13 Marzo 2026

Rifugiati ambientali: chi sono e cosa dice la legge

 

“Rifugiati ambientali” è una di quelle espressioni che sembrano chiarissime finché non provi a spiegarle e verificarle nel loro significato effettivo. Il termine promette uno status giuridico che spesso non esiste, semplifica storie complesse e sposta l’attenzione dal punto centrale. Il punto non è solo che il clima cambia, ma che cambia in un mondo diseguale, dove chi ha meno risorse ha anche meno possibilità di proteggersi, adattarsi, ricostruire. Per questo parlarne è necessario, ma con parole precise: altrimenti si finisce a discutere etichette mentre le persone perdono casa, lavoro, salute e diritti.

Hadissa Djoko Moutta è stata costretta a fuggire da casa a causa della crisi climatica. La donna, 40 anni, ora vive a Koula-Mainarom, in Ciad. La si può vedere mentre prende l'acqua in una delle installazioni idriche di Oxfam. Credit: Adam Kraglaye/Oxfam
Hadissa Djoko Moutta è stata costretta a fuggire da casa a causa della crisi climatica. La donna, 40 anni, ora vive a Koula-Mainarom, in Ciad. La si può vedere mentre prende l’acqua in una delle installazioni idriche di Oxfam. Credit: Adam Kraglaye/Oxfam

Quando il clima e non solo costringe a fuggire

Il clima spinge le persone a spostarsi in due modi principali: con eventi improvvisi (alluvioni, cicloni, tempeste) e con processi lenti (siccità ricorrenti, desertificazione, innalzamento del mare). In entrambi i casi, lo spostamento non nasce nel vuoto. Entra in gioco la vulnerabilità preesistente: povertà, accesso all’acqua, servizi sanitari, conflitti, lavoro informale, debito, discriminazioni.

Nel 2023 i disastri hanno provocato 26,4 milioni di nuovi spostamenti interni (non “verso l’Europa”, ma dentro i Paesi colpiti), soprattutto per inondazioni e tempeste. (IDMC/GRID 2024, via Platform on Disaster Displacement). E nel 2024 le persone che vivevano in condizione di sfollamento interno hanno raggiunto un record: 83,4 milioni a fine anno.

Quindi, l’idea di “masse di rifugiati climatici” che attraversano continenti è spesso una narrazione comoda per la politica interna. La realtà, molto più frequente, è spostamento interno o regionale, a distanze brevi, spesso ripetuto.

Differenze tra “Rifugiati ambientali”, “rifugiati climatici”, “migranti ambientali”

  • Sfollati interni (IDPs): persone costrette a lasciare casa ma che restano nel proprio Paese. È la situazione più comune nei disastri e in molte crisi legate al clima.
  • Migranti: persone che si spostano per motivi economici, familiari, ambientali o misti. La “scelta” può essere più o meno libera.
  • Rifugiati (status legale): persone fuori dal proprio Paese che chiedono protezione internazionale secondo una definizione giuridica precisa.

Per questo molte organizzazioni e istituzioni preferiscono formule più corrette, tipo “persone sfollate a causa di disastri e cambiamento climatico” o “migrazioni legate al clima”, invece di “rifugiati ambientali” come se fosse una categoria legale.

Una donna riceve da Oxfam scorte essenziali di acqua pulita, soluzioni di somministrazione orale e cibo secco, che portano a lei e alla sua famiglia un sollievo tanto necessario. Credit: Oxfam
Una donna riceve da Oxfam scorte essenziali di acqua pulita, soluzioni di somministrazione orale e cibo secco, che portano a lei e alla sua famiglia un sollievo tanto necessario. Credit: Oxfam

Esiste lo status di “rifugiato climatico”? Cosa dice il diritto internazionale

In senso stretto, no: La Convenzione di Ginevra del 1951 definisce rifugiato chi fugge da persecuzione legata a motivi come razza, religione, nazionalità, appartenenza a un gruppo sociale o opinione politica. Il clima, da solo, non rientra in quella definizione. Questo non significa che “la legge non protegge nessuno”, ma che la protezione può arrivare per altre vie: diritto dei diritti umani, protezioni complementari nazionali, valutazioni caso per caso.

Un riferimento spesso citato è il caso Teitiota: il Comitato ONU per i diritti umani ha indicato che, in scenari estremi, rimandare una persona in un Paese dove il cambiamento climatico mette seriamente a rischio il diritto alla vita può sollevare problemi di non-refoulement. Non ha “creato” lo status di rifugiato climatico, ma ha aperto una porta giuridica importante.

Oggi la protezione non è automatica e dipende molto da norme nazionali e interpretazioni, mentre la realtà di un mondo sempre più colpito da eventi estremi si muove più veloce della legge.

Dove si concentrano gli impatti: esempi da Africa e Asia

Corno d’Africa / Sahel: siccità ricorrenti e piogge imprevedibili mettono in crisi agricoltura e pastorizia. Se la comunità ha pochi servizi, poco accesso all’acqua e nessuna rete di protezione sociale, basta poco perché la mobilità diventi forzata.

Asia meridionale (Bangladesh e aree costiere/deltizie): cicloni, inondazioni e salinizzazione delle falde spingono famiglie a spostarsi verso città già sotto pressione, spesso in condizioni precarie. Qui lo spostamento è spesso interno e graduale, non un esodo “tutto insieme”.

In entrambi i casi, la domanda centrale non è “dove vanno”, ma quali diritti perdono lungo la strada: casa, salute, scuola, lavoro, protezione.

Cosa funziona davvero: adattamento e resilienza

Per Oxfam, parlare di migrazioni legate al clima significa parlare anche di giustizia climatica: chi contribuisce meno alla crisi spesso paga di più. Nel report Climate Plunder si evidenzia come le emissioni eccessive di una minoranza ricca brucino porzioni rilevanti del “budget” di carbonio, aggravando gli impatti su comunità già fragili.

Hawa, madre e residente del villaggio, usa il rubinetto per raccogliere acqua pulita dal nuovo sistema di desalinizzazione di Ceeldhaab. Credit: Hassan Siyad/Oxfam
Hawa, madre e residente del villaggio, usa il rubinetto per raccogliere acqua pulita dal nuovo sistema di desalinizzazione di Ceeldhaab. Credit: Hassan Siyad/Oxfam

I progetti Oxfam per l’adattamento climatico

Il punto centrale è che l’ “adattamento” non è un concetto astratto, è ciò che decide se una famiglia resta, si sposta in modo sicuro o viene trascinata via dagli eventi. L’approccio Oxfam nei contesti più esposti tende a combinare:

  • acqua e gestione delle risorse (WASH), infrastrutture e servizi essenziali per prevenire crisi sanitarie e ridurre tempo e rischi soprattutto per donne e ragazze;
  • mezzi di sussistenza e protezione sociale, così che un raccolto perso o una tempesta non si trasformino automaticamente in fame, debito e spostamento forzato.

Il cambiamento climatico non sta “creando” migrazioni dal nulla: sta rendendo più frequenti e più duri gli shock che colpiscono chi è già in una situazione critica. Dobbiamo parlarne perché senza parole accurate rischiamo di negare protezione a chi ne ha bisogno.

Inverti la rotta, comincia a informarti sulle emergenze dove Oxfam interviene.

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