Ay Nicaragua, Nicaragüita

3 Agosto 2018

Ad oggi, la ferale e brutale repressione del governo Ortega ha causato almeno 317 morti, 23 dei quali minorenni (l’opposizione e alcune agenzie umanitarie parlano di almeno 450). Il governo nega questi dati, parla di “soli”  195 morti, accusando “la destra” di aver conteggiato anche persone decedute per cause indipendenti dalle proteste.

Il 18 luglio le forze di polizia con il supporto dei paramilitari (Ortega nega la loro esistenza, parlando di “cittadini che si difendono”. Con mitra AK-47… subito dopo sostenendo che le foto sarebbero fotomontaggi fatti “dalla destra”), hanno riconquistato il quartiere ribelle di Monimbò, a Masaya, utilizzando anche bombe e granate che hanno ucciso, tra gli altri, anche un ragazzo di 15 anni. Stesso quartiere che fu bombardato dalle truppe del dittatore Somoza, nel 1978, durante la famosa “insurrección de Monimbó”.

Riportiamo l’articolo di Simon Ticehurst, Direttore Oxfam per l’America Latina e i Caraibi, uscito a fine giugno sul settimanale spagnolo di analisi politica indipendente CTXT, che conta tra i fondatori Roberto Saviano e tra i collaboratori Concita de Gregorio e Giancarlo Santalmassi.
Qui il link all’articolo originale: http://ctxt.es/es/20180627/Firmas/20407/Simon-Ticehurst-nicaragua-asesinatos-brutalidad-policial-manifestantes.htm

Ay Nicaragua, Nicaragüita

La brutale repressione poliziesca contro le proteste sociali ha già provocato almeno 212 morti. Il governo nega questi fatti e denuncia una cospirazione

Questa settimana sono tornato in Nicaragua, di nuovo in conflitto. Migliaia di studenti universitari hanno iniziato a protestare per le strade, nei primi giorni delle manifestazioni, contro una riforma regressiva del sistema previdenziale e pensionistico.

Con la risposta repressiva del governo, la protesta si è evoluta. L’insoddisfazione e l’insofferenza nei confronti della classe politica è andata in crescendo, come conseguenza della corruzione e della mancanza di democrazia, una situazione comune a molti paesi della regione. Ora i manifestanti esigono giustizia per le vittime causate dagli scontri.

La storia del Nicaragua nel secolo scorso è stata segnata da violenze: interventi militari, la lotta nazionalista di Sandino, il regime repressivo di Somoza, l’insurrezione e la vittoria rivoluzionaria sandinista, la guerra ingiusta e illegale dei Contras.

Questa volta, d’altra parte, non vi è alcun intervento imperialista, né c’è un’insurrezione armata. Ma alla protesta delle persone per le strade viene risposto con violenza brutale e letale. Tutte le organizzazioni che difendono i diritti umani concordano. Ci sono più di 170 morti quando scrivo queste righe (la cifra ammonta già a 212).

Alcuni giorni fa, l’esempio è stato emblematico. Il giorno della Festa della Mamma, che viene celebrato in Nicaragua, il 30 maggio, una marcia guidata dalle madri di studenti universitari assassinati è stata attaccata.

Di notte circolano i cosiddetti “motorizzati” (gruppi paramilitari armati) che seminano la paura impunemente. Questo fine settimana, una famiglia di 6 persone, tra cui un bambino di otto mesi e un bambino di 2 anni, è morta bruciata all’interno della propria casa. Ci sono testimonianze che diversi gruppi di vigilanti hanno dato fuoco alla casa perché la famiglia non voleva far entrare i cecchini di questi gruppi, che volevano piazzarsi sul tetto per poter sparare ai civili.

Ogni mattina viene fatto un nuovo conteggio di sempre più morti e feriti.

Il dialogo non va avanti. Con la repressione in atto non ce ne sono le condizioni e, senza dialogo, è difficile anche intravedere una soluzione politica.  Daniel Ortega dice che rimarrà.

I manifestanti chiedono che lui e sua moglie, Rosario Murillo, se ne vadano. È quasi certo che un giorno dovranno andarsene. Ma ora c’è incertezza sul come e sul quando: se in anticipo, pacificamente e in buon ordine, o in maniera progressiva e violenta.

Nel frattempo, il massacro continua.

In questa tenebrosa impasse, la prima cosa che si dovrebbe prendere seriamente in considerazione è come garantire i diritti umani.

A maggio, la Commissione interamericana per i diritti umani (IACHR) ha preparato una relazione in cui si evidenziano gravi violazioni dei diritti umani e repressione “da parte della Polizia nazionale, della sua polizia antisommossa e dei gruppi di vigilantes”. Lo stesso mese, Amnesty International ha pubblicato la sua relazione Shoot to kill , che conclude che “le autorità nicaraguensi, anche le più alte, hanno attuato e mantenuto una strategia di repressione, a volte intenzionalmente letale, per tutte le settimane di protesta”.

Il governo nega questi fatti. Rosario Murillo ha sostenuto che la notizia è falsa e sostiene una narrazione alternativa. La sua versione è che è la violenza generata dai gruppi politici di opposizione, e denuncia una “cospirazione criminale che, dall’intimidazione, dalla paura, dalle minacce e dal terrore, ha cercato di consegnare il paese al crimine e alla criminalità organizzata”.

È una versione che viene diffusa attraverso tutti i media controllati dal governo.

Un’altra storia molto diversa circola attraverso i social network, tra i giovani e gli studenti universitari che iniziano a essere protagonisti della propria storia.

Dato questo resoconto “alternativo” del governo, così lontano dalla realtà, è essenziale che ci sia una attenzione internazionale su ciò che sta accadendo in Nicaragua.

Curiosamente, durante i quattro giorni in cui l’IACHR era in Nicaragua, non ci sono stati morti per strada. La stessa Commissione ha proposto di creare un gruppo di esperti indipendenti per indagare e identificare i responsabili degli abusi. È un buon primo passo. Sarebbe anche necessario smantellare gli apparati di repressione e verificare i processi giudiziari, in modo che garantiscano che alla fine ci sarà giustizia per i morti e per le loro famiglie. E dobbiamo guardare non solo a Managua, ma in tutto il paese, le cui strade sono bloccate e dove per migliaia di persone è difficile reperire carburante e cibo.

La sfida più grande sarà quella di trovare una transizione all’uscita dalla crisi politica, che può avvenire solo affrontando le cause che l’hanno generata. Le elezioni anticipate, in sé non sono una soluzione. Inoltre, senza una riforma dell’attuale sistema elettorale, spesso descritto come manipolato, il rischio è che di ritrovarsi nella stessa situazione. È necessario riformare il sistema elettorale, ma anche rinnovare in profondità il sistema politico, che viene percepito come corroso internamente. L’unico modo per rispondere a questa esigenza è la presenza politica internazionale, concordando le regole della transizione attraverso il dialogo.

La cattura politica dello Stato è un fenomeno diffuso in America Latina, il prodotto di una fragile transizione democratica in molti paesi. Permette alle élite economiche di proteggere i loro interessi. Concentra ricchezza e potere, è arrogante e patriarcale. Ed è il principale ostacolo alla riduzione della povertà e della disuguaglianza. Nella sua forma più sottile, coesiste con le regole della democrazia. Nella sua forma più cruda, le regole della democrazia non contano minimamente.

Questo è anche il motivo per cui la presenza internazionale è così importante nell’aiutare a mediare il cambiamento e la transizione. È fondamentale osservare il fenomeno dall’esterno per garantire la trasparenza del dialogo e la difesa delle vite a rischio.

Dopo molti anni di impegno personale con il Nicaragua, vedo con stupore come la storia si ripeta. Ho parlato con una amica sandinista che ha combattuto nell’insurrezione contro la dittatura di Somoza. Mi ha detto: “Non avrei mai pensato che avrebbero ucciso la nostra stessa gente. È proprio quello che faceva Somoza”.

Il libro di La fattoria degli Animali di George Orwell si conclude allo stesso modo: “Non c’era alcun dubbio sulla trasformazione avvenuta sui volti dei maiali. Gli animali stupiti guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due.”

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Simon Ticehurst è direttore regionale di Oxfam in America Latina e nei Caraibi.