Emergenza, Gaza senza luce e acqua

Distribuzione di acqua a Gaza

Lanciamo la campagna #LightsOnGaza per chiedere l’immediato ripristino della fornitura di elettricità nella Striscia, dove è in corso una gravissima emergenza umanitaria e una crisi energetica più grave di quella subita durante la guerra del 2014. Nella Striscia sono garantite solo 2 ore di elettricità al giorno, e due milioni di persone hanno minimo accesso all’acqua e ai servizi igienici.

Cosa sta succedendo a Gaza?

Le tensioni con Israele, iniziate quattro mesi fa, hanno portato al taglio del 40% dell’erogazione di elettricità sulla Striscia, su richiesta della stessa Autorità Nazionale Palestinese. Una situazione che sommata alla crisi del carburante, alla crisi sanitaria e salariale sta rendendo insostenibile la vita della popolazione di Gaza.  Il tutto nel contesto di una delle aree più densamente popolate del pianeta, dove si registra il più alto tasso disoccupazione al mondo: oltre il 43%.

  • Ad agosto del 2014, 900 mila persone necessitavano di acqua e servizi igienici, oggi questo numero è salito a 2 milioni.
  • Dopo l’ultima guerra, l’80 per cento della popolazione viveva solo con 4 ore di elettricità al giorno, oggi la maggioranza della popolazione solo con 2.
  • 2,3 milioni di uomini, donne e bambini dipendono ormai dagli aiuti umanitari per sopravvivere e 1,6 milioni non hanno cibo a sufficienza.

Quali sono le conseguenze principali della mancanza di energia elettrica?

I costi economici e umanitari di questa crisi sono altissimi. I nostri progetti sono tutti condizionati dalla crisi energetica. Senza elettricità i progetti di ristrutturazione delle centrali di desalinizzazione sono stati interrotti, i pescatori non possono immagazzinare la propria merce e gli agricoltori non possono irrigare le loro colture. Chi è impegnato in progetti informatici non può lavorare e le aziende sono costrette a licenziare.

Cosa puoi fare? #LightsOnGaza

  • Chiediamo che tutte le parti coinvolte in questa crisi garantiscano agli abitanti il ripristino del normale approvvigionamento di elettricità e carburante.
  • Chiediamo che popolazione non venga usata come merce di contrattazione per le dispute politiche anche tra i partiti e le fazioni palestinesi.

 

Partecipa all’azione di Facebook #LightsOnGaza

Tsunami in Indonesia

Siamo al lavoro per portare agli sfollati, beni di prima necessità, soprattutto cibo, kit igienico-sanitari, acqua pulita e latrine. Ogni aiuto è prezioso.

In Congo 13 milioni di persone allo stremo

Stiamo soccorrendo 400 mila persone, per garantire al maggior numero possibile di sfollati l’accesso al cibo, all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari.

Filippine, il super tifone Mangkhut minaccia oltre 4 milioni di persone

Siamo pronti a intervenire assieme ai nostri partner per fornire, beni di prima necessità, acqua pulita, cibo e servizi igienico-sanitari

Palestina, a rischio demolizione strutture finanziate da aiuto italiano

Territori Occupati Palestinesi - donne produttrici di formaggio

Nel villaggio beduino di Al Khan Al Ahmar nei Territori Occupati Palestinesi, a rischio anche le nostre strutture a sostegno delle donne produttrici di formaggio

Le autorità israeliane, accompagnate da esercito e forze di polizia, sono entrate nel villaggio beduino di Al Khan Al Ahmar – Abu Helu nel Territorio Occupato Palestinese, rilasciando ordini militari che mettono a rischio di demolizione le strutture nella comunità.

Tali ordini di solito precedono le demolizioni: 130 persone, la metà bambini, sono a rischio imminente di trasferimento forzato. Durante la distribuzione degli ordini, ai 178 bambini che frequentano la Scuola di Gomme è stato impedito di entrarvi.

Molte strutture minacciate sono frutto di progetti italiani, come la Scuola di Gomme; vi sono incluse anche le nostre strutture a sostegno delle donne produttrici della filiera lattiero-casearia.

L’ONU ha più volte avvertito che l’imposizione della proposta di ‘trasferimento’ delle comunità senza il loro consenso libero e informato equivarrebbe a trasferimento forzato e l’espulsione costituirebbe una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.

Insieme ad altre 20 organizzazioni che lavorano nell’area su progetti umanitari e a difesa dei diritti umani, chiediamo al Governo Italiano, all’Unione europea, ai suoi Stati membri nonché alla comunità internazionale di adottare misure concrete per impedire il trasferimento forzato della comunità beduina di Al Khan Al Ahmar.

Best practice – un ponte di solidarietà tra la Sardegna e la Palestina

Una delegazione di allevatori palestinesi presso gli stabilimenti di Argiolas Formaggi per uno scambio di buone pratiche

Ondata di demolizioni in Cisgiordania

L’esercito israeliano ha distrutto almeno 63 case e strutture finanziate con fondi internazionali in Cisgiordania

IO DONNA E OXFAM PRESENTANO: “DONNE CHE FANNO BENE”

Sabato 15 è in edicola e su iodonna.it “Donne che fanno bene”, speciale di 50 pagine sui nostri progetti di sviluppo

Il Grande Medio Oriente è in fiamme

Gaza

di UMBERTO DE GIOVANNANGELI


Da Kunduz ad Ankara, dalla martoriata Siria alla Gerusalemme insanguinata, passando per una guerra civile “dimenticata”, ma non per questo meno devastante, in Yemen. Guerre combattute per procura (la Siria), la strategia della tensione che marchia la Turchia a pochi giorni da un voto cruciale, e l’eterno conflitto israelo-palestinese che oggi torna a riesplodere nell’ “Intifada dei coltelli”.


In diverse realtà di questo Grande Medio Oriente destabilizzato, Oxfam è presente, presente sul campo, con i suoi cooperanti, con i suoi progetti. Con l’obiettivo dichiarato e praticato di costruire laddove altri, Stati, milizie, trafficanti di esseri umani, per sete di potenza, o di affari, riducono città, villaggi, ospedali, scuole, in un cumulo di macerie, e assieme a centinaia di migliaia di vite umane fanno a pezzi anche la speranza coltivata da milioni di persone, soprattutto giovani: quello di ambire a un futuro e di vivere una esistenza normale. Per poter riaccendere questa speranza, in tantissimi fuggono dall’inferno e provano a trovar rifugio in una Europa tutt’altro, salvo rare eccezione, solidale, l’Europa delle barriere di filo spinato, dei vagoni piombati, delle frontiere blindate.


In questo scenario, l’essere sul campo per costruire opportunità di crescita, e di lavoro, rappresenta la frontiera più avanzata di quella “diplomazia del fare” che sempre più spesso copre il vuoto di una “diplomazia delle parole” che non incide sulla vita di milioni di esseri umani. Dal Maghreb alla Palestina, passando per il Libano e avanzando nel Nord e Centro Africa, i progetti di cooperazione sono davvero l’esempio più alto di un’alternativa possibile, praticabile. Un’alternativa di vita che si contrappone ad una pratica (e cultura) della morte. Mai come oggi, in un Grande Medio Oriente destabilizzato, “costruttori di pace” non è una sigla ma una sfida, un impegno che chiede di essere sostenuto, finanziato, fatto conoscere a fronte di una comunicazione attenta solo a resocontare, peraltro in modo superficiale, i fatti più sanguinosi, salvo poi dimenticarsene quando a un massacro se ne sostituisce un altro (che ne è stata, ad esempio, della richiesta avanzata da Medici senza Frontiere di una commissione d’indagine indipendente sul bombardamento Nato dell’ospedale di Msf a Kirkuz?).


Una narrazione altra da quella conformisticamente in voga, significa mettere in luce, e Oxfam in questo è testimone diretta, dell’esistenza in tutti i Paesi in cui si è presenti, di una società civile che non si arrende, che agisce per liberarsi dalla povertà, per realizzare progetti di crescita nel campo della giustizia economica e sociale (soprattutto per donne e giovani) o in altri ambiti cruciali della vita di un popolo. Costruttori versus distruttori: e non è scritto che quest’ultimi debbano avere sempre la meglio. A ricordarlo è la Tunisia, a cui pochi giorni fa è stato assegnato, al Quartetto per il dialogo nazionale, uno dei più meritati e intelligenti Nobel per la pace della storia. In Tunisia la “Primavera” della speranza non è sfiorita in un tragico inverno jihadista o in una restaurazione militare, anche perché, soprattutto perché, in quel piccolo, nelle dimensioni ma grande per ciò che sta realizzando, esiste una società civile strutturata in associazioni di categoria, in movimenti per i diritti umani e civili, perché esiste un forte sindacato e, “last but not least” ad agire con loro, c’è una cooperazione forte, impegnata nel consolidare, in campo sociale e non solo, le basi di quella giovane democrazia. La Tunisia può rappresentare un modello vincente, comunque da sostenere, investendo, da parte dell’Europa e in essa dell’Italia, risorse economiche e umane. E lo stesso può dirsi per la Palestina, per i progetti in campo che cercano di offrire una ragione di vita a quei giovani palestinesi che come alternativa hanno solo quella di trasformarsi in “lupi solitari” il cui breve orizzonte esistenziale è quello della vendetta, e della morte.

Best practice – un ponte di solidarietà tra la Sardegna e la Palestina

Alessandra Argiolas con la delegazione palestinese

Scambio di esperienze e miglioramento delle tecniche di produzione del formaggio, al centro dell’incontro tra la Argiolas Formaggi e la delegazione di allevatori palestinesi, sostenuti da Oxfam, presso gli stabilimenti cagliaritani dell’azienda.

Obiettivo: esportare il know-how dietro un’eccellenza made in Sardegna, in sostegno del lavoro di 400 piccoli allevatori della Cisgiordania.


Un ponte di solidarietà tra la Sardegna e la Palestina, due territori a tratti simili nel paesaggio e quindi nelle sfide produttive affrontate nel tempo. Obiettivo, esportare il know-how dietro ad un’eccellenza della produzione casearia sarda, come la Argiolas Formaggi, e sostenere così il lavoro nella produzione di formaggio di 400 piccoli allevatori palestinesi della Cisgiordania, costretti negli ultimi anni ad andare avanti tra restrizioni economiche e gli effetti dell’intricatissima questione israelo-palestinese. Di fronte un contesto, nel Territorio Occupato Palestinese, che sta attraversando un periodo di forte recessione economica ed in cui il settore agricolo, in particolare quello degli allevamenti ovini e caprini, rimane fondamentale: una fonte di lavoro, cibo e reddito, per circa 200 mila famiglie. Parte da qui, l’incontro tra l’azienda sarda e gli allevatori dell’associazione palestinese PLDC (Palestinian Livestock Development Center), che ha portato la scorsa estate l’imprenditrice Alessandra Argiolas in Cisgiordania, alla scoperta del lavoro che l’associazione umanitaria Oxfam svolge ogni giorno a fianco dei piccoli produttori di formaggio, soprattutto donne: un viaggio raccontato in un reportage pubblicato nello speciale di IO Donna dello scorso agosto “5 donne che fanno bene”, dedicato al lavoro di Oxfam a fianco delle piccole produttrici agricole del Sud del Mondo.


Un reciproco e virtuoso scambio di esperienze tra la Sardegna e la Palestina, che è culminato la scorsa settimana nella visita di una delegazione di allevatori palestinesi della PLDC, presso gli stabilimenti cagliaritani della Argiolas Formaggi. Cinque giorni di visita in cui i partecipanti hanno avuto anche l’opportunità di conoscere gli allevatori del territorio e di ascoltare i preziosi consigli dei veterinari e degli esperti dell’ARA (Associazione Regionale Allevatori) Sardegna e della ASL regionale. Un’occasione per osservare e apprendere le più innovative tecniche di allevamento e produzione casearia made in Sardegna, (ad esempio attraverso l’utilizzo del pascolo naturale), utili ad affrontare e superare problemi come la stagionalità della produzione del latte o il ricorso all’uso di mangimi per nutrire il bestiame. Due fattori decisivi per il miglioramento del lavoro dei piccoli produttori di formaggio della Cisgiordania, che spesso hanno un accesso limitato a risorse primarie per l’allevamento, come terra e acqua, a causa delle restrizioni imposte da Israele e si trovano costretti a ricorrere all’uso di mangimi che qui raggiungono costi esorbitanti. Conseguenza? I piccoli produttori sono spesso obbligati a vendere la maggior parte del bestiame, che per le comunità rurali palestinesi significa perdere ogni certezza per il futuro.


In Palestina ho avuto modo di constatare come alcuni problemi, che qui in Sardegna sono stati superati da tempo grazie alle moderne tecnologie, ponessero ancora grandi difficoltà alle cooperative di piccoli produttori impegnate nella produzione di formaggi in Cisgiordania. – afferma Alessandra Argiolas, responsabile marketing e organizzazione di Argiolas FormaggiLe difficoltà date dalla stagionalità della produzione, dall’uso di mangimi e dalla scarsa produttività di terreni particolarmente aridi, come quelli in Cisgiordania, possono essere agevolmente superate con alcuni semplici accorgimenti. E’ per questo motivo che ho fortemente voluto che una delegazione di PLDC venisse in visita nei nostri stabilimenti: per condividere un know-how diffuso che possa rendere più semplice e sostenibile la produzione di formaggi anche in Palestina”.


“Ringraziamo Oxfam Italia e Argiolas Formaggi per la calorosa ospitalità e per aver reso possibile questa utilissima visita. –
afferma Haneen Alotaibi, responsabile della produzione casearia di PLDC – Visitare gli stabilimenti di una grande azienda come la Argiolas Formaggi, osservare e apprendere le loro tecniche di allevamento e produzione, e poter parlare direttamente con esperti e veterinari è per noi un’occasione unica per migliorare i nostri prodotti e, di conseguenza, le nostre condizioni di lavoro”.


Il lavoro di Oxfam a fianco dei piccoli produttori della Cisgiordania
Ad oggi il 42 per cento della popolazione palestinese vive in condizioni di insicurezza alimentare: circa 1 milione di persone solo in Cisgiordania, dove una persona su 6 è disoccupata. Ecco perché Oxfam Italia è da anni al lavoro a fianco dei piccoli produttori palestinesi, per migliorare le condizioni economiche e sociali delle tante comunità rurali che qui vivono grazie alla pastorizia e alla produzione di formaggi e derivati: sono oltre 1500 le famiglie di piccoli produttori e allevatori, sostenute dall’associazione umanitaria. Il tutto in un contesto economico e socio-politico estremamente difficile, dove la guerra dell’estate 2014 e le limitazioni economiche hanno impattato in modo devastante sulla popolazione palestinese.  Accanto al lavoro di assistenza tecnica e veterinaria, Oxfam è infatti impegnata anche in diverse attività per far fronte alle restrizioni imposte dal governo israeliano e garantire così ai piccoli produttori palestinesi una maggior disponibilità di risorse fondamentali come acqua, pascoli e beni di produzione. Dal 2006 Oxfam è inoltre al fianco di PLDC, una associazione palestinese che è riuscita a raccogliere al suo interno circa 400 allevatori distribuiti in 40 diverse comunità. Accanto alla produzione di latticini, PLDC ha sviluppato nel tempo servizi di qualità nel settore dei piccoli ruminanti, come l’assistenza veterinaria, l’inseminazione artificiale e il sostegno alla produzione e commercializzazione di latticini tradizionali per gruppi di donne. Il suo team di veterinari e agronomi gestisce 11 cliniche mobili per fornire servizi in aree spesso estremamente isolate e non raggiunte dai servizi veterinari pubblici o privati palestinesi.

Ondata di demolizioni in Cisgiordania

82 bambini rimasti senza casa dopo le demolizioni

La scorsa settimana, l’esercito israeliano ha distrutto almeno 63 case e strutture finanziate con fondi internazionali, lasciando 132 persone, di cui 82 bambini, senza tetto.


La condanna di 31 organizzazioni umanitarie


Almeno 63 case e strutture completamente distrutte; 132 persone, di cui 82 bambini, rimaste senza tetto. È questo il bilancio dell’ultima ondata di demolizioni del governo israeliano, la peggiore degli ultimi tre anni, che la scorsa settimana ha investito dieci comunità palestinesi dell’Area C della Cisgiordania. Tra gli edifici demoliti, anche 12 strutture finanziate e costruite per necessità umanitarie, tra cui un pannello solare, una latrina portatile, alcuni recinti per animali e delle tende finanziate dall’Unione Europea. La denuncia arriva da 31 organizzazioni umanitarie internazionali che, alla luce dei dati forniti dall’agenzia OCHA delle Nazioni Unite, chiedono ai leader mondiali di adottare misure urgenti per fermare le demolizioni in corso e dichiarare il governo di Israele responsabile per la distruzione indiscriminata di proprietà palestinesi e dei progetti finanziati da aiuti internazionali nel territorio occupato della Cisgiordania. Secondo le suddette organizzazioni, i donatori internazionali dovrebbero chiedere il risarcimento dei costi finanziari per le strutture andate distrutte: dal 2012, sebbene l’Unione Europea avesse richiesto pubblicamente al governo israeliano di tutelare i suoi progetti nell’Area C, centinaia infrastrutture umanitarie sono state demolite o sequestrate. Si stima che nel solo 2015 almeno 356 strutture, di cui ben 81 finanziate da progetti di cooperazione internazionale, siano state demolite nell’Area C della Cisgiordania.


Le demolizioni stanno spingendo i palestinesi al limite, distruggendo ogni prospettiva per una soluzione di pace. – afferma Catherine Essoyan, direttrice regionale di Oxfam – Invece di sviluppare le proprie comunità e i loro mezzi di sussistenza, migliaia di palestinesi dell’Area C sono costretti a vivere in miseria, con la costante paura che domani la loro casa potrebbe non esserci più e potrebbero essere obbligati a lasciare la loro terra”.


Le demolizioni vengono effettuate all’interno del piano del governo israeliano per “trasferire” 7.000 palestinesi che vivono in 46 comunità dell’Area C. Il progetto riguarda anche i beduini e le comunità pastorali delle aree centrali della Cisgiordania e della zona E1 di Gerusalemme, porzioni di territorio in cui il governo israeliano pianifica di espandere insediamenti giudicati illegali dal diritto internazionale. Un piano sempre più osteggiato e criticato dalla comunità internazionale: il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha dichiarato che, se portato a termine, il piano di delocalizzazione di Israele equivarrebbe a un “trasferimento forzato” e a una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.


Il rapido aumento di demolizioni dimostra che dobbiamo andare oltre le parole. – afferma Tony Laurance, amministratore delegato di Medical Aid for Palestinians – E’ assolutamente necessaria un’azione concertata per fermare queste violazioni del diritto internazionale, che rischiano sempre più di diventare la norma nella questione israelo-palestinese. Non riusciremo a raggiungere una soluzione equa e duratura al conflitto senza prima garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario”.


Alcune delle comunità interessate dal piano di “delocalizzazione” sono state tra le più colpite dalle demolizioni dell’ultima settimana: ciò ha sollevato molta preoccupazione sulla possibilità che il governo di Israele stia usando tattiche coercitive per “spingere via” i residenti palestinesi. Inoltre, uno stesso destino sembra incombere su altre comunità palestinesi che pure restano escluse dal piano. Comunità come il villaggio palestinese di Susiya che, pur non rientrando nelle aree di intervento del governo israeliano, potrebbe essere anch’esso sottoposto a demolizione di massa e trasferimento forzato nelle prossime settimane. Il governo di Israele ha cercato di giustificare le demolizioni nell’Area C con la mancanza dei permessi di pianificazione e costruzione, che vengono regolarmente negati alla popolazione palestinese: l’amministrazione civile israeliana (ICA), l’organismo che gestisce la pianificazione e la suddivisione in zone dell’Area C, negli ultimi anni ha infatti rifiutato fino al 94% delle domande palestinesi per permessi di costruzione, emettendo allo stesso tempo oltre 12.500 ordini di demolizione nell’Area C per case, scuole, stalle, cisterne e forni. Il risultato è una situazione di assoluta vulnerabilità per la popolazione palestinese, soggetta costantemente a demolizioni e trasferimenti forzati, e impossibilitata a godere di un reale diritto a cibo e acqua, a un alloggio adeguato, all’istruzione, alla salute e a mezzi di sussistenza dignitosi. Le organizzazioni umanitarie locali e internazionali hanno affrontato sempre più severe restrizioni da parte del governo di Israele nel rispondere a queste esigenze, in violazione degli obblighi di Israele di facilitare interventi di aiuto umanitario.


Le organizzazioni:


1. ActionAid
2. Action Against Hunger
3. Amnesty International
4. Asamblea de Cooperacion por la Paz (ACPP)
5. Broederlijk Delen
6. Christian Aid
7. Church of Sweden
8. COSPE
9. DanChurchAid
10. Diakonia
11. EAPPI UK and Ireland
12. Embrace the Middle East
13. Gruppo di Volontariato Civile
14. Heinrich Boll Foundation
15. Lawyers for Palestinian Human Rights
16. Medical Aid for Palestinians (MAP – UK)
17. Oxfam
18. Overseas
19. Open Shuhada Street South Africa
20. Norwegian Church Aid
21. Norwegian People’s Aid
22. Palestine Solidarity Association of Sweden
23. Pax Christi Flanders
24. Pax Christi International
25. Premiere Urgence Aide Medicale Internationale (PU-AMI)
26. Quaker Peace and Social Witness (QPSW)
27. Secours Islamique France
28. The Lutheran World Federation
29. Trócaire
30. Vento di Terra
31. WeEffect

IO DONNA E OXFAM PRESENTANO: “DONNE CHE FANNO BENE”

Lo speciale di IO donna dedicato ai nostri progetti umanitari.


Sabato 15 agosto è in edicola con Corriere della Sera

"DONNE CHE FANNO BENE" sabato 15 in edicola con IO DONNA

e online su iodonna.it “Donne che fanno bene”, un importante speciale di 50 pagine, con cover interna, che IO donna dedica ai nostri progetti, con una particolare attenzione alla difesa dei diritti delle donne.


Dopo il successo dello speciale “Sei scrittrici, mille voci”, pubblicato da IO donna nell’agosto 2014, che ha visto impegnate sei tra le più importanti scrittrici italiane, Silvia Avallone, Camilla Baresani, Beatrice Masini, Candida Morvillo, Valeria Parrella e Pulsatilla, il settimanale femminile del Corriere della Sera, torna a darci sostegno raccontando alcuni dei nostri programmi di sviluppo.


Protagoniste dei diari di viaggio di “Donne che fanno bene”, cinque imprenditrici e manager italiane: Camilla Lunelli (Cantine Ferrari), Alessandra Argiolas (Argiolas Formaggi), Marina Piccinini (Ressolar), Chiara Rossetto (Molino Rossetto) e Gemma Fiorentino (Avanade), che hanno messo il loro sapere in fatto di filiera del vino e del latte, energie rinnovabili, produzione di farine e piattaforme digitali a disposizione delle donne sostenute da Oxfam, rispettivamente in Libano, Palestina, Albania, Ecuador e Haiti.


“Anche quest’anno IO donna ha fortemente voluto essere a fianco di Oxfam con la pubblicazione di “Donne che fanno bene”. Uno speciale per raccontare, attraverso le imprenditrici protagoniste, queste storie di speranza e solidarietà.” – spiega Diamante d’Alessio, direttore di IO donna – “Storie di donne che aiutano altre donne, che vivono in contesti più remoti e più poveri, attraverso uno scambio di conoscenze che proseguirà anche dopo il viaggio e che nel contempo diventa occasione per rendere più visibile e rispettato il ruolo di queste donne nei loro Paesi.”


“Oxfam è al fianco di donne che, in paesi in cui la povertà è ancora la realtà quotidiana, reagiscono con l’orgoglio delle proprie tradizioni e, attraverso la valorizzazione delle risorse del proprio territorio, risultano i veri motori di cambiamento per far uscire dalla povertà la propria comunità.” – aggiunge Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia – “Nel mondo infatti ancora oggi una persona su nove soffre la fame, sono 795 milioni di persone e per la maggior parte donne. Se le donne avessero stessi diritti e opportunità degli uomini, nel mondo soffrirebbero la fame 150 milioni di persone in meno! Nelle pagine del nuovo numero di IO donna, risuonano le voci chiare e forti di donne che reagiscono ogni giorno alla povertà, alle guerre e agli effetti dei cambiamenti climatici, superando ciò che sembrerebbe impossibile superare. Creare l’incontro tra imprenditrici e manager italiane, e le donne al cui fianco Oxfam lavora ogni giorno, ha generato una reazione virtuosa di reciproca conoscenza, portando loro nuove competenze assieme a soluzioni semplici e innovative di lotta alla povertà”.


Nel numero in uscita i racconti di queste esperienze. Parte del ricavato delle vendite sarà devoluto alla nostra organizzazione per contribuire a finanziare i nostri programmi di sviluppo.