Rifugiati siriani in Giordania

Forum su crisi siriana in Giordania, 8-9 novembre
NEW DEAL PER I RIFUGIATI SIRIANI


Appello di Oxfam e altre sei agenzie alla comunità internazionale: un piano di aiuti per regolarizzare e dare lavoro a milioni di rifugiati siriani nei paesi ospitanti.


In Libano oltre 700 mila i siriani “irregolari”, circa 630 mila in Giordania, costretti fuori dai campi ufficiali.


Il lavoro di Oxfam per la risposta all’emergenza:

Serve un New Deal per affrontare la più grave emergenza umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale. E’ l’appello lanciato oggi alla comunità internazionale da Oxfam e altre sei agenzie umanitarie con un nuovo rapporto, diffuso in occasione del Resilience Development Forum sulla crisi siriana organizzato dalle Nazioni Unite, che si chiuderà oggi in Giordania. Di fronte ad una crisi senza fine, in cui oltre 4 milioni di siriani non sanno quando torneranno a casa, è quindi prioritario che venga definito con la massima urgenza un piano di lungo periodo, che garantisca maggiori investimenti e aiuti nei paesi vicini alla Siria, ormai al collasso, permettendo ai rifugiati siriani di lavorare e di poter vivere in modo legale.


Milioni di rifugiati intrappolati in un “limbo” tra legalità e illegalità
La maggior parte dei rifugiati che si trovano nei paesi vicini alla Siria, sono costretti a vivere in una condizione al confine tra legalità e illegalità: senza un lavoro e documenti in regola, a causa delle restrizioni imposte dai Paesi ospitanti, vivono con la costante paura di essere arrestati, detenuti e deportati. In questo contesto, mentre gli aiuti umanitari continuano a diminuire, un numero crescente di profughi rischia ogni giorno di precipitare in una spirale di debiti e miseria.


A oltre quattro anni dallo scoppio del conflitto, – afferma Winnie Byanyima, direttrice generale di Oxfam International, –  moltissimi rifugiati siriani sono ancora costretti a vivere ad un livello di mera sussistenza, facendo affidamento quasi esclusivamente sugli aiuti umanitari e spesso non sapendo come e da dove arriverà il prossimo pasto”.
Una condizione senza via di uscita, che riduce ogni possibilità di tornare ad una vita normale. “E’ un paradosso, la gran parte dei rifugiati che incontriamo ogni giorno vuole lavorare ma non può farlo e si ritrova nella condizione di non avere mezzi per pagare un affitto e mantenere la propria famiglia dignitosamente. – aggiunge Riccardo Sansone, responsabile emergenze umanitarie di Oxfam Italia Bisogna generare nuovi posti di lavoro per le centinala di migliaia di persone che vivono oggi di elemosina e assistenzialismo nei paesi ospitanti: un vero new deal di cui beneficerebbero anche i milioni di cittadini giordani, libanesi, turchi e iracheni che, come i rifugiati, stanno fronteggiando la crisi”.


In Libano e Giordania centinaia di migliaia di rifugiati senza lavoro e servizi
Circa il 70% dei profughi siriani in Libano non ha i documenti per risiedere legalmente nel paese e quindi per lavorare. Un condizione simile investe anche 630 mila rifugiati in Giordania, costretti a vivere al di fuori dei campi ufficiali, e quindi con enormi difficoltà di accesso ai servizi educativi e sanitari. E’ perciò prioritario che i donatori internazionali mettano in condizione i paesi vicini alla Siria di introdurre misure che consentano ai rifugiati di lavorare regolarmente, senza per questo correre il rischio di essere arrestati. “Le loro condizioni di vita peggiorano di giorno in giorno, – aggiunge il segretario generale del Norwegian Refugee Council, Jan Egeland moltissimi ormai scelgono di tornare nelle zone di guerra da cui erano scappati o di rischiare la vita per raggiungere l’Europa”.


Una situazione che sta compromettendo inevitabilmente anche il futuro di centinaia di migliaia di giovani siriani. “Continuando così, rischiamo di perdere un’intera generazione di giovani siriani, la stessa generazione che dovrà ricostruire il paese quando il conflitto sarà concluso. – dice Misty Buswell, Regional Advocacy Director di Save the Children Con i genitori che non possono lavorare e portare a casa uno stipendio, sempre più bambini finiscono per cercarsi un’occupazione. Centinaia di migliaia di ragazzi stanno perdendo anni di scuola perché i sistemi scolastici dei paesi confinanti sono letteralmente al collasso.
Secondo le organizzazioni promotrici dell’appello però, anche con i giusti investimenti e interventi in sostegno dei paesi dell’area, resta una quota di rifugiati più vulnerabili, almeno il 10%, che devono essere reinsediati al di fuori della regione al confine con la Siria. I paesi ricchi al momento però hanno concesso accoglienza a meno del 3% dei rifugiati, con tempi di attesa ancora troppo lunghi.
Le organizzazioni firmatarie dell’appello: Oxfam, Care, Danish Refugee Council, International Rescue Committee, Norwegian Refugee Council, Save the Children, World Vision International.


LA CONDIZIONI DEI RIFUGIATI NEI PAESI VICINI ALLA SIRIA

Il Libano ospita già oltre un milione di rifugiati, il 30% della popolazione del paese, inclusi circa 500 mila bambini in età scolare. In questo contesto, dallo scorso gennaio il Libano ha di fatto chiuso le frontiere. Al momento, per ottenere i documenti necessari a risiedere legalmente nel paese, i profughi devono firmare un impegno a non lavorare o trovare un cittadino libanese che li sponsorizzi. Centinaia di migliaia di rifugiati si trovano così a dover scegliere tra una vita legale fatta di disoccupazione e sostanziale miseria e una illegale fatta di lavoro clandestino.


In Giordania più dell’83% dei i rifugiati siriani, circa 630mila, vive fuori dai campi. Circa il 48% dei rifugiati non sono ufficialmente registrati con enormi difficoltà di accesso ai servizi e all’assistenza umanitaria e di registrare nascite, decessi o matrimoni. Il 99% dei profughi che non riesce a trovare un’occupazione è perciò costretto a lavorare in nero, spesso con stipendi bassissimi.


In Turchia, che ospita circa 2 milioni di rifugiati siriani, alcune città hanno visto raddoppiare la propria popolazione. Qui, i profughi riescono ad accedere a servizi essenziali nei luoghi in cui arrivano, ma, se non per ricongiungimenti familiari o per ragioni mediche, sono spesso impossibilitati a spostarsi nelle regioni urbane dove ci sono più posti di lavoro. Nel paese circa 600mila rifugiati siriani non sono ancora registrati e non hanno ufficialmente accesso ai servizi pubblici. Non potendo lavorare legalmente, la maggior parte di loro cade nella rete dell’economia informale, spesso in condizioni di sfruttamento.


Nella regione curda dell’Iraq, i rifugiati che vivono nei campi ufficiali possono ottenere permessi di residenza che consentono loro di lavorare e accedere ai servizi essenziali: rimangono comunque molte difficoltà per i profughi costretti a vivere al di fuori dei campi. Al contrario, nel resto dell’Iraq, i rifugiati accolti nei campi non possono lavorare.


In Egitto ci sono circa 130 mila rifugiati siriani registrati, sebbene il Governo stimi che siano più del doppio nell’intero paese. Di questi, solo una piccola frazione è riuscita a ottenere un permesso di lavoro, a causa del lungo e costoso procedimento di richiesta e delle quote che limitano il numero di lavoratori non egiziani.