra Carta Costituzionale – la sua tutela e promozione attraverso la creazione di posti di lavoro di qualità e adeguatamente retribuiti rappresentano il vero banco di prova su cui valutare l’azione del governo, dal piano degli investimenti pubblici, ancora tutto da leggere, agli effetti delle annunciate e preoccupanti agevolazioni fiscali alle imprese condizionate a nuove assunzioni, al rafforzamento, per ora non contemplato, delle tutele legali dei lavoratori (attraverso ad esempio l’introduzione del salario minimo a norma di legge).

 

L’età della disuguaglianza

Il sondaggio Demopolis “I giovani italiani e le disuguaglianze”

L’80% dei giovani italiani pensa che nel nostro Paese sia accentuata la disuguaglianza intergenerazionale.

8 giovani su 10 avvertono con forza la disuguaglianza intergenerazionale

Il sondaggio, elaborato all’interno del progetto finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo People Have the Power: attivarsi contro la disuguaglianza, dà conto della percezione delle disuguaglianze tra i giovani italiani e fotografa un paese in cui per il 66% degli intervistati, chi studia o inizia a lavorare occuperà una posizione sociale ed economica peggiore della precedente generazione.

Sono 3 milioni in Italia i giovani tra i 18 e i 34 anni che non studiano e hanno assunto un atteggiamento rinunciatario rispetto alle prospettive di lavoro ed apprendimento.

Percezione su precarietà, incertezza, prospettive

Le dinamiche ostili dell’attuale mercato occupazionale sono aggravate da un marcato disorientamento dei giovani.

4 su 10 ritengono di non possedere oggi le informazioni sul mercato del lavoro necessarie per le scelte professionali o lavorative da assumere.

Per il 58% dei giovani la scuola pubblica garantisce solo in parte e con livelli di qualità differenti l’uguaglianza di opportunità. Per 3 intervistati su 10 non vi riesce affatto.

Disuguaglianza in aumento negli ultimi 5 anni

Il 72% dei giovani italiani ritiene che, negli ultimi 5 anni, le disuguaglianze nel nostro Paese siano aumentate.

I giovani chiedono maggiore attenzione a lotta a evasione fiscale e contrasto a corruzioneOltre il 70% dei giovani italiani chiede maggiore attenzione nella lotta all’evasione fiscale e nel contrasto alla corruzione.

La maggioranza assoluta auspica inoltre politiche attive del lavoro e di orientamento più efficienti in seno al mondo scolastico, ma anche il salario minimo orario e maggiori tutele contrattuali.

Oggi, infine, due terzi dei giovani intervistati mostrano consapevolezza della dimensione globale della disuguaglianza. Un fenomeno la cui crescita riguarda tanto le economie avanzate quanto i contesti più vulnerabili dei Paesi in via di sviluppo.

Vuoi ulteriori informazioni sul nostro lavoro in Italia? Vuoi ricevere i risultati completi del sondaggio?

Ho letto la Privacy Policy e acconsento al trattamento dei dati personali ai sensi del Regolamento UE n. 2016/679.

People Have the Power: attivarsi contro la disuguaglianza

Il progetto prevede nell’anno scolastico appena avviato la realizzazione di un percorso formativo nelle scuole e in contesti extrascolastici sui temi della lotta alla disuguaglianza in Italia e nel mondo, a cui si affiancherà anche la realizzazione di laboratori di cittadinanza e forum giovanili in ciascuno dei 12 territori di intervento (Aosta, Torino, Milano, Varese, Genova, Firenze, Arezzo, Foligno, Terni, Roma, Cagliari, Palermo).

La povertà in Italia

Oxfam lavora a supporto delle persone più vulnerabili del nostro territorio, fra le quali anche i giovani, per rispondere alle loro necessità, purtroppo crescenti, e contribuire sempre di più alla prevenzione e alla diminuzione di fenomeni di povertà, esclusione e dispersione scolastica.

Sostieni il nostro progetto “Vinciamo la povertà in Italia”: dona oggi stesso per offrire un aiuto concreto a chi vive situazioni di vulnerabilità e disagio in Italia.

Lo sfruttamento nelle filiere dei supermercati

Milioni di donne e di uomini che ogni giorno lavorano in tutto il mondo e in Italia per portare il cibo sulle nostre tavole sono intrappolati nel circolo vizioso della povertà, vittime spesso di condizioni di lavoro disumane, a dispetto dei profitti multimiliardari generati dall’industria alimentare.

Lo sfruttamento nelle filiere dei supermercati

Denunciamo i crescenti squilibri e le condizioni di sfruttamento nelle filiere dei supermercati a livello globale nel rapporto Maturi per il cambiamento.

Abbiamo analizzato le politiche di alcune tra le maggiori catene di supermercati in Europa e negli Stati Uniti:

  • i supermercati trattengono una quota crescente del prezzo pagato dai consumatori – in alcuni casi fino al 50%.
  • la quota destinata a lavoratori e produttori è spesso pari a meno del 5%.
  • nel 2016 le prime otto catene di supermercati Usa quotati in borsa hanno incassato quasi 1.000 miliardi di dollari, generando 22 miliardi di profitti e restituendo 15 miliardi agli azionisti.
  • un’indagine tra i lavoratori e i piccoli agricoltori in 5 paesi con livelli di reddito molto diversi come Italia, Sud Africa, Filippine, Tailandia e Pakistan, ha rivelato un minimo comun denominatore: condizioni di povertà tali da compromettere la possibilità di sfamare adeguatamente sé e la propria famiglia.
  • in Italia il 75% delle lavoratrici nei campi intervistate da Oxfam, afferma di essere sottopagata e di rinunciare a pasti regolari.
  • in Sud Africa oltre il 90% delle lavoratrici delle aziende vitivinicole dichiara di non essere riuscita ad acquistare abbastanza cibo nel mese precedente.
  • nel 2015 circa 430 mila i lavoratori irregolari in agricoltura e potenziali vittime di caporalato in Italia erano “impiegati” in quasi tutte le principali filiere stagionali di frutta e verdura in vendita nella grande distribuzione.

Siamo contro lo sfruttamento economico di cui sono vittime milioni di agricoltori di piccola scala e lavoratori delle filiere alimentari

Le testimonianze raccolte ci dicono di piccoli agricoltori nella filiera della frutta esposti a pesticidi tossici, donne che lavorano nell’industria della trasformazione del pescato costrette a sottoporsi a test di gravidanza per poter lavorare.

Il disagio maggiore ricade sulle donne.

Se la grande distribuzione organizzata riconoscesse un prezzo equo ai produttori senza gravare sui consumatori, in molti casi sarebbe sufficiente restituire l’1 o il 2% del prezzo al dettaglio – pochi centesimi – cambierebbe la vita di donne e uomini che producono il cibo che finisce nelle nostre tavole.

Parliamo di cibo, ma la storia che raccontiamo si ripete in tutti i settori dell’economia globale, da quello tessile a quello elettronico.

Crediamo sia giunto il momento di costruire un’economia più umana che compensi il lavoro, non la ricchezza.

Donne e migranti le prime vittime del caporalato Made in Italy

Donne e migranti tra i più vulnerabiliAbbiamo raccolto testimonianze drammatiche nel caso studio sull’Italia “Sfruttati” sul fenomeno del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori informali in agricoltura.

Ci trattano come bestie. Controllano quante volte andiamo al bagno e ci dicono di tornare subito al lavoro. Se ti rifiuti di lavorare la domenica minacciano di non chiamarti più”, così una lavoratrice italiana racconta le proprie condizioni di sfruttamento in Campania.

Negli ultimi due anni è stato estremamente difficile trovare un’alternativa. È per questo che non posso permettermi di denunciare gli abusi”, le fa eco un’altra lavoratrice rumena in Sicilia.

Lavoriamo dalle 6.00 del mattino alle 6.00 della sera, tutti i giorni della settimana, per 25 euro al giorno. Possiamo fermarci solo 10 minuti per mangiare”, ha raccontato un bracciante agricolo originario del Mali, che lavora nelle campagne campane.

Centinaia di migliaia di persone senza diritti, con l’80% di lavoratori stranieri e il 42% di donne, che a parità di tipologia di lavoro venivano sottopagate rispetto agli uomini.

Tra le più gravi forme di sfruttamento e violazione dei diritti:

  • orari di lavoro nei campi fino a 12 ore al giorno;
  • lavoratori esposti a pesticidi tossici e a temperature altissime in estate e estremamente rigide in inverno;
  • abusi e violenze sulle lavoratrici;
  • paghe medie tra i 15 e 20 euro al giorno, ben al di sotto del minimo legale di 47 euro al giorno.

Un’indagine integrativa, sempre sulla base di dati pubblici, è in corso anche in Italia per i più grandi operatori italiani della GDO (Conad, Coop, Esselunga, Gruppo Selex, Eurospin). I risultati saranno pubblicati a novembre 2018.

Leggi la versione completa del rapporto “Maturi per il cambiamento”

Leggi la versione in sintesi del rapporto “Maturi per il cambiamento”

Leggi il caso studio sull’Italia “Sfruttati”

 

 

In attesa del G7 di Taormina

La vita di milioni di persone è a rischio dove la carestia è già realtà

G7 di Taormina: un posto a tavola per 30 milioni di affamati

Il 26 e 27 maggio i leader del G7 si incontreranno a Taormina: emergenza fame in Africa, cambiamenti climatici, migrazioni e disuguaglianza saranno i temi trattati.

Emergenza carestia in Africa

Nel 2015, il G7 si è impegnato a far uscire dalla fame 500 milioni di persone. Ma oggi solo in Sud Sudan, Somalia, Yemen e Nigeria, circa 30 milioni di persone sono in una condizione di grave insicurezza alimentare, di cui 10 milioni colpiti da carestia.

Cosa chiediamo ai leader del G7

  • Il primo passo che chiediamo alla comunità internazionale è stanziare circa la metà – 2,9 miliardi di dollari – dei fondi richiesti dall’ONU per far fronte alle più gravi emergenze umanitarie che il mondo stia vivendo oggi. A oggi la comunità internazionale ha destinato solo il 30% dei 6,3 miliardi di dollari richiesti dalle Nazioni Unite per le carestie: ma se ogni governo del G7 facesse la sua parte, si potrebbe arrivare a coprire quasi la metà dei fondi necessari per portare cibo e aiuti fondamentali alla popolazione.
  • Accanto a una risposta umanitaria necessaria nel breve periodo, i leader del G7 devoo lavorare sin da ora per prevenire nuove crisi e investendo risorse volte a migliorare nel medio periodo la sicurezza alimentare e la capacità di resilienza dei piccoli agricoltori nei paesi poveri.
  • I leader del G7 dovrebbero inoltre adoperarsi per raggiungere immediatamente dei cessate il fuoco nei paesi in conflitto e avviare processi di pace inclusivi, garantendo alle organizzazioni umanitarie di raggiungere tutte quelle persone che, in grave stato di bisogno, vivono in aree del tutto inaccessibili.

I leader del G7 non possono lasciare Taormina, senza aver prima definito soluzioni politiche chiare e stanziato gli aiuti necessari per evitare una catastrofe umanitaria senza precedenti. La vita di milioni persone è a rischio dove la carestia è già realtà: se i leader G7 visitassero questi paesi potrebbero rendersi conto da soli di quante persone oggi muoiano per fame, guerra, malattie. Un fatto inaccettabile in un mondo di abbondanza come il nostro.” ha detto Winnie Byanyima, direttrice generale di Oxfam International

Cambiamenti climatici, migrazioni e disuguaglianze

  • Chiediamo ai Governi G7 di sviluppare, congiuntamente, politiche per proteggere e tutelare la dignità e il rispetto dei diritti umani delle persone migranti, e non solo la sicurezza dei propri confini”.
  • Chiediamo di ribadire, in maniera chiara e forte, l’impegno di rendere operativo l’Accordo di Parigi sul clima.
  • Invitiamo i leader del G7 a compiere un passo in avanti nella definizione di un vero e proprio piano d’azione che dettagli misure di politica domestica e internazionale volte a contrastare la disuguaglianza nei propri contesti nazionali. Un piano inclusivo e dotato di un sistema di monitoraggio sulla base del quale rendere conto ai propri cittadini, in linea con l’impegno di ridurre le disparità socio-economiche e di sradicare la povertà estrema entro il 2030, come definito dall’Agenda degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Dal G7 di Taormina

Ciao Nadia

Ricorderemo sempre Nadia, straordinaria e insostituibile compagna di viaggio, per l’entusiasmo e la professionalità con cui ci ha sempre sostenuto.

Giornata Internazionale della Gioventù

4 persone su 10 oggi (il 42% della popolazione mondiale) hanno meno di 25 anni. Per la Giornata internazionale della…

Provide: gli operatori raccontano

Gli operatori legali raccolgono le memorie delle donne, dei minori e degli uomini che chiedono asilo al fine di supportarli nella loro richiesta di asilo.

Thailla, Brasile

La storia di Thailla che lotta contro la disuguaglianza

Nel 2015 ha manifestato contro il piano del governo di chiudere 94 scuole nella zona, inclusa la sua, che avrebbe costretto gli studenti a recarsi molto lontano da casa. Durante l’occupazione ha partecipato alle lezioni aperte e negoziato con le autorità. Dopo aver occupato 200 scuole, gli studenti sono riusciti a impedire il progetto.

Thailla studia ora per l’esame di ammissione alla Facoltà di Psicologia, e continua a lottare per il diritto all’istruzione di qualità per tutti.

L’istruzione è la base del cambiamento. Posso reclamare i diritti che mi sono stati negati perché so di cosa sto parlando. Ora stiamo lottando contro un emendamento costituzionale che vuole tagliare fondi destinati all’istruzione. Una cosa a cui non riesco a pensare, soprattutto perché viene dal governo. La scuola rappresenta il primo luogo dove imparare che siamo diversi, e rispettarci. E’ il primo passo verso la società.  Non pensavo questo prima di unirmi al movimento studentesco. Le mie aspettative erano finire il liceo, trovare un lavoro, una casa, essere libera. Poi ho capito che ho un ruolo importante nel mondo perché sono giovane e forte, e questo mi ha cambiata.

“Gli edifici scolastici sono fatiscenti. Nella mia scuola alcuni soffitti crollavano, e non c’erano abbastanza banchi. Nelle scuole private però è tutto diverso. Ma per il governo non solo non abbiamo diritto a buone scuole, ma siamo costretti ad andare nelle università private, perché in quelle pubbliche è quasi impossibile entrare. Io ci sto provando, perché non posso pensare che sia così. Voglio superare gli stereotipi, che quelli siano posti che non ci appartengono. E se posso farcela io, anche altri penseranno di potercela fare.

L’ingiustizia inizia quando si pagano più tasse e si ricevono meno servizi, o di minore qualità. Paghiamo molto, ma non abbiamo una buona copertura sanitaria, istruzione, cultura. Il governo vuole tagliare i servizi, ma non ci dà nulla in cambio. Dicono: questo per voi è abbastanza, e fine. Viviamo in un mondo diseguale. Il movimento studentesco mi ha insegnato che posso chiedere quello che mi spetta di diritto. Siamo riusciti a far rinnovare alcune scuole, ci hanno ascoltati come cittadini interessati a quello che è nostro. Stiamo lottando ancora contro i tagli alle spese su istruzione e salute: non li consideriamo spese, ma investimenti. E’ proprio perché siamo giovani che dobbiamo cambiare e fare la differenza. E prendere parte alle decisioni che riguardano il nostro futuro è estremamente importante per noi.”

Questa storia per provarti che la disuguaglianza può essere sconfitta. Servono molte, moltissime Thaila e serve che abbiano al loro fianco governi e istituzioni che mettano al centro l’interesse delle donne.

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Progetto WEMIN

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Eaetemad Rafallah Abdallah, Egitto.

La storia di Eaetemad-Rafallah che lotta contro la disuguaglianza

Nel 2004, ha avuto l’opportunità di partecipare ad un corso di formazione sull’artigianato. La formazione le ha permesso di capire l’importanza di migliorare la filiera della lana (una delle poche risorse relativamente disponibili) attraverso tecniche e attrezzature più moderne, ma al tempo stesso mantenendo e valorizzando la cultura e le tradizioni locali.
È presto diventata a sua volta una formatrice nella sua comunità, dove ha contribuito a far capire l’importanza della valorizzazione della cultura beduina, e delle poche risorse disponibili nel deserto, come ad esempio i coloranti naturali, come la curcuma, contribuendo così all’emancipazione femminile nella sua comunità.

Uno dei principali ostacoli che le donne affrontano quando intendono migliorare le proprie conoscenze e avviare iniziative economiche, è legato alle tradizioni locali, che tendono a mantenere le donne sotto il controllo patriarcale.
 
Eaetemad, con la sua forte volontà, l’intelligenza, il coraggio e la motivazione, è riuscita a convincere molti uomini sull’importanza, per le famiglie e la comunità, di permettere alle donne di condurre le attività economiche, e di dare loro maggiore libertà nella gestione del tempo e dei soldi.
Eaetemad ha contribuito a un cambiamento culturale rilevante che ha avuto un impatto positivo sulle condizioni delle donne nella sua comunità, di cui è una leader riconosciuta.

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Laureen Karayi, Uganda.

La storia di Laureen che lotta contro la disuguaglianza

Laureen Karayi, è un avvocato che è riuscita a portare il tema del lavoro femminile non retribuito nel dibattito politico nazionale.
Attraverso la rete UWONET (rete delle donne ugandesi) ha contribuito alla crescita del movimento femminile ugandese, coinvolgendo donne parlamentari e diversi uomini nel dialogo sul lavoro non retribuito.

Ha organizzato una marcia di donne per sollecitare l’attenzione del Ministero riguardo il tema dell’accesso all’acqua.
La raccolta dell’acqua, infatti, obbliga tradizionalmente donne e ragazze a lunghe camminate in ambienti difficili.
Grazie al suo lavoro, il Governo ha riservato due posti su cinque alle donne all’interno dei comitati di gestione idrica e l’istituto ugandese di statistica ha iniziato a contabilizzare il lavoro femminile non retribuito.

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