A oltre un mese dall’inizio dell’emergenza Ebola in Repubblica Democratica del Congo, la risposta umanitaria è in ritardo mentre i finanziamenti internazionali crollano. Il contagio rischia di allargarsi e mettere in pericolo la vita di migliaia di persone.

UN CONTESTO SANITARIO GIÀ FRAGILE
Il contesto in cui si è sviluppata l’epidemia di Ebola, nella Repubblica Democratica del Congo, più di un mese fa, è caratterizzato da una grave carenza di acqua pulita e servizi igienico sanitari.
Nella provincia di Ituri – uno degli epicentri dell’emergenza– al momento solo 1 struttura sanitaria su 5 può contare su una quantità sufficiente di acqua pulita. In un contesto dove questa è la prima linea di difesa contro la trasmissione del virus. A Mongbwalu, una città di quasi 140.000 abitanti tra le più colpite nell’area, solo il 20% della popolazione ha accesso all’acqua potabile e solo 1 abitante su 4 a servizi igienico-sanitari adeguati.
Tantissime famiglie ogni giorno sono costrette a utilizzare acqua contaminata proveniente dagli scarichi chimici delle attività minerarie della zona, mentre le strutture sanitarie faticano a smaltire in modo sicuro i rifiuti infetti e molti operatori sanitari non hanno a disposizione i dispositivi di protezione di base. Una situazione in cui è difficilissimo contenere la diffusione del virus.
“La disponibilità d’acqua pulita è la pre-condizione minima per affrontare e limitare qualsiasi emergenza sanitaria di questo tipo, ma i minatori che lavorano nelle zone colpite, ad esempio, non possono contare neppure su una fontanella per lavarsi le mani. – spiega Manel Rebordosa, coordinatore della nostra, al lavoro nell’epicentro dell’epidemia nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo – A questo si aggiunge il costo dell’acqua potabile che qui è di 2 dollari per 20 litri, una cifra assolutamente fuori portata per la maggioranza della popolazione”.
I Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno confermato che questa è attualmente la più grande epidemia di ceppo Bundibugyo del virus Ebola mai registrata.
Fino ad oggi, il Ministero della Salute della Repubblica Democratica del Congo ha segnalato 782 casi confermati e 181 decessi in 25 diverse zone sanitarie, ma il bilancio reale potrebbe essere molto più alto.
Inoltre, a differenza dell’epidemia del 2018, non esistono vaccini autorizzati né terapie approvate per il ceppo Bundibugyo, il che rende la disponibilità di acqua sicura e di servizi igienico-sanitari un fattore ancora più decisivo.
LE DIFFICOLTÀ NEL TRACCIAMENTO DEI CONTAGI
Il tracciamento dei contatti—uno dei pilastri nella gestione delle epidemie—si è fermato al 43%, ben lontano dal 79% registrato nel 2018 durante una precedente emergenza nella stessa regione.
“Nel 2018 il tracciamento messo in campo consentiva agli operatori sanitari di poter conoscere e monitorare oltre 8 contatti su 10, tra quelli noti. – continua Rebordosa – Oggi, a causa della carenza generale di fondi e del taglio dei finanziamenti statunitensi per la sorveglianza delle malattie, il tracciamento dei contatti raggiunge meno della metà dei soggetti interessati. Questo gap non è solo una statistica, è una dolorosa realtà che permette al virus di diffondersi indisturbato”.
Le difficoltà nel tracciamento sono aggravate dalla presenza di appena 0,2 medici ogni 1.000 abitanti e dal conflitto in corso nel paese, che ha distrutto oltre 70 strutture sanitarie.
Nel Nord Kivu, i decessi vengono segnalati prima ancora che i pazienti siano identificati come casi di Ebola. Sempre più famiglie assistono i parenti malati in casa, esponendosi inconsapevolmente al virus.
IL TAGLIO DEGLI AIUTI INTERNAZIONALI
A rallentare la risposta è anche il drastico calo degli aiuti. Negli ultimi due anni, i finanziamenti internazionali sono diminuiti del 46%, passando da 2,58 miliardi di dollari nel 2024 a 1,4 miliardi nel 2026—il livello più basso dell’ultimo decennio. Le organizzazioni locali, spesso in prima linea nelle emergenze, hanno ricevuto appena il 6% dei fondi disponibili, mentre molte ONG sono state costrette a ridurre i programmi di prevenzione comunitaria, fondamentali per contenere il virus.
“Senza un sistema efficace di prevenzione, le famiglie fanno affidamento a rimedi tradizionali, rischiando di ritardare le cure e favorire la diffusione del contagio”, conclude Rebordosa.
Le testimonianze delle persone con cui lavoriamo riportano una situazione molto critica:
“Ho portato mia figlia in ospedale quando ho notato che aveva la febbre e ora è sotto esame, siamo molto preoccupati. – racconta Tibakanya Mireille, madre di cinque figli che vive nella provincia dell’Ituri – Qui due case sono state messe in quarantena e una famiglia ha perso diversi membri dopo aver assistito un parente malato, causando ulteriori contagi. La malattia ha già ucciso diverse persone nella nostra comunità di Shari, a Bunia”.

LA NOSTRA RISPOSTA ALL’EMERGENZA
Insieme ai partner locali, abbiamo intensificato la risposta all’epidemia, avviando un intervento che in 6 mesi fornirà acqua pulita e kit igienici a 200mila persone nella provincia dell’Ituri e sosterrà attività di sensibilizzazione guidate dalle comunità. Tuttavia i bisogni sono enormi e continuano a crescere.







