Il 9 aprile ricorre la Giornata nazionale dell’ascolto dei minori. Un appuntamento importante, che ci ricorda una verità spesso scomoda: nella pratica, le persone giovani vengono ancora ascoltate troppo poco, anche quando le decisioni pubbliche incidono direttamente sulle loro vite. E troppo spesso, anche quando vengono consultate, le loro idee non producono cambiamenti reali.
L’ascolto è un punto di partenza indispensabile. Ma senza la possibilità di incidere concretamente sulla realtà, l’ascolto rischia di restare un gesto formale. La partecipazione è reale solo quando genera responsabilità condivise e processi decisionali più equi.
I GIOVANI PARTECIPANO, MA FUORI DAI LUOGHI DEL POTERE
Si sente ripetere che i giovani sono apatici, lontani dalla politica. I dati raccontano un’altra storia.
In Italia il 12,2% delle persone tra i 18 e i 19 anni svolge attività di volontariato, contro una media del 9,2% nella popolazione sopra i 14 anni. Inoltre, la partecipazione sociale tra i 14 e i 24 anni è cresciuta di 11 punti percentuali negli ultimi anni.
È una partecipazione diversa, meno istituzionale e più concreta: volontariato, attivismo, associazionismo, impegno su diritti, ambiente, giustizia sociale. I giovani non partecipano meno: partecipano altrove, perché nei luoghi decisionali il loro spazio resta limitato.

PERCHÉ L’ASCOLTO È UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA
Ascoltare bambini, adolescenti e giovani non è un gesto simbolico né educativo: è una condizione strutturale per la qualità della democrazia.
Significa riconoscerli come soggetti di diritto, come stabilisce la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e rendere le politiche pubbliche più efficaci, perché costruite anche a partire dalla loro esperienza diretta.
Ma c’è di più: la partecipazione si impara praticandola. Quando le persone giovani sperimentano che la loro voce conta, cresce la fiducia nelle istituzioni e il senso di responsabilità collettiva. Quando invece l’ascolto è privo di conseguenze, aumenta la distanza, la disillusione, il disincanto verso la vita pubblica.
Ascoltare davvero significa anche ridistribuire il potere tra le generazioni.
IL NOSTRO LAVORO: DALL’ASCOLTO ALL’AZIONE
Per noi di Oxfam, ascoltare le persone giovani è una scelta politica e pedagogica. Non lavoriamo “per” loro, ma “con” loro. Non sono le “future generazioni”: sono la generazione del presente.
Attraverso i nostri programmi di educazione trasformativa, contraddistinti da un approccio educativo che mira a sviluppare consapevolezza critica e competenze, per redistribuire potere, voce e possibilità di scelta, costruiamo percorsi che offrono spazio, parola e potere decisionale a bambine, bambini e giovani:
• percorsi partecipativi sul benessere a scuola e nei territori;
• laboratori per progettare soluzioni concrete partendo dalle loro idee;
• summer camp sui temi delle disuguaglianze e della giustizia sociale;
• creazione di spazi sicuri in cui esercitare competenze, agency e cittadinanza attiva.
Perché l’ascolto ha senso solo se cambia qualcosa: nei processi, nel linguaggio, nelle decisioni.







